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Un piccolo post arrabbiato sulla mia città

Dico spesso, a chi non la conosce, che Ravenna è una piccola e graziosa città dove si vive bene.
È a misura d’uomo, si circola in bicicletta, ci sono i mosaici patrimonio dell’umanità, le valli e le pinete, che dovrebbero pure esserlo per la bellezza non sfacciata di certi paesaggi che abbiamo qui.
Ravenna è anche una città di turisti e visitatori che su turisti e visitatori vive.  Nulla da dire su chiese e monumenti, del resto quelli ce li siamo ritrovati belli e pronti, anche se, e lo sottolineo, l’impegno e lo sforzo per la conservazione sono sempre stati costanti. Ma può una città che intende candidarsi a Capitale Europea della cultura per il 2019 accontentarsi solo di questo (tra l’altro, una Fondazione creata con un intento del genere e che non riesce a spendere qualche migliaio di euro per affidare la cura del sito a un professionista che non sia fermo al 1995 non gioca certo a favore della buona impressione, ma questa è un’altra storia)?

Da una candidata a Capitale Europea della cultura mi aspetto come minimo una certa vivacità culturale e invece è successo che cercando online con il mio compagno su “cose da fare” in città il prossimo fine settimana, è risultato che in città, a parte visitare i monumenti, non c’è assolutamente nulla da fare. Non una mostra di qualche spessore, nessun allestimento d’arte, niente di niente, se non le piccole cose del MAR. Può essere abbastanza per una capitale della cultura? Non credo. Forse è il caso di rivedere alcuni punti, primo fra tutti che una città che si dice turistica non può permettersi periodi di vuoto. Una bella mostra sui Preraffaelliti si è conclusa il giugno scorso, la mostra Histrionica sul teatro in epoca romana e allestita nel Complesso di San Nicolò, spazio espositivo molto gradevole e che amo particolarmente, a settembre. Da allora più nulla, se si escludono le iniziative tipiche delle festività natalizie.
Risultato: domenica prossima ce ne andremo a Ferrara, visto che là le mostre, belle e importanti, riescono a farle, con la speranza che qualcosa di interessante inizi a primavera.

Mi sono vergognata un po’ della mia piccola e graziosa città, lo ammetto. Nonostante i sogni di gloria, non riesce a trovare una strada che la conduca fuori dalla dimensione di città di provincia – e non parlo solo di numero di abitanti. Sono le piccole cose importanti che fanno la differenza, come l’esclusione dai grandi circuiti artistici (altre piccole città stanno facendo moltissimo in questo senso, come Ferrara, appunto, o Treviso, solo per citarne un paio), il fatto che non esistano punti di wi-fi pubblico e libero, nemmeno in centro, che l’inverno sia considerato un periodo in cui ci si può permettere di non offrire nulla di nuovo, almeno per quanto riguarda l’arte, sono tutti punti non degni di una capitale europea. I fasti bizantini non possono bastare da soli, così come eventi, conferenze e concerti, che hanno una rilevanza solo e del tutto locale.
Occorre altro, insomma, accanto al Ravenna Festival in estate, che faccia associare a questa città il pensiero di novità, apertura verso l’esterno, movimento e vivacità intellettuale, tutte cose che si sposano molto bene con l’idea di Cultura.

Arte, libri e strani personaggi

Ieri ho passato un pomeriggio piuttosto piacevole visitando Artelibro a Bologna; ne ho scritto ieri notte sull’altro mio diario. Stizzita, bisogna che lo dica.

Visto che, come da saggezza popolare la notte spesso porta consiglio, quest’oggi ne posso scrivere anche qui con ritrovata calma, magari approfondendo la riflessione sul mondo dell’arte e dei libri e su certi eventi a cui mi piace intervenire.
Premetto: Artelibro è un festival che attendo ogni anno con impazienza. Il perché è presto detto: ho una insana passione sia per i libri che per l’arte figurativa, di conseguenza la combinazione delle due la la vivo come una specie di paradiso di beatitudine. Con qualche neo.

