- 3 marzo 2009
- Attualità, Le mie riflessioni, Notizie, Politica, Società
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Non dubito che anche in Italia ci sia chi pensa che quelli che stanno perdendo lavoro e casa a causa della recessione, non siano in realtà vittime ma, piuttosto, da biasimare e che tale situazione sia solo ed esclusivamente un fatto privato che non debba avere ricadute sulla collettività. Perché non sono stati abbastanza capaci o coraggiosi, non hanno lavorato abbastanza, studiato abbastanza o sono stati così ingenui da non saper cogliere le giuste opportunità al momento giusto. In sintesi: ricchezza e fortuna arrivano solo a chi se le merita.
Questa concezione calvinista dell’esistenza, che è un fondamento della cultura nordamericana, mi ha sempre fatto un certo schifo e ho sempre rigettato l’idea che una società civile debba basarsi sulla divisione sociale istituzionalizzata e moralmente giustificata.
Non mi piace la competizione esasperata, né chi la propugna come giusta e sacrosanta. Una società basata su certi modelli produce i risultati che sappiamo: di fatto, se si ritiene che chi è meno fortunato si meriti di esserlo, diventa normale pensare che sia un cittadino di serie B al quale possano venir negati alcuni dei diritti fondamentali: istruzione di qualità, libertà di pensiero e di parola, capacità di decidere (ultimamente mi è anche capitato di leggere di chi vagheggia di concedere il diritto di voto solo a chi possegga un titolo di studio).

Foto di Paolo Piccolo per Artoong www.artoong.net
Ho sempre ritenuto che il meglio degli essere umani (così come il peggio) si esprimesse proprio in occasione di grandi difficoltà, guerre, catastrofi naturali, crisi economiche o, almeno, mi pareva fosse così. Mi confortava pensare che il modello culturale europeo si basasse su valori etici diversi rispetto a quello americano, anche se prodotto della stessa matrice. Mi aspettavo – ingenuamente – che in questi tempi di profonda crisi, la parte solidale della società italiana emergesse, così come sta succedendo negli altri paesi europei, e invece no, nulla del genere, anzi.
Mi pare che in Italia si voglia, da un lato, sottostimare le conseguenze della recessione e dall’altro fare in modo che quelli che si vorrebbe cittadini di serie B non disturbino più di tanto, non solo con normative che che di fatto minacciano o annullano le conquiste sociali degli ultimi cento e più anni, ma anche con una lenta strategia culturale che ha trasformato l’egoismo sociale in valore. Così succede non solo che sempre di più molti rimangono indifferenti di fronte ai posti di lavoro perduti, alle file alla Caritas, alla disperazione, ma che sotto sotto questi pensino che se perdi il lavoro semplicemente è perché non ti sei dato abbastanza da fare, hai avuto la pretesa di fare un figlio, o quella di aspettarti che il lavoro non è un lusso.
Ho letto attacchi durissimi contro i cassaintegrati e i disoccupati. Si rinfacciava loro di lamentarsi troppo, ché la vera povertà manco sanno che significa. Nemmeno io conosco la vera povertà, ma so che spingersi a dire che non si è veramente poveri finché non si è costretti a mangiare le bucce delle patate è un insulto a chi in questi giorni non sa più come fare la spesa o pagare l’affitto. Nemmeno la solidarietà a parole è sopravvissuta in questo Paese, è così che vanno le cose, c’è che vince e c’è chi perde. E i vincenti sappiamo chi sono.












