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aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità

Di aNobii avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.

aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei “luoghi” di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall’inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.

Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell’inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come “librarian”. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l’”help desk” che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto – perché non c’è scritto da nessuna parte – ma, soprattutto, quando c’è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell’apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il “luogo” aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.

 

Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.

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Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell’editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l’operazione.

In mancanza di ulteriori informazioni c’è chi ha pensato bene di chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.

Perché non c’è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d’altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l’operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il “pubblico” adatto.

Restano tre considerazioni.
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta “l’emergenza” di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l’editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di “autori” è cosa lunga).
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com’è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.

La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.

L’ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire “ufficialmente” informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante. Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati “riservati” come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l’indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell’utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).

Sia ben chiaro: nessuno demonizza l’operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l’apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.

Un’ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell’ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l’ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l’ora di tenerlo in mente.

Qui la discussione su aNobii:

aNobii: Discussioni Liberatoria

 

A cercare il Ruyi a Venezia di notte

Un paio di anni fa, nel breve periodo in cui questo blog era localizzato altrove, scrissi un piccola cosa su Venezia.

Dicevo allora “...nessuna sensazione che non fosse il normale stupore che provo ogni volta al cospetto di questa città. Sono secoli che Venezia è così: la stessa gente, le stesse voci, lo stesso movimento.
I canali fangosi, i rifiuti negli angoli, l’odore forte della decadenza. I mercanti e i compratori, popoli d’oriente e d’occidente.
Venezia è una città di fantasmi. Si mescolano ai turisti, camminano con loro per le calli, si aggrappano ai muri umidi con i polpastrelli scarni. Forse è per questo che è rimasta uguale a se stessa per così tanto tempo.
Venezia è fedele, non cede ai secoli che passano. Il tempo è inesorabile per ogni condizione umana, ma non per questa città che respira la stessa aria del passato. Se si ascolta attentamente, se si spiano gli angoli nascosti con la coda dell’occhio, è ancora possibile vedere le cortigiane, gli schiavi scalzi nel fango, i dottori della peste con il becco bianco e il mantello nero, i mercanti coperti di broccati. Sono ancora tutti lì. Nei rari momenti di silenzio, se si sentono risuonare dei passi, sono i loro. Se si apre lo sguardo, se si guarda lontano, al di là del primo ponte, non è quella che il Canaletto vide e dipinse?
Per questo mi affascina così tanto: in nessun altro luogo presente e passato si toccano fino a creare un tempo proprio, una quinta dimensione fatta di riflessi che si perdono nell’acqua. I volti che ci si specchiano non sono solo i nostri, ma anche i loro.

Nonostante il tono un po’ aulico del mio vecchio post, non ho cambiato opinione. A Venezia ho sempre quella sensazione di straniamento che mi porta a divagare sul passato.  Quasi che la città fosse permeata da un qualcosa che per forza mi fa dimenticare  la massa dei turisti sudati, i ratti che passeggiano sulle banchine, il rumore di sottofondo.

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Foto di Astridula

Non è per caso quindi che sabato scorso ho partecipato ad una bellissima riunione notturna tra amici a Venezia. Il tutto è partito come uno dei tanti raduni che si organizzano su aNobii, comunità online di lettori e appassionati di libri – e di amici, per quanto mi riguarda -, ma questo nello specifico aveva per oggetto una caccia al tesoro, quella al Ruyi, fantomatico scettro portato in occidente da Marco Polo.

La caccia al Ruyi è ben più di un gioco dove storia e fantasia si mescolano: è un modo per scoprire i segreti di una città, per guardarla con occhi diversi, per non essere semplici turisti ma curiosi visitatori. Soprattutto significa meravigliarsi di continuo.

Il Whaiwhai, piattaforma della quale fa anche parte la ricerca del Ruyi è in definitiva una storia interattiva.  Si ripercorrono giocando luoghi, episodi, personaggi antichi e spesso sconosciuti di una città. Attraverso la risoluzione di enigmi e misteri e la caccia ad indizi nascosti si entra nel vivo nelle sue leggende, si percorrono sentieri poco battuti, si diventa protagonisti di una scoperta “viva”.  Insomma, in questo caso la X indica sempre il punto dove è nascosto un tesoro.

