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	<title>Diario Semistupido &#187; Web</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>Un po&#8217; più Venezia, un po&#8217; meno Camp</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 21:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima <em>Geek Girls Dinner Nordest</em> e al <em>VeneziaCampo 2010</em>.<br />
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte &#8220;eventi&#8221; (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.<br />
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo elemento che mi è parso &#8220;sbagliato&#8221; è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come &#8220;la scuola che funziona&#8221;, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.<br />
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all&#8217;esterno.<br />
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l&#8217;interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell&#8217;impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l&#8217;essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere<br />
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest&#8217;ottica mi piace citare ad esempio <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_self">un altro camp</a>, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo &#8211; o di ritornare sui propri passi, in questo caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all&#8217;evidenza che per molti partecipare o meno a &#8220;eventi&#8221; di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.</p>
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		<title>25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 08:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2010/02/25/le-mie-considerazioni-sparse-sul-caso-google-e-la-responsabilita-di-espressione/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione'>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</a></li>
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<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1668" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/23/25-aprile-schegge-di-liberazione-resistenza-e-voci-di-memoria/postresistenti/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1668" title="postresistenti" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/postresistenti.png" alt="" width="238" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo che segue è quello che ho scritto per  <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html" target="_self">Schegge di Liberazione</a>. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare <a href="http://barabba-log.blogspot.com/" target="_self">il Many</a> che ha organizzato il tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell&#8217;epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell&#8217;articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come me, tanti altri hanno aderito all&#8217;iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un  monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione.pdf" target="_self">qui</a> e <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione_eco.pdf" target="_self">qui</a> (in una versione più &#8220;leggera&#8221; ed ecologica).</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.<br />
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.<br />
Viviamo tempi cupi, oggi vietano &#8211; ancora una volta &#8211; &#8220;Bella ciao&#8221;, domani cos&#8217;altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Voci di memoria</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>per Schegge di Liberazione 2010</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l&#8217;ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull&#8217;argomento &#8211; li preferisco a quelli più recenti -, da <em>Roma città aperta</em> a <em>Le quattro giornate di Napoli</em>, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi &#8220;com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono i documentari che la televisione degli anni &#8217;70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d&#8217;Italia a tener conto dei nomi dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull&#8217;Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.<br />
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d&#8217;acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell&#8217;estate del &#8217;44 o i giorni di quell&#8217;autunno terribile di pioggia e di fango?  Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c&#8217;era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po&#8217; vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c&#8217;era.<br />
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell&#8217;opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: &#8220;<em>I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi</em>&#8220;; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d&#8217;amore e speranza alla moglie Natalia: &#8220;<em>Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (&#8230;) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia</em>?&#8221; Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: &#8220;<em>Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo</em>&#8220;. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d&#8217;intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora &#8220;perché sono fatti lontani&#8221;, &#8220;la guerra è finita da sessantacinque anni&#8221;.<br />
È un po&#8217; come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell&#8217;evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent&#8217;anni a 36 ore ininterrotte di tortura?  Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle &#8220;Lettere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.<br />
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.<br />
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Caro professore,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.<br />
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Muoia tutto &#8211; Viva la nostra Italia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tuo aff. Peppino Testa</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">(Giuseppe Testa, 19 anni. Da &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 &#8211; 25 aprile 1945&#8243;. Einaudi.</p>
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		<title>Qualche parola sul CivisCamp di Faenza</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 19:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ho preso parte al CivisCamp che Alessandro &#8220;Morloi&#8221; Grazioli ha organizzato al Clandestino di Faenza. Foto di Carlo Reggiani Mi è piaciuto molto. Presentazioni brevi, nessuna ridondanza, molta sostanza e discussioni partecipate. Bella atmosfera, soprattutto. Grazie al numero non altissimo dei partecipanti e al clima da chiacchierata tra amici, credo sia stato uno dei [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Ieri ho preso parte al <a href="http://www.civiscamp.org/" target="_self">CivisCamp</a> che Alessandro &#8220;Morloi&#8221; Grazioli ha organizzato al Clandestino di Faenza.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1563" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/civiscampfaenza/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1563" title="civiscampfaenza" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/civiscampfaenza.jpg" alt="" width="560" height="420" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://ingegnerisinasce.blogspot.com/" target="_self">Carlo Reggiani</a></p>
