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Chiacchiere oziose sugli anni ’80

Una decina di giorni fa, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli, sia Michele Serra su Repubblica che Massimo Gramellini su La Stampa hanno pubblicato un articolo sugli anni ’80. A parte la netta somiglianza tra i due pezzi che mi ha fatto pensare più a un caso di telepatia che di pensiero condiviso, mi è tornata in mente una lunga conversazione avvenuta qualche anno fa – nel 2008 – tra due che erano stati adolescenti proprio allora.

Impossibile non ricordarli con tenerezza e indulgenza quegli anni, almeno per me.  A distanza, però,  riconoscevamo come quel decennio fosse stato poi deleterio per tutto quanto sarebbe avvenuto in seguito.  L’inizio della fine, si potrebbe quasi dire, una caduta libera lunga trent’anni. Ma potevamo immaginarlo noi sedicenni di allora?

Eppure delle avvisaglie ce n’erano state, si vedeva, a volerlo vedere,  che le cose avevano subito una netta capriola rispetto al decennio precedente.

Il 1980 non ha solo segnato l’inizio di un decennio, ma anche quello di una certa transizione emotiva. A giugno la strage di Ustica, poi Bologna il 2 agosto, la strage del Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro il dicembre seguente. E la Marcia dei quarantamila a Torino in mezzo a tutto questo. Col senno del poi (sempre più facile giudicare dopo), forse si poteva presagire che il desiderio di netta rottura con la politica militante e impegnata, con la lotta di classe, con gli scontri sociali era non solo il segnale di un’epoca ormai conclusa, ma un sentimento che sul lungo termine avrebbe potuto essere cavalcato con lo scopo di cancellare quello che fin lì era stato conquistato.

Negli anni ’80 anche gli studenti si assopirono, l’unico vero movimento fu quello dei Ragazzi dell’85, liceali la cui mancanza di politicizzazione e trasversalità delle istanze vennero viste come un cambiamento positivo. I motivi di protesta furono più che trasversali, anzi, fin troppo politicamente corretti e decisamente fiaccati dallo yuppismo di quegli anni; obiettivi non più rivoluzionari,  ma per il diritto allo studio e una scuola che offrisse strutture, modi e mezzi per emergere.

Sono stati gli anni della grande illusione, insomma, un decennio di ubriacatura democratica pervaso da una profonda leggerezza (a)politica, non solo per noi che eravamo adolescenti. In questo clima germinarono i semi della malapolitica craxiana, della mancanza di consapevolezza, del pensiero che la produzione di un utile economico bastasse e avanzasse, dell’edonismo che in quegli anni dicevano reganiano, dove la sostanza sembrava concentrarsi nell’apparire e l’essere diventava trascurabile. E nonostante il fatto che molti di noi furono costretti a crescere in seguito ad avvenimenti che scossero il paese dalla sue fondamenta – la Strage di Bologna, come dicevo prima, ma anche il terremoti in Irpinia - quello fu il tempo del disimpegno e anche di un certo cinismo, mi verrebbe da dire oggi. C’era questa idea diffusa che nella vita fosse di primaria importanza riuscire, che il mondo fosse votato alla competitività esasperata, che il successo fosse la chiave di volta di tutta l’esistenza umana.

Furono i primi anni non solo televisivi ma anche di plastica, dove ogni cosa sembrava rispecchiare vacanze stile Club Med e piogge di lustrini.

Fu proprio allora che qualcuno cominciò a dire ad alta voce che un certo tipo di sinistra fosse diventata anacronistica, che non avevano più senso certi partiti in una società italiano dove benessere e ricchezza sembravano essere pervasivi e patrimonio generale, che la collettività fosse giusto passasse in secondo piano rispetto a un sano individualismo, modello sostenibile e auspicato a quel tempo.

La tv divenne, metaforicamente, a colori, anche nei miei ricordi. I documentari e le tribune politiche in bianco e nero furono rimpiazzati dagli spettacoli di lamé delle tv private. Intrattenimento a ogni costo, intervallato dalle televendite. Perdemmo il senso della realtà e il contatto con il prossimo. Soprattutto perdemmo la capacità di vedere – allora – che un’altra realtà era possibile.  In definitiva, siamo stati degli ingenui, accecati da un benessere psicologico che se giustamente agognato dopo gli anni bui del terrorismo avrebbe dovuto maturare e condurre ad altro. Con gli anni ’80, invece, ci siamo fermati allo stadio di pubertà sociale, un paese bambino popolato da immaturi non più sognatori, ma illusi della stessa inconsapevolezza tipica appunto dei bambini: tutto, subito e senza grosso impegno.

