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	<title>Diario Semistupido &#187; Web</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 08:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l&#8217;idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L&#8217;idea inculcata per una settantina d&#8217;anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l&#8217;idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L&#8217;idea inculcata per una settantina d&#8217;anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In senso lato e filosofico, certo, ma anche nelle sue manifestazioni più pratiche e quotidiane: la libera espressione delle opinioni personali, il poterne discutere, poterle trasmettere. E che, proprio a garanzia di certi diritti ci fosse la Costituzione, granitico baluardo di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è più così da diverso tempo e lo shock è ancora duro da digerire.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni si sono ripetuti i tentativi per far sì che la diffusione delle idee fosse meno libera e più controllata. Tentativi a volte sbandierati, più spesso subdoli e mascherati d&#8217;altro. Sforzi ed energie tesi a contrastare la forza di comunicazione della rete, la sua energia propulsiva.<br />
L&#8217;insistenza martellante, la pervicacia gretta con la quale certi disegni di legge vengono proposti e riproposti, bloccati, e poi riproposti ancora, ritoccati, a firma di politici diversi, ma invariati nella sostanza, mi preoccupano molto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog. È un blog personale, manco importante, ma è e rimane il mio spazio di condivisione delle idee. Non scriverei più con lo stesso spirito se l&#8217;ennesimo rilancio in questi ultimi giorni di una legge bavaglio andasse a buon fine. Sarei più circospetta e cauta, applicherei sicuramente un qualche tipo di censura a certi miei post. In poche parole, sarei molto meno libera.<br />
Anche i piccoli blog personali possono fare la differenza. Pensavo, ieri sera, a quello aperto a suo tempo dalla mamma di Federico Aldrovandi: che fine avrebbe fatto se ci fosse stata allora una legge come quella che si intende promulgare oggi? Che epilogo avrebbe avuto quella vicenda? E tutti i piccoli blog che segnalano disservizi, quotidiane ingiustizie, piccole e grandi vessazioni che fine farebbero? Non sarebbero i loro gestori intimoriti almeno quanto me dalle modalità di intervento della legge e dalle sanzioni, pesantissime, che ne deriverebbero? Così si ammazzano i blog e le idee insieme a loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la mobilitazione di oggi sia (dovrebbe essere) un fatto rilevante. A maggior ragione viste le vicissitudini politiche delle ultime settimane e il filo del rasoio sul quale questo Paese sta avanzando: la bestia ferita e braccata è sempre quella più feroce e pericolosa. Un pensiero vorrei dedicarlo anche alle varie categorie di puntacazzisti e benaltristi, quelli che &#8220;i veri problemi sono altri&#8221;, quelli che, non senza una certa spocchia, decidono che &#8220;l&#8217;indignazione è automatica&#8221;: se pure fosse questo il caso, e io non credo lo sia, preferirei cento volte un automatismo all&#8217;ignavia che molti dimostrano di questi tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui di seguito, nel dettaglio, alcuni punti esplicativi sul Comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, quello appositamente inserito per silenziare i blog (grazie a Valigiablu. <a href="http://www.valigiablu.it/doc/540/comma-ammazza-blog-un-post-a-rete-unificata.htm?ref=HREC1-1" target="_blank">Qui i link di altri post e iniziative sull&#8217;argomento</a>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è la rettifica? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono soggetti a rettifica anche i commenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica</p>
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		<title>Ho cambiato abito al blog (con tanto di chiosa)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione. Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione.<br />
Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere, che parlasse di me, soprattutto. Così, dopo molte ore impiegate e parecchio impegno profuso, avevo tirato fuori un tema dall&#8217;aria ruspante e casalinga.</p>
