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	<title>Diario Semistupido</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>Odio l&#8217;8 marzo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 07:59:27 +0000</pubDate>
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Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l&#8217;ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.
Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti [...]


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<p style="text-align: justify;">Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l&#8217;ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti e molte prendono l&#8217;8 marzo come un festa. Non lo è. Non si celebra niente oggi, non c&#8217;è nulla da celebrare, se non il fallimento. Il fallimento di cambiamenti culturali che dovevano essere e non sono stati del tutto, il fallimento di tante speranze. Lo vedo negli atteggiamenti, lo sento e leggo nelle parole di tanti uomini ma anche di tante donne, specialmente di quelle più giovani.  La spinta propulsiva dei reggiseni bruciati, delle lotte per l&#8217;autodeterminazione e per il diritto di scelta &#8211; divorzio e aborto &#8211; si è esaurita, impantanata nel torpore generalizzato di questi ultimi trent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1389" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/03/08/odio-l8-marzo/157902699_380a5adee9/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1389" title="157902699_380a5adee9" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/03/157902699_380a5adee9.jpg" alt="" width="378" height="500" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/codycustard/157902699/sizes/m/" target="_self">lchjejag</a></p>
<p style="text-align: justify;">Odio che che in questa giornata si pensi alle bisbocce tra amiche e agli spogliarelli maschili quali segni di una uguaglianza becera e falsa e odio che per tanti sia più che altro un contentino, un&#8217;ora d&#8217;aria tra diritti negati, scelte difficili e obbligate, etichette e mercificazione. E, per favore, niente auguri: mi suonano sempre come una sottile presa per i fondelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che mi rattrista di più è che molte non hanno la percezione che essere donne ancora significa essere cittadine di serie B. Mi duole riconoscere che spesso sono proprio le più giovani, come dicevo, a non vedere il problema.<br />
Non sono una di quelle che pensano che le donne sono le naturali nemiche di loro stesse, anzi, ma l&#8217;impressione che ho è che il gap generazionale abbia creato un ulteriore &#8220;noi&#8221; contro &#8220;loro&#8221;.<br />
E la colpa è anche nostra, di chi era bambina negli anni &#8216;70. Non siamo state protagoniste delle lotte, ne abbiamo solo respirato l&#8217;aria da lontano. Non avendole provate sulla nostra pelle, siamo cresciute con la convinzione che tutto quanto era  stato conquistato fosse nostro di diritto, mentre non è mai stato così.<br />
Lo senti nei discorsi di certi uomini, lo vedi nei tentativi reiterati di togliere alle donne per legge il diritto di decidere del proprio corpo, nei dati delle statistiche, nella  sottocultura di voler relegare le donne in ruoli che non sono frutto di  scelte personali, ma sempre e solo imposti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel fatto che la principale causa di morte, tra le donne di tutto il mondo, è la violenza. Odio l&#8217;8 marzo anche per questo: non si fa abbastanza, non si sa abbastanza.<br />
Per questa ragione sono stata contenta di aderire all&#8217;iniziativa di lettura collettiva di <a href="http://collettivovoci.tumblr.com/" target="_self">Collettivovoci</a>: i brani scelti sono stati tratti da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_monologhi_della_vagina" target="_self">&#8220;I monologhi della vagina&#8221;</a>, niente di meglio per prendere coscienza di noi stesse, nel bene, nel male, in quello che  siamo, in quello che potremmo essere. Dentro e fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">


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		<title>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 19:45:53 +0000</pubDate>
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Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di [...]


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<p style="text-align: justify;">Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di bullismo ai danni di uno studente autistico in un istituto tecnico di Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene molti credono che al termine di tutto l&#8217;iter giudiziario (i tre manager hanno già presentato appello) la sentenza sarà comunque cassata, questa non fa altro che facilitare il compito di quanti negli ultimi tempi stanno cercando in tutti i modi di limitare, controllare e censurare i contenuti del web. La sentenza di Milano produce il risultato di confondere le acque, sposta l&#8217;attenzione del grande pubblico dalla responsabilità personale al mezzo,  che di per sé è neutro, trasformandolo in complice. Esattamente come se un fornitore di linea telefonica venisse condannato perché correo delle molestie di un eventuale stalker.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinta che chi non conosce le dinamiche della comunicazione in rete, e quindi la maggioranza della popolazione e dell&#8217;opinione pubblica di questo Paese, sta plaudendo alla sentenza del tribunale di Milano; fin troppo facile assegnare l&#8217;etichetta di &#8220;cattivo&#8221; a chi ha permesso che un video del genere venisse pubblicato.<br />
Purtroppo, in Italia, non so se per ragioni storiche o per una specie di difetto congenito, è molto difficile non cadere nelle trappole delle reazioni di pancia e nella tentazione di voler soffocare a tutti i costi ciò che spesso non si comprende; il tutto spesso accompagnato dalla malafede di alcuni organi di informazione più tradizionale. Non è cosa da poco questa, in un Paese che risulta essere tra gli ultimi in Europa per quanto concerne investimenti di settore e uso di internet.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1372" title="160198015_d68500f151" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/02/160198015_d68500f151.jpg" alt="160198015_d68500f151" width="500" height="339" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/markcoggins/160198015/sizes/m/" target="_self">Mark Coggins</a></p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;estero le reazioni non si sono fatte attendere. La parola &#8220;Italy&#8221; ieri ha fatto tendenza e non in maniera positiva.<br />
Tutte le maggiori testate, dalle più autorevoli a quelle più specializzate, ne hanno parlato in prima pagina. Tutte pongono l&#8217;accento sulla gravità di creare un tale precedente, anche in ambito europeo, sulle indubbie ripercussioni politiche ed economiche, sul dubbio legittimo che in Italia possa non esistere più una vera libertà di espressione. Se ogni piattaforma, se ogni social network sarà costretto a misure drastiche per il controllo dei contenuti che gli utenti intendono condividere, solo in due modi potrà farlo: decidendo di abbandonare del tutto il mercato italiano o introducendo strumenti di controllo analoghi a quelli attualmente in uso in Cina o in Iran.<br />
A voler ben guardare, già si avvertono alcuni cambiamenti nell&#8217;aria che si respira tra gli addetti ai lavori: c&#8217;è una maggiore preoccupazione, una nuova ritrosia nel buttarsi e investire in nuovi progetti, una cautela esasperata nel voler evitare guai legali (e <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/02/15/wordpress-com-un-brutto-caso-di-censura-preventiva/" target="_self">il caso di Sybelle e WordPress</a> ne è un esempio)</p>
<p style="text-align: justify;">E dire  che risale solo all&#8217;inizio di febbraio <a href="http://it.reuters.com/article/internetNews/idITMIE61307020100204" target="_self">la notizia di una sentenza</a> che va esattamente nella direzione opposta. La questione riguardava un internet provider e la violazione del diritto d&#8217;autore in Australia, vicenda dai presupposti diversi quindi, ma che ha messo in evidenza il fatto che chi fornisce un servizio  non deve diventare un organo di polizia che applica misure di controllo preventivo sugli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il caso Google, il nodo è difficile da sciogliere in quanto molti fattori entrano in gioco, non per ultime le motivazioni della sentenza che saranno rese pubbliche solo tra qualche settimana. A me pare che il punto focale però sia solo uno ossia che mancando una vera cultura della rete si tenda ad equiparare servizi come Google non a delle bacheche globali e aperte sulle quali il controllo non solo è problematico ma anche e soprattutto non auspicabile, ma a delle testate che producono contenuti propri e quindi soggette a precise leggi e regolamenti. In poche parole: Google non è una testata giornalistica, non ha una sua &#8220;linea editoriale&#8221;, non dispone di una redazione, non si limita a precisi confini geografici. È una piazza, un contenitore di servizi messi a disposizione di quanti intendono avvalersene sottoscrivendo alle policy d&#8217;uso. Sono gli utenti, quindi, che devono mettere in atto quelle azioni atte a mantenere il tutto nell&#8217;ambito della legalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare che ognuno debba essere in grado di prendersi le responsabilità di quello che fa. Mi piace molto meno l&#8217;idea di organi &#8211; statali o privati &#8211; che si arrogano il diritto di decidere a priori che cosa si possa pubblicare o meno.</p>