Che tanti come me se li portino dentro con affetto questi anni ’80 è indubbio. A guardarli ora, attraverso la lente del tempo, superate e dimenticate le difficoltà giovanili, non possiamo fare a meno di considerarli bei tempi andati. Indubbio anche che da un punto di vista storico gli anni ’80 furono una disgrazia perché ci hanno condotti direttamente qui dove oggi ci troviamo. Il fatto è che io non riesco a odiarli, nonostante tutto.

Gli amici ritrovati

Prendo in prestito, parafrasandolo, il titolo del bel romanzo di Fred Uhlman per raccontare un piccolo episodio della mia vita che vorrei annotare su questo diario: la cena ieri sera con i compagni di classe della scuola elementare, quella che non esiste più, perché ora si chiama primaria.

Temevo, lo confesso, l’effetto “compagni di scuola” alla Verdone, quando, dopo i primi momenti di baci e abbracci, tutti si trovano a fare i conti con gli anni passati e la tristezza di non ritrovarsi né riconoscersi più, cercando di nascondere l’imbarazzo di trovarsi tra estranei e il desiderio di essere altrove. Nulla di tutto questo ieri, solo una grandissima dolcezza e un po’ di commozione da parte mia nel rivederli lì, tutti insieme, identici a come li avevo lasciati 33 anni fa.

Foto di Barbara Rincicotti

Non è una esagerazione o un modo di dire, non siamo davvero cambiati. Stesse facce, stesse espressioni di allora, stesso modo di muovere le mani e di sorridere, solo i grembiulini mancavano. E incredibilmente è stata una bella serata, rilassata, piena di ricordi, ma anche con tantissime risate e qualche rivelazione.
Così, devo chiedere scusa a Pippo per l’accoglienza che a sette anni gli riservai nel suo primo giorno in una scuola tutta nuova, ma il compagno di banco è il compagno di banco, non potevo transigere e sorrido al pensiero che solo dopo tanti anni ho saputo dell’invidia che suscitavo nelle mie compagne di prima elementare perché sapevo leggere l’orologio da sola, io bambina timidissima e chiacchierina nello stesso tempo.
E parlando parlando, non potevamo non ricordare la nostra maestra Liana, quella che tanto spesso cito nei miei post, che è stata non solo una grande insegnante, ma pure una figura fondamentale alla quale devo moltissimo. E vicino a lei, come diceva Barbara, dei grandi genitori che l’hanno sempre sostenuta, compatti, in scelte che anche oggi sarebbero considerate estreme. Credo sarebbe stata contenta di noi, ieri sera.

Io ho ritrovato i miei amici, le persone che conosco da più a lungo in assoluto, alcuni di loro da ben 43 anni, con gli sguardi dolci del tempo che fu, i dolori superati, ancora vivi – letteralmente -, a parlare di figli, di capelli bianchi e occhiali da vista, di passato ma anche di futuro, del nostro piccolo mondo che non esiste più, di come eravamo e dei nostri giorni insieme, del bruco sul muro della scuola che diventerà una farfalla.

Vi voglio bene.

Una discussione sul femminismo

In questi giorni sto seguendo con molto interesse il dibattito(*) che si è sviluppato attorno all’articolo di Susanna Tamaro sul femminismo che il Corriere ha pubblicato qualche giorno fa.

Non ho molta simpatia per la Tamaro, nemmeno la amo particolarmente come scrittrice e il suo articolo non ha fatto altro che confermare l’idea che a suo tempo mi ero fatta di lei.
Sulle prime ho pensato che i suoi presupposti fossero semplicemente sbagliati, finendo, come si dice, col guardare il dito anziché la luna.  Mi sono resa conto, invece, della sua malafede di fondo. Con una specie di virtuosismo logico non solo ha inteso screditare il significato del movimento di allora,  ma soprattutto lo ha reso responsabile – e quindi responsabili quelle che del femminismo di allora furono le promotrici – di una certa condizione nella quale verserebbero le giovani donne oggi.