È naturalmente un gioco dove la tecnologia è coinvolta, ma non in maniera esasperata; occorrono un cellulare normale, anche vecchio, che sia in grado di mandare e ricevere sms e un piccolo investimento ( 27 euro) per l’acquisto del quaderno di gioco. Solo questo per un vero viaggio nel tempo. È stata questa la sensazione che mi ha accompagnato per tutta la notte sabato scorso a Venezia: una città completamente fuori da ogni riferimento temporale, diversa da quella solita. Ho percorso calli dove i turisti non passano mai, ascoltato il silenzio,  sperimentato lo strano sortilegio di certi luoghi (provate a sostare in Corte Nova alle tre di notte), imparato cose che non sapevo prima e ho avuto solo per me una piazza S. Marco completamente deserta. Anche questa è una vera magia.

Oggi, dopo due giorni, ricomincerei d’accapo, subito. E non solo di nuovo a Venezia, ma anche a Roma, Firenze e Verona, le città dove per il momento è possibile giocare a Whaiwhai.
Il gioco ha anche dei piacevoli effetti collaterali (almeno per me): la voglia di saperne ancora di più, di leggere altre storie e quindi di comprare libri sulla località che vado via via scoprendo. È una risorsa interessante anche per gli insegnanti, tanto è vero che nel sito del Whaiwhai c’è una sezione interamente dedicata a loro.

Per ogni informazione www.whaiwhai.com

Il problema della riconoscibilità in rete

Chi mi conosce sa quanto mi piaccia colloquiare online.

Se fino a qualche anno i fa i “luoghi” dove poterlo fare erano in numero limitato, con la nascita dei media sociali le possibilità di scambio e di dialogo sono cresciute in modo esponenziale. Mi sono accorta però che, per quanto mi riguarda, tengo a voler conservare un rapporto di tipo “umano” nonostante il mezzo, ossia ho sempre e comunque bisogno di riconoscere chi ho di fronte e non m’interessa la conversazione per la conversazione.

Non ho sempre la pretesa di voler conoscere i miei interlocutori con nome e cognome, né di volerli associare ad un volto che sia il loro reale, ma quella di poterli rintracciare e quindi di attribuire loro una riconoscibilità ben precisa.

Nonostante abbia delle regole diverse per stabilire contatti a seconda dei vari social network che frequento, in tutti ho bisogno di dare una connotazione ben precisa ai nick, agli avatar, ai nomi di quelli con i quali mi trovo a scambiare i miei pensieri. A seconda delle piattaforme che mi trovo ad utilizzare, ci sono diversi modi per attribuire una personalità agli utenti che non conosco ancora. Su aNobii guardo principalmente i libri che leggono, i commenti che scrivono, gli interventi che fanno nei gruppi di discussione; su Friendfeed, similarmente, leggo i post sui loro blog personali, gli articoli condivisi, guardo le loro foto su Flickr (che strumento formidabile è Friendfeed per scoprire cose nuove!); su Facebook la prima discriminante è nome e cognome, poi controllo il profilo personale, gli eventuali amici in comune, ecc.

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Foto di piccadillywilson

Cosa succede quando non è possibile associare ad un utente una identità perché non si hanno elementi per poterlo in qualche modo riconoscere? Ci sono delle regole di comportamento non scritte che andrebbero osservate da tutti in questo senso? Chi intende avvalersi di un medium sociale come luogo di conversazione non dovrebbe come prima cosa rendersi in qualche modo riconoscibile con una specie di “mappa di identità personale” che sia più articolata di un semplice nickname? È difficile conversare pubblicamente di fatti anche solo vagamente personali se non selezionando gli interlocutori in base a elementi che danno loro una qualche connotazione. Certo, nella maggioranza dei casi si creano rapporti reciprocità, ma questo non può avvenire in tempi brevissimi e servono comunque costanza e attenzione.