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		<title>Il proprietario di John Ashfield risponde</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 19:49:08 +0000</pubDate>
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Oggi pomeriggio, tramite il blog di Alessandro Gilioli &#8220;Piovono rane&#8221;, Andrea Celli, proprietario del marchio John Ashfield, ha risposto a Sybelle.
Copio qui sotto la lettera aperta affinché, come sempre, ognuno possa trarne le debite conclusioni, anche in relazione a quanto avvenuto in precedenza.
Cara Sybelle
Mi chiamo Andrea Celli e sono il titolare del marchio John Ashfield, oggetto [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Oggi pomeriggio, tramite il blog di Alessandro Gilioli &#8220;Piovono rane&#8221;, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/19/caso-john-ashfield-risponde-il-proprietario/" target="_self">Andrea Celli, proprietario del marchio John Ashfield, ha risposto a Sybelle.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Copio qui sotto la lettera aperta affinché, come sempre, ognuno possa trarne le debite conclusioni, anche in relazione a quanto <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/02/15/wordpress-com-un-brutto-caso-di-censura-preventiva/" target="_self">avvenuto in precedenza</a>.</p>
<p>Cara <a style="font-weight: bold; text-decoration: underline; color: #333333;" href="http://altezzosa.wordpress.com/">Sybelle</a></p>
<p><em>Mi chiamo Andrea Celli e sono il titolare del marchio John Ashfield, oggetto del suo</em><a style="font-weight: bold; text-decoration: underline; color: #333333;" href="http://209.85.135.132/search?q=cache:9RVvanrV_5sJ:altezzosa.wordpress.com/2009/04/05/john-ashfield-adv-pleeease/+altezzosa+john+ashfield&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;client=firefox-a"><em>post</em></a><em>.</em></p>
<p><em><br />
Ho deciso di scriverLe perché sono rientrato ieri sera da un viaggio d’affari all’estero e appena informato dai miei collaboratori sull’accaduto di questi giorni, sono rimasto sinceramente sconvolto da tutto quello che era successo in Internet, in seguito alla richiesta da noi inviata a WordPress per la rimozione dei commenti di quelle persone di cui non conosciamo l’identità e che, non qualificandosi e in modo anonimo, sul suo blog volevano chiaramente non portare una critica costruttiva, ma solo danneggiare intenzionalmente la mia azienda.</em></p>
<p><em>Le ribadisco, come Le è stato già spiegato in una nostra precedente lettera aperta, che ritengo questi commenti anonimi fortemente lesivi e diffamanti del marchio John Ashfield perché non corrispondono sicuramente alla realtà della mia azienda, un’azienda a cui io ho dedicato e dedico tuttora la mia vita, con grande passione per questo brand John Ashfield che, con grande sacrificio mio e dei miei collaboratori, è diventato una realtà mondiale realizzando in tal modo il mio sogno.</em></p>
<p><em>Io non conosco nulla di Lei, né ho il piacere di conoscerLa personalmente, ma presumo che Lei sia una ragazza giovane, piena di capacità e sicuramente tecnicamente molto preparata per muovere critiche costruttive ad una immagine pubblicitaria, tuttavia non posso accettare che nel Suo blog Lei permetta di pubblicare commenti non alla sua critica, ma affermazioni anonime sulla nostra azienda, lesivi e diffamanti della nostra immagine e della nostra organizzazione aziendale e produttiva, di cui Lei non sa e non può sapere nulla, senza che Lei ne abbia controllato la veridicità.</em></p>
<p><em>Questa è una Sua responsabilità, perché gettare fango ad una azienda è troppo facile rimanendo nell’ anonimato e sfruttando il Suo blog per tali scopi.</em></p>
<p><em>Dato che La ritengo una ragazza sagace, spero Lei comprenda di aver fatto degli errori gestendo con leggerezza un blog sul mio marchio e permettendo di trattare in esso una materia a Lei sconosciuta, errori di cui noi pagheremo le conseguenze.</em></p>
<p><em>Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda.</em></p>
<p><em>Vorrei comunque anche avere l’opportunità di conoscerLa meglio per capire perché ha fatto questo e quale vantaggio può esserle venuto da questa situazione.</em></p>
<p><em>Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni.</em></p>
<p><strong><em>Andrea Celli</em></strong></p>
<p><em>P.S.: tengo a precisare che noi non produciamo capi in Bangladesh, ma che siamo produttori ed esportatori in tanti paesi nel mondo (sempre nel rispetto delle leggi locali), tra cui Germania, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Stati Uniti, Messico, Bulgaria, Romania, Olanda, Belgio, Austria, Svizzera, India, Cina. I dati riportati in Camera di Commercio sono relativi all’iscrizione effettuata anni fa, a cui è seguito un forte incremento della produttività con relativa modifica della geografia della nostra produzione.<br />
I nostri capi infine riportano tutti in modo trasparente l’etichettatura di origine (in modo che il cliente sappia sempre dove questi sono stati prodotti): quindi non capisco dove possa essere il problema nell’avere diverse aree di import produttivo.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">A me rimane qualche perplessità. Confesso che questa lettera ho dovuto leggerla un paio di volte per poter mettere a fuoco con la necessaria serenità quanto scritto dal Sig. Celli. La prima impressione, ad ogni modo, è stata quella di una operazione condotta con qualche ingenuità e senza conoscere come in effetti funzionano &#8220;le cose di rete&#8221;. Non credo sia questa una questione di poco conto per un&#8217;azienda che opera in campo internazionale, anche nel settore dell&#8217;e-commerce.<br />
Al di fuori di ogni eufemismo, le misure prese per difendersi da un unico commento considerato &#8220;lesivo e diffamatorio&#8221; sono state del tutto fuori misura, sarebbe bastato chiedere direttamente a Sybelle di rimuovere quell&#8217;unico commento anziché entrare con la forza di un ariete direttamente in Wordpress.com.<br />