Fortunatamente le sue parole non sono rimaste lettera morta e le risposte sono arrivate. Sarebbe stato un peccato se non avesse suscitato la giusta indignazione di quelle che veramente fecero e agirono nel movimento femminista negli anni ’70.

Foto di hidden side

Io sono nata nel 1967, troppo tardi quindi per vivere gli anni delle grandi battaglie sociali e delle grandi aspettative sul futuro prossimo. Non faccio parte della generazione di chi ha vissuto il femminismo storico, l’attivismo delle manifestazioni, delle riunioni per la consapevolezza di  sé, dell’utero è mio e me lo gestisco io. Non so nulla di come fosse prima se non per sentito dire. Non conosco direttamente l’impegno e le difficoltà delle donne di allora.
Sono una che era adolescente negli anni ’80 e che le conquiste delle donne – divorzio, aborto, considerazione sociale – le ha già trovate belle e pronte, vissute dunque come dato di fatto.  La prima generazione dopo quella di chi aveva combattuto. Da bambine siamo cresciute così, in un clima ancora pervaso dall’eccitazione della conquista. Per noi la strada era già spianata. Non ci era preclusa alcuna possibilità, potevamo scegliere, o almeno così pareva allora.

La Tamaro, che negli anni ’70 era già adulta, invece, non può non ignorare cosa fosse la vita delle donne prima del movimento femminista. In un Paese che aveva visto il diritto di voto esteso alle donne solo una trentina di anni prima, che prevedeva i motivi d’onore per giustificare chi le ammazzava, che le considerava non in grado di decidere per sé per legge, vedi  patria potestà e potestà maritale, non può dire in buona fede che le donne oggi siano meno libere di allora e che il movimento fosse  sbagliato in origine, se non altro perché altrove non lo è stato.

A me pare piuttosto che il discorso cominciato con il  femminismo non solo non si è concluso, ma è rimasto sospeso, in potenza, senza giungere ai risultati che le donne avevano auspicato per se stesse e le loro figlie. Cominciarlo, quel discorso, è stato sacrosanto. Portarlo a termine è affare che riguarderà soprattutto le generazioni future.

Nel frattempo abbiamo peccato di distrazione. Lo hanno fatto le protagoniste di quegli anni  e pure le mie coetanee. Le prime hanno mancato nel fare in modo che il cambiamento fosse culturale, che  investisse tutti i settori della società. Noi abbiamo sbagliato nel pensare che quelle battaglie non ci riguardassero, che fossero ormai superate.
Questi errori li stiamo pagando oggi. Le donne subiscono tutti i giorni il pregiudizio, il sessismo becero di buona parte degli organi di informazione, lo strapotere di una certa morale cattolica che non è mai stato veramente messo in discussione. Le donne rimangono indietro e non perché non siano brave e capaci, è il sistema che le penalizza sul lavoro, nella politica, nella vita di tutti i giorni. Te ne accorgi dai discorsi apparentemente innocenti di certi uomini, dalla violenza in crescita costante, dagli attacchi continui affinché alle donne venga tolto il diritto di decidere del loro corpo, dall’immagine che alcuni, per esempio Susanno Tamaro, vogliono dare delle giovani di oggi.

Ecco quello che mi rattrista di più: il fatto che il femminismo, anche da parte di molte donne, sia stato interiorizzato come un evento negativo, che ha tolto loro qualcosa invece che restituirglielo. Mi è capitato spesso di sentir puntualizzare durante discussioni sull’argomento che “no, io non sono femminista, intendiamoci”, quasi a voler chiedere scusa in anticipo, quasi che a pronunciarla quella parola ci si dovesse vergognare di qualcosa. Come se si sentissero meno donne, nella migliore delle ipotesi; meno “appetibili” nella peggiore.

Non sono molto ottimista su quello che ci aspetta, lo ammetto.

(*) Qui le risposte di Barbara Mapelli, Bia Sarasini, Maria Laura Rodotà, Cristina Comencini, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

Gli anni ’70 in televisione (di qualità)

Sono figlia degli anni ’60, del boom economico e demografico, dell’ottimismo. I bambini nascevano,  si cantavano le canzonette e c’era una reale voglia di leggerezza e di investire nel futuro. Peccato non sia durato a lungo, che poi si sia entrati in un altro decennio. Tutt’altra musica.