<p style="text-align: justify;">Mi è piaciuto molto. Presentazioni brevi, nessuna ridondanza, molta sostanza e discussioni partecipate. Bella atmosfera, soprattutto. Grazie al numero non altissimo dei partecipanti e al clima da chiacchierata tra amici, credo sia stato uno dei pochi veri barcamp, ossia un reale scambio di esperienze e idee, non solo tra gli abitué.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sempre mi ha fatto molto piacere rivedere alcune persone e conoscerne delle altre. Come già scritto in altre occasioni, il valore aggiunto di questi eventi sta proprio nei rapporti che si creano tra individui, ed è uno dei motivi per i quali mi piacciono.<br />
Il tema del CivisCamp non era tra i più facili da affrontare, bisogna sottolinearlo. Il rapporto tra nuove tecnologie (o nuovi strumenti) e pubblica amministrazione è faccenda particolarmente complessa in quanto sono diverse e molteplici le realtà che formano l&#8217;amministrazione della cosa pubblica. Difficile, quindi, affrontare l&#8217;argomento, non solo perché viene vissuto con modalità estremamente eterogenee all&#8217;interno delle varie aree, ma perché  le esigenze del settore pubblico sono del tutto diverse da ufficio a ufficio.<br />
Nel suo piccolo e senza la  pretesa di dare risposte, il Civiscamp è stato una occasione di confronto. Non sono tra quelli che pensano che la discussione per la discussione sia in fondo inutile.  Non sempre è possibile giungere a delle conclusioni alla fine delle chiacchiere, ma le chiacchiere possono rappresentare comunque un arricchimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un unico piccolo rammarico: che la pubblica amministrazione sia stata il grande convitato di pietra al Clandestino. Pur essendo presenti diversi operatori del settore, infatti, ho sentito la mancanza di quelli che effettivamente hanno potere decisionale negli uffici pubblici in merito alle nuove tecnologie; se non per altro, avrebbero potuto cogliere una buona occasione per raccontare come funzionano i meccanismi operativi al di là degli sportelli, ho il sospetto non sia cosa nota a tutti.<br />
Spero dunque in una prossima edizione, nel frattempo complimenti all&#8217;ideatore, allo staff organizzativo e ai relatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo un pensiero dell&#8217;ultimo momento: mi piacerebbe molto se un barcamp di questo genere potesse avvenire in un luogo più aperto al &#8220;pubblico casuale&#8221;. Non perché mi piacciano gli happening da vetrina, ma perché ancora <a href="http://www.diariosemistupido.it/2009/09/11/lultimo-post-sul-romagnacamp-2009/" target="_self">ricordo con piacere</a> quanto fosse stato stimolante al RomagnaCamp lo scorso settembre, rispondere alle domande di chi per caso si era trovato ad assistere alle presentazioni.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_blank"><img src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_blank" title="Share on Facebook">Share on Facebook</a></p>

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		<title>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 19:45:53 +0000</pubDate>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di bullismo ai danni di uno studente autistico in un istituto tecnico di Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene molti credono che al termine di tutto l&#8217;iter giudiziario (i tre manager hanno già presentato appello) la sentenza sarà comunque cassata, questa non fa altro che facilitare il compito di quanti negli ultimi tempi stanno cercando in tutti i modi di limitare, controllare e censurare i contenuti del web. La sentenza di Milano produce il risultato di confondere le acque, sposta l&#8217;attenzione del grande pubblico dalla responsabilità personale al mezzo,  che di per sé è neutro, trasformandolo in complice. Esattamente come se un fornitore di linea telefonica venisse condannato perché correo delle molestie di un eventuale stalker.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinta che chi non conosce le dinamiche della comunicazione in rete, e quindi la maggioranza della popolazione e dell&#8217;opinione pubblica di questo Paese, sta plaudendo alla sentenza del tribunale di Milano; fin troppo facile assegnare l&#8217;etichetta di &#8220;cattivo&#8221; a chi ha permesso che un video del genere venisse pubblicato.<br />
Purtroppo, in Italia, non so se per ragioni storiche o per una specie di difetto congenito, è molto difficile non cadere nelle trappole delle reazioni di pancia e nella tentazione di voler soffocare a tutti i costi ciò che spesso non si comprende; il tutto spesso accompagnato dalla malafede di alcuni organi di informazione più tradizionale. Non è cosa da poco questa, in un Paese che risulta essere tra gli ultimi in Europa per quanto concerne investimenti di settore e uso di internet.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1372" title="160198015_d68500f151" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/02/160198015_d68500f151.jpg" alt="160198015_d68500f151" width="500" height="339" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/markcoggins/160198015/sizes/m/" target="_self">Mark Coggins</a></p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;estero le reazioni non si sono fatte attendere. La parola &#8220;Italy&#8221; ieri ha fatto tendenza e non in maniera positiva.<br />
Tutte le maggiori testate, dalle più autorevoli a quelle più specializzate, ne hanno parlato in prima pagina. Tutte pongono l&#8217;accento sulla gravità di creare un tale precedente, anche in ambito europeo, sulle indubbie ripercussioni politiche ed economiche, sul dubbio legittimo che in Italia possa non esistere più una vera libertà di espressione. Se ogni piattaforma, se ogni social network sarà costretto a misure drastiche per il controllo dei contenuti che gli utenti intendono condividere, solo in due modi potrà farlo: decidendo di abbandonare del tutto il mercato italiano o introducendo strumenti di controllo analoghi a quelli attualmente in uso in Cina o in Iran.<br />
A voler ben guardare, già si avvertono alcuni cambiamenti nell&#8217;aria che si respira tra gli addetti ai lavori: c&#8217;è una maggiore preoccupazione, una nuova ritrosia nel buttarsi e investire in nuovi progetti, una cautela esasperata nel voler evitare guai legali (e <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/02/15/wordpress-com-un-brutto-caso-di-censura-preventiva/" target="_self">il caso di Sybelle e WordPress</a> ne è un esempio)</p>
