- 27 gennaio 2011
- Attualità, Le mie riflessioni, Libri e Letture, Ricordi, Società
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Ricordo che quando in quinta elementare leggemmo tutti insieme alcuni brani tratti da “Se questo è un uomo“, compresa l’omonima poesia, la maestra, quella della quale ho già parlato tante volte nei miei post, concluse il discorso con: bisogna parlare di queste cose perché non accadano più.
Usava spesso quella frase durante le spiegazioni.
Che fosse un’insegnate particolare, l’ho sempre saputo. Credeva fermamente nell’educazione alla memoria; così a dieci anni, mentre immaginavo e cercavo di capire come dovesse essere una donna per assomigliare a una rana d’inverno, ricevetti una lezione importante: impara, ricorda, trasmetti, affinché certi episodi della storia non si ripetano.
Chi mi legge sa quanto io abbia a cuore certe date: il 25 aprile, la giornata contro la violenza sulle donne, quella dedicata al ricordo della Shoah. Oggi.
Ogni anno, in queste giornate speciali, scrivo un post. Per non dimenticare un certo evento del passato prossimo o meno prossimo, certo, ma anche per porre l’attenzione su ricorrenze che devono entrare a far parte di un patrimonio di ricordo collettivo.
Una occasione per immedesimarsi, anche, per provare, sebbene a distanza, a mettersi in quei panni.
Non è un processo semplice, quello dell’immedesimazione, soprattutto perché a noi a mancano i riferimenti di un passato che non è lontano in termini temporali, ma distante anni luce per quelli culturali. Ci manca l’esperienza, semplicemente. O forse, per qualcuno si tratta di un rifiuto psicologico, quel che è passato è passato e là deve rimanere. Si dice che il sonno della ragione genera mostri. Io dico che quelli generati dall’indifferenza sono mostri più grassi e molto più longevi.
Per questa motivo, oggi, Giorno della Memoria, ho voluto far parlare le vittime della Shoah. Non i sopravvissuti, gli altri. Quelle voci possono trasmettere l’esperienza che noi, solo per la fortuna di essere nati in altro tempo e in altro luogo, non abbiamo vissuto.
Affinché queste cose non accadano più, come diceva la mia maestra allora.
Non aggiungo altro.
Qui sotto, per ricordare, riporto una lettera, la 32, che ho scelto da questo bel libro edito da Laterza “Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah” a cura Zwi Bacharach.
Leggetelo, se vi capita, è un regalo importate che farete a voi stessi.
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Druja, campo di concentramento, prima della fucilazione, di nascosto.
Martedì, ore 4 del mattino, 16 giugno 1942
Addio
Un estremo saluto a tutti da Fanja e da tutti i familiari. Miei cari! Scrivo questa lettera prima della fine. Non so esattamente il giorno in cui io e i miei congiunti moriremo per il solo fatto di essere “ebrei”. Tutti i nostri fratelli e sorelle ebrei sono morti di una morte ignobile per mano di criminali… Io stessa non so chi della nostra famiglia sopravviverà e chi avrà l’onore di leggere la mia lettera e il mio fiero, estremo saluto a tutti coloro che amo, ai miei cari, da parte di chi soffre per mano di criminali. Cara Chajacko! Caro Monuska! Forse rimarrete in vita. Vivete pienamente e felicemente. Noi tutti andiamo incontro alla morte con orgoglio. Questo è il nostro destino. Per quanto ne sappiamo, Bljuma e la sua famiglia sono già morti. Non posso scrivere oltre. Tutti i famigliari piangono e si rammaricano della loro sorte. Lascio la lettera al nostro migliore amico, che ha già fatto per noi tanto di buono finora.
La vostra Fanja e tutti i familiari.
Siamo tutti sdraiati in una fossa. Sono assolutamente sicura che verrete a sapere dov’è la nostra tomba. Mamma e papà resistono a stento. La mia mano trema molto, non possono neanche finire di scrivere. Sono fiera di essere ebrea. Muoio per il mio popolo. Non ho detto a nessuno che sto scrivendo una lettera prima della nostra fine… Ah!… Come vorrei vivere ancora e raggiungere qualcosa di meglio. Tutto è ormai perduto… Addio. La vostra affezionata Fanja a nome di tutti: papà, mamma, Sima, Sonja, Zusja, Rasja, Chatsa e la piccola Zeldocka, che nulla può comprendere.
La vostra Fanja
Dio è giusto e il suo giudizio è giusto. Abbiamo peccato. I nostri miseri averi sono nascosti in casa. Ma abbiamo perso le nostre vite. Tutto è finito. Fratelli di ogni paese, vendicateci. Siamo condotti come pecore al macello.
Fania [Barbakov]
[Fanja aveva 19 anni al momento della sua morte].