Vorrei precisare ancora una volta che non sto parlando degli identificativi legati alla vita offline. Un nick name ha la stessa valenza e lo stesso significato di nome e cognome se in quel modo un utente è universalmente riconosciuto, non importa quale ruolo abbia nella vita di tutti i giorni. Certamente, per me l’ideale rimane quello di una perfetta corrispondenza tra la persona off line e quella online. Mi pare, però, che sempre di più si tenda a questo tipo di modello: nonostante tutte le difficoltà, internet sta diventando parte della vita di tante persone,  non solo come mezzo, ma anche come messaggio, così da trovare sempre più corrispondenza tra modo di essere nella vita di tutti i giorni e modo di essere in rete. Non a caso sono nati particolari “biglietti da visita”, dai servizi che aggregano tutte le identità online di una persona (Google Profiles, ad esempio), o veri e propri dispositivi elettronici per lo scambio reale di tutte le informazioni che “fanno” una persona nella rete e fuori (Poken e simili).

Rimangono comunque quelli che per qualche motivo preferiscono mantenere separate le due realtà, scelta rispettabilissima e necessaria in alcuni casi. Allo stesso modo però, chi opta per questa condizione deve poter essere riconosciuto e collocato, non si può limitare a un identificativo qualsiasi esclusivamente per scrivere parole tramite tastiera. L’atteggiamento che era tipico delle chat line è stato ampiamente superato negli ambienti dei media sociali e non può che suscistare diffidenza chi lo “usa” in questi ambienti, specialmente se connotati da una forte interazione “personale”.

aNobii si apre al social virale

Gli habitué di aNobii si saranno accorti che da ieri sera, sopra al pulsantino di traduzione in linea, ne è comparso un altro per condividere “questa pagina con i tuoi amici”. Cliccandolo si apre una finestra con indicati tutti i principali media sociali disponibili per la condivisione: da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Delicious, passando per Linkedln, Tumblr, Digg, senza trascurare le principali piattaforme di blogging.

Questo vuol dire che ogni pagina, ogni contenuto, ogni discussione di aNobii potranno ora essere “esportati” su tutti i più importanti social network con un paio di click, esattamente come succede per gli articoli dei quotidiani e rotocalchi online e per i post nei blog. Tutto in aNobii sarà potenzialmente mille volte più visibile di quanto lo sia stato fin’ora.

In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico, aNobii è sempre stato un social network “aperto”:  le librerie degli utenti sono visualizzabili dall’esterno, tutti i thread nei gruppi hanno un loro permalink e tutti vengono regolarmente indicizzati da Google, in quanto non è possibile renderli privati in alcun modo (per non parlare dei feed rss disponibili). Per trovarli, però, fino a ieri bisognava andarli a cercare sapendo esattamente cosa cercare; la situazone non era migliore all’interno della piattaforma, dove ritrovare velocemente le discussioni passate è sempre stato piuttosto arduo, considerati i problemi perenni della funzione di ricerca.
Ora, con due click di mouse, aNobii “esce”, si propaga e si connette a tutti gli altri social network, entrando, con le sue discussioni, nel lifestreaming globale.

aNobii, pur identificandosi come comunità di tipo 2.0,  è sempre rimasta in un ambito a parte; i contenuti anche se belli e di valore (ci sono discussioni che per autorevolezza possono battere  molti articoli tecnici o accademici), hanno sempre avuto il carattere di chiacchiere tra amici o tra pochi eletti. Gli stessi utenti, nella maggior parte dei casi, sono persone che non frequentano la rete al di fuori di quell’ambiente, sono concentrate per lo più sui libri e sul parlare di libri, ignorando spesso anche le regole elementari della comunicazione online. Non nascondono, a volte,  una certa dose di snobismo (o diffidenza) nei confronti di altri social network, Facebook su tutti. Capiranno ora che ogni nuova discussione sarà esattamente come scrivere un nuovo articolo  su un blog collaborativo, con tanto di commenti pubblici, ma con l’impossibilità reale di cancellarli o modificarli se non entro i primi 15 minuti?

Quello che prima era visibile di fatto solo al numero ristretto degli iscritti a un gruppo di discussione ora può venire gettato in pasto alla rete da chiunque e in qualunque momento, nel bene e nel male, commentato, sezionato, tumblerato, riproposto senza che gli autori originali ne abbiano sentore. Nel mio caso, una qualsiasi discussione di aNobii condivisa su Twitter passerebbe in automatico su Facebook e Friendfeed e da lì raggiungere Google in un blip.

