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	<title>Diario Semistupido &#187; aNobii</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 09:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Di <a href="https://www.anobii.com/login" target="_self">aNobii</a> avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei &#8220;luoghi&#8221; di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall&#8217;inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.<br />
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.<br />
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell&#8217;inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come &#8220;librarian&#8221;. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l&#8217;&#8221;help desk&#8221; che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto &#8211; perché non c&#8217;è scritto da nessuna parte &#8211; ma, soprattutto, quando c&#8217;è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell&#8217;apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il &#8220;luogo&#8221; aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-1019" title="anobiihome" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/09/anobiihome2-1024x458.jpg" alt="anobiihome" width="634" height="283" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell&#8217;editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l&#8217;operazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In mancanza di ulteriori informazioni c&#8217;è chi ha pensato bene di <a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=58404#new_thread" target="_self">chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto</a> degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non c&#8217;è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d&#8217;altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l&#8217;operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il &#8220;pubblico&#8221; adatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Restano tre considerazioni.<br />
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane  ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta &#8220;l&#8217;emergenza&#8221; di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l&#8217;editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di &#8220;autori&#8221; è cosa lunga).<br />
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com&#8217;è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire &#8220;ufficialmente&#8221; informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante.  Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati &#8220;riservati&#8221; come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta  elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l&#8217;indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell&#8217;utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).</p>
<p style="text-align: justify;">Sia ben chiaro: nessuno demonizza l&#8217;operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l&#8217;apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell&#8217;ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l&#8217;ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l&#8217;ora di tenerlo in mente.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui la discussione su aNobii:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=58404#new_thread">aNobii: Discussioni  Liberatoria</a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>A cercare il Ruyi a Venezia di notte</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2009 11:11:50 +0000</pubDate>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Un paio di anni fa, nel breve periodo in cui questo blog era localizzato altrove, scrissi un piccola cosa su Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevo allora &#8220;.<em>..nessuna sensazione che non fosse il normale stupore che provo ogni volta al cospetto di questa città. Sono secoli che Venezia è così: la stessa gente, le stesse voci, lo stesso movimento.<br />
I canali fangosi, i rifiuti negli angoli, l&#8217;odore forte della decadenza. I mercanti e i compratori, popoli d&#8217;oriente e d&#8217;occidente.<br />
Venezia è una città di fantasmi. Si mescolano ai turisti, camminano con loro per le calli, si aggrappano ai muri umidi con i polpastrelli scarni. Forse è per questo che è rimasta uguale a se stessa per così tanto tempo.<br />
Venezia è fedele, non cede ai secoli che passano. Il tempo è inesorabile per ogni condizione umana, ma non per questa città che respira la stessa aria del passato. Se si ascolta attentamente, se si spiano gli angoli nascosti con la coda dell&#8217;occhio, è ancora possibile vedere le cortigiane, gli schiavi scalzi nel fango, i dottori della peste con il becco bianco e il mantello nero, i mercanti coperti di broccati. Sono ancora tutti lì. Nei rari momenti di silenzio, se si sentono risuonare dei passi, sono i loro. Se si apre lo sguardo, se si guarda lontano, al di là del primo ponte, non è quella che il Canaletto vide e dipinse?<br />
