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In amicizia

Gli adulti parlano poco di amicizia. Si perdono in lunghi discorsi sull’amore o sul sesso, ma sull’amicizia no.
Ho visto persone piangere per la rottura di una storia d’amore, ma mai per la rottura di una amicizia. Forse perché si pensa che degli amici si possa fare a meno? O che quelli che si chiamano amici non sono altro che conoscenze transitorie destinate comunque a perdersi? Non l’ho mai capito.
Di sicuro l’amicizia è un sentimento sottovalutato, anche dai libri. Ho fatto una prova su ibs.it: 397 titoli trovati per “amicizia” (compresi Barbie amiche per sempre, un manuale per trovare amicizia, amore e sesso in chat e il solito Alberoni) contro i 4.491 per “amore”. D’altro canto, lo dicevano gli antichi: amor vincit omnia. Dell’amicizia non è dato sapere.

Mi torna sempre in mente quella canzone di Riccardo Cocciante che uscì quando ero ragazzina, “Per un amico in più”. Mi è sempre piaciuta la parte in cui diceva che per un amico sarebbe andato “a piedi certamente a Bologna”, mi faceva ridere questa cosa di voler andare a Bologna per forza camminando, quando c’erano molti altri modi per arrivarci più rapidamente.
Al di là del mio buon senso di bambina però, sono arrivata alla conclusione che gli adulti sono intimoriti dall’amicizia perché è vero che le amicizie più grandi e perfette si possono vivere solo negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza. Sono quelle che rimangono per sempre, che resistono all’usura del tempo perché vivono nel nostro immaginario.

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?” [Cit.]


Foto di freeparking

Crescendo si fa spesso l’errore di voler considerare le amicizie con il metro di quegli anni, forse alla luce di un inconscio ottimismo. Le amicizie dell’età matura possono essere ugualmente intense, ma nascono da presupposti diversi.
Un paio di anni fa scrissi: “Da ragazzina avevo solo amiche femmine, come credo sia normale, poi dal liceo i miei migliori amici sono stati i maschi, uno su tutti, Stefano, il miglior amico di sempre. Pure ora ho poche amiche donne e più amici uomini. Stefano l’ho perso di vista da diversi anni ma credo sia uno di quegli amici che una parte nella mia vita l’avranno sempre”.

Oggi mi ritengo un cane sciolto dell’amicizia. Ho rapporti fraterni con amiche e amici a migliaia di chilometri di distanza. Quelli più vicini variano dai 200 ai 500, non ci sentiamo tutti i giorni, non ci vediamo una volta a settimana, non organizziamo uscite di shopping compulsivo insieme, ma è bello ritrovarsi ogni volta come se il discorso tra noi continuasse da un mese all’altro. La vita di tutti i giorni scorre a lato: il lavoro, i figli, i problemi personali, separazioni, i lutti, le nuove unioni. Ci conosciamo, è questo quello che conta. So che ci sono, sanno che ci sono io e questo conta anche di più. È ancora più bello per le amicizie nate nella maturità, quasi per colpi di fulmine o per predestinazione. Le vivo con pieno trasporto, con maggiore libertà, con rinnovata consapevolezza, anche quelle ritrovate dopo tanti anni, quasi trenta, grazie ad internet. Esattamente al punto in cui le avevo lasciate allora.

A cercare il Ruyi a Venezia di notte

Un paio di anni fa, nel breve periodo in cui questo blog era localizzato altrove, scrissi un piccola cosa su Venezia.

Dicevo allora “...nessuna sensazione che non fosse il normale stupore che provo ogni volta al cospetto di questa città. Sono secoli che Venezia è così: la stessa gente, le stesse voci, lo stesso movimento.
I canali fangosi, i rifiuti negli angoli, l’odore forte della decadenza. I mercanti e i compratori, popoli d’oriente e d’occidente.
Venezia è una città di fantasmi. Si mescolano ai turisti, camminano con loro per le calli, si aggrappano ai muri umidi con i polpastrelli scarni. Forse è per questo che è rimasta uguale a se stessa per così tanto tempo.
Venezia è fedele, non cede ai secoli che passano. Il tempo è inesorabile per ogni condizione umana, ma non per questa città che respira la stessa aria del passato. Se si ascolta attentamente, se si spiano gli angoli nascosti con la coda dell’occhio, è ancora possibile vedere le cortigiane, gli schiavi scalzi nel fango, i dottori della peste con il becco bianco e il mantello nero, i mercanti coperti di broccati. Sono ancora tutti lì. Nei rari momenti di silenzio, se si sentono risuonare dei passi, sono i loro. Se si apre lo sguardo, se si guarda lontano, al di là del primo ponte, non è quella che il Canaletto vide e dipinse?
Per questo mi affascina così tanto: in nessun altro luogo presente e passato si toccano fino a creare un tempo proprio, una quinta dimensione fatta di riflessi che si perdono nell’acqua. I volti che ci si specchiano non sono solo i nostri, ma anche i loro.

Nonostante il tono un po’ aulico del mio vecchio post, non ho cambiato opinione. A Venezia ho sempre quella sensazione di straniamento che mi porta a divagare sul passato.  Quasi che la città fosse permeata da un qualcosa che per forza mi fa dimenticare  la massa dei turisti sudati, i ratti che passeggiano sulle banchine, il rumore di sottofondo.

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Foto di Astridula

Non è per caso quindi che sabato scorso ho partecipato ad una bellissima riunione notturna tra amici a Venezia. Il tutto è partito come uno dei tanti raduni che si organizzano su aNobii, comunità online di lettori e appassionati di libri – e di amici, per quanto mi riguarda -, ma questo nello specifico aveva per oggetto una caccia al tesoro, quella al Ruyi, fantomatico scettro portato in occidente da Marco Polo.