E proprio l&#8217;operato di Wordpress.com ha suscitato l&#8217;ondata di reazione di molti blogger, in prima battuta, non tanto quello di John Ashfield.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato per il prosieguo però. Il Sig. Celli sicuramente saprà che esprimere un giudizio estetico, del tutto personale, su una immagine &#8211; una pagina di pubblicità, in questo caso &#8211; è del tutto legittimo da parte di chi quella pubblicità la guarda, anche non volendo. Quando si opera pubblicamente, per fortuna o purtroppo, si è sempre criticabili, nel bene o nel male. Le critiche tecniche di Sybelle erano critiche costruttive e generate proprio dall&#8217;apprezzamento dei prodotti John Ashfield e di una certa affezione al suo marchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbagliare fa parte del gioco; non ricevere l&#8217;apprezzamento del pubblico ne fa altrettanto parte. Ognuno investe le proprie energie nella maniera che crede più idonea e opportuna. Non mi risulta che Oliviero Toscani ad ogni campagna Benetton pesantemente criticata &#8211; e ce ne sono stata diverse &#8211; abbia alzato il dito e fatto lezione su come e dove chi lo criticava dovesse investire le sue energie.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi stupisce inoltre il voler insistere su un eventuale vantaggio che Sybelle avrebbe ricevuto con il suo post (che risale circa a un anno fa, vorrei ricordare).  Mi incuriosisce questo voler cercare il complotto a tutti i costi, quando quanto successo è di una chiarezza disarmante quasi.<br />
Una chiosa finale: dall&#8217;esterno a me pare che John Ashfield abbia mancato una grande occasione per avviare una campagna all&#8217;insegna della trasparenza e del dialogo aperto con i suoi clienti, anche potenziali.  A questo punto, quindi, posso solo osservare &#8211; e consigliare &#8211; che alla ditta John Ashfield oltre che un bravo professionista della grafica serva anche un esperto di comunicazione via web, ne trarrebbe giovamento. Li consideri alla stregua di un investimento per il futuro.</p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #ff0000;">Aggiornamento del 24/02/10</span></strong></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Questa sera, sempre tramite <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/24/john-ashfield-update-e-poi-de-hoc-satis/" target="_self">il blog di Alessandro Gilioli</a>, Andrea Celli ha dato un ulteriore riscontro dopo il tam tam sul web dei giorni scorsi. Incollo qui la lettera con il mio commento su &#8220;Piovono rane&#8221;.</span></em></p>
<p><em>Riprendiamo nuovamente la nostra lettera aperta per ribadire un concetto che forse non siamo riusciti a chiarire fino a qui.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><br />
Innanzitutto non abbiamo mai richiesto né voluto provocare la chiusura del blog di Sybelle da parte di WordPress.</em></p>
<p><em>Siamo un’azienda italiana che opera dal 1982 in Italia ed all’estero, siamo produttori di abbigliamento e in questo abbiamo una grande esperienza, ma certamente non siamo esperti di blog e relativa tutela degli utenti di tale servizio.</p>
<p>Senza ombra di dubbio abbiamo sbagliato nel rivolgerci a WordPress anzichè scrivere direttamente a Sybelle, ma questo (che ci si creda o no) è stato dettato proprio dalla nostra inesperienza in questo settore. Abbiamo sbagliato e questo ci aiuterà a capire meglio per il futuro come muoverci in questi casi.</p>
<p>Non ci vogliamo ergere a giudici di nessuno nè tantomeno ci vogliamo mettere su un piedistallo come siamo stati accusati di fare. Siamo un’azienda aperta a tutte le critiche, ma non certamente alle offese gratuite soprattutto se anonime e fatte per colpire la nostra immagine e il nostro lavoro.</p>
<p>Abbiamo sempre operato, in tutti questi anni di attività, nel pieno rispetto delle regole del nostro Paese e del mercato in cui operavamo.</p>
<p>Siamo nell’epoca dell’economia globale ed operiamo a livello mondiale sia in export che in import, ma oltre il 65 per cento della nostra produzione è ancora creato in Italia e nei nostri laboratori e quando operiamo con laboratori sui territori esteri, la loro organizzazione e le direttive della produzione sono fornite dalla nostra sede.</p>
<p>Abbiamo ottenuto il riconoscimento da parte della Camera di Commercio come azienda che crea capi su misura nei nostri laboratori di sartoria. Abbiamo sempre regolarmente etichettato i nostri capi con la loro reale provenienza come è previsto dalle norme di legge.</p>
<p>Non disconosciamo quanto si trovi scritto in generale sulle aree import ed export della Camera di Commercio relativamente alla nostra compagnia, ma si tratta di descrizioni generali, fornite alla Camera di Commercio ancora all’inizio della nostra attività e da allora mai aggiornate, in quanto per noi non determinanti della qualità di un’azienda, anche perchè da allora le realtà aziendali sono variate molto e si sono ampliate.</p>
<p>Inoltre tali diciture riportano semplicemente le possibili aree import ed export di un’azienda, non certamente quanta parte di vendite o di produzione queste zone citate rispecchino sulla totalità del fatturato o della produzione aziendale.</p>
<p>Riteniamo di avere sempre operato con correttezza ed abbiamo molti collaboratori che lavorano con noi dall’inizio della nostra attività e che, crediamo meritino il giusto rispetto della propria attività e degli sforzi che compiono per mantenere alta l’immagine del nostro marchio.</p>
<p>E’ anche per questo motivo che non possiamo accettare offese gratuite ed anonime , per quanto invece accettiamo le critiche, meglio se costruttive e se fatte da persone che hanno esperienza del nostro settore. Riteniamo che , nonostante la nostra lunga esperienza, in ogni settore ci sia sempre da imparare.</p>
<p></em></p>
<p><em>Non ultimo dovremo anche imparare le regole del Web</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Il mio commento:</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;">Noto con piacere che dall’ultima sua lettera aperta il sig. Celli ha cambiato del tutto tono e registro. Un solo appunto: non esiste migliore difesa contro le offese gratuite (anonime o meno non fa differenza) che la realtà dei fatti. Rinnovo al sig. Celli l’invito che gli ho fatto tramite il post sul mio blog, ossia di investire in professionisti sia per quanto riguarda la sua campagna pubblicitaria che per la comunicazione via web.</span></em></p>