Per questo mi affascina così tanto: in nessun altro luogo presente e passato si toccano fino a creare un tempo proprio, una quinta dimensione fatta di riflessi che si perdono nell&#8217;acqua. I volti che ci si specchiano non sono solo i nostri, ma anche i loro.</em>&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il tono un po&#8217; aulico del mio vecchio post, non ho cambiato opinione. A Venezia ho sempre quella sensazione di straniamento che mi porta a divagare sul passato.  Quasi che la città fosse permeata da un qualcosa che per forza mi fa dimenticare  la massa dei turisti sudati, i ratti che passeggiano sulle banchine, il rumore di sottofondo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-910" title="3781872444_7e559750d8" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/08/3781872444_7e559750d8.jpg" alt="3781872444_7e559750d8" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/people/12049446@N00/" target="_self">Astridula</a></p>
<p style="text-align: justify;">Non è per caso quindi che sabato scorso ho partecipato ad una bellissima riunione notturna tra amici a Venezia. Il tutto è partito come <a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=52537#new_thread" target="_self">uno dei tanti raduni che si organizzano su aNobii</a>, comunità online di lettori e appassionati di libri &#8211; e di amici, per quanto mi riguarda -, ma questo nello specifico aveva per oggetto una caccia al tesoro, quella al Ruyi, fantomatico scettro portato in occidente da Marco Polo.</p>
<p style="text-align: justify;">La caccia al Ruyi è ben più di un gioco dove storia e fantasia si mescolano: è un modo per scoprire i segreti di una città, per guardarla con occhi diversi, per non essere semplici turisti ma curiosi visitatori. Soprattutto significa meravigliarsi di continuo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a href="http://www.whaiwhai.com/index.php" target="_self">Whaiwhai</a>, piattaforma della quale fa anche parte la ricerca del Ruyi è in definitiva una storia interattiva.  Si ripercorrono giocando luoghi, episodi, personaggi antichi e spesso sconosciuti di una città. Attraverso la risoluzione di enigmi e misteri e la caccia ad indizi nascosti si entra nel vivo nelle sue leggende, si percorrono sentieri poco battuti, si diventa protagonisti di una scoperta &#8220;viva&#8221;.  Insomma, in questo caso la X indica sempre il punto dove è nascosto un tesoro.</p>
<p style="text-align: justify;">È naturalmente un gioco dove la tecnologia è coinvolta, ma non in maniera esasperata; occorrono un cellulare normale, anche vecchio, che sia in grado di mandare e ricevere sms e un piccolo investimento ( 27 euro) per l&#8217;acquisto del quaderno di gioco. Solo questo per un vero viaggio nel tempo. È stata questa la sensazione che mi ha accompagnato per tutta la notte sabato scorso a Venezia: una città completamente fuori da ogni riferimento temporale, diversa da quella solita. Ho percorso calli dove i turisti non passano mai, ascoltato il silenzio,  sperimentato lo strano sortilegio di certi luoghi (provate a sostare in Corte Nova alle tre di notte), imparato cose che non sapevo prima e ho avuto solo per me una piazza S. Marco completamente deserta. Anche questa è una vera magia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, dopo due giorni, ricomincerei d&#8217;accapo, subito. E non solo di nuovo a Venezia, ma anche a Roma, Firenze e Verona, le città dove per il momento è possibile giocare a Whaiwhai.<br />
Il gioco ha anche dei piacevoli effetti collaterali (almeno per me): la voglia di saperne ancora di più, di leggere altre storie e quindi di comprare libri sulla località che vado via via scoprendo. È una risorsa interessante anche per gli insegnanti, tanto è vero che nel sito del Whaiwhai c&#8217;è una sezione interamente dedicata a loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ogni informazione <a href="http://www.whaiwhai.com/index.php" target="_self">www.whaiwhai.com</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/08/03/a-cercare-il-ruyi-a-venezia-di-notte/" target="_blank"><img src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/08/03/a-cercare-il-ruyi-a-venezia-di-notte/" target="_blank" title="Share on Facebook">Share on Facebook</a></p>

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		<title>Il problema della riconoscibilità in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 08:29:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi mi conosce sa quanto mi piaccia colloquiare online. Se fino a qualche anno i fa i &#8220;luoghi&#8221; dove poterlo fare erano in numero limitato, con la nascita dei media sociali le possibilità di scambio e di dialogo sono cresciute in modo esponenziale. Mi sono accorta però che, per quanto mi riguarda, tengo a voler [...]


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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Chi mi conosce sa quanto mi piaccia colloquiare online.</p>
