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Un po’ più Venezia, un po’ meno Camp

Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima Geek Girls Dinner Nordest e al VeneziaCampo 2010.
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte “eventi” (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.

Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull’onda dell’entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.

Il primo elemento che mi è parso “sbagliato” è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come “la scuola che funziona”, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all’esterno.
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l’interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest’anno.

Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell’impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l’essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest’ottica mi piace citare ad esempio un altro camp, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo – o di ritornare sui propri passi, in questo caso.

Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all’evidenza che per molti partecipare o meno a “eventi” di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.

Qualche parola sul CivisCamp di Faenza

Ieri ho preso parte al CivisCamp che Alessandro “Morloi” Grazioli ha organizzato al Clandestino di Faenza.

Foto di Carlo Reggiani

Mi è piaciuto molto. Presentazioni brevi, nessuna ridondanza, molta sostanza e discussioni partecipate. Bella atmosfera, soprattutto. Grazie al numero non altissimo dei partecipanti e al clima da chiacchierata tra amici, credo sia stato uno dei pochi veri barcamp, ossia un reale scambio di esperienze e idee, non solo tra gli abitué.

Come sempre mi ha fatto molto piacere rivedere alcune persone e conoscerne delle altre. Come già scritto in altre occasioni, il valore aggiunto di questi eventi sta proprio nei rapporti che si creano tra individui, ed è uno dei motivi per i quali mi piacciono.
Il tema del CivisCamp non era tra i più facili da affrontare, bisogna sottolinearlo. Il rapporto tra nuove tecnologie (o nuovi strumenti) e pubblica amministrazione è faccenda particolarmente complessa in quanto sono diverse e molteplici le realtà che formano l’amministrazione della cosa pubblica. Difficile, quindi, affrontare l’argomento, non solo perché viene vissuto con modalità estremamente eterogenee all’interno delle varie aree, ma perché  le esigenze del settore pubblico sono del tutto diverse da ufficio a ufficio.
Nel suo piccolo e senza la  pretesa di dare risposte, il Civiscamp è stato una occasione di confronto. Non sono tra quelli che pensano che la discussione per la discussione sia in fondo inutile.  Non sempre è possibile giungere a delle conclusioni alla fine delle chiacchiere, ma le chiacchiere possono rappresentare comunque un arricchimento.

Un unico piccolo rammarico: che la pubblica amministrazione sia stata il grande convitato di pietra al Clandestino. Pur essendo presenti diversi operatori del settore, infatti, ho sentito la mancanza di quelli che effettivamente hanno potere decisionale negli uffici pubblici in merito alle nuove tecnologie; se non per altro, avrebbero potuto cogliere una buona occasione per raccontare come funzionano i meccanismi operativi al di là degli sportelli, ho il sospetto non sia cosa nota a tutti.
Spero dunque in una prossima edizione, nel frattempo complimenti all’ideatore, allo staff organizzativo e ai relatori.

Aggiungo un pensiero dell’ultimo momento: mi piacerebbe molto se un barcamp di questo genere potesse avvenire in un luogo più aperto al “pubblico casuale”. Non perché mi piacciano gli happening da vetrina, ma perché ancora ricordo con piacere quanto fosse stato stimolante al RomagnaCamp lo scorso settembre, rispondere alle domande di chi per caso si era trovato ad assistere alle presentazioni.

L’ultimo post sul RomagnaCamp 2009

Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?

A una settimana di distanza cos’altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l’emozione per l’evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l’argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.

Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all’estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto “professionale” avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.

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Foto di Giovy

I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l’organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell’incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l’idea di portare la serendipità della rete “di fuori”: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l’idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?

Per me è stata l’occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l’interesse dell’”altra gente”, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono – sperando di esserci riuscita – a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.

Una delle parole che preferisco in questo contesto è “contaminazioni”. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.