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		<title>John Ashfield e Wordpress.com: un brutto caso di censura preventiva</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 19:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto.
I fatti, in poche parole, sono questi: Arianna Cavazza (Sybelle) sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione).
Succede quindi che qualcuno, non contento [...]


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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2010/02/25/le-mie-considerazioni-sparse-sul-caso-google-e-la-responsabilita-di-espressione/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione'>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</a></li>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti, in poche parole, sono questi: <a href="http://altezzosa.wordpress.com/" target="_self">Arianna Cavazza (Sybelle)</a> sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione).</p>
<p style="text-align: justify;">Succede quindi che qualcuno, non contento del post o di qualche commento ricevuto, lo segnali a <a href="http://wordpress.com/" target="_self">Wordpress.com</a>, piattaforma che ospita il blog di Sybelle, e ne chieda la rimozione. Senza che all&#8217;autrice venga notificato nulla, l&#8217;articolo in questione scompare, insieme a tutti i commenti ricevuti e senza che a Sybelle venga notificato alcunché, nemmeno sulle ragioni che hanno portato Wordpress.com a decidere in tal senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Copio sotto il post incriminato, perché chi legge possa giudicare se si tratti effettivamente di qualcosa di offensivo o semplicemente, come io ritengo, di una recensione del tutto normale;  <a href="http://209.85.135.132/search?q=cache:9RVvanrV_5sJ:altezzosa.wordpress.com/2009/04/05/john-ashfield-adv-pleeease/+altezzosa+john+ashfield&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;client=firefox-a" target="_self">qui</a>, invece, è possibile leggere anche tutti i relativi commenti.</p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>John Ashfield  ADV: pleeease!</strong></em></span></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Quando scrivo di qualcosa che non mi piace so essere particolarmente acida.<br />
Questa è una di quelle occasioni.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Parliamo delle campagne stampa di John Ashfield che mi sorbisco costantemente in quanto lettrice di XL.<br />
Compro il voluminoso giornale e mi ritrovo a fissare quelle che possono esser catalogate tra le più sgraziate pubblicità mai viste.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>John Ashfield è una marca d’abbigliamento che s’appoggia su una ben costruita brand image: produce un vestiario (e relativi accessori) che si rivolgono a un pubblico giovane, tra i 23 e i 35 anni (secondo la mia percezione) rievocando l’atmosfera dello sport, in particolare del cricket e del golf.<br />
Quindi viene in mente Londra, i tornei tra prati verdi perfettamente tagliati e una certa noblesse d’animo.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Niente male per un’azienda della provincia di Forlì e Cesena, insomma.<br />
Quando ho scoperto questo piccolo particolare mi son meravigliata.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Non apprezzo molto lo stile che questa marca propone, un casual sui toni del blu, del beige e del verde, ma ammetto d’esser affascinata da certe iconografie (come l’uso di stemmi) e dalle camicie dai sobri ma inconsueti dettagli, cose che John Ashfield mostra in ogni collezione.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Comunque, torniamo alle campagne stampa.<br />
Questo mese sulla quarta di copertina di XL si può ‘ammirare’ la pubblicità in questione della collezione primavera/estate 2009.<br />
Rappresenta due modelli (sempre gli stessi da qualche stagione) su un campo da golf.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; text-align: center; margin: 0px;"><img class="aligncenter" style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; max-width: 492px; margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; padding: 3px; border: 1px solid #dcdcdc;" title="john" src="http://wol.ly/wp-content/uploads/john.jpg" alt="" width="310" height="413" /><em><br />
Rabbrividisco.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>1) Le fotografie dei modelli non sono a fuoco. Oltretutto le loro figure sono scontornate male. E la sovrapposizione del ragazzo sulla ragazza è pessima: si vede che non son stati fotografati insieme: lei pare sproporzionata rispetto a lui;<br />
2) Che razza di fotografia hanno scelto come sfondo? Siamo in Svizzera? Cosa sono quelle casette che si vedono a sinistra? Le luci inoltre non combaciano: mentre i modelli son illuminati da riflettori frontali, nella fotografia di sfondo il sole cade da destra. Insomma, gli elementi si fondono alla grandissima! Eh!<br />
3) Che espressione ha il modello? Terrorizzata? E’ colto di sorpresa? Sempre meglio della modella che pare pensare ‘Che ci sto a fare qui?’.<br />
4) Marchio e logo. Penso siano stati realizzati con Paint, più o meno. Kitch a dir poco. Il font usato, oltretutto, è stra-usato e non centra assolutamente niente.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>Signor John Ashfield, please!<br />
Change!</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo uno scambio di email nelle quali Sybelle chiedeva spiegazioni &#8211; mai ricevute &#8211; l&#8217;unica indicazione da parte di Wordpress.com è stata quella di contattare la persona che si è lamentata del suo post e di cercare di sistemare la questione; in caso contrario sarà consigliato a questo utente di rivolgersi al tribunale.  La vicenda è a dir poco kafkiana: Sybelle non sa chi sia questa persona e non conosce modo per poterla raggiungere. All&#8217;assurdo si aggiunge la gravità: Wordpress.com si è arrogata il diritto di intervenire censurando un post e relativi commenti a totale insaputa della sua autrice, togliendole, in pratica, ogni diritto di replica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, mancando indicazioni chiare e trasparenti da parte di Wordpress.com, è impossibile stabilire che cosa abbia disturbato chi si lamenta. Il post di Sybelle ha un tono molto garbato, il che lascia presumere che qualcuno potrebbe non essere stato contento di quanto espresso in uno o più commenti all&#8217;articolo. E se fosse questo il caso, perché non contattare l&#8217;autrice e chiedere la rimozione soltanto degli eventuali commenti contrari alle policy di Wordpress.com?</p>
<p style="text-align: justify;">Rimaniamo in attesa di aggiornamenti, ma di sicuro Wordpress.com non esce bene da questa storia, soprattutto visto la tradizione della quale si pregia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Aggiornamento del 16/02/10</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo ore di vani tentativi, Sybelle ha finalmente ricevuto una risposta: &#8220;Da Wordpress mi hanno scritto una cosa tipo &#8220;Ciao, dovresti contattarli  qui immagino&#8221; e poi c&#8217;è un link al sito di John Ashfield con i contatti  di uno di John Ashfield. (rimane sempre la questione: come avrei dovuto  sapere che erano stati loro? Comunque ora lo so. Bene&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A me rimane la curiosità di sapere di preciso che cosa abbia infastidito tanto i responsabili di John Ashfield per spingerli ad un intervento tanto drastico nei confronti del post di Sybelle.<br />
È evidente che, a prescindere dal risultato ottenuto nell&#8217;immediato (la rimozione dell&#8217;articolo), in una prospettiva di più ampio respiro John Ashfield risulta perdente su tutta la linea in quanto a strategia di comunicazione e di gestione della sua web reputation.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Aggiornamento del 17/02/10</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">In data odierna Sybelle ha ricevuto risposta da parte di John Ashfield (nessun nome e cognome di responsabile, la mail è proprio solo siglata con il nome del marchio). La incollo qui sotto, mentre questa è <a href="http://friendfeed.com/marcomassarotto/e45dd93e/pare-che-wordpress-abbia-censurato-un-post" target="_self">la discussione in FriendFeed</a> in cui appare in copia, sempre da parte di un utente &#8220;John Ashfield&#8221;:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lettera aperta ad Arianna alias Sybelle Gentile Sig.ra Arianna, Le scriviamo in merito al Suo blog relativo al nostro marchio John Ashfield per cercare di spiegarLe la motivazione per la quale riteniamo che WordPress abbia assunto tale provvedimento. Sicuramente il Suo articolo, criticante la qualità di una sola nostra pagina, confrontato all’intero programma pubblicitario che appare annualmente sulle maggiori testate giornalistiche, non avrebbe causato alcun risentimento da parte della nostra azienda poiché siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore. Quello che invece riteniamo inaccettabile sono, tra i commenti al Suo articolo, le affermazioni diffamanti , che nulla hanno a che fare con la Sua critica, perchè prive di alcun fondamento e non corrispondenti al vero e fortemente lesive della nostra immagine di qualità del marchio John Ashfield, immagine che abbiamo sempre cercato di curare ai massimi livelli in 30 anni di attività. Basti vedere i risultati ottenuti dal nostro brand a livello internazionale. Come Lei ben saprà, c’è una differenza sostanziale tra “critica” e “diffamazione”, e sicuramente la nostra azienda non può rimanere impassibile davanti a certe affermazioni che sappiamo false con certezza. Lei stessa, essendo la creatrice della pagina del blog, avrebbe dovuto e potuto filtrarLe, rimuovendo quelle che sono palesemente offensive del nostro marchio. Sicuramente WordPress, oscurando l’intero blog, ha interpretato in senso allargato il nostro reclamo relativo alla rimozione dei soli commenti diffamanti, reclamo che, in buona fede, non abbiamo pensato di inviare a Lei, non avendo trovato i Suoi riferimenti, ma direttamente all’hoster. Con la speranza di averLe chiarito la nostra posizione, siamo certi che Lei si renderà conto del danno di immagine che ci è stato causato prima dai commenti contenuti nel Suo blog, e tutt’ora dalla campagna diffamante scatenatasi dalla errata interpretazione del provvedimento assunto da WordPress. Chiediamo quindi anche a Lei di attivarsi affinchè questa situazione rientri nei canoni di una normale e civile discussione in rete. In attesa di un Suo positivo riscontro, Le inviamo i nostri cordiali saluti. John Ashfield- </em><a style="color: #555599; text-decoration: none;" href="http://friendfeed.com/johnashfield"><em>John Ashfield</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mail lascia più di qualche dubbio. Prima di ogni altra cosa, la firma: di solito, per le comunicazioni ufficiali, si usa firmare la corrispondenza (sì, anche le email) con nome e cognome di un responsabile. Firmare con &#8220;John Ashfield&#8221; assegna a questa risposta un valore molto vicino allo zero, anche dal punto di vista legale.<br />
Secondo, i riferimenti per i contatti sul blog di Sybelle sono chiaramente visibile e quindi è molto facile trovarli. Checché ne dica il sig. John Ashfield (?).</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo, e queste sono perplessità solo mie: il seguente passaggio della mail &#8220;<em>siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore&#8221; </em>vuole significare che la campagna pubblicitaria è criticabile solo da chi abbia competenze tecniche e specifiche nell&#8217;ambito pubblicitario? Se fossi stata io e non Sybelle a scrivere un articolo di critica su quella pagina sarebbe stato quindi giusto attaccarmi perché non ho alcuna qualifica nel settore?<br />
E ancora: quale campagna diffamante? Nei vari blog si è solo ripreso il post originario di Sybelle e preso atto dell&#8217;oscuramento del suo post con le modalità che sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima curiosità: come si concilia quanto scritto sul sito di John Ashfield <a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Le nostre stoffe sono ancora prodotte artigianalmente in </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Irlanda</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> e </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Scozia</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> da chi non ha mai abbandonato l&#8217; uso dei vecchi telai</a></em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a>, con <a href="http://www.ciseonweb.it/ebusiness/visual/azienda.jsp?CF=CLLNDR52M03F097Z&amp;home=/ENG/ebusiness/searchpage.htm?search" target="_self">questo</a> &#8211; come si fa giustamente notare nella discussione in FriendFeed?</p>