<p style="text-align: justify;">Se fino a qualche anno i fa i &#8220;luoghi&#8221; dove poterlo fare erano in numero limitato, con la nascita dei media sociali le possibilità di scambio e di dialogo sono cresciute in modo esponenziale. Mi sono accorta però che, per quanto mi riguarda, tengo a voler conservare un rapporto di tipo &#8220;umano&#8221; nonostante il mezzo, ossia ho sempre e comunque bisogno di riconoscere chi ho di fronte e non m&#8217;interessa la conversazione per la conversazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho sempre la pretesa di voler conoscere i miei interlocutori con nome e cognome, né di volerli associare ad un volto che sia il loro reale, ma quella di poterli rintracciare e quindi di attribuire loro una riconoscibilità ben precisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante abbia delle regole diverse per stabilire contatti a seconda dei vari social network che frequento, in tutti ho bisogno di dare una connotazione ben precisa ai nick, agli avatar, ai nomi di quelli con i quali mi trovo a scambiare i miei pensieri. A seconda delle piattaforme che mi trovo ad utilizzare, ci sono diversi modi per attribuire una personalità agli utenti che non conosco ancora. Su aNobii guardo principalmente i libri che leggono, i commenti che scrivono, gli interventi che fanno nei gruppi di discussione; su Friendfeed, similarmente, leggo i post sui loro blog personali, gli articoli condivisi, guardo le loro foto su Flickr (che strumento formidabile è Friendfeed per scoprire cose nuove!); su Facebook la prima discriminante è nome e cognome, poi controllo il profilo personale, gli eventuali amici in comune, ecc.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-901" title="212999782_73d310387e" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/07/212999782_73d310387e.jpg" alt="212999782_73d310387e" width="318" height="424" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/piccadillywilson/" target="_self">piccadillywilson</a></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa succede quando non è possibile associare ad un utente una identità perché non si hanno elementi per poterlo in qualche modo riconoscere? Ci sono delle regole di comportamento non scritte che andrebbero osservate da tutti in questo senso? Chi intende avvalersi di un medium sociale come luogo di conversazione non dovrebbe come prima cosa rendersi in qualche modo riconoscibile con una specie di &#8220;mappa di identità personale&#8221; che sia più articolata di un semplice nickname? È difficile<span> conversare pubblicamente di fatti anche solo vagamente personali se non selezionando gli interlocutori in base a elementi che danno loro una qualche connotazione. Certo, nella maggioranza dei casi si creano rapporti reciprocità, ma questo non può avvenire in tempi brevissimi e servono comunque costanza e attenzione.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Vorrei precisare ancora una volta che non sto parlando degli identificativi legati alla vita offline. Un nick name ha la stessa valenza e lo stesso significato di nome e cognome se in quel modo un utente è universalmente riconosciuto, non importa quale ruolo abbia nella vita di tutti i giorni. Certamente, per me l&#8217;ideale rimane quello di una perfetta corrispondenza tra la persona off line e quella online. Mi pare, però, che sempre di più si tenda a questo tipo di modello: nonostante tutte le difficoltà, internet sta diventando parte della vita di tante persone,  non solo come mezzo, ma anche come messaggio, così da trovare sempre più corrispondenza tra modo di essere nella vita di tutti i giorni e modo di essere in rete. Non a caso sono nati particolari &#8220;biglietti da visita&#8221;, dai servizi che aggregano tutte le identità online di una persona (Google Profiles, ad esempio), o veri e propri dispositivi elettronici per lo scambio reale di tutte le informazioni che &#8220;fanno&#8221; una persona nella rete e fuori (Poken e simili).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Rimangono comunque quelli che per qualche motivo preferiscono mantenere separate le due realtà, scelta rispettabilissima e necessaria in alcuni casi. Allo stesso modo però, chi opta per questa condizione deve poter essere riconosciuto e collocato, non si può limitare a un identificativo qualsiasi esclusivamente per scrivere parole tramite tastiera. L&#8217;atteggiamento che era tipico delle chat line è stato ampiamente superato negli ambienti dei media sociali e non può che suscistare diffidenza chi lo &#8220;usa&#8221; in questi ambienti, specialmente se connotati da una forte interazione &#8220;personale&#8221;.</span></p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/07/21/il-problema-della-riconoscibilita-in-rete/" target="_blank"><img src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/07/21/il-problema-della-riconoscibilita-in-rete/" target="_blank" title="Share on Facebook">Share on Facebook</a></p>

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		<title>aNobii si apre al social virale</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 09:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: justify;">Gli habitué di aNobii si saranno accorti che da ieri sera, sopra al pulsantino di traduzione in linea, ne è comparso un altro per condividere &#8220;questa pagina con i tuoi amici&#8221;. Cliccandolo si apre una finestra con indicati tutti i principali media sociali disponibili per la condivisione: da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Delicious, passando per Linkedln, Tumblr, Digg, senza trascurare le principali piattaforme di blogging.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo vuol dire che ogni pagina, ogni contenuto, ogni discussione di aNobii potranno ora essere &#8220;esportati&#8221; su tutti i più importanti social network con un paio di click, esattamente come succede per gli articoli dei quotidiani e rotocalchi online e per i post nei blog. Tutto in aNobii sarà potenzialmente mille volte più visibile di quanto lo sia stato fin&#8217;ora.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico, aNobii è sempre stato un social network &#8220;aperto&#8221;:  le librerie degli utenti sono visualizzabili dall&#8217;esterno, tutti i thread nei gruppi hanno un loro permalink e tutti vengono regolarmente indicizzati da Google, in quanto non è possibile renderli privati in alcun modo (per non parlare dei feed rss disponibili). Per trovarli, però, fino a ieri bisognava andarli a cercare sapendo esattamente cosa cercare; la situazone non era migliore all&#8217;interno della piattaforma, dove ritrovare velocemente le discussioni passate è sempre stato piuttosto arduo, considerati i problemi perenni della funzione di ricerca.<br />
