Una delle critiche che vengono mosse a internet è quella di voler attentare alla parola trasmessa nella vecchia maniera, ossia su carta. In realtà, proprio la carta stampata ha potuto trovare nella rete un porto sicuro, al di là di ogni oscura previsione di libri soppiantati da dispositivi elettronici e supporti digitali portatili. La carta stampata nello spazio digitale ha travalicato il suo stato fisico e gli scaffali di volumi allineati contro le pareti o ammucchiati in colonne traballanti si sono trasformati in oggetti virtuali da catalogare, condividere e discutere, tanto da generare uno degli aspetti più interessanti, freschi e nuovi nel panorama del web 2.0 in Italia.
In un tempo relativamente breve sono nate vere e proprie comunità di lettori e bibliofili, dove ci si ritrova non solo per fini di mera catalogazione, ma anche per condividere “l’esperienza” della lettura. Due di questi non-luoghi, probabilmente i più conosciuti, sono aNobii e LibraryThing. Il primo tra i due merita una più attenta osservazione perché peculiare per almeno una ragione: è la comunità di booksharing più frequentata – in termini di utenti registrati – d’Italia. Ha quasi del miracoloso che una comunità con sede a Hong Kong, senza alcuna connessione con il nostro Paese, abbia raggiunto in meno di due anni dal suo lancio online la quota di più di 100.000 iscritti, dei quali più del 40% proprio entro i nostri confini.
L’altra comunità, LibraryThing, rimane cosa americana. Nella sua enormità, la presenza di utenti italiani è irrilevante (circa 1.300). All’interno della stessa aNobii ci si è interrogati più volte sulle ragioni di questa disparità, nel tentativo di comprendere, soprattutto, il motivo di questa speciale interconnessione tra Cina e Italia e in che cosa differiscano i due ambienti.
Il dibattito attorno a cosa rappresenti aNobii nella realtà culturale italiana è molto vivace e appassionato. In una discussione all’interno di un suo gruppo, diversi interventi hanno messo in luce come effettivamente si possano distinguere due modi di concepirne la valenza in quell’ambito. Non bisogna dimenticare che aNobii, in quanto spazio virtuale aperto e accessibile (il fatto che al contrario di LibraryThing sia completamente gratuita è di una certa rilevanza) e facilmente fruibile da chiunque abbia una connessione internet adsl, accoglie tra i suoi utenti affezionati non solo lettori “puri”, ma anche lettori-scrittori, lettori-editori, lettori-giornalisti, lettori-blogger. C’è una tendenza, in alcuni di questi utenti multiruolo, a considerare questo genere di comunità in maniera ambivalente, una sorta di dicotomia che nella rete si esprime in termini di chiari e scuri, potenzialità ancora inespresse e minaccia reale alla qualità del “prodotto libro”.
Ma in definitiva: perché aNobii, a differenza di LibraryThing, piace così tanto in Italia?
Marco Benini, un utente esperto di cose di rete scrive: “LibraryThing è superiore ad aNobii come oggetto tecnologico: è più stabile, offre un numero maggiore di funzionalità, ha un database più ricco. Quindi LibraryThing è migliore di aNobii? Secondo me, no, anzi…
Il fatto che differenzia aNobii da LibraryThing non è l’aspetto tecnico (in cui LibraryThing prevale), ma la filosofia: LibraryThing è un prodotto informatico, progettato e realizzato abbastanza bene, ma orientato a fornire un servizio specifico e delimitato; aNobii è concepito come un servizio orientato alla comunità, in cui l’aspetto sociale è primario, anche rispetto alla tecnologia.
Prova di questa impostazione è la relazione che esiste tra gli utenti di aNobii e gli sviluppatori: spesso, andiamo a scrivere al team per chiedere modifiche o segnalare problemi. Puntualmente, il team risponde, spesso seguendo le nostre indicazioni: la stessa cosa NON accade in LibraryThing, proprio perchè i suoi utenti sono ‘clienti’ mentre quelli di aNobii sono membri della comunità.
Girando la cosa in altro modo, aNobii è un sistema in evoluzione, guidato dalle esigenze della comunità che è riuscito a costruire attorno, mentre LibraryThing è un prodotto chiuso, progettato a tavolino e ben realizzato, ma in cui gli utenti non hanno voce per lo sviluppo. Se vogliamo, LibraryThing è un prodotto Web2.0 solo come tecnologia, mentre aNobii è Web2.0 prima di tutto come filosofia, rendendo più labile la barriera tra utente e sviluppatore”.
In realtà, questo aspetto umano dell’interazione tra sviluppatori e utenti finali è uno dei maggiori punti di forza di aNobii, come riconosciuto anche dagli utenti di LibraryThing attraverso i numerosi interventi nei suoi gruppi di discussione. Al di là della facilità di dialogo con chi ha creato e gestisce la comunità nei suoi aspetti più tecnici, aNobii ha un forte potere aggregativo e socializzante. Sebbene ci si iscriva per fini prettamente utilitaristici – la catalogazione e il conteggio dei volumi, solo per citare quello principale – immediatamente dopo si viene coinvolti nell’attività di scambio. Questa è il reale valore aggiunto e per molti versi il cuore pulsante di aNobii.
