Attualmente sei su

Web

Pensieri sparsi su scrittura e scrittori (aspiranti)

“Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”(*)

Di recente ho detto a un Aspirante Scrittore Esordiente (dove “scrittore” sta per “persona che viene pagata per scrivere libri”) che se gli editori snobbano suoi manoscritti è perché questi non vengono considerati adatti ad essere pubblicati. Gli ho anche detto che le case editrici serie quando riconoscono, tra l’ammasso di materiale che ricevono, uno scritto idoneo a diventare un loro prodotto, sono più che pronte ad investirci tempo e denaro. Non è il caso di quelle che chiedono, loro, soldi perché un libro venga pubblicato (e sto parlando di somme piuttosto ingenti).
Ho dovuto per forza però accennare anche all’altra faccia della medaglia, ossia che non tutto quanto viene dato alle stampe e venduto sugli scaffali – reali o virtuali – delle librerie offre contenuti di qualità, anzi. Può succedere che si arrivi alla pubblicazione per pura fortuna, o in virtù di contatti e conoscenze, cioè che anche nell’editoria le cose funzionano come di  solito funzionano in Italia, ossia all’italiana, dove la pratica degli “amici degli amici” non è solo diffusa a livello capillare, ma anche socialmente accettata. Il resto viene lasciato all’onestà intellettuale dell’autore: c’è chi ce l’ha e chi no.

Mi sono sempre tenuta a debita distanza dagli amici Aspiranti Scrittori Esordienti che mi chiedevano un giudizio, in quanto lettrice, sulle loro opere, magari pubblicate a pagamento e dopo vari affanni. Sono caduta nella trappola una volta e mi sono trovata in grande difficoltà perché il libro, regalatomi dagli autori con dedica, non era questo granché. Avrei voluto essere onesta fino in fondo e dire loro cosa effettivamente ne pensassi, ma mi sono mancati cuore e coraggio. Non tanto perché ero a conoscenza della passione che ci avevano messo, delle speranze e della fatica che quel libro era costato, ma  perché sicura che non l’avrebbero preso per niente bene il mio giudizio spassionato.
È una specie di processo automatico con gli amici Aspiranti Scrittori Esordienti:  loro che ti chiedono in buona fede una critica,  anche spietata, e tu dall’altra parte che ne offri una inconsciamente edulcorata per non ferirli.
Così evito per vigliaccheria.
Il che significa che i loro libri li leggo pure, ma coi miei tempi e i miei modi, e non glielo dico.

Un capitolo a parte meritano gli Aspiranti Scrittori Esordienti e Molesti. Con questi sono dolori o, meglio, sono bolle (d’orticaria).
Intendiamoci, non c’è nulla di male nel voler promuovere quello che si scrive, ma farlo con la sicurezza di aver compilato Il Capolavoro della letteratura italiana, questo mi da il mal di pancia, oltre alle bolle.
Si creano gruppi di ASEM entusiasti che parlano dei loro libri, recensiscono i loro libri, distribuiscono ad  amici e conoscenti i loro libri, creando conventicole che sono più dei gruppi di supporter che lettori chiamati ad esprimere un giudizio sincero su opere prime (o seconde). Come se questo non bastasse, si sentono autorizzati allo spam più bieco per pubblicizzare la loro creatura. Diventano utenti attivi in ogni social network esistente per crearsi contatti, mandano mail e inviti ad eventi farlocchi, e si arrabbiano quando dici loro che il libro non ti interessa. Sono queste reazioni così scomposte che me li fanno diventare antipatici, più che altro. Così, grazie no, del vostro libro ne faccio volentieri a meno  - anche perché non mi basterebbe un’altra vita per leggere tutto quello che vorrei – e se davvero fosse il prossimo capolavoro della letteratura italiana, pazienza, vorrà dire che metterò in coda anche quello.

Non fraintendetemi però, non sono una killer di sogni altrui, anzi, sognando ancora molto ad occhi aperti io stessa, credo fermamente siano i primi fondamentali passi per ottenere quello che si desidera nella vita.
A proposito, ricordo con molto piacere una conferenza tenuta da Cristiano Cavina, scrittore (vero e molto amato dai giovani) mio conterraneo, a una platea di adolescenti. Perché al di là di ogni aspirazione adolescenziale, l’importante è tener duro e non rinunciare ai propri sogni, anche per chi desidera diventare un Aspirante Scrittore Esordiente. È un bel messaggio a quell’età, un invito a non omologarsi, a credere alle passioni, coltivarle e a impegnarsi per metterle in pratica, nonostante tutto.