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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2010/02/25/le-mie-considerazioni-sparse-sul-caso-google-e-la-responsabilita-di-espressione/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione'>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</a></li>
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		<title>La nuova faccia di Ornella Muti</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 09:20:31 +0000</pubDate>
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Non posso dire che sia una novità. Sono diversi giorni ormai che le immagini  della nuova Ornella Muti appaiono sulle prime pagine delle testate online. Io non riesco ad abituarmi. Non è per il biondo dei capelli o per il look rinnovato: è proprio che quella faccia non riesco ad associarla al nome che porta.
Immagino [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Non posso dire che sia una novità. Sono diversi giorni ormai che le immagini  della nuova Ornella Muti appaiono sulle prime pagine delle testate online. Io non riesco ad abituarmi. Non è per il biondo dei capelli o per il look rinnovato: è proprio che quella faccia non riesco ad associarla al nome che porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagino sia diverso per chi lavora nel mondo dello spettacolo (almeno per qualcuno), per chi guadagna anche grazie all&#8217;aspetto fisico il tempo che passa deve essere una grossa preoccupazione; trovo però del tutto straniante che si arrivi a dover cambiare completamente i lineamenti fino a diventare un&#8217;altra persona. Probabilmente c&#8217;è dell&#8217;altro, una spinta più intima e profonda, comunque più forte di ogni esigenza professionale, per volersi separare dal viso con il quale si è nate.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1310" title="Ornella_Muti-d78f9" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/02/Ornella_Muti-d78f9.jpg" alt="Ornella_Muti-d78f9" width="295" height="384" /></p>
<p style="text-align: center;">La foto di Ornella muti castana è presa da internet, la bionda da www.corriere.it</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono chiesta: tu lo faresti? Confesso, come già scritto  qui anche in altra occasione, che non sempre ho un rapporto sereno con il tempo che passa (senza alcuna pretesa di paragonarmi a Ornella Muti). Le rughe non mi rendono felice ma ad alcune sono affezionata. Potendomelo permettere, è vero, a qualche ritocchino qua e là cederei, ma il viso sarebbe proprio l&#8217;ultimo che vorrei vedere modificato. Avrei paura di non riconoscermi più allo specchio, di non sapere più chi sono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho l&#8217;assoluta certezza che la nostra identità, quella interiore, sia definita anche dall&#8217;aspetto che ci accompagna man mano. Non per niente chi si sottopone a interventi chirurgici che comportano una radicale trasformazione in questo senso deve poter contare anche su un adeguato supporto psicologico. Non dev&#8217;essere facile entrare in un nuovo &#8220;sé&#8221;.<br />
Sarebbe arduo per me accettarmi con una faccia diversa da questa che mi ritrovo; io sono io anche grazie a questo viso; le esperienze che ho vissuto fin qui  sono state tali anche per merito o a causa sua.<br />
Ho questa rughetta accanto al sopracciglio sinistro che rimane a ricordo di un grande dolore qualche anno fa, ma che rappresenta anche una rinasciata e una vittoria. Se domani sparisse, sparirebbe un segmento della mia storia. E lo spazio tra gli incisivi lo riconosco come mio segno distintivo, anche dalle foto da bambina piccola: sarei ancora quella se venisse chiuso?</p>
<p style="text-align: justify;">E pure se dovessi dimostrare quindici anni di meno con gli zigomi riempiti, le rughe stirate e le labbra inturgidite, non vorrei mai che le persone che mi amano e mi apprezzano per quella che sono non mi riconoscessero più.<br />
Voglio bene a quella che sono, oggi più di dieci anni fa.<br />
Sicuramente non era lo stesso per Ornella Muti, nonostante le fosse toccato in sorte di invecchiare con una certa grazia. Peccato.</p>