<p>Già da un po,&#8217; però, desideravo qualcosa di diverso. Avevo voglia di pulizia, colore e leggerezza, senza la freddezza e le squadrature dei temi commerciali. Cercando cercando, ho trovato <a href="http://www.llow.it/hybridside/" target="_blank">Hybridside</a> che è proprio quello che volevo. È il prodotto della creatività di un giovane designer che non solo ha messo insieme tema pulito e molto elegante, ma lo ha donato al mondo tramite una licenza<a href="http://www.gnu.org/licenses/gpl.html" target="_blank"> GNU GPLv3</a>, così che ognuno possa modificarlo, trasformalo, adattarlo alle proprie esigenze. Esattamente come ho fatto io.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2750" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/06/21/ho-cambiato-abito-al-blog-con-tanto-di-chiosa/3421327165_ddbf65fec7/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2750" title="3421327165_ddbf65fec7" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/06/3421327165_ddbf65fec7.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/giuli-o/3421327165/" target="_blank">Giuli-O</a></p>
<p>In realtà, la presentazione del nuovo tema del mio blog voleva solo essere una (quasi) scusa per un&#8217;ulteriore riflessione, ossia su come la rete viva della generosità di tanti suoi abitanti. È uno degli aspetti che apprezzo di più: il fare qualcosa per la gioia di fare e metterlo poi a disposizione degli altri gratuitamente. La condivisione come scelta libera.<br />
Scelta e non obbligo. Scelta da non usare come pretesto per arraffare senza crediti e riconoscimenti, come invece era solito fare quel politico showman che, impegnato sul fronte della difesa dei diritti d&#8217;autore delle trasmissioni televisive condivise in rete, non si faceva a sua volta scrupolo di usarla, la rete, per attingere a piene mani tra le opere altrui senza nemmeno citare autori e fonti. O come accade in certe testate giornalistiche online, dove i redattori e gli articolisti sembrano fin troppo spesso del tutto incapaci di inserire link o attribuzioni ai materiali che usano facendo finta di non sapere che tali materiali &#8211; foto, filmati, testi &#8211; un proprietario ce l&#8217;hanno.<br />
Ma dicevo della scelta che molti considerano quasi un obbligo, ovvero come se il solo fatto di operare in internet &#8211; a vari titoli &#8211; stesse a significare che tutto dev&#8217;essere fatto in cambio di niente  e senza aver diritto a un riconoscimento, economico o altro. Non è poi tanto sottile la differenza tra voler regalare e la pretesa che qualcosa venga regalato per forza, eppure tanti confondono le due cose.</p>
<p>Per questa ragione ci tengo ad attribuire la proprietà intellettuale e i giusti riconoscimenti a chi, per generosità o per puro spirito &#8220;sociale&#8221;, decide di mettere le sue opere a disposizione di tutti, magari con una licenza <a href="http://www.creativecommons.it/" target="_blank">Creative Commons</a> (come ha fatto il grafico che ha disegnato l&#8217;immagine dalla quale ho ricavato lo sfondo del blog) o GNU GPLv3 come in questo caso. È una piccola cosa, non costa nulla ed è importante perché consente alla rete di continuare ad essere quello che è: un grande deposito della creatività e dell&#8217;intelletto umani che fluiscono liberamente . Liberi, sì, ma non figli di nessuno.</p>
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		<title>Caro Friendfeed, volevo dirti&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 18:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Caro Friendfeed, &#160; per celebrare il nostro terzo anniversario &#8211;  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete &#8211; ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">Caro Friendfeed,</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">
<p>per celebrare il nostro terzo anniversario &#8211;  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete &#8211; ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?</p>
<p>Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.<br />
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.<br />
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?<br />
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti &#8211; pochi &#8211; che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  <a title="Cin Cin 2.0" href="http://www.youtube.com/watch?v=jz1o9z7hBno" target="_blank">cin-cin 2.0</a> o quello per il <a title="FF Towel Day" href="http://www.youtube.com/watch?v=DX5Zj8n0jeY" target="_blank">Towel Day</a>), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.<br />
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.</p>
<p>Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?<br />
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?<br />
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.<br />
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?</p>
<p>Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.<br />
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?<br />
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?</p>
<p>Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?<br />
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.<br />
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.<br />
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.<br />
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.<br />
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.</p>
