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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>2 agosto</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 21:49:55 +0000</pubDate>
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			</a>
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<p style="text-align: justify;">Posso affermare di aver trascorso tutte le estati della mia infanzia e della mia giovinezza in spiaggia.<br />
Anche il 2 agosto del 1980 ero al mare, avevo 13 anni, capelli lunghissimi e una cavigliera di perline color oro.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era un bel sole quella mattina, niente vento, temperatura perfetta per il bagno. Uscita dall&#8217;acqua,  mi sono seduta sulla sdraio, volevo far asciugare il costume prima di tornare a casa per pranzo. Il vicino d&#8217;ombrellone aveva la radio accesa, col volume alto tanto da sovrastare il suono tipico delle mie estati: onde, voci umane, musica lontana. Dicevano, alla radio, che c&#8217;era stata un&#8217;esplosione alla stazione di Bologna.<br />
Non so perché, ma ricordo perfettamente quel preciso momento: mi tirai su e lasciai che dai capelli le gocce d&#8217;acqua di mare cadessero sulla sabbia. Mi rivestii che il costume era ancora bagnato e tornai a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pranzo non era ancora pronto e accesi la tv. Mia mamma era in cucina e le dissi dell&#8217;esplosione. C&#8217;erano quelle immagini della stazione ridotta in macerie, le ambulanze. All&#8217;inizio parlavano di fuga di gas, poi dissero che era stata una bomba.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Ustica, solo qualche settimana prima, non dimenticherò mai la prima pagina del Resto del Carlino il giorno sucessivo. C&#8217;era questa grande foto a colori, quella che poi è diventato un simbolo della strage, con il mare blu e quel corpo che galleggiava come una bambola rotta. Di tutto il resto ho ricordi confusi.<br />
Ma Bologna fu diverso. Sognai terroristi, attacchi armati, bombardamenti per giorni e giorni dopo. Erano sogni in bianco e nero per lo più. Nella mia mente di tredicenne quello era l&#8217;episodio più simile a una guerra che avessi mai vissuto e Bologna era talmente vicina.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 agosto 1980 segnò la fine della mia infanzia e dell&#8217;innocenza tipica dei bambini. Le persone morivano a causa delle bombe proprio vicino a casa mia. Non avrei mai più guardato alla realtà allo stesso modo; tutto quello che mi aveva fatta sentire al sicuro fino a quel giorno, il senso di protezione di cui avevo goduto in ogni momento della mia esistenza non sarebbero più bastati a tener fuori il mondo vero. È anche così che si cresce.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla stazione di Bologna passai un anno e mezzo dopo,  in occasione della prima gita scolastica all&#8217;estero.<br />
Il sottopassaggio era stato riaperto da non molto. Scendemmo, i miei compagni e io, per raggiungere il binario del treno per Vienna e quando ci trovammo li sotto, nella parte ricostruita, così nuova, con le pareti intonse e nude, per parecchi minuti nessuno di noi parlò più.</p>
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		<title>Omosessualità in tv (per concludere il discorso)</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un articolo Per pura coincidenza, dopo aver pubblicato il mio ultimo post, mi sono imbattuta in questo articolo del Guardian dove si parla di come l&#8217;omosessualità viene rappresentata nelle trasmissioni tv preferite dai più giovani. Stonewall è una organizzazione fondata nel 1989 per contrastare in Gran Bretagna la sezione 28 del Local Government Act (normativa [...]


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			</a>
		</div>
<h3>Un articolo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per pura coincidenza, dopo aver pubblicato il mio ultimo post, mi sono imbattuta in questo <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2010/jul/22/gay-people-stonewall-study-tv" target="_self">articolo del Guardian</a> dove si parla di come l&#8217;omosessualità viene rappresentata nelle trasmissioni tv preferite dai più giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stonewall.org.uk/" target="_self">Stonewall</a> è una organizzazione fondata nel 1989 per contrastare in Gran Bretagna la sezione 28 del Local Government Act (normativa contro la &#8220;promozione&#8221; dell&#8217;omosessualità nelle scuole), ma che col tempo è diventata un punto di riferimento importante per la difesa dei diritti di uguaglianza di lesbiche, gay e bisessuali. Tra gli ultimi successi ottenuti ricordo in modo particolare l&#8217;eliminazione del bando dall&#8217;esercito di gay e lesbiche e la promozione dell&#8217;adozione nelle coppie omosessuali.<br />
Stonewall, inoltre, si occupa di promuovere la ricerca su temi come il crimine legato all&#8217;omofobia, la salute tra le donne lesbiche e il bullismo scolastico a carattere omofobico.<br />
I dati della ricerca hanno confermato che i personaggi gay, quando non invisibili, vengono rappresentati in modo negativo o in maniera tale da sminuirli dalla maggior parte dei programmi. A tal proposito, i ricercatori hanno visionato i venti programmi più popolari tra i più giovani per 16 settimane, dallo scorso settembre fino a gennaio 2010, e hanno rilevato che lesbiche, gay e bisessuali sono stati rappresentati per un totale di 5 ore e 43 minuti. Nel 36% di questo tempo, inoltre, la rappresentazione ha avuto connotazioni solo del tutto negative.  Nessuna meraviglia, commentano da Stonewall, se il bullismo a sfondo omofobico abbia raggiunto proporzioni endemiche nelle scuole superiori della Gran Bretagna. Anche quando i gay appaiono in tv, questi vengono raffigurati negativamente o sminuiti rispetto agli altri personaggi.<br />
Sempre in Gran Bretagna, un sondaggio somministrato agli insegnati delle scuole secondarie ha rilevato che per il 71% di questi, il linguaggio anti gay così comune in tv ha effettivamente una ricaduta anche sull&#8217;incidenza del bullismo a sfondo omofobico.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1981" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/29/omosessualita-in-tv-per-concludere-il-discorso/matrimonigay/" target="_self"><img class="aligncenter size-full wp-image-1981" title="matrimonigay" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/matrimonigay.jpg" alt="" width="246" height="334" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Immagine da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/LGBT_rights_in_Europe" target="_self">Wikipedia</a></p>
<p style="text-align: justify;">Senza entrare nell&#8217;argomento del bullismo nelle scuole italiane che, sebbene non abbia il carattere &#8220;culturale&#8221; che ha nel Regno Unito (fino a qualche tempo fa veniva considerato un valido sussidio educativo), sembra diventare fonte di preoccupazione solo se Youtube viene coinvolto e assodato il fatto che di omosessualità e omofobia nella nostre scuole praticamente non si parla mai, mi sono chiesta se in Italia fossero state condotte ricerche simili sulla televisione.  Mi sono bastati esattamente dieci minuti sul solito Google per avere conferma che no, niente di simile è mai stato pensato in Italia, tanto che con chiave di ricerca &#8220;omosessualità e televisione&#8221; ho ottenuto risultati vari, tra i quali nell&#8217;ordine: critiche sparse al Grande Fratello di quest&#8217;anno, un articolo vecchio di cinque anni su come nella tv italiana sia in atto &#8220;una strategia mediatica per far recepire l&#8217;omosessualità<em>&#8221; </em>e renderla &#8220;normale&#8221;, esternazioni sparse di Bertone su pedofilia e omosessualità, Marco Carta che nega la propria, Scamarcio e le sue <em>Mine Vaganti</em> e Cecchi Paone che conferma la presenza di molti conduttori gay o bisex in Rai e Mediaset.<br />