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		<title>Gli anni ruggenti e la fabbrica degli applausi</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 19:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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Qualche giorno fa, leggendo la notizia dell&#8217;inaugurazione della nuova linea del Malpensa Express, non ho potuto nascondere una risata. Non che la cosa fosse comica in sé, non credo nemmeno fosse una una notizia particolarmente degna di nota, se non fosse che in Italia ci vuole un niente per trasformare gli avvenimenti più banali in [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa, leggendo <a href="http://milano.repubblica.it/dettaglio/corse-soppresse-per-il-record-scoppia-il-caso-malpensa-express/1845297" target="_self">la notizia dell&#8217;inaugurazione della nuova linea del Malpensa Express</a>, non ho potuto nascondere una risata. Non che la cosa fosse comica in sé, non credo nemmeno fosse una una notizia particolarmente degna di nota, se non fosse che in Italia ci vuole un niente per trasformare gli avvenimenti più banali in tragicommedie.<br />
Ho immaginato, quindi, questo treno pieno di autorevoli tromboni filare via verso Malpensa, seguito dal suo trenino di scorta, mentre capistazione affannati facevano fermare col fischietto ogni convoglio che potesse intralciarne il passaggio e il conseguente record assoluto di velocità. Episodio degno del ventennio in cui tutti i treni arrivavano in orario.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Non per niente, mi ha fatto pensare questa notizia, a quella bella commedia di Luigi Zampa del &#8216;62, &#8220;<em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anni_ruggenti_(film)" target="_self">Anni ruggenti</a></em>&#8220;. La situazione mi è parsa analoga a quella del podestà nel paesino del sud negli anni &#8216;30 che, ansioso di compiacere quello che riteneva essere un un gerarca in visita d&#8217;ispezione  da Roma, per sfoggiare l&#8217;alto livello di efficienza e qualità delle stalle locali faceva man mano spostare sempre gli stessi animali da una masseria all&#8217;altra, cercando di nascondere il fatto che di vacche grasse ce n&#8217;erano ben poche checché ne dicesse il regime.</p>
<p>Triste pensare che ciò che veniva criticato e fatto oggetto di satira nel 1962, sia diventato oggi, a distanza di cinquant&#8217;anni, la norma nel modo di fare certa politica. Quella che previlegia le fabbriche degli applausi: i treni superveloci, le inaugurazioni strategiche, le grandi opere inutili.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli applausi si fabbricano con poco: basta metter su una scenografia, un po&#8217; di musica e collocare gli attori nei punti giusti affinché la messinscena si svolga senza incidenti. Non c&#8217;è nemmeno il problema di dover replicare perché tanto <a href="http://milano.repubblica.it/dettaglio/il-flop-del-nuovo-malpensa-express/1847006" target="_self">la normalità del dopo spettacolo</a> rimane solo a chi la vive tutti i giorni.</p>


<p>Nessun post simile</p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Chi salva una vita salva il mondo intero&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 09:33:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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Questa è una frase del Talmud. Mi piace perché esprime, in mezza riga, più di quanto potrebbero fare mille libri o mille ragionamenti filosofici.
Nel Giorno della Memoria, oggi, si ricordano le vittime. Io amo ricordare anche tutti quelli che a rischio della loro stessa vita si adoperarono per salvarne tante altre.
Persone del tutto normali.
Hitler ebbe [...]