<p>Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.</p>
<p>Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.<br />
Buon anniversario, con immutato affetto.</p>
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		<title>Il caso di Paola Caruso e i miei sassolini nelle scarpe</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 19:33:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[16 novembre 2010 Negli ultimi giorni, la rete, o almeno quella parte di rete che anch’io abito, si è mobilitata attorno al caso di Paola Caruso. Paola, giornalista precaria al Corriere della Sera, sabato scorso ha cominciato uno sciopero della fame (e della sete, abbandonato però in un secondo momento) per protestare e richiamare l’attenzione
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			<content:encoded><![CDATA[<div>16 novembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni, la rete, o almeno quella parte di rete che anch’io abito, si è mobilitata attorno al caso di <a href="http://paolacars.tumblr.com/" target="_self">Paola Caruso</a>. Paola, giornalista precaria al Corriere della Sera, sabato scorso ha cominciato uno sciopero della fame (e della sete, abbandonato però in un secondo momento) per protestare e richiamare l’attenzione sul suo caso specifico di professionista sostituita dopo sette anni di contratti a tempo determinato e sulle condizioni dei precari in Italia, più in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono queste quel genere di battaglie nelle quali mi sono sempre buttata con entusiasmo e molto ottimismo, rispondendo a quello spirito di pasionaria che mi ritrovo e che non accenna a diminuire nonostante l’età. Ma non questa volta. Questa volta, mi sono limitata ad osservare, a leggere i messaggi sui vari social network &#8211; Twitter e Facebook in primis &#8211; leggere le interminabili discussioni, i commenti, le polemiche, senza intervenire a mia volta (cosa che mi è anche costata un po’ di fatica, lo ammetto).<br />
Non è per Paola, &nbsp;della quale rispetto le scelte, pur non condividendole e comprendo il senso di delusione e scoramento, ma per tutto il cucuzzaro che si è scatenato attorno alla &nbsp;sua storia. Effetto cercato, ovviamente, ma che ha messo in luce alcuni degli aspetti che mi piacciono meno dell’interazione in rete e con questo post intenderei proprio raccogliere alcune mie impressioni di questi ultimi giorni circa persone, personaggi e loro reazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è tanto agli amici di Paola che mi riferisco, genuinamente interessati al suo stato di salute e alle sue vicende umane e professionali, o a quelli che in buona fede hanno pensato di appoggiare la sua causa per simpatia e per spirito di giustizia, ma a quanti hanno cavalcato l’onda sollevata per opportunismo, per ritorno di visibilità, per farsi portabandiera di una battaglia che fino a due o tre giorni fa non si erano mai dati la pena di combattere. Per quegli scopi che io chiamo “politici della personalità”.<br />
Ho letto molto nelle ultime ore; tra le altre cose, alcuni post che ho trovato particolarmente offensivi. Secondo qualcuno la voglia di conoscere la vicenda con maggiore precisione o il fatto di porre domande &#8211; del tutto legittime &#8211; sui fatti &nbsp;è equivalso ad essere sostenitori dello sfruttamento del lavoro altrui, biechi schiavisti e succhiatori di risorse umane, se non addirittura dei <a href="http://www.webeconoscenza.net" target="_self">novelli Berlusconi</a>, con tanto di moraletta finale “<i>Non linko, non linko, cercate in rete i distinguo su Paolo Caruso, perchè sono gli stessi che stanno immobilizzando la società, la sinistra, e consegnando altri vent’anni a Berlusconi. Fanno come il PD: Mentre il popolo viola va in piazza, loro stanno a casa a scrivere sul blog</i>”.<br />
Abbastanza strano visto che tutto il clangore provocato dalla protesta è risuonato solo sui blog e scarsissime tracce ha lasciato altrove. Inutile dire che, anche a causa di post come quello sopra, il tutto si è trasformato in una lotta personale tra due schieramenti, che nulla ha a che fare con la difesa dei diritti dei lavoratori.<br />
Perché è proprio questo il punto: troppo facile condurre battaglie di questo tipo, &nbsp;che sono serie e importanti perché coinvolgono la vita &#8211; reale &#8211; della persone, a colpi di badge personalizzati e slogan sui social network. Troppo facile, e fuori luogo, farne un discorso destra/sinistra che era sbagliato e in mala fede fin dai suoi presupposti.<br />