E’ lodevole il tentativo di far avvicinare la gente comune al mondo dell’arte e dei libri in genere. Se solo questi costassero meno. In poche parole: ad Artelibro espongono e vendono direttamente le case editrici, perché solo pochissime hanno applicato sconti reali sui prezzi di copertina? Perché solo pochissime pubblicano (anche) “low cost”? E qui ritorno a parlare della solita Taschen, che letteralmente adoro.

Taschen snobbata e ritenuta “improponibile” da chi fa cultura “alta”, ma che ha avuto il grandissimo merito, secondo mia modestissima opinione, di far scendere l’arte dal piedistallo dove molti tenderebbero a metterla, e dove per molti visitatori di Artelibro è giusto che stia. Basta soffermarsi un momento su simili personaggi, o su alcuni incaricati agli stand che sembrano brutte copie di yuppy anni ’80, che ti guardano  storto se parli senza birignao e se sei vestita con jeans e giacca di pelle.

L’arte non deve essere un affare di èlite. Il gusto per il bello, il piacere di capire un’opera pittorica, il gusto di lasciarsi trasportare da un quadro, da una scultura, dal lavoro di un artista devono poter appartenere a tutti, soprattutto a chi non ha né avrà mai la possibilità di visitare di persona il MOMA di New York o il Musée d’Orsay a Parigi. Credo dunque sia importante per chi stampa pubblicazioni d’arte rendere almeno queste il più accessibili possibile, abbassandone i prezzi come prima cosa, soprattutto in occasione di  eventi come  Artelibro.  Non potrà che venirne premiato sulla lunga distanza (probabilmente neppure tanto lunga).

L’arte al popolo, alle persone comuni, ai non addetti ai lavori. L’arte divulgata con passione, con linguaggio comprensibile e incoraggiante. L’arte dei mercanti che accolgono e non respingono, anche se non sei vestito Gucci.

Mi fanno paura

Dal blog di Marco Camisani Calzolari:

 

Mi fanno paura perché parlano di quello che non conoscono.

Mi fanno paura perché dicono di voler controllare i contenuti di quanto viene pubblicato o caricato in rete e questo è inconcepibile, anzi concepibilissimo per qualcuno evidentemente, ma inaccettabile per me. E’ pericolossissimo essere governati da chi si arroga anche il diritto di decidere che cosa e come i cittadini possano leggere o vedere; oggi è YouTube per mere ragioni economiche, domani potrebbe essere qualunque altro organo di informazione.

Mi fanno paura perché parlano sempre di servizi a pagamento, quasi che la libertà di espressione e di informazione sia merce in vendita soggetta alle leggi di mercato. Come anche la cultura, un tot al chilo.  Se hai soldi abbastanza da poterti permettere di pagare abbonamenti e servizi vari, meglio per te, sennò stai senza, è così che va il mondo.

Mi fanno paura perché quando parlano c’è che li ascolta. Sono quelli che non sanno cosa sia internet, che credono sia il male: il posto dove stanno i pedofili, dove circolano i filmati hard girati nelle scuole, dove ci sono i pirati informatici che rubano soldi; sono quelli che in buona fede ritengono sia giusto limitare internet perché con internet si diventa stupidi ed è pericoloso, succede di tutto lì; sono quelli per i quali pluralità significa poter decidere tra L’isola dei famosi, il culo delle veline e le esternazioni di Emilio Fede.

Mi fanno paura perché sembrano esagerati e non lo sono. Ho la convinzione che a più di qualcuno piacerebbe replicare la notte di Bolzaneto e magari ritornare ad un’Italia in cui chi sparava sulla folla che protestava per fame e lavoro prendeva medaglie.

Mi fanno paura perché il capo del governo in carica è di fatto capo anche di tre canali televisivi, di case editrici, di organi di stampa e tanti dei parlamentari della maggioranza lavorano anche in questi network.
Mi hanno detto che durante i colpi di stato si sono sempre occupate, per prime, radio e televisione…

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