<p style="text-align: justify;">E dire  che risale solo all&#8217;inizio di febbraio <a href="http://it.reuters.com/article/internetNews/idITMIE61307020100204" target="_self">la notizia di una sentenza</a> che va esattamente nella direzione opposta. La questione riguardava un internet provider e la violazione del diritto d&#8217;autore in Australia, vicenda dai presupposti diversi quindi, ma che ha messo in evidenza il fatto che chi fornisce un servizio  non deve diventare un organo di polizia che applica misure di controllo preventivo sugli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il caso Google, il nodo è difficile da sciogliere in quanto molti fattori entrano in gioco, non per ultime le motivazioni della sentenza che saranno rese pubbliche solo tra qualche settimana. A me pare che il punto focale però sia solo uno ossia che mancando una vera cultura della rete si tenda ad equiparare servizi come Google non a delle bacheche globali e aperte sulle quali il controllo non solo è problematico ma anche e soprattutto non auspicabile, ma a delle testate che producono contenuti propri e quindi soggette a precise leggi e regolamenti. In poche parole: Google non è una testata giornalistica, non ha una sua &#8220;linea editoriale&#8221;, non dispone di una redazione, non si limita a precisi confini geografici. È una piazza, un contenitore di servizi messi a disposizione di quanti intendono avvalersene sottoscrivendo alle policy d&#8217;uso. Sono gli utenti, quindi, che devono mettere in atto quelle azioni atte a mantenere il tutto nell&#8217;ambito della legalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare che ognuno debba essere in grado di prendersi le responsabilità di quello che fa. Mi piace molto meno l&#8217;idea di organi &#8211; statali o privati &#8211; che si arrogano il diritto di decidere a priori che cosa si possa pubblicare o meno.</p>
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		<title>Il proprietario di John Ashfield risponde</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 19:49:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi pomeriggio, tramite il blog di Alessandro Gilioli &#8220;Piovono rane&#8221;, Andrea Celli, proprietario del marchio John Ashfield, ha risposto a Sybelle. Copio qui sotto la lettera aperta affinché, come sempre, ognuno possa trarne le debite conclusioni, anche in relazione a quanto avvenuto in precedenza. Cara Sybelle Mi chiamo Andrea Celli e sono il titolare del marchio [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Oggi pomeriggio, tramite il blog di Alessandro Gilioli &#8220;Piovono rane&#8221;, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/19/caso-john-ashfield-risponde-il-proprietario/" target="_self">Andrea Celli, proprietario del marchio John Ashfield, ha risposto a Sybelle.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Copio qui sotto la lettera aperta affinché, come sempre, ognuno possa trarne le debite conclusioni, anche in relazione a quanto <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/02/15/wordpress-com-un-brutto-caso-di-censura-preventiva/" target="_self">avvenuto in precedenza</a>.</p>
<p>Cara <a style="font-weight: bold; text-decoration: underline; color: #333333;" href="http://altezzosa.wordpress.com/">Sybelle</a></p>
<p><em>Mi chiamo Andrea Celli e sono il titolare del marchio John Ashfield, oggetto del suo</em><a style="font-weight: bold; text-decoration: underline; color: #333333;" href="http://209.85.135.132/search?q=cache:9RVvanrV_5sJ:altezzosa.wordpress.com/2009/04/05/john-ashfield-adv-pleeease/+altezzosa+john+ashfield&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;client=firefox-a"><em>post</em></a><em>.</em></p>
<p><em><br />
Ho deciso di scriverLe perché sono rientrato ieri sera da un viaggio d’affari all’estero e appena informato dai miei collaboratori sull’accaduto di questi giorni, sono rimasto sinceramente sconvolto da tutto quello che era successo in Internet, in seguito alla richiesta da noi inviata a WordPress per la rimozione dei commenti di quelle persone di cui non conosciamo l’identità e che, non qualificandosi e in modo anonimo, sul suo blog volevano chiaramente non portare una critica costruttiva, ma solo danneggiare intenzionalmente la mia azienda.</em></p>
<p><em>Le ribadisco, come Le è stato già spiegato in una nostra precedente lettera aperta, che ritengo questi commenti anonimi fortemente lesivi e diffamanti del marchio John Ashfield perché non corrispondono sicuramente alla realtà della mia azienda, un’azienda a cui io ho dedicato e dedico tuttora la mia vita, con grande passione per questo brand John Ashfield che, con grande sacrificio mio e dei miei collaboratori, è diventato una realtà mondiale realizzando in tal modo il mio sogno.</em></p>
<p><em>Io non conosco nulla di Lei, né ho il piacere di conoscerLa personalmente, ma presumo che Lei sia una ragazza giovane, piena di capacità e sicuramente tecnicamente molto preparata per muovere critiche costruttive ad una immagine pubblicitaria, tuttavia non posso accettare che nel Suo blog Lei permetta di pubblicare commenti non alla sua critica, ma affermazioni anonime sulla nostra azienda, lesivi e diffamanti della nostra immagine e della nostra organizzazione aziendale e produttiva, di cui Lei non sa e non può sapere nulla, senza che Lei ne abbia controllato la veridicità.</em></p>
<p><em>Questa è una Sua responsabilità, perché gettare fango ad una azienda è troppo facile rimanendo nell’ anonimato e sfruttando il Suo blog per tali scopi.</em></p>
<p><em>Dato che La ritengo una ragazza sagace, spero Lei comprenda di aver fatto degli errori gestendo con leggerezza un blog sul mio marchio e permettendo di trattare in esso una materia a Lei sconosciuta, errori di cui noi pagheremo le conseguenze.</em></p>
<p><em>Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda.</em></p>
<p><em>Vorrei comunque anche avere l’opportunità di conoscerLa meglio per capire perché ha fatto questo e quale vantaggio può esserle venuto da questa situazione.</em></p>
<p><em>Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni.</em></p>
<p><strong><em>Andrea Celli</em></strong></p>
<p><em>P.S.: tengo a precisare che noi non produciamo capi in Bangladesh, ma che siamo produttori ed esportatori in tanti paesi nel mondo (sempre nel rispetto delle leggi locali), tra cui Germania, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Stati Uniti, Messico, Bulgaria, Romania, Olanda, Belgio, Austria, Svizzera, India, Cina. I dati riportati in Camera di Commercio sono relativi all’iscrizione effettuata anni fa, a cui è seguito un forte incremento della produttività con relativa modifica della geografia della nostra produzione.<br />
I nostri capi infine riportano tutti in modo trasparente l’etichettatura di origine (in modo che il cliente sappia sempre dove questi sono stati prodotti): quindi non capisco dove possa essere il problema nell’avere diverse aree di import produttivo.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">A me rimane qualche perplessità. Confesso che questa lettera ho dovuto leggerla un paio di volte per poter mettere a fuoco con la necessaria serenità quanto scritto dal Sig. Celli. La prima impressione, ad ogni modo, è stata quella di una operazione condotta con qualche ingenuità e senza conoscere come in effetti funzionano &#8220;le cose di rete&#8221;. Non credo sia questa una questione di poco conto per un&#8217;azienda che opera in campo internazionale, anche nel settore dell&#8217;e-commerce.<br />
Al di fuori di ogni eufemismo, le misure prese per difendersi da un unico commento considerato &#8220;lesivo e diffamatorio&#8221; sono state del tutto fuori misura, sarebbe bastato chiedere direttamente a Sybelle di rimuovere quell&#8217;unico commento anziché entrare con la forza di un ariete direttamente in WordPress.com.<br />