Mi sono sentita profondamente offesa da chi ha scritto su Friendfeed che mai nessuno prima di Paola ha mai fatto veramente qualcosa per i precari e contro il lavoro precario, proprio come se la soluzione a una questione tanto spinosa avesse dovuto rivelarsi in questi ultimi quattro giorni e come se tutti quelli, tantissimi, che si sono battuti e che si battono ogni giorno da anni per i diritti dei precari, magari senza esserlo, fossero stati degli sciocchi, inutili perditempo. Gli stessi che da sempre &nbsp;protestano, manifestano, scioperano, rimettendoci il loro stipendio, di sicuro nemmeno tanto grasso, a fine mese e rischiando ogni volta, visti i tempi e al di fuori di ogni retorica, di tornarsene a casa con la testa rotta a manganellate.<br />
Ho sempre avuto l’idea che le battaglie contino sul serio quando è difficile buttarcisi dentro, quando ti impongono scrupoli di coscienza, quando richiedono costanza e vengono combattute per tutti allo stesso modo, ieri come oggi e come ancora domani. È il sacrificio che dà valore aggiunto, per quanto piccolo possa essere. Mi ricordo quando un giornalista autorevole come Alessandro Gilioli promosse uno sciopero dei blog contro l’allora decreto Alfano: non aderii allo sciopero perché ritenevo che scriverne sul mio blog personale non solo sarebbe stato più efficace, ma soprattutto perché mantenere il silenzio, quel determinato giorno, sarebbe stato per me molto meno impegnativo che mettermi a pensare a cosa scrivere, cercare di scriverlo bene e infine pubblicarlo. Se lo sciopero non costa, non è uno sciopero, ma una vacanza e analogamente se la protesta non ti costringe a fermarti e a fare quelle domande dettate dalla normale onestà intellettuale, non è una protesta ma un evento social, con buona pace di chi crede che le reazioni istintive, in special modo nell’era di internet, siano indice di maggiore libertà di espressione e <a href="http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2010/11/16/ecco-io-per-esempio-qualche-considerazione-a-margine-del-caso-caruso-e-dei-blog/" target="_self">portatrici di minori “obblighi morali” nei confronti dei lettori</a>.<br />
E pur presupponendo un linguaggio diverso da quello che le generazioni precedenti hanno impiegato fino a qui per rivendicare i loro diritti, ossia quello proprio del web, fatto di gruppi su Facebook, retwit, blogging e reblogging, mi chiedo: è possibile che la questione del precariato in Italia abbia meritato tutta questa attenzione solo grazie al gesto di Paola Caruso? Com’è possibile che molti di quegli utenti che fino a venerdì scorso avevo visto spesso gettare fango su chi lotta per la difesa del proprio e dell’altrui lavoro si siano trovati improvvisamente così tanto coinvolti “di pancia” nella vicenda di Paola Caruso, fino al punto di assurgerla a simbolo della speranza dei tanti precari?<br />
C’è qualcosa che stona in tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche parola vorrei anche spenderla a proposito del metodo scelto da Paola per condurre la &nbsp;sua protesta. Ho scritto sopra che, pur rispettando le sue scelte personali, non condivido l’uso della sciopero della fame come “strumento” di lotta tout court. Sarà perché la prima volta che sentii parlare di “sciopero della fame” si trattava di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bobby_Sands" target="_self">Bobby Sands</a> e dei suoi compagni combattenti:&nbsp;ben altra storia, ben altre proteste, e mi è rimasto ben impresso fin da allora il senso di quanto grave ed estrema debba essere questa scelta e di quanto pesante sia il suo carico simbolico. Molto simile a quello di chi si dà fuoco sulla pubblica piazza, per esempio, o di chi si lascia morire in carcere perché non ha alcun’altra alternativa possibile di lotta.<br />
C’è inoltre l’aspetto sollevato da Alessandro Di Nicola su Friendfeed, ossia sul carattere profondamente ricattatorio dello sciopero della fame. Dice Alessandro (copio direttamente da Friendfeed un suo intervento): “<i>Non mi piacciono i ricatti morali e ho sempre criticato l&#8217;adozione dello sciopero della fame come strumento che, appunto, diviene ricattatorio nel momento stesso in cui fa diventare, con un forte automatismo, ogni questione una questione di vita o di morte, rendendo emotivamente indiscutibili gli assunti della scelta dello sciopero stesso</i>”. Niente di più vero, ne sono dimostrazione pratica, tra gli altri, i post che ho indicato sopra: chi ha osato fare domande è stato tacciato, nel migliore dei casi, di trombonismo narcisistico malato di potere, senza compiere quell’ulteriore, indispensabile passo per cercare (almeno) di comprendere che le prese di posizione valgono di più se accompagnate da chiarezza e verifica dei fatti.</p>
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		<title>Sediziosi da salotto</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 08:30:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri sera non ho seguito Roberto Saviano a Vieni via con me, non mi andava proprio di guardarlo Vieni via con me; non so nemmeno se cercherò di recuperarlo online, Vieni via con me. Ieri&#160; sera ho preferito un telefilm sul mio portatile, ascoltare John Coltrane e parlare online con l&#8217;uomo del quale sono innamorata.