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				<img src="http://api.tweetmeme.com/imagebutton.gif?url=http%3A%2F%2Fwww.diariosemistupido.it%2F2010%2F01%2F27%2Fchi-salva-una-vita-salva-il-mondo-intero%2F&amp;source=niki1601&amp;style=normal" height="61" width="50" /><br />
			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Questa è una frase del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Talmud" target="_self">Talmud</a>. Mi piace perché esprime, in mezza riga, più di quanto potrebbero fare mille libri o mille ragionamenti filosofici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Giorno della Memoria, oggi, si ricordano le vittime. Io amo ricordare anche tutti quelli che a rischio della loro stessa vita si adoperarono per salvarne tante altre.</p>
<p>Persone del tutto normali.</p>
<p style="text-align: justify;">Hitler ebbe dalla sua un esercito intero di volenterosi carnefici, che non furono solo gli affiliati al partito nazista o gli ufficiali delle SS: non sarebbero mai bastati, da soli, a perpetrare lo scempio che fu la Shoah. Poterono contare su &#8220;<em>tedeschi comuni, uomini (e donne) che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, sovente con zelo e con gratuito sadismo. E che, per di più, si comportarono così non perché costretti, né perché ridotti alla stregua di schiavi, né perché tremende pressioni sociali e psicologiche li inducessero a adeguare la loro condotta a quella dei compagni. Lo fecero perché l&#8217;antisemitismo germanico era talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false teorie scientifiche, da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli nell&#8217;immaginario collettivo in una sorta di malattia&#8230;</em>&#8221; (*).</p>
<p style="text-align: justify;">Non so dire se questo corrisponda completamente al vero. So che da un giorno all&#8217;altro tanti si videro perseguitati da chi era sempre stato amico, collega, cliente, vicino di casa. E allora qualcosa dev&#8217;essere pur successo per indurre persone del tutto normali a guardare altrove, a non sentire, a non parlare, a far finta di non capire quanto stava avvenendo sotto i loro occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanti, tuttavia, scelsero diversamente. E così, come il male poté manifestarsi nella più disarmante banalità, quella dei rapporti quotidiani, in maniera simile poté il bene e con forza altrettanto dirompente.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel piccolo libro straordinario che è &#8220;<em>La banalità del bene</em>&#8221; (**), dove Enrico Deaglio  raccoglie &#8211; più che raccontare &#8211; la vicenda di Giorgio Perlasca,  tutto è riassunto perfettamente dalle parole che aprono questa storia, quelle dello stesso protagonista, un uomo qualunque: “Lei, cosa avrebbe fatto al mio posto?”.<br />
È tutta lì l&#8217;essenza di una scelta, tra il fare e il non fare, tra vedere e voltarsi dall&#8217;altra parte. Lo racconta lo stesso Perlasca: “<em>Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un&#8217;occasione e l&#8217;ho usata</em>”.<br />
Giorgio Perlasca, nel pieno di un evento straordinario, in un paese straniero, nell&#8217;inverno del 1944, salvò migliaia di persone perché scelse. Questa è anche la dimostrazione che allora era impossibile non vedere, che intraprendere un percorso invece di un altro non era impossibile, difficile, d&#8217;accordo, ma non impossibile, non al di sopra delle umane possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio la questione della scelte che ognuno di noi si trova a fare ogni giorno che mi sta a cuore. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo: aiutare a fare delle scelte. Scegliere di non stare in silenzio, per esempio. Scegliere di indignarsi invece di fare spallucce. Scegliere di non accettare come normalità tutta una  serie di notizie, di esternazioni di personaggi pubblici &#8211; politici e non -, di piccoli e grandi avvenimenti che, ho paura, passano sempre più sotto silenzio. Il male è nell&#8217;uso di certe parole invece che di altre, <a href="http://mucio.tumblr.com/post/355855502/per-favore-ricordatevi-il-nome-di-questa-azienda" target="_self">anche di quelle su una bustina di zucchero</a>, perché le parole non sono mai fini a se stesse, ma arrivano sempre gravide di simboli e significati.<br />
Il male si banalizza anche così ed è sempre un male per tutti, che per forza non ricade solo su quelli che lo producono.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1292" title="4134881610_21df589318" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/01/4134881610_21df5893181.jpg" alt="4134881610_21df589318" width="338" height="450" /><br />
Immagine di<a href="http://www.flickr.com/photos/jpetitseigneur/4134118663/sizes/m/" target="_self"> lecucurbitacee</a></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che chi salva una vita salva il  mondo intero, infatti, allora dev&#8217;essere vero anche il contrario: ognuna delle sei milioni di vite interrotte (alcuni storici ritengono siano state sette milioni, in realtà) ha significato la fine di un mondo, la perdta di infinite possibilità per quelli che sono venuti dopo. Quindi anche per noi.<br />
Le conseguenze di quel che accadde settant&#8217;anni fa verranno scontate anche dalle generazioni future.<br />
Alla mia generazione non resta che passare il testimone, cercando di trasmettere quanto più bene sia possibile, anche tramandando la voce di chi visse quegli anni sulla propria pelle. Non si cambia certo quello che è stato in questo modo, ma si contribuisce a fare da controcanto a chi tenta in tutti i modi di revisionare, minimizzare, cercare significati e forse, sotto sotto, giustificazioni, cosa che accade sempre più spesso, mi pare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Una nota a piè di pagina: tra quattro giorni, il 31, giorni Giorgio Perlasca avrebbe compiuto cento anni. Un motivo in più per ricordarlo oggi e per rivolgere un pensiero e un ringraziamento a  tutti quelli che tanto fecero in quegli anni ma ai quali toccò la sorte di rimanere sconosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(*) <a href="http://www.anobii.com/books/I_volonterosi_carnefici_di_Hitler/9788804420347/0180ad84fd0028705d/" target="_self">I volenterosi carnefici di Hitler</a> &#8211; I tedeschi comuni e l&#8217;Olocauso di Daniel Jonah Goldenhagen, Mondadori 1997</p>
<p style="text-align: justify;">(**) <a href="http://www.anobii.com/books/La_banalit%C3%A0_del_bene/9788820102104/016b2fe646c61d71a9/" target="_self">La banalità del bene</a> &#8211; Storia di Giorgio Perlasca di Enrico Deaglio, Loescher 1993</p>


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		<title>Faccia da 43</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 23:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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Finalmente ci sono arrivata!
Adesso voglio veramente vedere se è vera la storia di quella lettrice di Donna Moderna che una decina di anni fa scrisse al giornale  per lamentarsi dei 43 anni. Sono dieci anni giusti che me la tengo sullo stomaco: esattamente oggi dovrei, secondo lei, entrare in una specie di buco nero, nel [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Finalmente ci sono arrivata!<br />
Adesso voglio veramente vedere se è vera la storia di quella lettrice di Donna Moderna che una decina di anni fa scrisse al giornale  per lamentarsi dei 43 anni. Sono dieci anni giusti che me la tengo sullo stomaco: esattamente oggi dovrei, secondo lei, entrare in una specie di buco nero, nel quale tutte le donne sono destinate a non essere più guardate, ammirate, corteggiate dagli uomini. L&#8217;inizio della fine, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece eccomi qua, mi presento ai 43 con questa faccia. Niente di che, mi si dirà. Vero, ma intanto oggi mi concedo il lusso di festeggiare insieme alla mia autostima e con una punta di orgoglio. Idealmente questo è anche l&#8217;anno in cui passo il testimone: ho un figlio che tra qualche mese compirà vent&#8217;anni e che si sta misurando per la prima volta con la sua vita da adulto. Questa di per sé è già un&#8217;ottima ragione per considerare questo anniversario speciale.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1267" title="4277336608_d780b7e7d0 (1)" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/01/4277336608_d780b7e7d0-1.jpg" alt="4277336608_d780b7e7d0 (1)" width="283" height="400" /></p>
<p style="text-align: justify;">E poi ci sono io. Avevo già in mente una tiritera sulle sicurezze acquisite, sui progetti per il prossimo futuro ma credo che questi li salterò per concentrarmi su una incontrovertibile verità: una donna a 43 anni ha ancora molto da dire,  a qualunque uomo. Altro che buco nero &#8211; e non scendo in ulteriori particolari -. L&#8217;importante è esserne coscienti per prime.</p>
<p style="text-align: justify;">Per farla breve: buon compleanno a me e grazie a quello che ogni giorno mi fa sentire l&#8217;essere più affascinante e sexy di questa terra.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">


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		<title>Egotismi vari ed eventuali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 19:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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Uno degli aspetti peggiori dell&#8217;essere italiani è il retaggio del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni &#8216;50, quei ritratti dell&#8217;italietta del dopoguerra con [...]