E proprio l&#8217;operato di WordPress.com ha suscitato l&#8217;ondata di reazione di molti blogger, in prima battuta, non tanto quello di John Ashfield.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato per il prosieguo però. Il Sig. Celli sicuramente saprà che esprimere un giudizio estetico, del tutto personale, su una immagine &#8211; una pagina di pubblicità, in questo caso &#8211; è del tutto legittimo da parte di chi quella pubblicità la guarda, anche non volendo. Quando si opera pubblicamente, per fortuna o purtroppo, si è sempre criticabili, nel bene o nel male. Le critiche tecniche di Sybelle erano critiche costruttive e generate proprio dall&#8217;apprezzamento dei prodotti John Ashfield e di una certa affezione al suo marchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbagliare fa parte del gioco; non ricevere l&#8217;apprezzamento del pubblico ne fa altrettanto parte. Ognuno investe le proprie energie nella maniera che crede più idonea e opportuna. Non mi risulta che Oliviero Toscani ad ogni campagna Benetton pesantemente criticata &#8211; e ce ne sono stata diverse &#8211; abbia alzato il dito e fatto lezione su come e dove chi lo criticava dovesse investire le sue energie.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi stupisce inoltre il voler insistere su un eventuale vantaggio che Sybelle avrebbe ricevuto con il suo post (che risale circa a un anno fa, vorrei ricordare).  Mi incuriosisce questo voler cercare il complotto a tutti i costi, quando quanto successo è di una chiarezza disarmante quasi.<br />
Una chiosa finale: dall&#8217;esterno a me pare che John Ashfield abbia mancato una grande occasione per avviare una campagna all&#8217;insegna della trasparenza e del dialogo aperto con i suoi clienti, anche potenziali.  A questo punto, quindi, posso solo osservare &#8211; e consigliare &#8211; che alla ditta John Ashfield oltre che un bravo professionista della grafica serva anche un esperto di comunicazione via web, ne trarrebbe giovamento. Li consideri alla stregua di un investimento per il futuro.</p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #ff0000;">Aggiornamento del 24/02/10</span></strong></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Questa sera, sempre tramite <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/24/john-ashfield-update-e-poi-de-hoc-satis/" target="_self">il blog di Alessandro Gilioli</a>, Andrea Celli ha dato un ulteriore riscontro dopo il tam tam sul web dei giorni scorsi. Incollo qui la lettera con il mio commento su &#8220;Piovono rane&#8221;.</span></em></p>
<p><em>Riprendiamo nuovamente la nostra lettera aperta per ribadire un concetto che forse non siamo riusciti a chiarire fino a qui.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><br />
Innanzitutto non abbiamo mai richiesto né voluto provocare la chiusura del blog di Sybelle da parte di WordPress.</em></p>
<p><em>Siamo un’azienda italiana che opera dal 1982 in Italia ed all’estero, siamo produttori di abbigliamento e in questo abbiamo una grande esperienza, ma certamente non siamo esperti di blog e relativa tutela degli utenti di tale servizio.</p>
<p>Senza ombra di dubbio abbiamo sbagliato nel rivolgerci a WordPress anzichè scrivere direttamente a Sybelle, ma questo (che ci si creda o no) è stato dettato proprio dalla nostra inesperienza in questo settore. Abbiamo sbagliato e questo ci aiuterà a capire meglio per il futuro come muoverci in questi casi.</p>
<p>Non ci vogliamo ergere a giudici di nessuno nè tantomeno ci vogliamo mettere su un piedistallo come siamo stati accusati di fare. Siamo un’azienda aperta a tutte le critiche, ma non certamente alle offese gratuite soprattutto se anonime e fatte per colpire la nostra immagine e il nostro lavoro.</p>
<p>Abbiamo sempre operato, in tutti questi anni di attività, nel pieno rispetto delle regole del nostro Paese e del mercato in cui operavamo.</p>
<p>Siamo nell’epoca dell’economia globale ed operiamo a livello mondiale sia in export che in import, ma oltre il 65 per cento della nostra produzione è ancora creato in Italia e nei nostri laboratori e quando operiamo con laboratori sui territori esteri, la loro organizzazione e le direttive della produzione sono fornite dalla nostra sede.</p>
<p>Abbiamo ottenuto il riconoscimento da parte della Camera di Commercio come azienda che crea capi su misura nei nostri laboratori di sartoria. Abbiamo sempre regolarmente etichettato i nostri capi con la loro reale provenienza come è previsto dalle norme di legge.</p>
<p>Non disconosciamo quanto si trovi scritto in generale sulle aree import ed export della Camera di Commercio relativamente alla nostra compagnia, ma si tratta di descrizioni generali, fornite alla Camera di Commercio ancora all’inizio della nostra attività e da allora mai aggiornate, in quanto per noi non determinanti della qualità di un’azienda, anche perchè da allora le realtà aziendali sono variate molto e si sono ampliate.</p>
<p>Inoltre tali diciture riportano semplicemente le possibili aree import ed export di un’azienda, non certamente quanta parte di vendite o di produzione queste zone citate rispecchino sulla totalità del fatturato o della produzione aziendale.</p>
<p>Riteniamo di avere sempre operato con correttezza ed abbiamo molti collaboratori che lavorano con noi dall’inizio della nostra attività e che, crediamo meritino il giusto rispetto della propria attività e degli sforzi che compiono per mantenere alta l’immagine del nostro marchio.</p>
<p>E’ anche per questo motivo che non possiamo accettare offese gratuite ed anonime , per quanto invece accettiamo le critiche, meglio se costruttive e se fatte da persone che hanno esperienza del nostro settore. Riteniamo che , nonostante la nostra lunga esperienza, in ogni settore ci sia sempre da imparare.</p>
<p></em></p>
<p><em>Non ultimo dovremo anche imparare le regole del Web</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Il mio commento:</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Noto con piacere che dall’ultima sua lettera aperta il sig. Celli ha cambiato del tutto tono e registro. Un solo appunto: non esiste migliore difesa contro le offese gratuite (anonime o meno non fa differenza) che la realtà dei fatti. Rinnovo al sig. Celli l’invito che gli ho fatto tramite il post sul mio blog, ossia di investire in professionisti sia per quanto riguarda la sua campagna pubblicitaria che per la comunicazione via web.</span></em></p>
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		<title>John Ashfield e WordPress.com: un brutto caso di censura preventiva</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 19:31:51 +0000</pubDate>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti, in poche parole, sono questi: <a href="http://altezzosa.wordpress.com/" target="_self">Arianna Cavazza (Sybelle)</a> sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione).</p>
<p style="text-align: justify;">Succede quindi che qualcuno, non contento del post o di qualche commento ricevuto, lo segnali a <a href="http://wordpress.com/" target="_self">WordPress.com</a>, piattaforma che ospita il blog di Sybelle, e ne chieda la rimozione. Senza che all&#8217;autrice venga notificato nulla, l&#8217;articolo in questione scompare, insieme a tutti i commenti ricevuti e senza che a Sybelle venga notificato alcunché, nemmeno sulle ragioni che hanno portato WordPress.com a decidere in tal senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Copio sotto il post incriminato, perché chi legge possa giudicare se si tratti effettivamente di qualcosa di offensivo o semplicemente, come io ritengo, di una recensione del tutto normale;  <a href="http://209.85.135.132/search?q=cache:9RVvanrV_5sJ:altezzosa.wordpress.com/2009/04/05/john-ashfield-adv-pleeease/+altezzosa+john+ashfield&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;client=firefox-a" target="_self">qui</a>, invece, è possibile leggere anche tutti i relativi commenti.</p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>John Ashfield  ADV: pleeease!</strong></em></span></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Quando scrivo di qualcosa che non mi piace so essere particolarmente acida.<br />