Ora, con due click di mouse, aNobii &#8220;esce&#8221;, si propaga e si connette a tutti gli altri social network, entrando, con le sue discussioni, nel lifestreaming globale.</p>
<p style="text-align: justify;">aNobii, pur identificandosi come comunità di tipo 2.0,  è sempre rimasta in un ambito a parte; i contenuti anche se belli e di valore (ci sono discussioni che per autorevolezza possono battere  molti articoli tecnici o accademici), hanno sempre avuto il carattere di chiacchiere tra amici o tra pochi eletti. Gli stessi utenti, nella maggior parte dei casi, sono persone che non frequentano la rete al di fuori di quell&#8217;ambiente, sono concentrate per lo più sui libri e sul parlare di libri, ignorando spesso anche le regole elementari della comunicazione online. Non nascondono, a volte,  una certa dose di snobismo (o diffidenza) nei confronti di altri social network, Facebook su tutti. Capiranno ora che ogni nuova discussione sarà esattamente come scrivere un nuovo articolo  su un blog collaborativo, con tanto di commenti pubblici, ma con l&#8217;impossibilità reale di cancellarli o modificarli se non entro i primi 15 minuti?</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che prima era visibile di fatto solo al numero ristretto degli iscritti a un gruppo di discussione ora può venire gettato in pasto alla rete da chiunque e in qualunque momento, nel bene e nel male, commentato, sezionato, tumblerato, riproposto senza che gli autori originali ne abbiano sentore. Nel mio caso, una qualsiasi discussione di aNobii condivisa su Twitter passerebbe in automatico su Facebook e Friendfeed e da lì raggiungere Google in un blip.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio è un cambiamento importante, dal mio punto di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Da oggi, ancora di più e a maggior ragione, chi pensa di  scrivere pubblicamente,  sia aprendo una nuova discussione su aNobii, sia aggiungendo commenti a un precedente intervento,  farebbe bene a pensarci un paio di secondi in più:  tutto sarà davvero pubblico, comprese polemiche, flame e attachi vari (ebbene sì), con tutte le conseguenze del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per seguire la discussione a proposito su aNobii:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=53020#new_thread">aNobii: Discussioni  aNobii diventa social</a></p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/06/27/anobii-si-apre-al-social-virale/" target="_blank"><img src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.diariosemistupido.it/2009/06/27/anobii-si-apre-al-social-virale/" target="_blank" title="Share on Facebook">Share on Facebook</a></p>

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		<title>Una notte tiepida d&#8217;ottobre tra oro, libri e Last Minute Market</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 11:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align:justify;">Che l&#8217;oro identifichi la mia città non è cosa di oggi e che le notti, bianche ovunque, a Ravenna diventino notti d&#8217;oro è una realtà da due anni. Strano a dirsi, ma anche ad uscire dal centro, andando verso le pinete, se la luce autunnale è quella giusta, e se un po&#8217; di nebbia rimane in sospensione nell&#8217;aria, in alcune ore sembra proprio che di polvere d&#8217;oro sia cosparsa ogni cosa.</p>
<p style="text-align:justify;">Sabato scorso <a href="http://www.turismo.ra.it/nottedoro/" target="_blank">Notte d&#8217;Oro a Ravenna</a>. Temperatura perfetta, atmosfera magica e sognante, musica e mosaici. E belle cose da fare e da vedere, con qualche piccola occasione per riflettere.</p>
<p style="text-align:justify;">Una di queste è stato l&#8217;allestimento artistico &#8220;<em>Another Book from the Wall&#8221; </em>alla Biblioteca Classense, &#8220;<em>installazione con libri sottratti al macero in un cantiere aperto a tutti</em>&#8220;, di Clara Matelli in  sinergia con <a href="http://www.lastminutemarket.org/" target="_blank">Last Minute Market</a>.<br />
Non solo aperto a tutti, questo cantiere, ma con la possibilità per tutti, di prelevare i libri facendoli rivivere di nuovo. Libri che altrimenti sarebbero finiti triturati e macerati. Approfitto, anzi, di questo post per chiedere scusa al direttore della Classense, ché sono due giorni che mi sento in colpa. Durante il discorso d&#8217;inaugurazione aveva ben specificato: &#8220;Solo uno, massimo due libri a testa&#8221;. Bene, io ne presi tre. Non riuscendo a decidermi, alla fine mi sono detta che tanto meglio così che rischiare un ulteriore abbandono di un libro già scampato alla distruzione.</p>