Il resto è il vuoto assoluto.  Non ci sono studi su come e quanto l&#8217;omosessualità venga rappresentata nei canali italiani per i programmi più popolari, né dati che riguardano episodi di violenze a sfondo omofobico sui più giovani, o di come l&#8217;omosessualità venga vissuta tra i teenager (<a href="http://www.youth-suicide.com/gay-bisexual/" target="_self">studi condotti negli Stati Uniti</a> confermano che tra gli adolescenti omosessuali siano molto più alte le percentuali di tentato suicidio).<br />
L&#8217;omosessualità rimane territorio (volontariamente) inesplorato per la maggior parte degli abitanti e delle istituzioni di questo paese dove, più che altro, la cultura prevalente è quella che si basa sul pregiudizio. Inutile sottolineare come questo si rispecchi fedelmente anche nella televisione nostrana. Non meravigliano quindi le aggressioni &#8211; di ogni genere &#8211; sempre più frequenti nei confronti degli omosessuali, così come il piazzamento dell&#8217;Italia nella zona più bassa della <a href="http://www.arcigay.it/diritti-gay-male-italia-classifica-ilgaeurope" target="_self">classifica</a> dell&#8217;associazione<em> <a href="http://www.ilga-europe.org/" target="_self">Ilga-Europe</a> </em> per quanto concerne i diritti degli omosessuali. Mentre il Regno Unito si colloca al sesto posto della stessa classifica con un totale di otto punti su dieci e si fanno studi sui teenager e il bullismo a sfondo omofobico, <a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/07/13/news/la_provincia_di_milano_censura_pasolini_via_quello_spettacolo_non_educativo-5570089/" target="_self">in Italia si censura Pasolini</a> perché considerato diseducativo, scabroso e imbarazzante.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: center;">
<h3>Una serie TV</h3>
<p style="text-align: justify;">Sempre dopo quel post e più o meno in contemporanea all&#8217;articolo del Guardian, una sera navigando su Youtube ho finito col cliccare per caso su un video tratto da <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Queer_as_Folk_(serie_televisiva_statunitense)" target="_self">Queer as Folk</a></em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Queer_as_Folk_(serie_televisiva_statunitense)" target="_self"> U.S.A.</a> Completamente dimenticata per anni, all&#8217;improvviso mi è tornata in mente: ne avevo sentito parlare vagamente durante uno dei miei soggiorni scozzesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può parlare di colpo di fulmine in questo caso? Sì, lo so che la serie è piuttosto vecchia (cominciata nel 2000 e terminata nel 2005) e che viene trasmessa anche in Italia sui canali via satellite, sebbene a orari impossibili, ma per me non solo è stata un rivelazione in quanto non amo in generale seguire le serie tv, ma soprattutto perché in qualche modo veniva a completare il discorso che avevo cominciato nel post sulla mia presa di posizione in difesa dei diritti degli omosessuali. Mi sono immediatamente gettata in una full immersion di cinque stagioni e svariate decine di episodi. Le ferie estive servono anche a questo, dopotutto.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1984" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/29/omosessualita-in-tv-per-concludere-il-discorso/attachment/603022/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1984" title="603022" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/603022.jpg" alt="" width="423" height="333" /></a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;">Immagine da internet</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi che me l&#8217;hanno fatta amare sono presto detti. È esplicita e al di fuori da ogni retorica. Vero, ci sono moltissime scene di sesso omosessuale che molti potrebbero considerare pornografia (non lo sono), ma sono sempre ben contestualizzate e servano almeno a uno scopo, oltre a quello di far aumentare in modo vertiginoso l&#8217;audience quando <em>Queer as Folk</em> uscì per la prima volta negli Stati Uniti e in Canada: quello di rendere l&#8217;omosessualità reale e umana. Insomma, siamo abituati a vedere in tv scene d&#8217;amore e sesso eterosessuale, nessuno si scandalizza per baci e carezze, ma la percezione cambia del tutto quando questi vengono scambiati tra due uomini o due donne. Le scene di sesso, in questo caso, servono anche da momento di rottura.<br />
È una serie al di fuori degli stereotipi, anche se non del tutto e non sempre. Guardandola ci si accorge che l&#8217;omosessualità è parte della vita di tante persone e che non c&#8217;è proprio nulla di anormale o contro natura in questo, che un bacio è un bacio, che l&#8217;amore è amore e non diminuiscono di valore solo perché scambiati tra persone delle stesso sesso.<br />
La nudità, il sesso esplicito, il linguaggio molto forte sono soltanto lo strato superficiale, quello che si nota in prima battuta e che di più fa discutere, ma al di là di questi è evidente lo spessore psicologico dei personaggi, si assiste alla loro crescita, sia per quanto riguarda le loro storie personali, sia in relazione a quanto succede attorno a loro. A questo punto, le loro vicende sono solo uno spunto per temi importanti come l&#8217;omosessualità tra gli adolescenti, il bullismo a sfondo omofobico, il matrimonio e le adozioni nelle coppie omosessuali, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la violenza, l&#8217;attivismo e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando <em>Queer as folk</em> uscì negli Stati Uniti sul canale a pagamento Showtime, generò parecchio rumore. Se ne parlò molto sui giornali, nei vari talk show, tra i conservatori e, ovviamente, nelle comunità gay, che in alcune occasioni sollevò critiche su come il telefilm avesse dipinto gli omosessuali. La discussione servì, però, ad aprire una finestra su un mondo che fino ad allora era del tutto sconosciuto ai più.<br />
Di fatto modificò la cultura americana e aprì le porte ai gay in televisione. Non c&#8217;era mai stato qualcosa di veramente gay sulla tv americana, prima, e anche nei casi in cui gli omosessuali apparivano, questi non si discostavano mai dai vecchi cliché o, nel migliore dei casi, venivano inseriti negli show solo per attirare il loro pubblico, cercando una rappresentanza più incisiva nei media.<br />
Gli sceneggiatori svilupparono la storia nel corso dei cinque anni accogliendo anche le osservazioni e i suggerimenti del pubblico omosessuale su argomenti precisi, ad esempio quando si trattò di parlare di coppia e positività HIV.<br />
Fu una scossa enorme, una specie di terapia d&#8217;urto che aiutò molti ad accettare la propria omosessualità e molti altri ad accettare quella altrui.<br />
E in Italia? In Italia buio. La serie, boicottata più volte, arrivò finalmente nel 2006 e da allora è sempre andata in onda in terza serata &#8211; se non oltre &#8211; benché su canali diversi. Non se ne parlò sui giornali, non in televisione e di sicuro, non generò alcun tipo di discussione né di confronto; ho l&#8217;impressione che ancora oggi venga più considerata una versione homo di Sex and the City piuttosto che uno schiaffo violento a quel certo clima che si respira da queste parti da troppo tempo. Ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso, in effetti.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione non sembra destinata a cambiare in meglio, anzi. Una serie televisiva vecchia di dieci anni e forse superata altrove è ancora qualcosa da non mostrare apertamente in Italia. Questo per sottolineare come qui chiusura, intolleranza e ignoranza raggiungano livelli mostruosi su questo argomento, con le conseguenze che sono quelle che si leggono &#8211; sempre con meno attenzione &#8211; sui giornali e altrove anche in rete.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
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		<title>Perché sostengo la lotta contro la discriminazione degli omosessuali</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 19:50:26 +0000</pubDate>
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2009/03/17/donne-che-invecchiano/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Donne che invecchiano'>Donne che invecchiano</a></li>