Questa è una di quelle occasioni.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Parliamo delle campagne stampa di John Ashfield che mi sorbisco costantemente in quanto lettrice di XL.<br />
Compro il voluminoso giornale e mi ritrovo a fissare quelle che possono esser catalogate tra le più sgraziate pubblicità mai viste.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>John Ashfield è una marca d’abbigliamento che s’appoggia su una ben costruita brand image: produce un vestiario (e relativi accessori) che si rivolgono a un pubblico giovane, tra i 23 e i 35 anni (secondo la mia percezione) rievocando l’atmosfera dello sport, in particolare del cricket e del golf.<br />
Quindi viene in mente Londra, i tornei tra prati verdi perfettamente tagliati e una certa noblesse d’animo.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Niente male per un’azienda della provincia di Forlì e Cesena, insomma.<br />
Quando ho scoperto questo piccolo particolare mi son meravigliata.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Non apprezzo molto lo stile che questa marca propone, un casual sui toni del blu, del beige e del verde, ma ammetto d’esser affascinata da certe iconografie (come l’uso di stemmi) e dalle camicie dai sobri ma inconsueti dettagli, cose che John Ashfield mostra in ogni collezione.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Comunque, torniamo alle campagne stampa.<br />
Questo mese sulla quarta di copertina di XL si può ‘ammirare’ la pubblicità in questione della collezione primavera/estate 2009.<br />
Rappresenta due modelli (sempre gli stessi da qualche stagione) su un campo da golf.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; text-align: center; margin: 0px;"><img class="aligncenter" style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; max-width: 492px; margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; padding: 3px; border: 1px solid #dcdcdc;" title="john" src="http://wol.ly/wp-content/uploads/john.jpg" alt="" width="310" height="413" /><em><br />
Rabbrividisco.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>1) Le fotografie dei modelli non sono a fuoco. Oltretutto le loro figure sono scontornate male. E la sovrapposizione del ragazzo sulla ragazza è pessima: si vede che non son stati fotografati insieme: lei pare sproporzionata rispetto a lui;<br />
2) Che razza di fotografia hanno scelto come sfondo? Siamo in Svizzera? Cosa sono quelle casette che si vedono a sinistra? Le luci inoltre non combaciano: mentre i modelli son illuminati da riflettori frontali, nella fotografia di sfondo il sole cade da destra. Insomma, gli elementi si fondono alla grandissima! Eh!<br />
3) Che espressione ha il modello? Terrorizzata? E’ colto di sorpresa? Sempre meglio della modella che pare pensare ‘Che ci sto a fare qui?’.<br />
4) Marchio e logo. Penso siano stati realizzati con Paint, più o meno. Kitch a dir poco. Il font usato, oltretutto, è stra-usato e non centra assolutamente niente.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>Signor John Ashfield, please!<br />
Change!</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo uno scambio di email nelle quali Sybelle chiedeva spiegazioni &#8211; mai ricevute &#8211; l&#8217;unica indicazione da parte di WordPress.com è stata quella di contattare la persona che si è lamentata del suo post e di cercare di sistemare la questione; in caso contrario sarà consigliato a questo utente di rivolgersi al tribunale.  La vicenda è a dir poco kafkiana: Sybelle non sa chi sia questa persona e non conosce modo per poterla raggiungere. All&#8217;assurdo si aggiunge la gravità: WordPress.com si è arrogata il diritto di intervenire censurando un post e relativi commenti a totale insaputa della sua autrice, togliendole, in pratica, ogni diritto di replica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, mancando indicazioni chiare e trasparenti da parte di WordPress.com, è impossibile stabilire che cosa abbia disturbato chi si lamenta. Il post di Sybelle ha un tono molto garbato, il che lascia presumere che qualcuno potrebbe non essere stato contento di quanto espresso in uno o più commenti all&#8217;articolo. E se fosse questo il caso, perché non contattare l&#8217;autrice e chiedere la rimozione soltanto degli eventuali commenti contrari alle policy di WordPress.com?</p>
<p style="text-align: justify;">Rimaniamo in attesa di aggiornamenti, ma di sicuro WordPress.com non esce bene da questa storia, soprattutto visto la tradizione della quale si pregia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Aggiornamento del 16/02/10</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo ore di vani tentativi, Sybelle ha finalmente ricevuto una risposta: &#8220;Da WordPress mi hanno scritto una cosa tipo &#8220;Ciao, dovresti contattarli  qui immagino&#8221; e poi c&#8217;è un link al sito di John Ashfield con i contatti  di uno di John Ashfield. (rimane sempre la questione: come avrei dovuto  sapere che erano stati loro? Comunque ora lo so. Bene&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A me rimane la curiosità di sapere di preciso che cosa abbia infastidito tanto i responsabili di John Ashfield per spingerli ad un intervento tanto drastico nei confronti del post di Sybelle.<br />
È evidente che, a prescindere dal risultato ottenuto nell&#8217;immediato (la rimozione dell&#8217;articolo), in una prospettiva di più ampio respiro John Ashfield risulta perdente su tutta la linea in quanto a strategia di comunicazione e di gestione della sua web reputation.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Aggiornamento del 17/02/10</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">In data odierna Sybelle ha ricevuto risposta da parte di John Ashfield (nessun nome e cognome di responsabile, la mail è proprio solo siglata con il nome del marchio). La incollo qui sotto, mentre questa è <a href="http://friendfeed.com/marcomassarotto/e45dd93e/pare-che-wordpress-abbia-censurato-un-post" target="_self">la discussione in FriendFeed</a> in cui appare in copia, sempre da parte di un utente &#8220;John Ashfield&#8221;:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lettera aperta ad Arianna alias Sybelle Gentile Sig.ra Arianna, Le scriviamo in merito al Suo blog relativo al nostro marchio John Ashfield per cercare di spiegarLe la motivazione per la quale riteniamo che WordPress abbia assunto tale provvedimento. Sicuramente il Suo articolo, criticante la qualità di una sola nostra pagina, confrontato all’intero programma pubblicitario che appare annualmente sulle maggiori testate giornalistiche, non avrebbe causato alcun risentimento da parte della nostra azienda poiché siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore. Quello che invece riteniamo inaccettabile sono, tra i commenti al Suo articolo, le affermazioni diffamanti , che nulla hanno a che fare con la Sua critica, perchè prive di alcun fondamento e non corrispondenti al vero e fortemente lesive della nostra immagine di qualità del marchio John Ashfield, immagine che abbiamo sempre cercato di