<p style="text-align:justify;">Last Minute Market è un progetto bello e importante per combattere lo spreco. Il suo motto recita: &#8220;Trasformare lo spreco in risorse&#8221;. E se è logico e fondamentale riuscire a riciclare quello che tanti sprecano sotto forma di cibo in un mondo che ha sempre più fame, o di medicinali in realtà dove anche la semplice aspirina fa la differenza, è altrettanto logico non sprecare conoscenza e cultura. Non sprecare libri che sono stati scritti e stampati dunque, e che hanno richiesto energie per la loro produzione, non solo intellettive, ma soprattutto energie materialissime, come carta ed elettricità.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://www.lastminutemarket.org/"><img class="alignnone size-full wp-image-248" title="logo_orizzontale20copy" src="http://diariosemistupido.files.wordpress.com/2008/10/logo_orizzontale20copy.jpg" alt="" width="235" height="85" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Amo i libri. Li amo come oggetti e li amo come simboli. Li amo soprattutto come contenitori di idee e di intelligenze; di voglia di trasmettere conoscenza. Mi piace pensare che tutti quei volumi rimasti invenduti perché ritenuti non interessanti da tanti, possano esserlo per molti altri, o che possano contribuire alla scoperta di qualcosa di nuovo da parte di chi ha voglia di imparare. O, più prosaicamente, da parte di chi libri non ne può comprare. Per fortuna le idee non hanno data di scadenza, possono circolare fresche e nuove per anni e anni.<br />
Per questo ho la speranza che sempre più librai ed editori aderiscano al sevizio <a href="http://www.lastminutemarket.org/book.html" target="_blank">Last Minute Market Book</a>. A loro non costa nulla, per tanti può rappresentare un valore inestimabile e un vero investimento.</p>
<p style="text-align:justify;">Di certo io ho portato a casa tre libri preziosi, uno dei quali stavo cercando da tempo. Si possono vedere in dettaglio qui, nel <a href="http://www.anobii.com/custardinpie/books/preview" target="_blank">mio scaffale di aNobii</a>; sono <em>Parisiens</em>, un bel libro di fotografia di Peter Turnley, <em>Ravenna nascosta</em>, il libro di Tino Dalla Valle che cercavo da un po&#8217;, e un bel librone d&#8217;arte <em>Le arti decorative e Venezia</em>. Hanno trovato una nuova casa, la mia, e una sistemazione d&#8217;onore sul tavolino del salotto. Non avrei potuto essere più fortunata di così.</p>
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2009/10/11/tirando-le-somme-con-compleanno-mancato/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Tirando le somme (con compleanno mancato)'>Tirando le somme (con compleanno mancato)</a></li>
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		<title>Chi dice cosa e dove (una riflessione su giornalismo e giornalisti sul web)</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2008 18:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			</a>
		</div>
<p><strong><em>Episodio I</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Leggo sul blog di A. Gilioli <em><a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank">Piovono rane</a> </em>di una <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/04/11/i-blog-la-liberta-lespresso/" target="_blank">polemica</a> riguardante una vicenda interna all&#8217;Espresso, testata sulla quale Gilioli scrive. In pochissime parole: un giornalista sul suo spazio blog della rivista ha manifestato una opinione poco lusinghiera verso una copertina della stessa, suscitando una certa reazione &#8211; zebedei giranti &#8211; allo stesso Gilioli, a chi si è occupato dell&#8217;inchiesta a cui la copertina si riferiva e al Direttore. Risultato: blog chiuso e giornalista dimesso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Episodio II</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Nella comunità di booksharing aNobii, subito dopo, leggo di un&#8217;altra polemica, generata da un iscritto con la sua opinione espressa contro l&#8217;intera categoria dei giornalisti. Un appartenente a questa categoria minaccia denunce, esposti, interventi del magistrato e chiusura dell&#8217;intero sito, inviando mail sullo stesso tono anche alla sottoscritta in quanto creatrice del gruppo di discussione in cui il tutto è avvenuto, <a href="http://www.anobii.com/anobi/forum_thread.php?tid=16245&amp;pid=127&amp;lid=#new_thread" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.anobii.com/anobi/forum_thread.php?tid=16297&amp;pid=127&amp;lid=#new_thread" target="_blank">qui</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">A prima vista, le due vicende hanno poco a che vedere l&#8217;una con l&#8217;altra. In realtà, in entrambe c&#8217;entrano il web e il modo di concepire la libertà di espressione nei suoi spazi: blog, gruppi di discussione, forum o altro. Io ne ho tratto alcune conclusioni.