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8 marzo: niente auguri, per piacere

Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall’essere giunta alla conclusione.
Avevo già scritto perché l’8 marzo non mi piace.
Quest’anno, però, voglio pensare che la storia sia diversa, che questa giornata, entrata negli usi e costumi di molte come sinonimo di trasgressioni scollacciate e pecorecce, abbia soprattutto un altro significato.
C’è un filo rosso che si dipana da una data all’altra: dal 25 novembre, giornata contro le violenza sulle donne, al 13 febbraio, con l’urlo di “Se non ora, quando?” (ed è stato un urlo terribile e bellissimo),  l’8 marzo, il 12, giorno dedicato alla difesa della nostra Costituzione che di fatto sarà anche una giornata per ribadire i diritti delle donne, proprio in virtù di quell’Art. 3 che in così poche parole rende tutto lo spirito e l’importanza della nostra Carta costituzionale, anche perché le donne sono diventate cittadine con la Costituzione e con il diritto di voto.
Cittadine, sì, ma ancora oggi di serie B.
Io, come persona prima e come donna poi, insisto nel desiderare un risveglio collettivo delle menti, affinché risulti finalmente chiaro a tutti quanto sia desolante, frustrante e faticoso per le donne in Italia essere quello che sono.
Vedo solo paura, invece; paura che spessissimo non mi pare genuina, ma espressione e risultato di calcoli sottili e di sottili strategie perché, secondo la legge dell’equilibrio, per qualcuno che acquisisce più potere nelle stanze dei bottoni – o soltanto più diritti, quelli che altrove non sono nemmeno messi in discussione -, qualcun altro per forza ne deve perdere un po’. O farsi un po’ più in là, affinché ci sia  spazio per tutti.
Esattamente quello di cui avrebbe bisogno questo paese: un sano rimescolamento contro la stagnazione e l’immobilismo sociale che sembrano essere diventati il marchio indelebile che ci contraddistingue dal resto dei Paesi europei.
Sogno un 8 marzo così, dove ci sia la voglia di discutere e di pensare in grande; di considerare per una volta, soprattutto da parte di certe donne, che il mondo non comincia e finisce con la loro storia personale, con la loro esperienza di persone liberissime, bravissime e con palle grossissime.
Sogno di non venire derisa, strumentalizzata, giudicata, inquadrata ed etichettata ad ogni mia scelta, da cosa indossare a come combattere le mie battaglie (e sì, stupitevi, si possono portare tacchi altissimi e nel contempo impegnarsi in quanto donne per le donne).
Sogno soprattutto che ci sia meno indifferenza tra di noi, meno spalle alzate e occhiate di sufficienza. Questo già sarebbe un grandissimo risultato per quest’8 marzo.
Quindi no, grazie, degli auguri non so che farmene: preferisco i fatti concreti.

Odio l’8 marzo

Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l’ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.

Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti e molte prendono l’8 marzo come un festa. Non lo è. Non si celebra niente oggi, non c’è nulla da celebrare, se non il fallimento. Il fallimento di cambiamenti culturali che dovevano essere e non sono stati del tutto, il fallimento di tante speranze. Lo vedo negli atteggiamenti, lo sento e leggo nelle parole di tanti uomini ma anche di tante donne, specialmente di quelle più giovani.  La spinta propulsiva dei reggiseni bruciati, delle lotte per l’autodeterminazione e per il diritto di scelta – divorzio e aborto – si è esaurita, impantanata nel torpore generalizzato di questi ultimi trent’anni.

Foto di lchjejag

Odio che che in questa giornata si pensi alle bisbocce tra amiche e agli spogliarelli maschili quali segni di una uguaglianza becera e falsa e odio che per tanti sia più che altro un contentino, un’ora d’aria tra diritti negati, scelte difficili e obbligate, etichette e mercificazione. E, per favore, niente auguri: mi suonano sempre come una sottile presa per i fondelli.

Quello che mi rattrista di più è che molte non hanno la percezione che essere donne ancora significa essere cittadine di serie B. Mi duole riconoscere che spesso sono proprio le più giovani, come dicevo, a non vedere il problema.
Non sono una di quelle che pensano che le donne sono le naturali nemiche di loro stesse, anzi, ma l’impressione che ho è che il gap generazionale abbia creato un ulteriore “noi” contro “loro”.
E la colpa è anche nostra, di chi era bambina negli anni ’70. Non siamo state protagoniste delle lotte, ne abbiamo solo respirato l’aria da lontano. Non avendole provate sulla nostra pelle, siamo cresciute con la convinzione che tutto quanto era  stato conquistato fosse nostro di diritto, mentre non è mai stato così.
Lo senti nei discorsi di certi uomini, lo vedi nei tentativi reiterati di togliere alle donne per legge il diritto di decidere del proprio corpo, nei dati delle statistiche, nella  sottocultura di voler relegare le donne in ruoli che non sono frutto di  scelte personali, ma sempre e solo imposti.

Nel fatto che la principale causa di morte, tra le donne di tutto il mondo, è la violenza. Odio l’8 marzo anche per questo: non si fa abbastanza, non si sa abbastanza.
Per questa ragione sono stata contenta di aderire all’iniziativa di lettura collettiva di Collettivovoci: i brani scelti sono stati tratti da “I monologhi della vagina”, niente di meglio per prendere coscienza di noi stesse, nel bene, nel male, in quello che  siamo, in quello che potremmo essere. Dentro e fuori.

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