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<p style="text-align: justify;">Spesso non ci sono spiegazioni sul perché di un certo modo di sentire e percepire il mondo. A volte succede che la percezione sia frutto, tra le altre cose, di un percorso, l&#8217;epilogo di una storia personale che non tiene alcun conto dell&#8217;ambiente in cui si è nati e cresciuti, né dell&#8217;imprinting che tale ambiente ci ha imposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, ad esempio, non ricordo quando per la prima volta sentii parlare di omosessualità.<br />
Non è che si discutesse molto di certi argomenti a casa quand&#8217;ero bambina. Così come per il sesso, non se ne parlava apertamente.  Nemmeno il libro di educazione sessuale che mia madre comprò affinché io e mia sorella venissimo &#8220;illuminate&#8221; nel modo più adatto parlava di omosessualità. Altri tempi, credo. O, più prosaicamente, l&#8217;argomento veniva trattato da libri che non conoscevamo. Non era una esigenza molto sentita quella di parlare ai ragazzi di omosessualità, l&#8217;eventualità non veniva presa in considerazione, di conseguenza il problema non esisteva.<br />
Per fortuna più tardi ci furono la scuola media e la mia insegnante di matematica e scienze. Non so se nel 1980 i programmi ministeriali lo prevedessero ma, tra le altre cose, ci parlò molto apertamente di come funzionava il nostro corpo e di cosa dovevamo aspettarci di lì a qualche tempo, senza tralasciare un paio di lezioni sulle malattie veneree. Informazione sessuale, la chiamava lei.<br />
In prima liceo, a quindici anni, lessi il romanzo di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. I protagonisti avevano la nostra età più o meno e nel libro si parlava di omosessualità e prostituzione maschile. Non mi si aprì alcun mondo, a dire il vero. Considerai la cosa naturale, nessun sconvolgimento o altro.<br />
All&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico successivo qualcuno portò in classe un giornalino tedesco per adolescenti. Per molti versi era molto simile ai nostri Dolly e Cioè, ma in quello, accanto alla posta del cuore, c&#8217;era una rubrica nella quale un medico rispondeva ai ragazzi che inviavano domande su sesso e altro. Fu allora che sentii parlare per la prima volta della &#8220;malattia dei gay&#8221;. Era l&#8217;AIDS, ma è così che la chiamavano loro. Sembrava, all&#8217;epoca, che colpisse selettivamente solo i gay; non erano del tutto chiaro, nei primissimi anni &#8217;80, quali meccanismi regolassero la diffusione della malattia. In Italia non circolavano notizie al riguardo.<br />
I nostri coetanei germanici, invece, alla ripresa della scuola dopo le vacanze estive in campeggio o al mare, si preoccupavano delle notti trascorse  nei sacchi a pelo con amici e sconosciuti; chiedevano se era possibile infettarsi con un bacio, se un fidanzato che aveva fatto sesso con un amico fosse ancora sano, se le ragazze potevano prenderla anche loro. Anni luce dalle nostre letterine su come conquistare il compagno di banco.</p>
<p style="text-align: justify;">Passati gli anni del liceo, continuavo a trovare l&#8217;omosessualità del tutto normale. Succedeva, uscendo con gli amici maschi, che qualche ragazzo ci provasse con me e qualcuno con loro, tutto rientrava nell&#8217;ordine naturale delle cose, mentre di omosessualità e di AIDS si cominciò a parlare moltissimo. Ero già mamma, quando uscì &#8220;Philadelphia&#8221;. Questo film mise tutta la questione sotto una luce completamente nuova per me. Non era tanto per il tema dell&#8217;AIDS che nel frattempo si era trasformato in tragedia, ma perché per la prima volta considerai me stessa come madre di un bambino che avrebbe anche potuto scoprirsi omosessuale un giorno.<br />
Rimasi commossa dal modo in cui Jonathan Demme, il regista, era riuscito a disegnare i legami famigliari all&#8217;interno della vicenda principale. L&#8217;amore incondizionato e la devozione di quei genitori per il loro figlio e il suo compagno, l&#8217;affetto profondo tra i due mi fecero pensare che nulla avrebbe potuto sminuire l&#8217;amore che io stessa provavo per mio figlio, nemmeno le sue future inclinazioni sessuali.<br />
Nel dicembre del 2001 conobbi Fraser su in Scozia. Aveva la più bella voce da radio che avessi mai sentito, calda e profonda. Era un bravo speaker, con un accento di Edimburgo molto musicale e un bel sorriso.<br />
Ma Fraser era anche Lucy e gridava per essere accettato anche per quel suo lato. Fu grazie a Lucy che ebbi modo di assistere a una delle più grandi prove di amicizia che un uomo potesse dimostrare nei confronti di un un altro. Per Mark, Fraser rimaneva un amico a cui teneva. Rispettava le sue scelte e non si tirava indietro, nemmeno quando si trattava di accompagnarlo il sabato pomeriggio a fare shopping in Buchanan Street a Glasgow nelle vesti di Lucy: tacchi alti, vestitino, parrucca e make-up. Un amico è un amico, c&#8217;è poco da fare.<br />
La notizia della morte di Fraser ci giunse una domenica all&#8217;inizio del marzo dell&#8217;anno dopo. Mark telefonò al mio compagno, eravamo insieme in quel momento. Fraser alla fine ce l&#8217;aveva fatta a togliersi la vita dopo tre o quattro tentativi in cui erano riusciti a salvarlo in tempo. In tanti avevano provato ad aiutarlo: Mark, ma anche quelli che a turno lo ospitavano a casa loro per stare con lui, per non lasciarlo mai solo, per dargli il supporto e il conforto che la sua famiglia, i suoi genitori non riuscivano a dargli. Se n&#8217;era andato di casa per quel motivo; coloro i quali avrebbero potuto salvargli la vita non ne volevano sapere di lui, di quello che era. Lo consideravano un affronto e un insulto.<br />
Qualche giorno dopo il funerale, Mark mise online una pagina per raccogliere i messaggi di chi aveva conosciuto, Fraser, anche solo online, e di chi gli aveva voluto bene. Mi ricordo che scelse, per l&#8217;home page, una foto di Lucy. I genitori di Fraser lo contattarono dopo pochi giorni e gli chiesero di rimuovere tutto, non solo la foto, ma l&#8217;intero sito con tutte quelle testimonianze di affetto.<br />
Non volevano che il loro figlio venisse ricordato &#8220;in quel modo&#8221;.<br />
A luglio il mio compagno io andammo insieme al cimitero. Era una bella giornata di sole a Edimburgo. Non c&#8217;erano molto persone lungo i vialetti, ma ce ne rimanemmo distanti per un po&#8217; perché i genitori di Fraser erano lì anche loro e sapevamo che non gradivano le visite di chi lo aveva conosciuto e amato anche come Lucy.  Mi raccontarono che ogni giorno andavano e passavano qualche ora di fronte a quella lapide, che erano molto religiosi e devoti.</p>
<p style="text-align: justify;">Conobbi poi Joe, uno dei migliori amici di sempre del mio compagno. Joe era uno di quelli che Ian chiamava &#8220;glitter gay&#8221;, amava gli accessori femminili e il colore rosa. Faceva il barista in un pub e non mi sembrava particolarmente girlish. Lo ritenevo bello e simpatico, un&#8217;ottima compagnia, si parlava bene con lui. Con mio figlio passammo una bella domenica tutti insieme. Lo ricordo con molta simpatia anche perché aveva qualche difficoltà nel far coesistere il lato sentimentale e quello più sensuale della sua omosessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Più o meno nello stesso periodo mio figlio cominciò il liceo. Non che non avessimo mai affrontato l&#8217;argomento, ma sentii l&#8217;esigenza di riprendere il discorso, se non altro perché cominciava ad avere l&#8217;età più giusta per parlarne in un certo modo. Non era tanto il fatto che mi preoccupassi di fargli sapere, per l&#8217;ennesima volta, che non avrebbe fatto alcuna differenza se avesse preferito un fidanzato a una fidanzata, ma che volevo fosse chiaro che avrei accettato qualunque sua scelta sentimentale felicemente. Soprattutto volevo che continuasse a considerare noi, i suoi genitori, i suoi migliori alleati. L&#8217;avremmo sostenuto sempre. Io, in particolare, portavo ancora con me il ricordo di Fraser.