Nessun post simile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ieri sera non ho seguito Roberto Saviano a <em>Vieni via con me</em>, non mi andava proprio di guardarlo <em>Vieni via con me</em>; non so nemmeno se cercherò di recuperarlo online, <em>Vieni via con me</em>.<br />
Ieri&nbsp; sera ho preferito un telefilm sul mio portatile, ascoltare John Coltrane e parlare online con l&#8217;uomo del quale sono innamorata.<br />
Ieri sera tantissimi hanno acceso la tv su Rai3 e si sono sentiti migliori, più responsabili e impegnati perché guardavano <em>Vieni via con me</em>. Hanno inviato messaggi su Twitter, ripreso le frasette ad effetto, commentato, magari anche discusso e il tutto sentendosi compiaciuti per aver preso una posizione precisa e netta di resistenza civile. Non lo diresti che sono gli stessi che mai, in vita loro, hanno alzato il culo dalla sedia per scendere in piazza, o rinunciato a un&#8217;ora di stipendio per scioperare a difesa dei diritti altrui, che non hanno mai gridato e fatto sentire la loro voce, raccolto firme, preso una qualunque iniziativa per dissentire. Sono quelli che, anzi, non sopportano nemmeno tanto quando scioperano o protestano gli altri, i pezzenti che bloccano il traffico e che ingorgano le piazze e gli incroci coi loro cortei. Sono quelli che stanno&nbsp; sempre attenti, che non si espongono mai in prima persona, che seguono la corrente, ma che un giudizio di cuore non lo esprimono mai, che cercano sempre i &#8220;se&#8221; e i &#8220;ma&#8221; e che non perdono occasione per farti sapere che &#8220;tanto non serve a niente&#8221;, guardandoti con vago compatimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono quelli che sono anche blogger, che scrivono di tutto e di più ma che mai hanno speso una parola di umana comprensione e solidarietà, mettendoci nome e faccia.<br />
Però guardano Saviano e Benigni la sera, andandosene poi a dormire soddisfatti, rimandando la loro sedizione da salotto alla prossima puntata.</p>
<p>Nessun post simile</p>]]></content:encoded>
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		<title>Pensieri sparsi su scrittura e scrittori (aspiranti)</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Oct 2010 07:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p id="internal-source-marker_0.6122297249713846" style="text-align: center;">&#8220;Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?&#8221;(*)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Di recente ho detto a un Aspirante Scrittore Esordiente (dove “scrittore” sta per “persona  che viene pagata per scrivere libri”) che se gli editori snobbano suoi  manoscritti è perché questi non vengono considerati adatti ad essere  pubblicati. Gli ho anche detto che le case editrici serie quando  riconoscono, tra l’ammasso di materiale che ricevono, uno scritto idoneo  a diventare un loro prodotto, sono più che pronte ad investirci tempo e  denaro. Non è il caso di quelle che chiedono, loro, soldi perché un  libro venga pubblicato (e sto parlando di somme piuttosto ingenti).<br />
Ho  dovuto per forza però accennare anche all’altra faccia della medaglia,  ossia che non tutto quanto viene dato alle stampe e venduto sugli  scaffali &#8211; reali o virtuali &#8211; delle librerie offre contenuti di qualità,  anzi. Può succedere che si arrivi alla pubblicazione per pura fortuna, o  in virtù di contatti e conoscenze, cioè che anche nell’editoria le cose  funzionano come di &nbsp;solito funzionano in Italia, ossia all’italiana,  dove la pratica degli “amici degli amici” non è solo diffusa a livello  capillare, ma anche socialmente accettata. Il resto viene lasciato  all’onestà intellettuale dell’autore: c’è chi ce l’ha e chi no.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi  sono sempre tenuta a debita distanza dagli amici Aspiranti Scrittori  Esordienti che mi chiedevano un giudizio, in quanto lettrice, sulle loro  opere, magari pubblicate a pagamento e dopo vari affanni. Sono caduta  nella trappola una volta e mi sono trovata in grande difficoltà perché  il libro, regalatomi dagli autori con dedica, non era questo granché.  Avrei voluto essere onesta fino in fondo e dire loro cosa effettivamente  ne pensassi, ma mi sono mancati cuore e coraggio. Non tanto perché ero a conoscenza della passione che ci avevano messo, delle speranze e  della fatica che quel libro era costato, ma &nbsp;perché sicura che non  l’avrebbero preso per niente bene il mio giudizio spassionato.<br />
È  una specie di processo automatico con gli amici Aspiranti Scrittori Esordienti:&nbsp;  loro che ti chiedono in buona fede una critica, &nbsp;anche spietata, e tu  dall’altra parte che ne offri una inconsciamente edulcorata per non  ferirli.<br />
Così evito per vigliaccheria.<br />
Il che significa che i loro libri li leggo pure, ma coi miei tempi e i miei modi, e non glielo dico.</p>
<p style="text-align: justify;">Un  capitolo a parte meritano gli Aspiranti Scrittori Esordienti e Molesti.  Con questi sono dolori o, meglio, sono bolle (d&#8217;orticaria).<br />
Intendiamoci,  non c&#8217;è nulla di male nel voler promuovere quello che si scrive, ma  farlo con la sicurezza di aver compilato Il Capolavoro della letteratura  italiana, questo mi da il mal di pancia, oltre alle bolle.<br />