Scambio reale di libri, di gusti letterari, impressioni, idee, recensioni, commenti, informazioni di ogni genere che supera il concetto di biblioteca o libreria digitale per diventare piazza virtuale, con ramificazioni nel cinema, nell’arte figurativa, teatro, musica, mondo dell’editoria indipendente, tanto da lasciare intravedere, secondo alcuni, una vera e propria funzione educativa di aNobii per la diffusione della lettura e dei libri. Salvatore Spoto, un altro utente, afferma: “Saranno loro [gli utenti di aNobii] a decretare, con i loro giudizi, l’impegno e l’oculatezza delle scelte, il successo o l’insuccesso dell’iniziativa. Di certo c’è che l’orizzonte comincia a brulicare di iniziative molto simili (l’eco comincia ad arrivare nelle redazioni dei grandi giornali) che stanno nascendo con la speranza di rosicchiare aderenti e alcuni istituti universitari cominciano a valutare il fenomeno sotto il profilo dei riflessi sul mercato editoriale e sulla società”.
Di contro, altri come Fabio Montale, si accontentano di considerarlo uno strumento della rete, che si usa per “tenerci i libri” e senza una funzione particolare, tanto meno quella di educare e promuovere la diffusione della lettura. Ruggero, invece, pone l’accento proprio sull’aspetto sociale, “molto web 2.0”: “Posso parlare di libri con altre persone che condividono questa passione. Con gusti diversi dai miei, e che quindi mi permettono di ampliare i miei orizzonti più di quello che potrei fare in una biblioteca pubblica (che comunque è frequentata da un gruppo più piccolo di persone). Dopodiché, anche io penso che non abbia funzione specifica di educazione o altro”
In aNobii la lettura genera lettura. Il fatto di poter interagire anche con utenti dai gusti letterari distantissimi dai nostri e senza una particolare compatibilità in questo senso, porta tuttavia a un arricchimento per contaminazione. Il passaparola virtuale, su un titolo ad esempio, in positivo o in negativo, può generare dei casi letterari di cui “si parla”.
Il social networking tra lettori ha raggiunto dimensioni tali nel web 2.0 da aver suscitato un certo interesse anche in campo accademico. Anatole Pierre Fuksas, ricercatore presso il Dipartimento di Linguista e Letterature Comparate dell’Università degli Studi di Cassino, sta conducendo una ricerca proprio sulla coda lunga degli scaffali digitali (aNobii e LibraryThing), concentrandosi soprattutto sui generi letterari presenti negli scaffali degli utenti, anche in relazione alle varie lingue/nazionalità dei libri caricati. Scrive Fuksas nel suo articolo The Long Tail of Digital Shelves: “I canoni letterari che emergono dagli scaffali digitali possono essere indirizzati in sistemi riconducibili alla coda lunga sia perché basati su scaffali contenenti pochi libri molto popolari e numerosi altri estremamente specifici e non comuni, sia rispetto al processo di bottom-up da cui emergono. (…) Se il social network letterario continuerà a crescere, i canoni futuri difficilmente dipenderanno solo da strategie culturali pianificate da critici, intellettuali, accademici appartenenti a istituzioni prestigiose, così come da quelle finalizzare al marketing al servizio di editori, agenti, redattori, autori o giornalisti”.
In altre parole, come sostenuto da Marco Benini: “aNobii è solo una comunità di appassionati di libri; forse, un giorno, se diverrà abbastanza grande e influente, potrà cambiare il mercato editoriale. Se ciò accadrà sarà per caso e questo è l’unico modo in cui possa davvero influire positivamente”.
E’ certo che le potenzialità di un social network come aNobii sono enormi in questo senso, non solo se si pensasse a una reale implementazione con altre utilità del web 2.0, quali il lifestreaming e il microblogging (è possibile al momento collegare il proprio scaffale digitale a spazi di socialnetworking come Facebook e a piattaforme blog). Questo, di fatto, produrrebbe uno scambio continuo di informazioni sui libri letti quali commenti, recensioni, rating, interventi nei gruppi di discussione, raggiungendo un numero impensabile di utenti della rete, anche quelli non direttamente interessati dai libri e dalla lettura, ma soprattutto si aprirebbe ad altri scenari prossimi venturi: locative media e web semantico.
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Ringrazio sentitamente i miei amici aNobiiani che mi hanno concesso di usare i loro interventi per la stesura di questo post.
Ringrazio inoltre, in modo speciale, Anatole Pierre Fuksas che non solo mi ha consentito l’uso del suo articolo (spero non si sia trasformato in abuso: la traduzione dei brani riportati in questo scritto è mia; ciò significa che ogni errore od omissione sono imputabili a me sola), ma che mi ha anche introdotta al mondo dei locative media e alla cucina giapponese, che io avevo sempre, parecchio snobisticamente, trascurato.