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno 2008 partecipai a Roma al Gay Pride. Alemanno era stato da poco eletto sindaco e molti temevano disordini e scontri per l&#8217;occasione. Fu invece l&#8217;evento più colorato, gioioso, scoppiettante a cui avevo preso parte fino a quel momento. Ritenni fosse importante esserci in quanto etero, per me, per mio figlio, per dare un segno tangibile della mia solidarietà, perché quando si tratta di manifestare per il riconoscimento di diritti fondamentali, non hanno senso certe distinzioni di &#8220;categoria&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la mia storia.  Ho sempre considerato aberrante che ci sia chi viene discriminato per le sue preferenze sessuali. Che importanza può avere il sesso di quelli con i quali dividiamo il letto? In che modo un omosessuale è peggiore come essere umano? C&#8217;è poi tutta la parte legata al diritto, del rispetto di quelli umani e civili, della dignità sociale negata, anche per le cose che normalmente consideriamo acquisite e da non mettere in discussione. Ci sono invece persone che perdono casa e lavoro, che non possono circolare tranquillamente per strada, alle quali non è consentito assistere in ospedale un compagno o una compagna bisognosi. E c&#8217;è una violenza terribile in giro, non solo quella manifesta ed evidente dei calci e dei pugni, ma pure l&#8217;altra più sottile che si insinua nei discorsi apparentemente innocenti di persone cosiddette normali, magari giovani e con istruzione medio-alta, che sostengono, anche ridendo, che &#8220;avrebbero preferito un figlio senza un braccio o una gamba a un figlio fatto così&#8221; e la violenza, anche solo di pensiero, mi spaventa molto. Vedo, in effetti, che il mondo in cui viviamo ha sempre più l&#8217;insana tendenza a prendere come riferimento concetti violenti, a voler assoggettare chi viene considerato debole in qualche modo: gli omosessuali sì, ma anche gli immigrati extracomunitari, le donne. E forse, proprio perché donna, sono particolarmente sensibile quando si tratta di discriminazione, di diritti e di libertà di scelta negati.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di ogni motivo razionale, poi, ci sono gli altri, quelli &#8220;di pancia&#8221;. Mi fa arrabbiare e mi provoca una grande tristezza pensare che persone che si amano non abbiano alcun diritto di vivere insieme, di costruire una famiglia, di fare progetti.  La vita è già difficile di per sé e non è giusto, umanamente, renderla un inferno per qualcuno solo perché diverso per inclinazioni e sentimenti.<br />
Buttandola sul lato romantico, perché anche questo ha il suo peso, trovo sia mostruoso che tanto amore vada sprecato per via dei pregiudizi altrui. Se non esistessero, Fraser sarebbe ancora vivo, forse con un compagno, forse no, ma vivo di sicuro e chissà quanti altri come lui; se questi non ci fossero ci sarebbero meno persone ammalate di solitudine e depressione, meno figli che si sentono rifiutati, meno di quelli che si sentono dire meglio morto che frocio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie ragioni sono queste, per riprendere il titolo di questo post. Tralascio volutamente ogni altro motivo più alto e meno personale, così come non voglio addentrarmi in discorsi inutili di cosa sia naturale o meno per gli esseri umani, del concetto di famiglia, di tradizioni cattoliche o di fini riproduttivi dell&#8217;accoppiamento. Non m&#8217;interessano.</p>
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		<title>Panchine</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 09:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">A volte, vagando tra gli scaffali virtuali degli amici si trovano <a href="http://www.anobii.com/books/Panchine/9788842086338/016720fe962c90bbb0/" target="_self">tesori</a> che non solo vorresti possedere e leggere all&#8217;istante, ma che spalancano finestre su ricordi e pensieri. L&#8221;unica cosa che puoi fare, allora, è affacciarti con curiosità.<br />
Questo &#8220;<em>Panchine</em>&#8220;, aggiunto immediatamente alla lista dei prossimi acquisti, mi ha fatto ritornare alle tante panchine della mia vita. Le panchine sono sedili all&#8217;aperto che non fanno notizia per maggior parte del tempo, ma anche luoghi dove si consumano momenti fondamentali che rimangono incisi nell&#8217;anima per sempre. Sono diventate, nell&#8217;immaginario collettivo, simboli di romanticismo perfetto o di estrema disgrazia, andando dai fidanzatini di Peynet ai senzatetto che lì sopra si addormentano. Tutto quello che scorre in mezzo è vita ed è bello che qualcuno abbia voluto scrivere un libro su questo.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1902" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/12/panchine/97130581_dbf67656c1-1/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1902" title="97130581_dbf67656c1" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/97130581_dbf67656c1-1.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/roberto_ferrari/97130581/sizes/m/in/photostream/" target="_self">Roby Ferrari</a></p>
<p style="text-align: justify;">Io stessa mi sono resa conto di aver citato più volte le panchine nei miei post. In effetti, anche la mia vita ne è piena e alcune sono diventate dei veri e proprio monumenti personali, mentre altre esistono solo nei miei ricordi perché scomparse da tempo. Cosa piuttosto curiosa: quasi tutte le mie panchine sono legate a figure maschili che in qualche modo sono entrate nella mia vita per periodi più o meno lunghi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima in ordine di tempo è sul molo di casa mia, quello che da sotto il faro si affaccia da un lato su yacht e barche a vela ormeggiati nella calma del porto turistico. Fa parte di una serie di panchine collocate proprio al centro del molo, con la doppia seduta: da una parte il Candiano e le navi che entrano, dall&#8217;altro le barche da diporto. Panchine antipatiche, devo dirlo, che non hanno alcun rispetto per l&#8217;intimità di chi si siede lì. Non so dire quale sia esattamente quella sulla quale siamo rimasti a parlare sotto il sole tiepido del primo di maggio il mio ex compagno ed io, ho rimosso del tutto quei minuti,  i discorsi fatti e anche lui, nonostante siano passati solo due mesi.<br />
Adesso ricordo solo che era il primo giorno caldo di una primavera impazzita, la mia maglietta viola, i sandali ai piedi- finalmente &#8211; e il mio viso rivolto al sole di mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Andando ancora più indietro torno a Roma. Altra panchina nel marzo gelido di due anni fa, lungo Via della Domus Aurea. Erano le nove di mattina, ancora una giornata di sole e un flirt consumato con i raggi che filtravano tra i cipressi e finivano sui Ray Ban vecchio modello di lui. Solo un episodio come tanti, ma la Via della Domus Aurea mi è rimasta nel cuore, è uno dei posti dove torno sempre, la percorro in discesa e poi un po&#8217; in salita, mi siedo all&#8217;ombra degli alberi in &#8216;estate, con un gelato e un libro e non so come possa succedere che il traffico mi sembra sempre distante e io sempre pazzescamente felice. Non c&#8217;è nulla da esorcizzare a Roma, nonostante tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">La panchina a lato della chiesa di San Francesco a Bologna è una di quelle che sono diventati monumenti. Stanno là ad imperitura memoria di un giorno speciale. Mi ricordo un lungo abbraccio, una passeggiata mano nella mano e quella panchina per tutto il pomeriggio. Era il 3 di dicembre e non faceva freddo. Pure se lo fosse stato, comunque non l&#8217;avrei sentito di certo. Il giorno successivo scrissi, su altre pagine, queste parole: &#8220;<em>Il giorno dopo è sempre come risvegliarsi da un sogno. Il senso del tempo si modifica, era ieri ma è talmente lontano, impossibile che sia stato solo ventiquattr&#8217;ore fa. E pare incredibile che eravate proprio voi due quelli e non due adolescenti a sbaciucchiarsi su una panchina. Fino a quando è lecito sbaciucchiarsi? Parlavo della levità di certe situazioni: è bellissimo ritrovarla a quarant&#8217;anni, un giorno tra tutti gli altri, un giorno che magari si avrà dimenticato tra un anno, ma che pure c&#8217;è stato, è esistito</em>&#8220;.<br />