Si  creano gruppi di ASEM entusiasti che parlano dei loro libri,  recensiscono i loro libri, distribuiscono ad &nbsp;amici e conoscenti i loro  libri, creando conventicole che sono più dei gruppi di supporter che  lettori chiamati ad esprimere un giudizio sincero su opere prime (o  seconde). Come se questo non bastasse, si sentono autorizzati allo spam  più bieco per pubblicizzare la loro creatura. Diventano utenti attivi in ogni social network esistente per crearsi contatti,  mandano mail e inviti ad eventi farlocchi, e si arrabbiano quando dici  loro che il libro non ti interessa. Sono queste reazioni così scomposte  che me li fanno diventare antipatici, più che altro. Così, grazie no,  del vostro libro ne faccio volentieri a meno &nbsp;- anche perché non mi  basterebbe un’altra vita per leggere tutto quello che vorrei &#8211; e se  davvero fosse il prossimo capolavoro della letteratura italiana,  pazienza, vorrà dire che metterò in coda anche quello.</p>
<p style="text-align: justify;">Non  fraintendetemi però, non sono una killer di sogni altrui, anzi, sognando ancora  molto ad occhi aperti io stessa, credo fermamente siano i primi  fondamentali passi per ottenere quello che si desidera nella vita.<br />
A  proposito, ricordo con molto piacere una conferenza tenuta da Cristiano  Cavina, scrittore (vero e molto amato dai giovani) mio conterraneo, a  una platea di adolescenti. Perché al di là di ogni aspirazione  adolescenziale, l’importante è tener duro e non rinunciare ai propri  sogni, anche per chi desidera diventare un Aspirante Scrittore  Esordiente. È un bel messaggio a quell’età, un invito a non omologarsi, a  credere alle passioni, coltivarle e a impegnarsi per metterle in  pratica, nonostante tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla  fine, al mio Aspirante Scrittore Esordiente ho suggerito di aprire un  blog. Non equivale a scrivere un libro e non è come avere un libro  pubblicato, ma è un buon modo per “uscire allo scoperto” e porsi  nell’ottica del confronto con un pubblico di lettori. Insomma, è un buon  esercizio per imparare ad assorbire le critiche, soprattutto quelle  feroci, e per fare esercizio di scrittura e di onestà. A me, da non  scrittrice né da aspirante, il blog ha insegnato il piacere della  condivisione e della disciplina. Non è affatto poco, molto più di quanto  tanti pennivendoli siano disposti ad ammettere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h5 style="text-align: justify;">(*)  La frase fa parte del post di un amico, che ringrazio per il prestito: “L&#8217;imbarazzo di  ascoltare amiche che leggono le loro poesie e s&#8217;aspettano un commento.  Versi ovviamente bruttissimi (mix di cantautorato d&#8217;annata e floreale  regressione infantile). Più che altro mi chiedo: gente colta, letture  non sparute, io non ipertrofico (almeno in apparenza). Perché pensano  che esprimersi sia più importante di avere pudore?”.</h5>
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		<title>Pesi e misure</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 18:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Considero Facebook la cartina al tornasole di quanto succede nella testa di molti italiani. Non è tanto per le pagine e i gruppi che vengono aperti tutti i giorni sugli argomenti più disparati, ma per ciò che molti scrivono sulle loro bacheche in occasione di particolari fatti di cronaca nera e non. Non posso fare
Nessun post simile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Considero Facebook la cartina al tornasole di quanto succede nella testa di molti italiani.<br />
Non è tanto per le pagine e i gruppi che vengono aperti tutti i giorni sugli argomenti più disparati, ma per ciò che molti scrivono sulle loro bacheche in occasione di particolari fatti di cronaca nera e non.</p>
<p>Non posso fare a meno di notare come molti di quelli che tanto si battono per la Vita, che per loro ha valore assoluto e indiscutibile, siano i primi a parlare di “rogo”, di “di corde” e altre facezie del genere. Poco importa se ci tengono a sottolineare “solo per certi crimini, però”. Quelli che si definiscono cristiani, cattolici, timorati del loro dio, che vanno a messa tutte le settimane, che sono contro la procreazione assistita &#8211; scelta che nessuno vuole imporre loro -, che sono contro il diritto di ognuno di scegliere come morire &#8211; altra scelta che nessuno vuole imporre loro -, si rivelino poi persecutori di un’idea di giustizia sommaria che dovrebbe essere lontana anni luce dalla religione che professano. E lo scrivono su Facebook, non so dire se in un gesto liberatorio o per puro amore di condivisione, esprimendo concetti che mi preoccuperebbero non poco se scoprissi il mio vicino di casa fare parte di certe compagnie.</p>
<div style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2101" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/10/09/pesi-e-misure/3753699599_e0a709de70/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2101" title="3753699599_e0a709de70" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/10/3753699599_e0a709de70.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a></div>
<div style="text-align: center;">
<p>Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/snapies/3753699599/sizes/m/" target="_self">Snapies ~ busy bee!</a></p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiedo se si rendano conto, o se in qualche modo si sentano giustificati dal loro personale senso di giustizia. Pesi e misure differenti, infatti, cosicché la morte giusta è solo quella inflitta per vendetta, non quella desiderata e liberamente scelta dai malati terminali, con buona pace del libero arbitrio e della dignità che ad ogni essere umano dovrebbe essere concesso di avere; e la vita da difendere è solo quella di un ammasso di cellule non più grande di una capocchia di spillo, secondo loro. E il senso di umana pietas? La misericordia? L’amore per il prossimo?</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che mi sconvolge di più, però, sono le foto dei loro profili. Ti immagineresti gente dai lineamenti tirati, occhi iniettati di sangue, smorfie di rabbia e invece vedi sorridenti signore di mezza età dalla piega perfetta, trentenni soddisfatti ai compleanni dei figli, teenagers simpatici in jeans a vita bassa e scarpe da tennis. Il volto brutto della normalità, insomma.</p>