curare ai massimi livelli in 30 anni di attività. Basti vedere i risultati ottenuti dal nostro brand a livello internazionale. Come Lei ben saprà, c’è una differenza sostanziale tra “critica” e “diffamazione”, e sicuramente la nostra azienda non può rimanere impassibile davanti a certe affermazioni che sappiamo false con certezza. Lei stessa, essendo la creatrice della pagina del blog, avrebbe dovuto e potuto filtrarLe, rimuovendo quelle che sono palesemente offensive del nostro marchio. Sicuramente WordPress, oscurando l’intero blog, ha interpretato in senso allargato il nostro reclamo relativo alla rimozione dei soli commenti diffamanti, reclamo che, in buona fede, non abbiamo pensato di inviare a Lei, non avendo trovato i Suoi riferimenti, ma direttamente all’hoster. Con la speranza di averLe chiarito la nostra posizione, siamo certi che Lei si renderà conto del danno di immagine che ci è stato causato prima dai commenti contenuti nel Suo blog, e tutt’ora dalla campagna diffamante scatenatasi dalla errata interpretazione del provvedimento assunto da WordPress. Chiediamo quindi anche a Lei di attivarsi affinchè questa situazione rientri nei canoni di una normale e civile discussione in rete. In attesa di un Suo positivo riscontro, Le inviamo i nostri cordiali saluti. John Ashfield- </em><a style="color: #555599; text-decoration: none;" href="http://friendfeed.com/johnashfield"><em>John Ashfield</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mail lascia più di qualche dubbio. Prima di ogni altra cosa, la firma: di solito, per le comunicazioni ufficiali, si usa firmare la corrispondenza (sì, anche le email) con nome e cognome di un responsabile. Firmare con &#8220;John Ashfield&#8221; assegna a questa risposta un valore molto vicino allo zero, anche dal punto di vista legale.<br />
Secondo, i riferimenti per i contatti sul blog di Sybelle sono chiaramente visibile e quindi è molto facile trovarli. Checché ne dica il sig. John Ashfield (?).</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo, e queste sono perplessità solo mie: il seguente passaggio della mail &#8220;<em>siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore&#8221; </em>vuole significare che la campagna pubblicitaria è criticabile solo da chi abbia competenze tecniche e specifiche nell&#8217;ambito pubblicitario? Se fossi stata io e non Sybelle a scrivere un articolo di critica su quella pagina sarebbe stato quindi giusto attaccarmi perché non ho alcuna qualifica nel settore?<br />
E ancora: quale campagna diffamante? Nei vari blog si è solo ripreso il post originario di Sybelle e preso atto dell&#8217;oscuramento del suo post con le modalità che sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima curiosità: come si concilia quanto scritto sul sito di John Ashfield <a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Le nostre stoffe sono ancora prodotte artigianalmente in </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Irlanda</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> e </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Scozia</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> da chi non ha mai abbandonato l&#8217; uso dei vecchi telai</a></em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a>, con <a href="http://www.ciseonweb.it/ebusiness/visual/azienda.jsp?CF=CLLNDR52M03F097Z&amp;home=/ENG/ebusiness/searchpage.htm?search" target="_self">questo</a> &#8211; come si fa giustamente notare nella discussione in FriendFeed?</p>
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		<title>Egotismi vari ed eventuali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 19:44:57 +0000</pubDate>
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			</a>
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<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti peggiori dell&#8217;essere italiani è il retaggio del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni &#8217;50, quei ritratti dell&#8217;italietta del dopoguerra con il cummenda, il palazzinaro, la servetta e l&#8217;immancabile onorevole che appunto tutti erano tenuti a sapere chi fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe cose sono dure a morire. In tanti sembrano avere buone ragioni per salire su un piedistallo &#8211; anche se alto pochi centimetri &#8211; dal quale guardare chi sta più in basso. Basta diventare mediamente popolari per trasformarsi in una Vanda Osiris che scende la scala, nella convinzione radicata che popolarità significhi sempre importanza.<br />
Altro aspetto del fenomeno è lo strano birignao della prima persona plurale, a sottolineare l&#8217;appartenenza a una élite: noi artisti, noi giornalisti, noi guru. Insomma il caso classico della miss di provincia che si rivolge al suo pubblico cominciando ogni frase con &#8220;noi attrici&#8221;. O quello di un noto scrittore di romanzi gialli che dopo la pubblicazione del suo primo libro si atteggiava a maître à penser dell&#8217;intellighenzia italica, salvo poi dare in escandescenze ad ogni critica &#8211; legittima &#8211; appellandosi alla solita invidia che il prossimo dovrebbe provare nei suo confronti.<br />
O ancora, di chi, per dirla con parole di sordiana memoria, io so&#8217; io e voi non siete un cazzo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1256" title="4. gdp-spettac1-10" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/01/4.-gdp-spettac1-10.jpg" alt="4. gdp-spettac1-10" width="292" height="400" /><br />
Immagine da internet</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sarò fuori standard, ma trovo certi atteggiamenti imbarazzanti e vagamente comici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra lingua esistono parole che non vengono più usate spesso, ma che varrebbe la pena riscoprire, &#8220;sobrietà&#8221;, per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un valore per educande dei bei tempi andati, ma un modo di essere che dovrebbe essere trasmesso ed insegnato e che tanti dovrebbero fare proprio. È una parola che, guarda caso, fa rima con dignità e che si accompagna bene al senso della misura, alla concretezza della sostanza invece che alla forma. La sobrietà è quella che non ama i toni urlati, il presenzialismo esasperato, l&#8217;ostentazione forzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere sobri non significa essere modesti nel senso deleterio del termine, ossia essere sobri non corrisponde a essere falsamente modesti, la falsa modestia è un inganno alla fine. Non corrisponde nemmeno ad una certa ritrosia o, addirittura, a una certa povertà di spirito, come tanti sembrano ritenere. Conosco persone brillantissime, con belle teste pensanti, ma che sono ugualmente molto sobrie. Alcune di queste hanno un senso dell&#8217;umorismo fulminante e dissacrante ma non cedono a sbrodolamenti fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi fare un paragone, direi che la sobrietà si accomuna a un vecchio maglione di pura lana, magari un po&#8217; liso sui gomiti, ma sempre elegante, caldo, pieno di classe e che racconta qualcosa di chi lo indossa, senza mai gridarlo.</p>