Di anni ne sono passati più di tre, tante cose sono cambiate nel frattempo, ma quel giorno non l&#8217;ho scordato. Certo, ha assunto i contorni sfumati, come sempre succede col tempo che passa, e colori meno vividi, ma altro è rimasto: l&#8217;affetto, un legame di amicizia, esperienze condivise, confidenza. Di questo sono grata.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra mia panchina si trova sul lungomare di Helensburgh, sulla costa occidentale della Scozia. Ellensburgh è una località turistica dal sapore proleterio-vittoriano. Mi raccontavano di come i glaswegians, gli abitanti di Glasgow, prima della guerra, ma anche immediatamente dopo, la domenica usassero raggiungerla a bordo del vapore Waverly per una vacanza di qualche ora: un gelato, una passeggiata sul pontile, un po&#8217; di musica.<br />
Non c&#8217;è mai molto folla, a dire il vero, né molto da fare, nemmeno d&#8217;estate. Qualche anziano che passeggia, ragazzetti con la faccia imbronciata e i pungi in tasca a far la fila per fish and chips.<br />
La strada principale si affaccia sulla costa, i palazzi e i negozi su un lato e dall&#8217;altro il Clyde. Lì ho condiviso una cena con i gabbiani in una serata di luglio di qualche tempo fa: pesce, patatine e baci. E tutt&#8217;intorno, con il sole ancora alto, le colline a perdita d&#8217;occhio. Mi ricordo di essermi alzata da quella panchina guardandomi attorno e pensando &#8220;questa è la mia terra&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1903" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/12/panchine/230315101_1aa27b43ca/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1903" title="230315101_1aa27b43ca" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/230315101_1aa27b43ca.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/ztephen/230315101/sizes/m/in/photostream/" target="_self">ztephen</a></p>
<p style="text-align: justify;">Di un&#8217;altra panchina diventata monumento avevo <a href="http://www.diariosemistupido.it/2009/10/15/1982/" target="_self">già raccontato</a>. È quella alla quale non posso fare a meno di lanciare un&#8217;occhiata quando passo per quella strada, cosa che capita almeno un paio di volte al giorno. È il simbolo della mia adolescenza, di quel periodo che è un salto nel buio per molti versi, ma che bisogna affrontare per crescere. Ho ricordi dolci di canzoni, chiacchiere, sorrisi e molta timidezza. Ci ripenso come a un film di qualche anno fa, a colori, certo, ma con i personaggi fuori moda. Luca e io, che in tanti mesi di passeggiate pomeridiane non abbiamo mai osato tenerci per mano. Ma su quella panchina, almeno, stavamo vicini, jeans contro jeans, ginocchia contro ginocchia. E mio figlio, al quale ho raccontato, che mi prende in giro ogni volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ultime panchine sono quelle che non esistono più perché eliminate o perché del tutto dimenticate. Ce ne sono tante, ma le mie preferite rimangono quelle del parco pubblico di quando ero bambina: dipinte di verde scuro, con le doghe in ferro, arroventate durante i mesi estivi, scivolose e scomode sempre, tanto da farmi desiderare di rimanere seduta lì il meno possibile. A ripensarci, una vera e propria strategia.</p>
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		<title>Dopotutto, ancora Venezia</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 10:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie riflessioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo scorso fine settimana ho finalmente coronato un mio (piccolo) sogno di sempre: passare qualche giorno a Venezia. In realtà, non è che a Venezia non fossi mai stata, anzi torno e ritorno spesso e molto volentieri, ma fino allo scorso venerdì sempre e solo con toccate e fughe, che si traducono ogni volta con [...]


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		</div>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso fine settimana ho finalmente coronato un mio (piccolo) sogno di sempre: passare qualche giorno a Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, non è che a Venezia non fossi mai stata, anzi <a href="http://www.diariosemistupido.it/2009/08/03/a-cercare-il-ruyi-a-venezia-di-notte/" target="_self">torno</a> e ritorno spesso e molto volentieri, ma fino allo scorso venerdì sempre e solo con toccate e fughe, che si traducono ogni volta con l&#8217;incubo dell&#8217;orologio e il pensiero del treno da prendere per rientrare a casa in serata<br />
Avere la libertà di godere di ogni istante nell&#8217;arco delle ventiquattro ore è stato un regalo che mi sono fatta.<br />
Certo, ho colto l&#8217;occasione anche per <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/04/un-po-piu-venezia-un-po-meno-camp/" target="_self">altro</a>, ma di fondo rimaneva quel desiderio mai soddisfatto di sedermi e guardare il sole tramontare senza patemi d&#8217;animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tre giorni e due notti, quindi, la mia casa è stata un alberghetto situato in un piccolo palazzo del &#8217;700 nei pressi di San Zaccaria, con tanto di finestre a colonne e con l&#8217;affaccio direttamente sul canale sottostante. Mi sono anche divertita a immaginare chi poteva aver abitato lì nel corso degli ultimi trecento anni, se la stanza che occupavo al terzo piano fosse una di quelle destinate alla servitù, all&#8217;istitutrice, o al maestro di musica. Facile fantasticare in posto così, dove ti chiedi per forza, prima di dormire, quale fantasma verrà a visitarti di notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho imparato tanto, durante il mio breve soggiorno, e di tanto altro ho avuto conferma, primo tra tutto il fatto che molte città hanno carattere e personalità, pochissime vivono di magia e Venezia è una di queste.</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola piacevolezza è stata quella di essere svegliata ogni mattina dai gondolieri sotto le mie finestre. Ho scoperto che cantano veramente ogni tanto, e che si chiamano a voce alta l&#8217;un l&#8217;altro mentre si raccontano in dialetto stretto i fatti del giorno. Ma prima ancora dei gondolieri, quando il giorno è appena ai suoi inizi, sono gli uccelli a farsi sentire: tanti, con suoni diversi, tutti insieme che sembra di stare in una voliera o in una giungla tropicale, non in una città d&#8217;acqua e mattoni.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1864" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/07/dopotutto-ancora-venezia/foto-1/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1864" title="Santa Croce" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/foto-1.jpg" alt="" width="640" height="480" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Altra scoperta: Venezia è un buco nero, una sorta di scherzo spazio-temporale. Ci sono intere aree in cui i cellulari sono completamente inutili, i gps non rispondono, il wi-fì inesistente. L&#8217;ho verificato di persona, intorno alle dieci di sera, da sola, dispersa tra rughe e salizade deserte, finita per sbaglio in corti che, se non fosse per la diffusione della corrente elettrica nelle abitazioni, hanno subito ben pochi cambiamenti negli ultimi cinquecento anni. Ed è proprio in quei momenti che ci si accorge della magia, che qualcosa ci deve pur essere nell&#8217;aria di questa città, a parte i miasmi che vengono su dai canali, per farla sopravvivere ancora oggi così com&#8217;è sempre stata, fantasmi compresi.<br />