Alla fine, al mio Aspirante Scrittore Esordiente ho suggerito di aprire un blog. Non equivale a scrivere un libro e non è come avere un libro pubblicato, ma è un buon modo per “uscire allo scoperto” e porsi nell’ottica del confronto con un pubblico di lettori. Insomma, è un buon esercizio per imparare ad assorbire le critiche, soprattutto quelle feroci, e per fare esercizio di scrittura e di onestà. A me, da non scrittrice né da aspirante, il blog ha insegnato il piacere della condivisione e della disciplina. Non è affatto poco, molto più di quanto tanti pennivendoli siano disposti ad ammettere.

(*) La frase fa parte del post di un amico, che ringrazio per il prestito: “L’imbarazzo di ascoltare amiche che leggono le loro poesie e s’aspettano un commento. Versi ovviamente bruttissimi (mix di cantautorato d’annata e floreale regressione infantile). Più che altro mi chiedo: gente colta, letture non sparute, io non ipertrofico (almeno in apparenza). Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”.

Pesi e misure

Considero Facebook la cartina al tornasole di quanto succede nella testa di molti italiani.
Non è tanto per le pagine e i gruppi che vengono aperti tutti i giorni sugli argomenti più disparati, ma per ciò che molti scrivono sulle loro bacheche in occasione di particolari fatti di cronaca nera e non.

Non posso fare a meno di notare come molti di quelli che tanto si battono per la Vita, che per loro ha valore assoluto e indiscutibile, siano i primi a parlare di “rogo”, di “di corde” e altre facezie del genere. Poco importa se ci tengono a sottolineare “solo per certi crimini, però”. Quelli che si definiscono cristiani, cattolici, timorati del loro dio, che vanno a messa tutte le settimane, che sono contro la procreazione assistita – scelta che nessuno vuole imporre loro -, che sono contro il diritto di ognuno di scegliere come morire – altra scelta che nessuno vuole imporre loro -, si rivelino poi persecutori di un’idea di giustizia sommaria che dovrebbe essere lontana anni luce dalla religione che professano. E lo scrivono su Facebook, non so dire se in un gesto liberatorio o per puro amore di condivisione, esprimendo concetti che mi preoccuperebbero non poco se scoprissi il mio vicino di casa fare parte di certe compagnie.

Foto di Snapies ~ busy bee!

Mi chiedo se si rendano conto, o se in qualche modo si sentano giustificati dal loro personale senso di giustizia. Pesi e misure differenti, infatti, cosicché la morte giusta è solo quella inflitta per vendetta, non quella desiderata e liberamente scelta dai malati terminali, con buona pace del libero arbitrio e della dignità che ad ogni essere umano dovrebbe essere concesso di avere; e la vita da difendere è solo quella di un ammasso di cellule non più grande di una capocchia di spillo, secondo loro. E il senso di umana pietas? La misericordia? L’amore per il prossimo?

Quello che mi sconvolge di più, però, sono le foto dei loro profili. Ti immagineresti gente dai lineamenti tirati, occhi iniettati di sangue, smorfie di rabbia e invece vedi sorridenti signore di mezza età dalla piega perfetta, trentenni soddisfatti ai compleanni dei figli, teenagers simpatici in jeans a vita bassa e scarpe da tennis. Il volto brutto della normalità, insomma.

Parole insopportabili

Mi sono resa conto di come sempre più parole mi gettano in uno stato di profonda irritazione e avversione per chi le usa a vanvera o a sproposito, a seconda dei casi. Alcune mi sono diventate talmente antipatiche che istintivamente tendo a ritirarmi dalle discussioni con chi ne fa uso, preferendo lasciar perdere anziché raccogliere sfide dialettiche inutili. Quando invece certe parole mi capita di leggerle (o più raramente di sentirle) su testate giornalistiche accreditate, ringrazio mentalmente, e per l’ennesima volta, internet che mi dà la possibilità di trovare fonti alternative d’informazione, soprattutto non in italiano.

La prima, che trovo particolarmente indigesta è moralismo. Viene usata di solito da quelli che cercano di convincerti che chi agisce secondo suoi principi, del tutto personali e insindacabili, siano in qualche modo sbagliati, antichi, moralisti per l’appunto. La cosa buffa è che spesso e volentieri sono proprio i primi a salire sullo scranno per lezioni di morale  - la loro – non richieste e sempre fuori luogo.
A ben guardare, anche morale è una parola che mi garba poco.  Non mi piace perché ha a che fare con la parte più intima di ogni individuo e pertanto, proprio per questo motivo, assume significati diversi per ciascuno di noi. Si piega a molteplici interpretazioni, la morale, tutti noi obbediamo a una nostra personale forma di moralità.
Soprattutto, è una parola pericolosa: sono sempre troppi quelli pronti a impugnarla come un’arma o a volere imporre la propria a tutti i costi, anche a quello della libertà altrui. Sarà per questo che da sempre preferisco la parola etica, ma chissà perché questa è quasi del tutto fuori moda.