Il ParmaWorkCamp 2009 secondo me

Bene, arrivo a parlarne anche io dopo due giorni. Prima di tutto: un ringraziamento doveroso a Fran e Davide per il lavoro egregio che hanno fatto, il camp è riuscito splendido. E un grazie anche a tutti quelli che hanno collaborato senza risparmiarsi, primi fra tutti Adamo e la mamma di Fran. Sono questi i momenti social che più mi piacciono e che mi fanno sempre recuperare qualche gradino nella fiducia che ripongo nei miei simili. Mi rimane il rammarico di non aver potuto salutare tanti di quelli che c’erano e che avrei voluto finalmente conoscere di persona,  un po’ per timidezza (ebbene sì, sono una timida che fa finta di non esserlo), un po’ per seguire, da vera secchiona, più presentazioni possibili prima di scappare a prendere il treno.

La parte seria
Foto di Roberto Felter www.felter.it

Nel post  precedente parlavo di speranze e aspettative: sono contenta di dire oggi che non sono rimasta delusa. Sono stata felicissima di incontrare persone vere, di stringere mani e abbracciare, di chiacchierare, di esprimere idee e di ricevere a mia volta stimoli importanti. Mi sorprende sempre piacevolmente questo aspetto così poco virtuale delle vita di rete.

Per quanto riguarda la parte ufficiale del WorkCamp, ho assistito a tanti interventi ben fatti, alcuni molto interessanti che hanno veramente offerto una prospettiva diversa del lavoro nel web 2.0. Forse, a voler proprio essere puntigliosa, mi sarei aspettata un respiro più ampio e maggior coraggio nell’esposizione delle idee.

Certo, è mancata l’attenzione all’aspetto “sociale” (inteso proprio come cultura del sociale e della solidarietà) che avevo auspicato nell’altro post, ma è andata bene anche così, c’è comunque tanto materiale su cui ragionare.
Spero ci potranno essere prossime occasioni di confronto, se non addirittura un camp dedicato, su volontariato, solidarietà, sviluppo sostenibile e reti di assistenza.

Per il momento, arrivederci a Matera.

Verso il ParmaWorkCamp: aspettative e speranze

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(logo di Paul The Wine Guy)

Sabato 21 marzo affronterò una levataccia (peggiore delle mie solite) per salire sul treno che mi porterà a Parma per il ParmaWorkCamp 2009 (qui la wiki dell’evento).

Mi è stato chiesto che aspettative abbia al riguardo. Una risposta potrebbe essere che mi aspetto di incontrare persone, anzi, è l’aspetto che mi interessa di più. Con diversi di quelli che saranno presenti al WorkCamp già interagisco da tempo in rete, incontrarli de visu sarebbe solo un completamento del quadro. Adoro poi le contaminazioni. Sono per il mescolamento di esperienze, idee e prospettive, anche – soprattutto – quando hanno provenienze diverse.
Sono convinta che un arricchimento vero, dal punto di vista personale e non, ci possa essere solo con l’immissione di “sangue nuovo” che in questo caso si tradurrebbe per me con l’incontrare persone provenienti da realtà completamente diverse da quella a cui sono abituata. E viceversa.
Spero quindi, nel mio piccolo, di poter portare un contributo, un punto di vista nuovo o solamente un diverso angolo di osservazione.

Altra cosa: vado per ascoltare.  Voglio ascoltare il più possibile e magari prendere qualche appunto. Sono curiosa di assistere ai vari interventi per poi vedere se alcune idee che ho possono trovare fondamento. Il tema del camp è di quelli importanti, il lavoro, molto più importante di quanto avrebbe potuto  esserlo solo un anno fa.

Il periodo è difficile, si sa, per alcuni più che per altri; proprio dalla rete penso possano venire spunti interessanti per (cercare di) offrire opportunità in più. Mai come in questi ultimi mesi il lavoro è  diventato problema sociale, che interessa tutta la società civile.
Ecco quindi cosa mi piacerebbe: che il web 2.0, il social networking, con tutte le loro potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, potessero diventare attori di primo piano nel sociale, contribuendo anche alla creazione di nuove figure professionali.

Insomma, se per ora i social media e più in generale il web 2.0 sono terreno di conquista per chi si occupa di pubblicità, marketing e business to consumer, perché non potrebbero offrire le stesse possibilità anche al mondo delle Onlus, del volontariato, del privato sociale?
Non è un problema da poco considerato che per il 2010 si prevede, nell’area EU, un tasso di disoccupazione del 10% e sempre di più ci sarà bisogno di reti di assistenza da un lato e di nuove forme di economia dall’altro.

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