Ho sempre pensato che il modo migliore per visitare Venezia sia perdercisi con un paio di scarpe comode, lontano dalle piste battute dai turisti. Farlo di notte ne aumenta il valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo dicevo alla mia amica Daniela: a Venezia puoi venirci una volta al mese nell&#8217;arco di un anno e scoprire ogni volta una città diversa. E lo stesso fenomeno si ripete nel corso di una giornata: è come rimanere seduti di fronte a uno schermo cinematografico con un film sempre diverso a seconda dell&#8217;ora. Le cinque di mattina, un quadro impressionista; le sette puro oro bizantino; mezzogiorno, verde acqua e canicola; gli arancioni e gli azzurri pomeridiani; le sfumature del tramonto sul bacino di San Marco; le luci che si rispecchiano sulla laguna appena cala la notte lungo la Riva degli Schiavoni e quelle che si riflettono nei rii e sotto i ponti di cui nessuno ricorda il nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra stramberia veneziana: i turisti. Ti aspetteresti che tutti quelli che riempiono le calli allo stato brado durante il giorno continuassero la movida del dopo cena fino a tardi, come si conviene ad ogni altra città che di turismo di massa vive. Roma per esempio, ha una sua vita notturna fatta di rumore e di folla, Venezia no. Non so dove finiscano tutti, ma già da poco prima della mezzanotte la città si svuota e rimangono in pochi, magari seduti a qualche tavolo dei rari locali ancora aperti, o a camminare di fretta per chissà dove.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei piaceri offerti dalla città, dopo aver allenato l&#8217;occhio con qualche visita, è notare le differenze tra i vari sestieri. Sono differenze notevoli, un po&#8217; come scoprire mondi diversi. Cannaregio è totalmente diversa da Castello e Santa Croce lo è da San Marco. Lo si nota specialmente guardando verso l&#8217;alto, l&#8217;architettura è diversa, diversa la forma delle calli. Lo faccio spesso di fermarmi e guardare all&#8217;insù, si notano particolari nuovi ogni volta (insieme a tanti occhi che ti seguono da dietro i gerani e al di là degli scuri). A Cannaregio c&#8217;è anche il Ghetto, che è un altro mondo a sé, con i suoi palazzi alti e le Sinagoghe nascoste. Uno dei luoghi che preferisco in assoluto a Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è stata la mia piccola vacanza, arricchita dalla felicità &#8211; e non è un&#8217;esagerazione &#8211; di aver potuto trascorrerla in compagnia di belle persone. Ho chiacchierato tanto e sorriso ancora di più perché, non l&#8217;ho detto prima, Venezia era uno dei  luoghi che dovevo esorcizzare. C&#8217;erano ricordi che andavano rinnovati, promesse da dimenticare e propositi da riconfermare. Un viaggio catartico? No, solo un&#8217;occasione colta, insieme al desiderio di lasciarmi alle spalle quello che è stato e continuare ad essere quella che sono. Anche Venezia, in fondo, fa lo stesso da secoli.</p>
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		<title>Un po&#8217; più Venezia, un po&#8217; meno Camp</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 21:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
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<p style="text-align: justify;">Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima <em>Geek Girls Dinner Nordest</em> e al <em>VeneziaCampo 2010</em>.<br />
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte &#8220;eventi&#8221; (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.<br />
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo elemento che mi è parso &#8220;sbagliato&#8221; è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come &#8220;la scuola che funziona&#8221;, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.<br />
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all&#8217;esterno.<br />
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l&#8217;interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell&#8217;impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l&#8217;essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere<br />
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest&#8217;ottica mi piace citare ad esempio <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_self">un altro camp</a>, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo &#8211; o di ritornare sui propri passi, in questo caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all&#8217;evidenza che per molti partecipare o meno a &#8220;eventi&#8221; di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.</p>
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		<title>Americanismi</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi, costretta a letto dalla febbre, ho passato più di qualche ora navigando tra le pagine di <a href="http://www.seanmophoto.info/blog/" target="_self">questo sito</a>. Si tratta del blog di un fotografo di Portland nell&#8217;Oregon (Stati Uniti), sul quale sono pubblicati estratti dei servizi fotografici che gli vengono commissionati. Ci sono foto di bambini, qualcuna della sua famiglia, esperimenti con luce e soggetti, qualche lavoro dei suoi allievi ma, soprattutto, serie di foto di fidanzamento e matrimonio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non avevo mai visto dei veri e propri servizi di fidanzamento prima. Mi sono ritrovata a sfogliare immagini di sconosciuti con genuina meraviglia. Pur essendo fotografie molto curate e dalle quali traspaiono sia l&#8217;occhio che la mano del professionista,  non sono il prodotto di un estro particolare, non le definirei foto artistiche. Alcune, anzi, virano al classico classico, ma sono belle fotografie di coppie normali, in tutta la loro magnifica semplicità.<br />
Mi sono piaciute perché naturali, rilassate, <em>down to earth</em>, come direbbero loro. Ci sono fidanzati di tutte le età, in maglietta e scarpe da tennis, ragazze e donne cicciottelle in jeans, rotolini e ballerine, tantissimi sorrisi e sguardi. Senza formalismi, né impostazioni, in set metropolitani insoliti e interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna traccia del velinismo a cui siamo abituati qui, nessuna scena da operetta, totale assenza di fisici palestrati e abbronzature fuori stagione, niente trucco studiato o eleganza precostruita. Insomma il ritratto di quello che in Italia non siamo; di un intero paese, il loro, che è lo specchio di un modo di pensare e di concepire la vita. Nessun desiderio di apparire sofisticati, nessun riguardo per la bella figura, nemmeno in occasione di scatti che entreranno a far parte dei ricordi di famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">È un modo di fare che mi piace il non concedere spazio all&#8217;ipocrisia, il badare alla sostanza anziché all&#8217;apparenza pur mantenendo un romanticismo e una ingenuità di fondo che sono propri di un popolo come quello americano. Il pragmatismo di chi non si perde in inutili sofismi, la libertà di mostrarsi per quelli che si è, anche quando si tratta di sposarsi in bianco con stivali di cuoio o in infradito rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovesse capitarmi un&#8217;altra volta di decidere di sposarmi, è così che lo vorrei fare: a piedi nudi sugli aghi di pino lungo le rive del Lago Tahoe o in mezzo a una vigna della Napa Valley, senza fronzoli e clamore attorno, con foto come quelle.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">****</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2010/06/20/news/chiude-fabbrica-5008302/?ref=HREC2-6" target="_self">La notizia</a> è di qualche giorno fa ed è una di quelle che oggigiorno vengono poco notate, forse perché riporta di una situazione lontana che direttamente ci tocca poco. Non è facile provare simpatia quando si stanno vivendo problemi simili.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiude una fabbrica di frigoriferi e un&#8217;intera cittadina rischia di svanire, perché buona parte della sua economia ruota attorno a quella fabbrica, da generazioni. Io me la immagino questa cittadina nell&#8217;Indiana, anche se in Indiana non sono mai stata: villette ordinate in periferia, palazzi antichi degli anni &#8217;90 dell&#8221;800 insieme a quelli contemporanei in cemento e acciaio a downtown, l&#8217;Interstate che conduce ai centri commerciali e agli impianti industriali appena fuori città. E insieme a questo i mutui, le rate da pagare, le carte di credito, l&#8217;assicurazione sanitaria, i debiti da consolidare.<br />
Mi tornano in mente immagini da &#8220;America perduta&#8221; di Bill Bryson: &#8220;<em>La sera, a casa di Hal e Lucia, gustai un&#8217;ottima cena, ammirai i loro bambini, la loro casa, i loro mobili e oggetti, il loro benessere e comfort, e mi sentii cretino per aver lasciato l&#8217;America. La vita qui sembrava così opulenta, così facile, così comoda. All&#8217;improvviso desiderai avere un frigorifero che facesse il ghiaccio istantaneo a cubetti, e una radio subacquea per la doccia, e uno spremiagrumi elettrico, e uno ionizzatore, e un orologio che mi tenesse informato sui miei bioritmi. Volevo tutto</em>&#8220;.<br />