</div>
<p>Nessun post simile</p>]]></content:encoded>
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		<title>Parole insopportabili</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2010 16:36:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sono resa conto di come sempre più parole mi gettano in uno stato di profonda irritazione e avversione per chi le usa a vanvera o a sproposito, a seconda dei casi. Alcune mi sono diventate talmente antipatiche che istintivamente tendo a ritirarmi dalle discussioni con chi ne fa uso, preferendo lasciar perdere anziché raccogliere
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi sono resa conto di come sempre più parole mi gettano in uno stato di profonda irritazione e avversione per chi le usa a vanvera o a sproposito, a seconda dei casi. Alcune mi sono diventate talmente antipatiche che istintivamente tendo a ritirarmi dalle discussioni con chi ne fa uso, preferendo lasciar perdere anziché raccogliere sfide dialettiche inutili. Quando invece certe parole mi capita di leggerle (o più raramente di sentirle) su testate giornalistiche accreditate, ringrazio mentalmente, e per l&#8217;ennesima volta, internet che mi dà la possibilità di trovare fonti alternative d&#8217;informazione, soprattutto non in italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima, che trovo particolarmente indigesta è <em>moralismo</em>. Viene usata di solito da quelli che cercano di convincerti che chi agisce secondo suoi principi, del tutto personali e insindacabili, siano in qualche modo sbagliati, antichi, moralisti per l&#8217;appunto. La cosa buffa è che spesso e volentieri sono proprio i primi a salire sullo scranno per lezioni di morale  - la loro &#8211; non richieste e sempre fuori luogo.<br />
A ben guardare, anche <em>morale</em> è una parola che mi garba poco.  Non mi piace perché ha a che fare con la parte più intima di ogni individuo e pertanto, proprio per questo motivo, assume significati diversi per ciascuno di noi. Si piega a molteplici interpretazioni, la morale, tutti noi obbediamo a una nostra personale forma di moralità.<br />
Soprattutto, è una parola pericolosa: sono sempre troppi quelli pronti a impugnarla come un&#8217;arma o a volere imporre la propria a tutti i costi, anche a quello della libertà altrui. Sarà per questo che da sempre preferisco la parola <em>etica</em>, ma chissà perché questa è quasi del tutto fuori moda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Polemica</em> è di per sé una parola abbastanza innocua, peccato vederla usare sempre più di frequente come sinonimo di &#8220;discussione&#8221;. O meglio, la sento pronunciata e la vedo scritta da chi non ha alcuna intenzione di discutere, di confrontarsi o semplicemente di prendere in esame le idee di chi la pensa in modo diverso. Così questa parola, spesso accompagnata dall&#8217;aggettivo &#8220;sterile&#8221;, si è trasformata in un&#8217;accusa a priori e in mala fede, un modo per mettere le mani avanti ed evitare un confronto aperto e alla pari (che si perderebbe, probabilmente).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Invidia</em> è il motore che ultimamente fa girare il mondo. Nel senso che tantissimi sono convinti sia la ragione delle azioni degli altri, come se la maggior parte degli esseri umani, di sesso femminile soprattutto, trascorresse il suo tempo a provare invidia per il prossimo. Chi solleva critiche, costruttive o meno non ha importanza, lo fa per invidia; se si esprime una opinione non gradita, è l&#8217;invidia che parla, quasi che tutti anelassero ad essere, fare, sembrare quello che non sono. Per fortuna le cose sono, per lo più, più complesse di così e basterebbe solo raggiungere livelli standard d&#8217;intelligenza per rendersene conto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Branco</em> è una parola che designa qualcosa di molto specifico se riferita agli esseri umani e che, sfortunatamente, vedo sempre più usare in modo sbagliato e offensivo. Non faccio parte di un branco se la mia opinione coincide con quella di altri e insieme la manifestiamo a voce alta; non ho atteggiamenti violenti verso chi la pensa diversamente da me. Non mi piace quando mi si dice, anche velatamente, che faccio parte di un branco.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Squadrismo</em> è una parola insopportabile dell&#8217;ultima ora. Non sopporto che il significato originale sia stato traslato e manipolato al punto da indicare &#8220;dissenso e protesta&#8221; durante eventi pubblici. Voglio ricordare qui che il dissenso politico deve anche far rumore e creare caos, che non si può pretendere la correttezza politica quando altrettanta correttezza non viene nemmeno usata nelle parole, che sono, e rimangono, cariche di significati, anche pesanti, e, a quanto pare, dimenticati. Meglio, per qualcuno, sperare  e auspicarsi una platea del tutto silenziosa e <em>inquadrata.</em></p>
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		<title>Un po&#8217; più Venezia, un po&#8217; meno Camp</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 21:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima Geek Girls Dinner Nordest e al VeneziaCampo 2010. Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima <em>Geek Girls Dinner Nordest</em> e al <em>VeneziaCampo 2010</em>.<br />