La caccia al Ruyi è ben più di un gioco dove storia e fantasia si mescolano: è un modo per scoprire i segreti di una città, per guardarla con occhi diversi, per non essere semplici turisti ma curiosi visitatori. Soprattutto significa meravigliarsi di continuo.

Il Whaiwhai, piattaforma della quale fa anche parte la ricerca del Ruyi è in definitiva una storia interattiva.  Si ripercorrono giocando luoghi, episodi, personaggi antichi e spesso sconosciuti di una città. Attraverso la risoluzione di enigmi e misteri e la caccia ad indizi nascosti si entra nel vivo nelle sue leggende, si percorrono sentieri poco battuti, si diventa protagonisti di una scoperta “viva”.  Insomma, in questo caso la X indica sempre il punto dove è nascosto un tesoro.

È naturalmente un gioco dove la tecnologia è coinvolta, ma non in maniera esasperata; occorrono un cellulare normale, anche vecchio, che sia in grado di mandare e ricevere sms e un piccolo investimento ( 27 euro) per l’acquisto del quaderno di gioco. Solo questo per un vero viaggio nel tempo. È stata questa la sensazione che mi ha accompagnato per tutta la notte sabato scorso a Venezia: una città completamente fuori da ogni riferimento temporale, diversa da quella solita. Ho percorso calli dove i turisti non passano mai, ascoltato il silenzio,  sperimentato lo strano sortilegio di certi luoghi (provate a sostare in Corte Nova alle tre di notte), imparato cose che non sapevo prima e ho avuto solo per me una piazza S. Marco completamente deserta. Anche questa è una vera magia.

Oggi, dopo due giorni, ricomincerei d’accapo, subito. E non solo di nuovo a Venezia, ma anche a Roma, Firenze e Verona, le città dove per il momento è possibile giocare a Whaiwhai.
Il gioco ha anche dei piacevoli effetti collaterali (almeno per me): la voglia di saperne ancora di più, di leggere altre storie e quindi di comprare libri sulla località che vado via via scoprendo. È una risorsa interessante anche per gli insegnanti, tanto è vero che nel sito del Whaiwhai c’è una sezione interamente dedicata a loro.

Per ogni informazione www.whaiwhai.com

Paese Italia

L’Italia è un grande paese. O meglio: l’Italia è un paesone, una piccola città di provincia che si estende da Bolzano a Pantelleria.
Me ne accorgo spesso per gli aspetti più deleteri ma, anche, per i lati positivi della cosa. Ho visto negli ultimi giorni questo paesone mettersi in moto: il pettegolezzo è diventato tam tam, l’inerzia (a volte vera e propria indolenza) trasformarsi in attività virtuosa.

Lo shock  per il terremoto è stato comune, così come il sentimento di cordoglio e la solidarietà verso quelli che hanno perso tutto, è sempre così, purtroppo per noi è diventata prassi consolidata. In questa ultima settimana siamo diventati un po’ tutti abruzzesi, un po’ tutti ci siamo sentiti soli e impauriti;  e proprio perché l’Italia intera è un piccola provincia, tutti ci conosciamo un po’ tra noi, tutti abbiamo parenti, amici e amici di amici che vivono lì, o che sono stati indirettamente coinvolti dal sisma.

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Immagine di Alice Mastroianni


Così è successo che lo scorso lunedì mattina all’alba ho mandato un sms a un amico per sentire come se la fossero cavata i suoi genitori, per scoprire poi che l’amico in questione era fuori Italia e non sapeva nulla di quanto fosse successo durante la notte. Chiamarlo e raccontargli delle macerie che vedevo in tv e dei morti non è stato facile, così come non è stato facile vedere una collega abruzzese  in lacrime che proprio sul posto di lavoro ha saputo del terremoto.

La televisione ci ha uniti, più di cinquant’anni fa, nella partecipazione. Nei miei ricordi di bambina non potranno più essere cancellate le immagini del terremoto in Friuli prima e in Irpinia dopo. E da adulta, quello dell’Umbria e Marche  e lo strazio delle madri di San Giuliano.
Questo terremoto però, questo in Abruzzo, è stato ancora più vicino perché tanti, anche molto lontani, lo hanno vissuto in diretta.

I social network hanno cancellato i proverbiali sei gradi di separazione.
I messaggi che sono partiti in contemporanea proprio durante le scosse su Twitter o FriendFeed sono lì e ci hanno avvicinati tutti insieme. Gli amici che hanno perso la casa sono quelli con i quali parliamo ogni giorno, che conosciamo, anche se non di persona. Molti cercano conoscenti dei quali non sanno più nulla da giorni.
Io insieme ad altri sto cercando Rosaria, Fabrizio invece l’ho letto su Facebook lunedì scorso alle 8.43: “Io e miei familiari bene, stiamo in giardino e non sappiamo cosa fare” e, sempre tramite Facebook ha fatto sapere ieri che è sfollato sulla costa, assieme alla famiglia.
Tramite i social network si è diffusa la notizia, prima ancora che i media tradizionali potessero collegarsi a L’Aquila. E anche le informazioni sugli aiuti viaggiano in rete, da  schermo a schermo in tempo reale, così come quelle sulle condizioni della popolazione coinvolta.

Proprio come si usa nei paesi di provincia: tutti si fanno i fatti altrui, ficcando il naso, e anche se questo non è sempre piacevole, quando a qualcuno della comunità capita un guaio grosso, tutti lo vengono a sapere e tutti in qualche modo condividono e partecipano.

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