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		<title>Come riconoscere un uomo vero da uno diversamente intelligente</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 16:18:09 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Vorrei fare i miei complimenti più sinceri all&#8217;autore di <a href="http://dauomo.com/perche-solo-uomini-veri/" target="_self">questo articolo</a>, non solo perché mi ha rivelato nuovi orizzonti sull&#8217;uso creativo della punteggiatura, ma soprattutto per essere arrivato a distillare in così poche righe la vera essenza dei limiti dell&#8217;intelletto umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiedo come riesca a distinguere un gay da un &#8220;uomo vero&#8221;. Sinceramente, sono curiosa. Non mi sono mai accorta ci fossero differenze sostanziali tra i due.  O forse non mi sono mai veramente posta il problema, non credo che essere &#8220;uomini&#8221; dipenda dal partner che si sceglie di avere nel letto. Ma mi rendo conto che questo è solo un problema mio.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1230" title="2982814010_fe1c053a27" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/12/2982814010_fe1c053a27.jpg" alt="2982814010_fe1c053a27" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/merwing/2982814010/sizes/m/" target="_self">merwing✿little dear</a></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Essendo una community, per soli uomini, preferiremmo evitare che individui gay, omosessuali, partecipassero alla vita della nostra rivista, perchè molto probabilmente non sarebbero in grado di comprendere il senso di ciò che viene presentato quotidianamente sul nostro sito&#8221;. </em>Se è per quello, vorrei rassicurare il direttore della rivista che nemmeno io, da donna, riesco a comprendere ciò che viene presentato sul suo sito, ed è tutto dire visto che vengono anche elargite perle di saggezza su &#8220;<em><a href="http://dauomo.com/2009/12/capire-se-una-donna-e-single/" target="_self">come capire se una donna è single</a></em>&#8221; e qualcosina a proposito potrei anche dirla. Ma tant&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Un merito a questa rivista però devo riconoscerlo: è utilissima nel caso si voglia veramente capire cosa siano volgarità, oscenità, maleducazione, mancanza di pudore, eleganza e buon gusto, rispetto per il prossimo, in poche parole tutto ciò che fa di una persona vera un persona a metà (ovviamente la metà che conta per gli uomini veri: quella dall&#8217;ombelico in giù).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Post scriptum</strong>: l&#8217;articolo linkato all&#8217;inizio di questo post è stato cancellato, probabilmente (o almeno, io lo spero) a seguito delle molte segnalazioni e dei molti commenti lasciati &#8211; e non pubblicati -. Ovviamente, la sostanza di quanto ho scritto non cambia.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/12/19/come-riconoscere-un-uomo-vero-da-uno-diversamente-intelligente/" target="_blank"><img src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/12/19/come-riconoscere-un-uomo-vero-da-uno-diversamente-intelligente/" target="_blank" title="Share on Facebook">Share on Facebook</a></p>

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		<title>Rete libera tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 22:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dicono che  la rete così non va bene. Fa da cassa di risonanza ai facinorosi, dà voce a chi istiga all&#8217;odio, più altre varie ed eventuali sul tema. Bisogna limitarla, oscurarla, filtrarla. A me pare che molti non capiscano una cosa: la rete non è un &#8220;ambiente&#8221;, non ci sono porte da chiudere o cancelli [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Dicono che  la rete così non va bene. Fa da cassa di risonanza ai facinorosi, dà voce a chi istiga all&#8217;odio, più altre varie ed eventuali sul tema. Bisogna limitarla, oscurarla, filtrarla.</p>
<p style="text-align: justify;">A me pare che molti non capiscano una cosa: la rete non è un &#8220;ambiente&#8221;, non ci sono porte da chiudere o cancelli da serrare, o almeno, non nel modo che tanti pensano. La rete è in realtà un nuovo alfabeto.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è sempre qualcuno pronto a limitare il diritto altrui di saper leggere e scrivere. Dovremmo esserci avvezzi qui in Italia, è così da sempre. Chi crede che l&#8217;accesso alla rete vada limitato non è molto diverso da chi un secolo fa riteneva che non ci fosse alcun bisogno che il volgo sapesse leggere e scrivere. A che serviva in fondo?<br />
C&#8217;era tutta una serie di personaggi che si occupava di dire cosa fare e come farlo, dal padrone della terra che si zappava a quello della filanda dove si lavora dodici ore al giorno, dal prete al sindaco.</p>
<p style="text-align: justify;">Una attenzione molto italica quella per le idee del suo popolo. Una cura che ha portato come risultato il fatto di avere negli anni &#8217;60, gli anni del boom economico, dell&#8217;industrializzazione, un maestro Manzi che insegnava agli adulti analfabeti in tv. Quarant&#8217;anni fa, non nel diciannovesimo secolo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1221" title="2446173085_01cef607ce" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/12/2446173085_01cef607ce.jpg" alt="2446173085_01cef607ce" width="500" height="362" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/_skylark_/2446173085/sizes/m/" target="_blank">Flòra</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ora si parla di limitare l&#8217;uso della rete, di &#8220;regolamentarlo&#8221;. Un po&#8217; come dire nell&#8217;ottica contemporanea: &#8220;insegniamo a leggere solo da qui a lì, e non di più&#8221;. Oppure: &#8220;scrivere sì, ma solo alcune cose e non altre ché poi la gente legge e la scrittura  serve da cassa di risonanza per le idee balzane&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poco da girarci intorno: avere una rete libera significa oggi avere i mezzi per leggere e per scrivere; significa essere in grado di far sentire la propria voce, di dissentire, di verificare le notizie, di ricorrere direttamente alle fonti di informazione. Significa poter scegliere e non doversi accontentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un paese che cerchi di limitare l&#8217;uso di questo nuovo alfabeto è un paese destinato ad arrancare e a perdere un mondo di opportunità, sia nel breve che nel medio e lungo termine.</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, molti scrivono cazzate, le urlano ai microfoni, ma mica per questo bisogna chiudere le tipografie e le emittenti televisive. Gli stadi sono pieni di violenza e di istigatori d&#8217;odio, eppure si continua a giocare a calcio.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a volerla guardare da lontano questa storia della censura, non riesco  a fare a meno di pensare come questi siano i tentativi da parte di un paese conservatore &#8211; non solo in senso strettamente politico &#8211; di resistere al nuovo che non soltanto avanza, ma che fa già parte della vita quotidiana di tante persone. Non si tratta più di una attività a parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non occorre essere particolarmente lungimiranti per comprendere che tornare indietro a vent&#8217;anni fa non si può e non si deve.</p>
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		<title>Fare la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 05:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[3 ottobre 2009]]></category>
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		<description><![CDATA[“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 19 Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo [...]