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Primo</strong>: il giornalismo in Italia ha grossi problemi ad armonizzarsi con i nuovi spazi comunicativi: vorrebbe, forse non vorrebbe ma fa finta di sì. Ha l&#8217;atteggiamento tipico di chi vuol tenere il piede in due scarpe, i giornalisti appartengono a una testata con una precisa linea editoriale e quindi sono legati a questa linea. Ma sono anche blogger, quindi figure che dovrebbero esprimere in maniera libera le proprie opinioni anche qualora queste si discostino dalla suddetta linea editoriale. Qualcuno che conosco direbbe: un bell&#8217;esempio di paraculismo. Come scrive <a href="http://www.themarketer.info/" target="_blank">Roldano De Persio</a> in uno dei commenti all&#8217;articolo di A. Gilioli &#8220;Dire blogger non significa = pagina di un giornale, altrimenti non abbiamo capito nulla di cosa è un blog. (&#8230;) E che blog sarebbe se deve essere sottoposto al vaglio del direttore? Se questi sono i blog dei giornali ne possiamo fare tranquillamente a meno&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Secondo</strong>: il giornalismo è malato di protagonismo incentrato su un esagerato ego di categoria.<br />
Nulla di nuovo forse; nessuna meraviglia se la percezione che se ne ha all&#8217;esterno è quella di una casta, di una corporazione arroccata su posizioni di previlegio che non vuole abbandonare. Sarà una coincidenza che secondo <em><a href="http://freedomhouse.org/template.cfm?page=1" target="_blank">Freedom house </a></em>l&#8217;Italia è al <a href="http://www.freedomhouse.org/uploads/fop/2007/pfscharts.pdf" target="_blank">61mo posto</a> per libertà di stampa (dati per il 2007)?<br />
Ulteriore prova che il nostro paese è una anomalia in Europa, anche in questo settore, è l&#8217;esistenza dell&#8217;ordine professionale dei giornalisti (tra gli altri); o ancora il tentativo, per fortuna fallito, di far emanare una legge liberticida come la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disegno_di_legge_Levi-Prodi" target="_blank">Levi-Prodi</a> nello scorso autunno.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Terzo</strong>: il marketing in rete funziona. Nulla di meglio per far parlare di sé (bene o male non importa, basta che se ne parli) di una bella bagarre sul nulla assoluto.</p>
<p style="text-align:center;">___________________</p>
<p style="text-align:justify;">Una piccola nota. Ieri sera mi è stato fatto l&#8217;appunto di avercela con i giornalisti. Non è così. Ovviamente tanti sono molto bravi, alcuni li ammiro proprio. Lo stesso A. Gilioli mi piace, lo seguo ogni giorno sul suo blog e non per niente è inserito nel mio blog roll qui accanto.<br />
La mia era una riflessione del tutto personale su due episodi &#8220;di rete&#8221; di cui sono venuta a conoscenza quasi contemporaneamente. Non ho potuto fare a meno di notare una certa difficoltà del giornalismo italiano (o della stampa italiana, o dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali in Italia) di relazionarsi con il web e con chi ci abita. Vorrei ci fosse più coraggio e una maggiore predisposizione al dialogo, perché, lo dico chiaramente, quel 61mo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa mi disturba alquanto. Un modo per risalire potrebbe essere proprio quello di una più ampia apertura grazie ai mezzi che internet mette a disposizione di tutti, anche dei giornalisti. I blog, certo, gli spazi di discussione anche.<br />
L&#8217;atteggiamento del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;, il trincerarsi dietro a un ruolo che in certi luoghi virtuali viene per forza annullato &#8211; mi riferisco al secondo episodio di cui ho raccontato &#8211; credo sia controproducente soprattutto per chi svolge la professione di giornalista. Ecco perché mi auguro che si giunga all&#8217;eliminazione dell&#8217;ordine: i più bravi, i più preparati, i più autorevoli, i più coraggiosi avranno modo di emergere e di far sentire la loro voce al di fuori del coro. Al di là di ogni corporazione.<br />
Idealista? Forse. Sono cosciente che non viviamo in un mondo perfetto, ma ritengo che a volerci provare magari un giorno riusciremo a vivere in un mondo almeno decente.</p>
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		<title>Il social networking letterario, aNobii e la coda lunga dei digital shelves</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 14:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2008/04/13/chi-dice-cosa-e-dove-una-riflessione-su-giornalismo-e-giornalisti-sul-web/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Chi dice cosa e dove (una riflessione su giornalismo e giornalisti sul web)'>Chi dice cosa e dove (una riflessione su giornalismo e giornalisti sul web)</a></li>
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			</a>
		</div>
<p style="text-align:justify;">Una delle critiche che vengono mosse a internet è quella di voler attentare alla parola trasmessa nella vecchia maniera, ossia su carta. In realtà, proprio la carta stampata ha potuto trovare nella rete un porto sicuro, al di là di ogni oscura previsione di libri soppiantati da dispositivi elettronici e supporti digitali portatili. La carta stampata nello spazio digitale ha travalicato il suo stato fisico e gli scaffali di volumi allineati contro le pareti o ammucchiati in colonne traballanti si sono trasformati in oggetti virtuali da catalogare, condividere e discutere, tanto da generare uno degli aspetti più interessanti, freschi e nuovi nel panorama del web 2.0 in Italia.</p>