Senza dubbio è un cambiamento importante, dal mio punto di vista.

Da oggi, ancora di più e a maggior ragione, chi pensa di  scrivere pubblicamente,  sia aprendo una nuova discussione su aNobii, sia aggiungendo commenti a un precedente intervento,  farebbe bene a pensarci un paio di secondi in più:  tutto sarà davvero pubblico, comprese polemiche, flame e attachi vari (ebbene sì), con tutte le conseguenze del caso.

Per seguire la discussione a proposito su aNobii:

aNobii: Discussioni aNobii diventa social

Una notte tiepida d’ottobre tra oro, libri e Last Minute Market

Che l’oro identifichi la mia città non è cosa di oggi e che le notti, bianche ovunque, a Ravenna diventino notti d’oro è una realtà da due anni. Strano a dirsi, ma anche ad uscire dal centro, andando verso le pinete, se la luce autunnale è quella giusta, e se un po’ di nebbia rimane in sospensione nell’aria, in alcune ore sembra proprio che di polvere d’oro sia cosparsa ogni cosa.

Sabato scorso Notte d’Oro a Ravenna. Temperatura perfetta, atmosfera magica e sognante, musica e mosaici. E belle cose da fare e da vedere, con qualche piccola occasione per riflettere.

Una di queste è stato l’allestimento artistico “Another Book from the Wall” alla Biblioteca Classense, “installazione con libri sottratti al macero in un cantiere aperto a tutti“, di Clara Matelli in  sinergia con Last Minute Market.
Non solo aperto a tutti, questo cantiere, ma con la possibilità per tutti, di prelevare i libri facendoli rivivere di nuovo. Libri che altrimenti sarebbero finiti triturati e macerati. Approfitto, anzi, di questo post per chiedere scusa al direttore della Classense, ché sono due giorni che mi sento in colpa. Durante il discorso d’inaugurazione aveva ben specificato: “Solo uno, massimo due libri a testa”. Bene, io ne presi tre. Non riuscendo a decidermi, alla fine mi sono detta che tanto meglio così che rischiare un ulteriore abbandono di un libro già scampato alla distruzione.

Last Minute Market è un progetto bello e importante per combattere lo spreco. Il suo motto recita: “Trasformare lo spreco in risorse”. E se è logico e fondamentale riuscire a riciclare quello che tanti sprecano sotto forma di cibo in un mondo che ha sempre più fame, o di medicinali in realtà dove anche la semplice aspirina fa la differenza, è altrettanto logico non sprecare conoscenza e cultura. Non sprecare libri che sono stati scritti e stampati dunque, e che hanno richiesto energie per la loro produzione, non solo intellettive, ma soprattutto energie materialissime, come carta ed elettricità.

Amo i libri. Li amo come oggetti e li amo come simboli. Li amo soprattutto come contenitori di idee e di intelligenze; di voglia di trasmettere conoscenza. Mi piace pensare che tutti quei volumi rimasti invenduti perché ritenuti non interessanti da tanti, possano esserlo per molti altri, o che possano contribuire alla scoperta di qualcosa di nuovo da parte di chi ha voglia di imparare. O, più prosaicamente, da parte di chi libri non ne può comprare. Per fortuna le idee non hanno data di scadenza, possono circolare fresche e nuove per anni e anni.
Per questo ho la speranza che sempre più librai ed editori aderiscano al sevizio Last Minute Market Book. A loro non costa nulla, per tanti può rappresentare un valore inestimabile e un vero investimento.

Di certo io ho portato a casa tre libri preziosi, uno dei quali stavo cercando da tempo. Si possono vedere in dettaglio qui, nel mio scaffale di aNobii; sono Parisiens, un bel libro di fotografia di Peter Turnley, Ravenna nascosta, il libro di Tino Dalla Valle che cercavo da un po’, e un bel librone d’arte Le arti decorative e Venezia. Hanno trovato una nuova casa, la mia, e una sistemazione d’onore sul tavolino del salotto. Non avrei potuto essere più fortunata di così.

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