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<h4 style="text-align: justify;"><em>“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”</em></h4>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn">Dichiarazione Universale dei Diritti Umani</a>, art. 19</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo dei primi anni &#8217;70, in bianco e nero come la tv dell&#8217;epoca.<br />
In terza elementare, nel &#8217;75,  arrivò una nuova maestra e il mio piccolo mondo si aprì a  Sciascia, Calvino, Brecht, Levi, Gandhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio libro di lettura non conteneva filastrocche o favole. Parlava di mafia, di lavoro minorile, di inquinamento, della guerra in Mozambico. Un&#8217;altra cosa che la maestra introdusse fu il giornalino di classe, anzi, i giornalini. Ce n&#8217;erano cinque, uno per ogni gruppo in cui eravamo divisi, e un&#8217;edizione speciale che raccoglieva il meglio di tutti due volte l&#8217;anno. Il sabato ci esibivamo in un &#8220;telegiornale dal vivo&#8221;: leggevamo gli articoli scritti durante la settimana con il commento degli inviati speciali. Si organizzavano interviste da raccogliere con il magnetofono (una bella parola desueta) tra gli abitanti del mio paesello di mare, suonando ai campanelli, entrando nei negozi, fermando i passanti. Gli argomenti erano quelli di sempre: l&#8217;inquinamento, la pace, la lotta al razzismo &#8211; nei confronti allora di chi proveniva da altre regioni d&#8217;Italia -.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa fu la mia scuola. Mi insegnò la  libertà.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1071" title="logo" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/10/logo.jpg" alt="logo" width="375" height="282" /></p>
<p style="text-align: justify;">La libertà necessita di essere insegnata. Non nasciamo con la predisposizione ad essere liberi, quasi fosse una caratteristica fissata nel DNA. Se si dà per diritto acquisito e immutabile nel tempo,quello di essere liberi, si corre il rischio di non riconoscere quando si comincia a non esserlo più o ad esserlo meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi a Roma manifesterò perché stampa ed informazione di questo paese possano tornare ad essere quello che dovrebbero essere:  pluraliste, giuste, più libere e legittimate a svolgere la funzione che hanno in tutti i paesi democratici. Manifesterò prima di tutto come cittadina italiana, poi come blogger/utente che usa la rete per scriverci sopra. Non sono giornalista, non sono pubblicista, ma riconosco l&#8217;anomalia pericolosa che stiamo vivendo.<br />
Non sono solo &#8220;rogne tra giornalisti&#8221; come ho sentito dire, che pure ci sono ma che non m&#8217;interessano e non m&#8217;interessa chi cerca di svicolare l&#8217;attenzione e sminuire l&#8217;importanza di una manifestazione come quella di oggi con le battute del genere &#8220;sono come le zoccole che manifestano a favore della verginità&#8221;. Chi lo dice non può che essere in malafede sapendo di esserlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono egoista: manifesto per il mio diritto a non vivere in un paese di fatto imbavagliato, dove c&#8217;è chi deve rendere conto del suo operato e non lo fa, dove i giornali non si chiudono ma si denunciano, i giornalisti si licenziano, dove si minaccia di togliere la tutela legale ai pochissimi che fanno ancora giornalismo d&#8217;inchiesta serio, dove, se non hai la possibilità di informarti altrove, la tv per lo più ti fa credere che tutto va bene madama la marchesa. Dove ogni tre per due provano a far passare leggi per imbavagliare l&#8217;unico canale di espressione e di diffusione delle notizie ancora veramente libero: internet. <a href="http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/liberta-stampa-2/berlusconi-costituzione/berlusconi-costituzione.html#" target="_self">Dove si sta pianificando per modificare l&#8217;art. 21 della Costituzione</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo avevo già scritto nel <a href="http://www.diariosemistupido.it/2009/07/14/oggi-alzo-la-voce-e-non-sciopero-contro-il-decreto-alfano/" target="_self">post contro il decreto Alfano</a>: si sta giocando con uno dei capisaldi che fanno di un paese un paese democratico. C&#8217;è chi dice che la manifestazione di Roma nulla abbia che vedere con la libertà di stampa, che è solo politica, come se questo fosse una ragione per diminuirne valore e valenza. Certo che lo è, ma non nel modo che si vorrebbe lasciare intendere. Il significato di una manifestazione come questa è profondamente politico, ma in modo trasversale. Dovrebbe far capire che il problema riguarda tutti, che non si tratta solo dei nostri panni sporchi, ma di una questione molto più ampia che da mesi sta interessando anche gli <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-30/rassegna-1ottobre/rassegna-1ottobre.html" target="_self">organi di informazione esteri</a>, che per molti versi sono diventati il termometro del profondo malessere che stiamo vivendo qui. Per fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà una giornata importante.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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