Altri tempi. La fabbrica chiude e non c&#8217;è niente altro da fare, se non cercare di vendere quello che si può e ricominciare altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">La fabbrica chiude per riaprire in Messico e diventare una maquiladora.<br />
Nelle maquilladoras gli operai, spesso donne, vengono pagati fino a sei volte meno di un operaio americano. È la crisi baby e le multinazionali fanno i loro conti.<br />
Rimangono i particolari trascurabili: la violenza in fabbrica, le condizioni disumane di lavoro, gli arresti arbitrari, gli stupri, le minacce di morte e gli omicidi.<br />
Le donne, tantissime tra i 18 e i 30 anni, raccontano di molestie e umiliazioni per una paga di poco più di un dollaro al giorno.<br />
È la crisi baby, e quando le maquilas messicane hanno cominciato a perdere i contratti a favore delle fabbriche cinesi, la reazione dei padroni non si è fatta attendere: gli operai lavorano fino allo sfinimento e vengono rimpiazzati al primo cedimento, mentre ogni tentativo di organizzazione o richiesta di migliori condizioni di lavoro vengono soffocati nella violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">A Evansville sono arrabbiati e confusi, si interrogano sul futuro e cercano un colpevole: Clinton, Bush, Obama, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/North_American_Free_Trade_Agreement" target="_self">N.A.F.T.A.</a>, le Union. Sicuramente se la prenderanno con i lavoratori messicani, senza rendersi conto che il vincitore, in tutta questa storia, è solo uno.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Le mappe della mia vita</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 09:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del <a href="http://www.guardian.co.uk" target="_self"><em>Guardian</em></a>, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: <a href="http://www.amazon.co.uk/Maps-My-Life-Guy-Browning/dp/0224082728" target="_self"><em>Maps of my life</em></a>. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia umoristica costruita come un memoriale di viaggio.<br />
Questa, però, prende spunto dall&#8217;amore che l&#8217;autore ha sempre provato per la geografia, le mappe e la cartografia in genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre aggiungevo il libro alla mia wish list di Amazon, mi sono resa conto che anche io ho sempre avuto un&#8217;insolita passione per mappe e cartine e, se quelle di Parigi e Madrid le ho perse &#8211; non smarrite &#8211; nel corso degli anni, se quelle del mio viaggio americano sono ancora chiuse in uno degli scatoloni del trasloco che mi ha condotto qui, ne ho comunque un buon numero conservate in un cassetto.<br />
La verità? Mi piace collezionarle e averle con me, anche se le mie sono meno decorative e meno elaborate di quelle che Browning ha inserito nel suo libro. Immagino che se dovessi sottopormi ad un&#8217;analisi psicologica per questa mia mania, ne verrebbe fuori che le cartine stradali mi danno un grande senso di sicurezza. Ricordo con profondo disagio i primi due giorni del mio unico viaggio a Parigi, quando mi limitai a ciondolare in giro a rimorchio di una guida senza capire dove stessi andando e dove mi trovassi, finché un passante al quale avevo chiesto come arrivare in Place de la Madeleine mi regalò una cartina. Da quel momento il mio soggiorno svoltò, nonostante abbia comunque mantenuto con la città un rapporto conflittuale al punto di non volerci tornare più.<br />
Non sono cambiata con gli anni: sebbene ora abbia a disposizione anche altri strumenti che mi aiutano a ritrovare la strada (il navigatore gps e l&#8217;iPhone sono tra i migliori acquisti che abbia mai fatto), non manco mai di mettere una o due cartine in borsa quando viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Rovistando nel mio cassetto, è risultato che la mia collezione conta soprattutto di cartine della Scozia e di Roma. La cosa ha una sua logica considerato che, per motivi diversi, sono luoghi  fondamentali della mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato allora che anch&#8217;io avrei potuto raccontarli questi luoghi per raccontare anche un po&#8217; di me. In effetti, la vita segue le sue corsie preferenziali e a me piace tenerne traccia sulle mappe. Segno col pennarello rosso gli itinerari di viaggio, prendo piccoli appunti, conservo scontrini e biglietti per poi tornarci sopra a distanza di tempo, aprendole sul pavimento, rivivendo il gusto della scoperta o della rilassante quotidianità che tendo a ricreare quando viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È anche vero che alcuni di questi viaggi  sono stati solo un pretesto per stacchi e fughe strategiche quando ho avuto bisogno di mettere dei punti e accapo e per chiudere porte. O magari, solo per considerare la situazione da una  prospettiva diversa, uno spartiacque tra un prima e un dopo, ma sempre accompagnata dalla mie cartine: per essere autosufficiente, per non perdere la strada, ma soprattutto per ritrovare quella di casa.<br />
Allo stesso modo considero questo post: un ennesimo nuovo inizio. Quel che seguirà saranno dei percorsi di viaggio, non solo metaforicamente parlando, ma anche racconti di veri itinerari: la Scozia per cominciare, poi Roma, poi forse altri, senza una cadenza predeterminata ma comunque sempre seguendo col dito sulla cartina strade già percorse.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il post sul bel tempo che fu</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 09:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">A Marina di Ravenna, quand&#8217;ero bambina, c&#8217;erano otto botteghe di generi alimentari.<br />
Le mie preferite erano due: quella dove andavamo di solito a fare la spesa e Dante.</p>
<p style="text-align: justify;">Mia mamma allora andava in bottega quasi tutte le mattine e d&#8217;estate, in periodo di vacanza, portava sempre me e mia sorella con sé. Era un bel posto. Non grande, anzi era di dimensioni piuttosto modeste, ma pieno di cose interessanti. C&#8217;era un angolo, proprio in fondo, vicino alla vetrina, dove venivano tenuti i tubetti di burro di cacao che profumava di confetti. Vendevano prodotti che non si trovano più, come le buste del latte Ala a forma di piramide.<br />
Durante l&#8217;età delle elementari andavamo in bottega da sole: non era distante, bastava fare tutto viale Sapri fino in fondo, girare a destra e attraversare la strada. I ghiaccioli costavano 50 lire, le gomme da masticare, quelle rosa col tatuaggio dentro, 10. Stavano in una scatola di cartone accanto alla cassa, vicino all&#8217;espositore con le gomme Brooklyn e le caramelle Charms. Da tanti anni ormai lì c&#8217;è un negozio di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Dante non sono mai entrata. Mi piaceva perché era misterioso come una grotta.<br />
La bottega si trovava vicino al porto,  me la ricordo come un corridoio stretto, sempre in penombra e ingombro di merce, con in fondo una porta a vetri dalla quale filtrava la luce del sole. Si vedeva dalla strada quel rettangolo luminoso. Dante faceva orari strani, lì si rifornivano marittimi e pescatori, quindi era aperto fin dalle prime ore del mattino, anche la domenica, tutto l&#8217;anno. Per le emergenze dell&#8217;ultimo secondo c&#8217;era sempre Dante. Non so dire esattamente da quando, ma nello stesso posto poi hanno aperto un centro estetico.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1714" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/05/07/il-post-sul-bel-tempo-che-fu/ecomostro-2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1714" title="Ecomostro" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/05/Ecomostro1.jpg" alt="" width="448" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A Marina di Ravenna una volta c&#8217;erano anche diversi bar-latterie. Vendevano latte e formaggi principalmente, ma facendo anche servizio bar, molti si fermavano per il caffè. Proprio uno dei miei primi amori si nutrì dei cornetti Algida comprati in una certa latteria. Arrivai al record di cinque in un sabato pomeriggio: dovevo pur trovare una scusa per passare e ripassare proprio lì dove il mio bello era solito sostare.<br />