<p align="justify">In un tempo relativamente breve sono nate vere e proprie comunità di lettori e bibliofili, dove ci si ritrova non solo per fini di mera catalogazione, ma anche per condividere “l&#8217;esperienza” della lettura. Due di questi non-luoghi, probabilmente i più conosciuti, sono <a title="aNobii" href="http://www.anobii.com" target="_blank">aNobii</a> e <a title="LibraryThing" href="http://www.librarything.com" target="_blank">LibraryThing</a>. Il primo tra i due merita una più attenta osservazione perché peculiare per almeno una ragione: è la comunità di booksharing più frequentata – in termini di utenti registrati – d&#8217;Italia. Ha quasi del miracoloso che una comunità con sede a Hong Kong, senza alcuna connessione con il nostro Paese, abbia raggiunto in meno di due anni dal suo lancio online la quota di più di 100.000 iscritti, dei quali più del 40% proprio entro i nostri confini.</p>
<p align="justify">L&#8217;altra comunità, LibraryThing, rimane cosa americana. Nella sua enormità, la presenza di utenti italiani è irrilevante (circa 1.300). All&#8217;interno della stessa aNobii ci si è interrogati più volte sulle ragioni di questa disparità, nel tentativo di comprendere, soprattutto, il motivo di questa speciale interconnessione tra Cina e Italia e in che cosa differiscano i due ambienti.</p>
<p align="justify">Il dibattito attorno a cosa rappresenti aNobii nella realtà culturale italiana è molto vivace e appassionato. In una <a href="http://www.anobii.com/anobi/forum_thread.php?tid=15019&amp;pid=127&amp;lid=#new_thread" target="_blank">discussione</a> all&#8217;interno di un suo gruppo, diversi interventi hanno messo in luce come effettivamente si possano distinguere due modi di concepirne la valenza in quell&#8217;ambito. Non bisogna dimenticare che aNobii, in quanto spazio virtuale aperto e accessibile (il fatto che al contrario di LibraryThing sia completamente gratuita è di una certa rilevanza) e facilmente fruibile da chiunque abbia una connessione internet adsl, accoglie tra i suoi utenti affezionati non solo lettori “puri”, ma anche lettori-scrittori, lettori-editori, lettori-giornalisti, lettori-blogger. C&#8217;è una tendenza, in alcuni di questi utenti multiruolo, a considerare questo genere di comunità in maniera ambivalente, una sorta di dicotomia che nella rete si esprime in termini di chiari e scuri, potenzialità ancora inespresse e minaccia reale alla qualità del “prodotto libro”.</p>
<p align="justify">Ma in definitiva: perché aNobii, a differenza di LibraryThing, piace così tanto in Italia?</p>
<p align="justify">Marco Benini, un utente esperto di cose di rete scrive: <em>“LibraryThing è superiore ad aNobii come oggetto tecnologico: è più stabile, offre un numero maggiore di funzionalità, ha un database più ricco. Quindi LibraryThing è migliore di aNobii? Secondo me, no, anzi&#8230;<br />
</em><em>Il fatto che differenzia aNobii da LibraryThing non è l&#8217;aspetto tecnico (in cui LibraryThing prevale), ma la filosofia: LibraryThing è un prodotto informatico, progettato e realizzato abbastanza bene, ma orientato a fornire un servizio specifico e delimitato; aNobii è concepito come un servizio orientato alla comunità, in cui l&#8217;aspetto sociale è primario, anche rispetto alla tecnologia.<br />
</em><em>Prova di questa impostazione è la relazione che esiste tra gli utenti di aNobii e gli sviluppatori: spesso, andiamo a scrivere al team per chiedere modifiche o segnalare problemi. Puntualmente, il team risponde, spesso seguendo le nostre indicazioni: la stessa cosa NON accade in LibraryThing, proprio perchè i suoi utenti sono &#8216;clienti&#8217; mentre quelli di aNobii sono membri della comunità.<br />
</em><em>Girando la cosa in altro modo, aNobii è un sistema in evoluzione, guidato dalle esigenze della comunità che è riuscito a costruire attorno, mentre LibraryThing è un prodotto chiuso, progettato a tavolino e ben realizzato, ma in cui gli utenti non hanno voce per lo sviluppo. Se vogliamo, LibraryThing è un prodotto Web2.0 solo come tecnologia, mentre aNobii è Web2.0 prima di tutto come filosofia, rendendo più labile la barriera tra utente e sviluppatore”.</em></p>
<p align="justify">In realtà, questo aspetto umano dell&#8217;interazione tra sviluppatori e utenti finali è uno dei maggiori punti di forza di aNobii, come riconosciuto anche dagli utenti di LibraryThing attraverso i numerosi interventi nei suoi gruppi di discussione. Al di là della facilità di dialogo con chi ha creato e gestisce la comunità nei suoi aspetti più tecnici, aNobii ha un forte potere aggregativo e socializzante. Sebbene ci si iscriva per fini prettamente utilitaristici – la catalogazione e il conteggio dei volumi, solo per citare quello principale – immediatamente dopo si viene coinvolti nell&#8217;attività di scambio. Questa è il reale valore aggiunto e per molti versi il cuore pulsante di aNobii.</p>
<p align="justify">Scambio reale di libri, di gusti letterari, impressioni, idee, recensioni, commenti, informazioni di ogni genere che supera il concetto di biblioteca o libreria digitale per diventare piazza virtuale, con ramificazioni nel cinema, nell&#8217;arte figurativa, teatro, musica, mondo dell&#8217;editoria indipendente, tanto da lasciare intravedere, secondo alcuni, una vera e propria funzione educativa di aNobii per la diffusione della lettura e dei libri. Salvatore Spoto, un altro utente, afferma: <em>“Saranno loro [gli utenti di aNobii] a decretare, con i loro giudizi, l&#8217;impegno e l&#8217;oculatezza delle scelte, il successo o l&#8217;insuccesso dell&#8217;iniziativa. Di certo c&#8217;è che l&#8217;orizzonte comincia a brulicare di iniziative molto simili (l&#8217;eco comincia ad arrivare nelle redazioni dei grandi giornali) che stanno nascendo con la speranza di rosicchiare aderenti e alcuni istituti universitari cominciano a valutare il fenomeno sotto il profilo dei riflessi sul mercato editoriale e sulla società”.</em></p>