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<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti peggiori dell&#8217;essere italiani è il retaggio del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni &#8216;50, quei ritratti dell&#8217;italietta del dopoguerra con il cummenda, il palazzinaro, la servetta e l&#8217;immancabile onorevole che appunto tutti erano tenuti a sapere chi fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe cose sono dure a morire. In tanti sembrano avere buone ragioni per salire su un piedistallo &#8211; anche se alto pochi centimetri &#8211; dal quale guardare chi sta più in basso. Basta diventare mediamente popolari per trasformarsi in una Vanda Osiris che scende la scala, nella convinzione radicata che popolarità significhi sempre importanza.<br />
Altro aspetto del fenomeno è lo strano birignao della prima persona plurale, a sottolineare l&#8217;appartenenza a una élite: noi artisti, noi giornalisti, noi guru. Insomma il caso classico della miss di provincia che si rivolge al suo pubblico cominciando ogni frase con &#8220;noi attrici&#8221;. O quello di un noto scrittore di romanzi gialli che dopo la pubblicazione del suo primo libro si atteggiava a maître à penser dell&#8217;intellighenzia italica, salvo poi dare in escandescenze ad ogni critica &#8211; legittima &#8211; appellandosi alla solita invidia che il prossimo dovrebbe provare nei suo confronti.<br />
O ancora, di chi, per dirla con parole di sordiana memoria, io so&#8217; io e voi non siete un cazzo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1256" title="4. gdp-spettac1-10" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/01/4.-gdp-spettac1-10.jpg" alt="4. gdp-spettac1-10" width="292" height="400" /><br />
Immagine da internet</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sarò fuori standard, ma trovo certi atteggiamenti imbarazzanti e vagamente comici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra lingua esistono parole che non vengono più usate spesso, ma che varrebbe la pena riscoprire, &#8220;sobrietà&#8221;, per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un valore per educande dei bei tempi andati, ma un modo di essere che dovrebbe essere trasmesso ed insegnato e che tanti dovrebbero fare proprio. È una parola che, guarda caso, fa rima con dignità e che si accompagna bene al senso della misura, alla concretezza della sostanza invece che alla forma. La sobrietà è quella che non ama i toni urlati, il presenzialismo esasperato, l&#8217;ostentazione forzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere sobri non significa essere modesti nel senso deleterio del termine, ossia essere sobri non corrisponde a essere falsamente modesti, la falsa modestia è un inganno alla fine. Non corrisponde nemmeno ad una certa ritrosia o, addirittura, a una certa povertà di spirito, come tanti sembrano ritenere. Conosco persone brillantissime, con belle teste pensanti, ma che sono ugualmente molto sobrie. Alcune di queste hanno un senso dell&#8217;umorismo fulminante e dissacrante ma non cedono a sbrodolamenti fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi fare un paragone, direi che la sobrietà si accomuna a un vecchio maglione di pura lana, magari un po&#8217; liso sui gomiti, ma sempre elegante, caldo, pieno di classe e che racconta qualcosa di chi lo indossa, senza mai gridarlo.</p>


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		<title>Una specie di post natalizio</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 10:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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A Natale siamo tutti più buoni. Mica vero: chi è stronzo rimane stronzo, c&#8217; è poco da illudersi. E perché poi aspettarsi il contrario?
Piuttosto, a Natale  molti hanno un pretesto per fare pace con se stessi e un po&#8217; anche per far tacere la coscienza con qualche soldo distribuito qua e là, se non altro [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">A Natale siamo tutti più buoni. Mica vero: chi è stronzo rimane stronzo, c&#8217; è poco da illudersi. E perché poi aspettarsi il contrario?<br />
Piuttosto, a Natale  molti hanno un pretesto per fare pace con se stessi e un po&#8217; anche per far tacere la coscienza con qualche soldo distribuito qua e là, se non altro perché arriva la tredicesima.<br />
Si vede che non credo molto nei buoni sentimenti ispirati dal periodo? So per certo che, paradossalmente e nonostante tutto l&#8217;amore  che riempie i cuori, per tanti questo è il momento più difficile dell&#8217;anno, o, come dicevo, un motivo per rinnovare il loro essere stronzi.<br />
A  Natale quindi divento più incostante del solito e mentre tutto il mondo sembra correre verso quell&#8217;unico giorno io punto direttamente al 26, che mi piace chiamare come fanno gli inglesi, boxing day. Il Natale di chi nella vita viene dopo.<br />
È nei resti della celebrazione da parata che comincia la mia vera festa. Combattuta tra il desiderio di partire e la voglia di restare, l&#8217;eccitazione di poter godere del tempo &#8211; giorni interi anche a fare nulla se volessi, il languore dei ricordi di bambina, il piacere della casa al buio e nel silenzio e dei miei angoli preferiti. L&#8217;insonnia come una vecchia amica ritrovata. La consapevolezza che forse, finalmente, sono cresciuta anch&#8217;io. E le persone alle quali tengo.<br />
Il Natale in fondo è questo: una somma di contraddizioni. Un po&#8217; come l&#8217;albero che allestimmo in terza elementare: un ramo spoglio con addobbi di cartone, medaglie dalla doppia faccia con un dritto e un rovescio. Perché non posso guardare il mio bell&#8217;albero dal sapore vittoriano, rigorosamente oro e rosso per richiamare abbondanza e buona fortuna, senza pensare a chi ha poco o nulla, a chi aveva e ha perso tutto, a chi non c&#8217;è più.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo sia questo in fondo il valore del Natale, il suo dualismo. La morte e la nascita, la partenza e il ritorno, il vecchio e il nuovo. Simboli antichi che vanno al di là di ogni tradizione e valenza religiosa, anche per chi crede. È la magia di questo mese, dei giorni così bui e corti &#8211; in Australia com&#8217;è che fanno? &#8211; dei rituali antichi, più antichi ancora di quelli cristiani, che bene o male, fanno parte del nostro dna.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente rimangono ancora senza risposta i grandi interrogativi che mi pongo ogni anno:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Che senso ha, per chi crede, cantare in chiesa a mezzanotte e agli altri non dedicarsi mai? Non pensare che per tanta gente questa festa e’ solo un giorno per sentirsi più soli, più poveri, più abbandonati del solito? Può bastare a un credente che il Natale si traduca solo nel pensiero del cenone, del pranzo, dei regali, del capodanno in montagna o ai tropici senza allungare mai la mano verso il prossimo? Chi non crede, chi considera il Natale solo un periodo di vacanza, il momento giusto per comprarsi l’ultimo gingillo hi-tech, in qualche modo e’ giustificato. Ma chi si professa credente e partecipa alla messa come se fosse una prima all’opera come si giustifica? Quanti la vivono con la sincerità nel cuore questa festa?</em>&#8221; (Natale 2007).</p>
<p style="text-align: justify;">Tanti auguri laici a tutti.</p>


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