L&#8217;anno in cui uscirono le Big Babol, ci fu un consumo talmente alto di quelle gomme che faceva palloni giganteschi, che fu impossibile trovarle per quasi una settimana, anche nelle latterie più fuori mano. Lo so perché le mie amiche e io battemmo a tappeto il paese per un paio di giorni prima di arrenderci all&#8217;evidenza. Mi ricordo che il primo ad esaurire le scorte fu il Bar Trieste, quello annesso al Cinema Trieste, punto di ritrovo degli adolescenti di allora (non cercatelo, non esiste più da anni).</p>
<p style="text-align: justify;">Il &#8220;Cinematrieste&#8221;, cinema di terza o quarta visione, era il must della domenica pomeriggio. 1000 lire l&#8217;ingresso, 100 lire per il ghiacciolo o per quei buonissimi popcorn dal sapore di plastica venduti nella confezione a righe bianche e blu,  è stato fondamentale per la mia formazione cinematografica: lì vidi per la prima volta <em>La febbre del sabato sera</em>, <em>Hair</em>, <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> e <em>Allegro non troppo</em> di Bruno Bozzetto, con quella fantastica marcia dei dinosauri al ritmo di Bolero di Ravel.<br />
In prima media passai ben sei settimane senza andare al cinema: risparmiai 6000 lire per la cassettina <em>Too much heaven</em> dei Bee Gees che ascoltai incessantemente per mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta se si percorreva viale dei Mille verso la  piazza, in fondo, al di là della fontana, si poteva vedere uno spazio aperto, una specie di area verde (o gialliccia di erba bruciata e sabbia) con tamerici e olivelle. Quella striscia di quasi parco pubblico separava il lungomare da una piccola spiaggia libera. Lì andavamo nei primi anni &#8217;70, con l&#8217;ombrellone, i secchielli e i fumetti di Tiramolla e Geppo. Le domeniche d&#8217;estate per me profumavano sempre di Ambra solare e panini all&#8217;arrosto ed erano bellissime domeniche di mare. Quello era anche il posto in cui una decina di anni più tardi mi sarei fermata a guardare i fuochi artificiali le notti di Ferragosto, direttamente sotto alle cascate di scintille, come piace a me.<br />
Qualche anno fa hanno deciso di abbattere tamerici e olivelle e di costruire Marinara, con quei condomini mascherati un po&#8217; da New England un po&#8217; da cabine anni &#8217;50.<br />
Non mi piace Marinara perché non c&#8217;entra niente col resto. Hanno innalzato un muro, invisibile sì, ma che segna comunque un limite invalicabile. Non si mescolano, quelli di Marinara, con noi che viviamo di qua, né noi con loro, a dire il vero. Colpa anche di quei condomini, ne sono sicura, e del mare che dalla strada non si vede più. In comune abbiamo una cosa però: il supermercato Coop che nel corso degli anni ha rimpiazzato le otto botteghe di alimentari.<br />
La nuova sede è proprio a Marinara, vicino al faro e vicino agli yacht, così che i proprietari spesso svuotano il carrello direttamente nella cambusa delle loro barche.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro casa, in piazza del mercato, stanno tirando su un ecomostro. È un palazzo enorme, a più piani, che, come Marinara, non c&#8217;entra nulla con quello che si trova intorno. La piazza è sparita lì sotto, insieme a una bella fetta di tramonto, la sera. Mi ritengo fortunata, però: non lo vedo se non affacciandomi dalla finestra della camera da letto, spostando lo sguardo sulla destra, dove  il profilo del campanile è stato solo sfiorato dalle impalcature.</p>
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		<title>25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 08:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1668" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/23/25-aprile-schegge-di-liberazione-resistenza-e-voci-di-memoria/postresistenti/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1668" title="postresistenti" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/postresistenti.png" alt="" width="238" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo che segue è quello che ho scritto per  <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html" target="_self">Schegge di Liberazione</a>. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare <a href="http://barabba-log.blogspot.com/" target="_self">il Many</a> che ha organizzato il tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell&#8217;epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell&#8217;articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come me, tanti altri hanno aderito all&#8217;iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un  monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione.pdf" target="_self">qui</a> e <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione_eco.pdf" target="_self">qui</a> (in una versione più &#8220;leggera&#8221; ed ecologica).</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.<br />
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.<br />
Viviamo tempi cupi, oggi vietano &#8211; ancora una volta &#8211; &#8220;Bella ciao&#8221;, domani cos&#8217;altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Voci di memoria</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>per Schegge di Liberazione 2010</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l&#8217;ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull&#8217;argomento &#8211; li preferisco a quelli più recenti -, da <em>Roma città aperta</em> a <em>Le quattro giornate di Napoli</em>, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi &#8220;com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono i documentari che la televisione degli anni &#8217;70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d&#8217;Italia a tener conto dei nomi dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull&#8217;Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.<br />
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d&#8217;acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell&#8217;estate del &#8217;44 o i giorni di quell&#8217;autunno terribile di pioggia e di fango?  Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c&#8217;era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po&#8217; vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c&#8217;era.<br />
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell&#8217;opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: &#8220;<em>I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi</em>&#8220;; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d&#8217;amore e speranza alla moglie Natalia: &#8220;<em>Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (&#8230;) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia</em>?&#8221; Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: &#8220;<em>Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo</em>&#8220;. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d&#8217;intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora &#8220;perché sono fatti lontani&#8221;, &#8220;la guerra è finita da sessantacinque anni&#8221;.<br />
È un po&#8217; come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell&#8217;evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent&#8217;anni a 36 ore ininterrotte di tortura?  Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle &#8220;Lettere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.<br />
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.<br />
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Caro professore,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.<br />
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Muoia tutto &#8211; Viva la nostra Italia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tuo aff. Peppino Testa</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">(Giuseppe Testa, 19 anni. Da &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 &#8211; 25 aprile 1945&#8243;. Einaudi.</p>
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