Polemica è di per sé una parola abbastanza innocua, peccato vederla usare sempre più di frequente come sinonimo di “discussione”. O meglio, la sento pronunciata e la vedo scritta da chi non ha alcuna intenzione di discutere, di confrontarsi o semplicemente di prendere in esame le idee di chi la pensa in modo diverso. Così questa parola, spesso accompagnata dall’aggettivo “sterile”, si è trasformata in un’accusa a priori e in mala fede, un modo per mettere le mani avanti ed evitare un confronto aperto e alla pari (che si perderebbe, probabilmente).

Invidia è il motore che ultimamente fa girare il mondo. Nel senso che tantissimi sono convinti sia la ragione delle azioni degli altri, come se la maggior parte degli esseri umani, di sesso femminile soprattutto, trascorresse il suo tempo a provare invidia per il prossimo. Chi solleva critiche, costruttive o meno non ha importanza, lo fa per invidia; se si esprime una opinione non gradita, è l’invidia che parla, quasi che tutti anelassero ad essere, fare, sembrare quello che non sono. Per fortuna le cose sono, per lo più, più complesse di così e basterebbe solo raggiungere livelli standard d’intelligenza per rendersene conto.

Branco è una parola che designa qualcosa di molto specifico se riferita agli esseri umani e che, sfortunatamente, vedo sempre più usare in modo sbagliato e offensivo. Non faccio parte di un branco se la mia opinione coincide con quella di altri e insieme la manifestiamo a voce alta; non ho atteggiamenti violenti verso chi la pensa diversamente da me. Non mi piace quando mi si dice, anche velatamente, che faccio parte di un branco.

Squadrismo è una parola insopportabile dell’ultima ora. Non sopporto che il significato originale sia stato traslato e manipolato al punto da indicare “dissenso e protesta” durante eventi pubblici. Voglio ricordare qui che il dissenso politico deve anche far rumore e creare caos, che non si può pretendere la correttezza politica quando altrettanta correttezza non viene nemmeno usata nelle parole, che sono, e rimangono, cariche di significati, anche pesanti, e, a quanto pare, dimenticati. Meglio, per qualcuno, sperare  e auspicarsi una platea del tutto silenziosa e inquadrata.

Un po’ più Venezia, un po’ meno Camp

Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima Geek Girls Dinner Nordest e al VeneziaCampo 2010.
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte “eventi” (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.

Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull’onda dell’entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.

Il primo elemento che mi è parso “sbagliato” è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come “la scuola che funziona”, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all’esterno.
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l’interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest’anno.

Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell’impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l’essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest’ottica mi piace citare ad esempio un altro camp, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo – o di ritornare sui propri passi, in questo caso.

Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all’evidenza che per molti partecipare o meno a “eventi” di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.

25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria

L’articolo che segue è quello che ho scritto per  Schegge di Liberazione. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare il Many che ha organizzato il tutto.

Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell’epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell’articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.

Così come me, tanti altri hanno aderito all’iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare qui e qui (in una versione più “leggera” ed ecologica).

Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.
Viviamo tempi cupi, oggi vietano – ancora una volta – “Bella ciao”, domani cos’altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.

Voci di memoria

per Schegge di Liberazione 2010

È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l’ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull’argomento – li preferisco a quelli più recenti -, da Roma città aperta a Le quattro giornate di Napoli, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi “com’era viverla veramente”?

Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.

Ci sono i documentari che la televisione degli anni ’70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d’Italia a tener conto dei nomi dei morti.

Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull’Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d’acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell’estate del ’44 o i giorni di quell’autunno terribile di pioggia e di fango? Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c’era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po’ vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent’anni.

Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c’era.
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.

“Com’era viverla veramente”?

Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell’opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: “I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi“; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d’amore e speranza alla moglie Natalia: “Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (…) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia?” Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: “Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo“. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d’intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.

Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora “perché sono fatti lontani”, “la guerra è finita da sessantacinque anni”.
È un po’ come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell’evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent’anni a 36 ore ininterrotte di tortura? Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?

“Com’era viverla veramente”?

Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle “Lettere”.

Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.

Caro professore,

la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.

Muoia tutto – Viva la nostra Italia.

Tuo aff. Peppino Testa“.

(Giuseppe Testa, 19 anni. Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945″. Einaudi.

iPhoneography
Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001.

Tutti i contenuti qui pubblicati (testi, foto, disegni), ove non sia altrimenti indicato, sono di mia proprietà e vengono distribuiti con la seguente Licenza Creative Commons

Creative Commons License

Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

UA-10432307-1