<p align="justify">Di contro, altri come Fabio Montale, si accontentano di considerarlo uno strumento della rete, che si usa per “tenerci i libri” e senza una funzione particolare, tanto meno quella di educare e promuovere la diffusione della lettura. Ruggero, invece, pone l&#8217;accento proprio sull&#8217;aspetto sociale, “molto web 2.0”:<em> “Posso parlare di libri con altre persone che condividono questa passione. Con gusti diversi dai miei, e che quindi mi permettono di ampliare i miei orizzonti più di quello che potrei fare in una biblioteca pubblica (che comunque è frequentata da un gruppo più piccolo di persone). Dopodiché, anche io penso che non abbia funzione specifica di educazione o altro&#8221;</em></p>
<p align="justify">In aNobii la lettura genera lettura. Il fatto di poter interagire anche con utenti dai gusti letterari distantissimi dai nostri e senza una particolare compatibilità in questo senso, porta tuttavia a un arricchimento per contaminazione. Il passaparola virtuale, su un titolo ad esempio, in positivo o in negativo, può generare dei casi letterari di cui “si parla”.</p>
<p align="justify">Il social networking tra lettori ha raggiunto dimensioni tali nel web 2.0 da aver suscitato un certo interesse anche in campo accademico. <a href="http://w3.uniroma1.it/cogfil/apf.html" target="_blank">Anatole Pierre Fuksas</a>, ricercatore presso il Dipartimento di Linguista e Letterature Comparate dell&#8217;Università degli Studi di Cassino, sta conducendo una ricerca proprio sulla coda lunga degli scaffali digitali (aNobii e LibraryThing), concentrandosi soprattutto sui generi letterari presenti negli scaffali degli utenti, anche in relazione alle varie lingue/nazionalità dei libri caricati. Scrive Fuksas nel suo articolo <a href="http://ecologyofthenovel.wordpress.com/2008/03/28/the-long-tail-of-digital-shelves/" target="_blank">The Long Tail of Digital Shelves</a>:<em> “I canoni letterari che emergono dagli scaffali digitali possono essere indirizzati in sistemi riconducibili alla coda lunga sia perché basati su scaffali contenenti pochi libri molto popolari e numerosi altri estremamente specifici e non comuni, sia rispetto al processo di bottom-up da cui emergono. (&#8230;) Se il social network letterario continuerà a crescere, i canoni futuri difficilmente dipenderanno solo da strategie culturali pianificate da critici, intellettuali, accademici appartenenti a istituzioni prestigiose, così come da quelle finalizzare al marketing al servizio di editori, agenti, redattori, autori o giornalisti”.</em></p>
<p align="justify">In altre parole, come sostenuto da Marco Benini: <em>“aNobii è solo una comunità di appassionati di libri; forse, un giorno, se diverrà abbastanza grande e influente, potrà cambiare il mercato editoriale. Se ciò accadrà sarà per caso e questo è l&#8217;unico modo in cui possa davvero influire positivamente”.</em></p>
<p align="justify">E&#8217; certo che le potenzialità di un social network come aNobii sono enormi in questo senso, non solo se si pensasse a una reale implementazione con altre utilità del web 2.0, quali il <a href="http://www.wordspy.com/words/lifestreaming.asp" target="_blank">lifestreaming</a> e il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Microblogging" target="_blank">microblogging</a> (è possibile al momento collegare il proprio scaffale digitale a spazi di socialnetworking come <a title="Facebook" href="http://www.facebook.com" target="_blank">Facebook</a> e a piattaforme blog). Questo, di fatto, produrrebbe uno scambio continuo di informazioni sui libri letti quali commenti, recensioni, rating, interventi nei gruppi di discussione, raggiungendo un numero impensabile di utenti della rete, anche quelli non direttamente interessati dai libri e dalla lettura, ma soprattutto si aprirebbe ad altri scenari prossimi venturi: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Locative_media" target="_blank"> locative media </a>e  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_semantico" target="_blank">web semantico</a>.</p>
<div style="text-align:center;"><em>______________________________</em></div>
<p align="justify"><em><strong><span style="font-size:x-small;"><font color="#646464"><br />
Ringrazio sentitamente i miei amici aNobiiani che mi hanno concesso di usare i loro interventi per la stesura di questo post.<br />
Ringrazio inoltre, in modo speciale, Anatole Pierre Fuksas che non solo mi ha consentito l&#8217;uso del suo articolo (spero non si sia trasformato in abuso: la traduzione dei brani riportati in questo scritto è mia; ciò significa che ogni errore od omissione sono imputabili a me sola), ma che mi ha anche introdotta al mondo dei locative media e alla cucina giapponese, che io avevo sempre, parecchio snobisticamente, trascurato.</font></span></strong></em></p>
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