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte &#8220;eventi&#8221; (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.<br />
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo elemento che mi è parso &#8220;sbagliato&#8221; è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come &#8220;la scuola che funziona&#8221;, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.<br />
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all&#8217;esterno.<br />
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l&#8217;interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell&#8217;impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l&#8217;essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere<br />
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest&#8217;ottica mi piace citare ad esempio <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_self">un altro camp</a>, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo &#8211; o di ritornare sui propri passi, in questo caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all&#8217;evidenza che per molti partecipare o meno a &#8220;eventi&#8221; di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.</p>
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		<title>25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 08:28:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1668" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/23/25-aprile-schegge-di-liberazione-resistenza-e-voci-di-memoria/postresistenti/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1668" title="postresistenti" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/postresistenti.png" alt="" width="238" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo che segue è quello che ho scritto per  <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html" target="_self">Schegge di Liberazione</a>. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare <a href="http://barabba-log.blogspot.com/" target="_self">il Many</a> che ha organizzato il tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell&#8217;epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell&#8217;articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come me, tanti altri hanno aderito all&#8217;iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un  monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione.pdf" target="_self">qui</a> e <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione_eco.pdf" target="_self">qui</a> (in una versione più &#8220;leggera&#8221; ed ecologica).</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.<br />
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.<br />
Viviamo tempi cupi, oggi vietano &#8211; ancora una volta &#8211; &#8220;Bella ciao&#8221;, domani cos&#8217;altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Voci di memoria</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>per Schegge di Liberazione 2010</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l&#8217;ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull&#8217;argomento &#8211; li preferisco a quelli più recenti -, da <em>Roma città aperta</em> a <em>Le quattro giornate di Napoli</em>, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi &#8220;com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono i documentari che la televisione degli anni &#8217;70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d&#8217;Italia a tener conto dei nomi dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull&#8217;Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.<br />
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d&#8217;acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell&#8217;estate del &#8217;44 o i giorni di quell&#8217;autunno terribile di pioggia e di fango?  Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c&#8217;era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po&#8217; vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c&#8217;era.<br />
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell&#8217;opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: &#8220;<em>I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi</em>&#8220;; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d&#8217;amore e speranza alla moglie Natalia: &#8220;<em>Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (&#8230;) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia</em>?&#8221; Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: &#8220;<em>Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo</em>&#8220;. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d&#8217;intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora &#8220;perché sono fatti lontani&#8221;, &#8220;la guerra è finita da sessantacinque anni&#8221;.<br />
È un po&#8217; come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell&#8217;evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent&#8217;anni a 36 ore ininterrotte di tortura?  Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle &#8220;Lettere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.<br />
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.<br />
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Caro professore,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.<br />
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Muoia tutto &#8211; Viva la nostra Italia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tuo aff. Peppino Testa</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">(Giuseppe Testa, 19 anni. Da &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 &#8211; 25 aprile 1945&#8243;. Einaudi.</p>
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