Non penso spesso agli anni ’70. Non c’è nemmeno molto di cui pensare in realtà, è stato il decennio della mia infanzia. Una infanzia molto tranquilla e normale, in un paese di mare del nord Italia. Ho molti ricordi, tutti in bianco e nero, come le immagini televisive di allora. Solo con uno sforzo di concentrazione rivedo i colori delle giornate in spiaggia, delle serate d’estate all’aperto, dei giochi con mia sorella.
Degli avvenimenti importanti, quelli raccontati dalla tv e dai giornali, non capivo molto.
Rammento vagamente il referendum abrogativo sul divorzio. Ne parlavano alla televisione sicuramente, ma l’immagine che mi è rimasta è quella dei manifesti che tapezzavano le strade, con questi grandi sì e no, dove però – me lo avevano spiegato – sì voleva dire no e il no era un sì.
Della strage di Piazza della Loggia a Brescia non ricordo nulla. Solo una piccola manifestazione di studenti l’autunno sucessivo, all’inizio dell’anno scolastico. Anche quello era un giorno in bianco e nero.
E il colera a Napoli, solo perchè anche da piccola mi piacevano le cozze e tutti dicevano che non si potevano mangiare più.
Di tutto il resto non ricordo nulla.
I nomi li rammento tutti, invece. Venivano ripetuti sera dopo sera al telegiornale, quelli mi sono famigliari più di ogni altra cosa. Un rosario in cui le vittime e carnefici di quegli anni si susseguivano indistinti.
Ho ricordi più chiari del rapimento Moro e di quando a scuola vennero a dirci che era stato ritrovato il corpo. Ma ancora, solo nomi e folle in grigio.
Fino al 1980. Lo spartiacque, la fine dell’infanzia e dell’innocenza per me, sono cresciuta quel 2 agosto. La strage di Bologna è stata tutta a colori.

Per me gli anni di piombo sono questi. C’ero e non c’ero. Lo so, sono accaduti, ho letto, ho viste mille volte le immagini delle cariche della polizia, delle manifestazioni, degli scontri armati, dei funerali. Ma sono anni che di fatto non mi appartengono. Ho l’impressione che sia così per molti della mia età. Sono stati anni scomodi, di cui dopo non si è parlato più molto. O forse se n’è parlato, ma non nel modo giusto.

In questi ultimi giorni, invece, ne ho sentito molto raccontare.

La scorsa settimana con lo speciale di Ballarò dove è stato proposto lo spettacolo teatrale “Passa una vela… spingendo la notte più in là”, con la regia di Luca Zingaretti. Una lettura di brani tratti da ”Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, il libro scritto da Mario Calabresi, figlio del commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972 a Milano.
Ieri sera su La7 con la diretta dello spettacolo di Marco Paolini “Album d’Aprile. Rugby, donne, politica e terra” al Fillmore, il ritrovo di Cortemaggiore nel piacentino.

Mi piace sentirne parlare così, di questi anni ’70, pur con tutto il loro grigio e la loro violenza; è un modo per rendermeli meno distanti ed estranei.
Una bella trasmissione, quella con Mario Calabresi, dai toni molto pacati, senza grida, senza insulti e finalmente senza politicanti. Solo le vittime, attraverso le voci dei loro figli. Non ho letto il libro, ma ho condiviso il sentire di Luca Zingaretti  “ammirato e commosso dalla serenità e dalla pacatezza, sarei tentato di dire la dolcezza, con cui Mario Calabresi parla di temi che non sono sicuramente nuovi, ma che in questo libro assumono un significato e una potenza finora sconosciuta”.

Marco Paolini, è un pittore di parole, un narratore di storie minime che diventano collettive in un affrasco naif. Lui parla, il ritmo cadenzato, musicale e ti ritrovi nel fango del campo, con la prima linea. O nella politica di quegli anni, rossi, neri, gli eskimo e le randellate.  I compagni, le assemblee di partito, la politica partecipata, la sensazione di contare, piccoli titani di periferia, in uno scenario superiore. E su tutto l’amicizia, l’atmosfera della provincia, i legami e il rugby.

Tutto diverso da noi che siamo arrivati dopo. Da figli del boom economico ci siamo ritrovati in pieno edonismo reganiano negli anni ’80.  Gli anni di piombo rimossi, trascurati,  anche al liceo, dove pur essendo tanto vicini, non ce ne hanno parlato mai; anche in tv, dove erano più adatte altre canzonette.

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