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1982

Ho la sensazione che il 1982 sarebbe stato un anno scialbo come tanti se l’Italia non avesse vinto quell’estate i mondiali di calcio.
Per me è stato un anno importante per altri motivi, un anno da non dimenticare, proprio come il titolo di uno di quei film giovanilistici che tanto andarono di moda negli anni ’80.
In effetti, pure il 1980 fu fondamentale per ragioni diverse e non solo perché chiuse un periodo storico ben preciso per aprirne un altro. Ci fu la strage di Bologna quell’agosto e prima ancora Ustica. Per me rappresentò il passaggio, lo spartiacque tra l’infanzia e la giovinezza. Dopo quell’estate, a tredici anni,  non fui più una bambina e credo proprio che per tanti della mia età fu lo stesso. L”80 fu un anno complicato per molti.

L”82 tutt’altra cosa. Presi consapevolezza di quel che ero.
Fu l’anno del primo viaggio all’estero senza genitori, del primo bacio (dato appunto all’estero) a cui seguì il secondo e il terzo. Fu l’anno della scoperta dei maschi, intesi proprio come esseri umani di sesso maschile tanto interessanti da esserne completamente incuriosita e attirata. E  terrorizzata, in qualche misura. Quelli furono gli anni di Luca, che veniva in Vespa da Bagnacavallo verso il mare per vedermi.

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Mi accorgo che ultimamente penso spesso a quel periodo, e forse non è una coincidenza che di recente abbia ritrovato a casa dei miei il mio diario di scuola proprio dell”82. E anche queste giornate d’autunno mi riportano alla mente quei giorni: le passeggiate di interminabili chiacchiere con le mie amiche,  le distese di foglie secche, le gallerie di platani e pini, la luce già bassa dopo i compiti; le ore passate con Luca camminando per chilometri e finire sempre sulla nostra panchina. Non ci siamo mai nemmeno tenuti per mano, eravamo proprio imbranatissimi.
Non sono, per carattere,  una che indulge spesso alla nostalgia del bel tempo che fu; sono stata un’adolescente molto felice, ho vissuto anni splendenti di spensieratezza, specialmente quell’anno e specialmente quell’anno devo averlo portato dentro di me tutto questo tempo. Un bel po’ di emozioni sopite in effetti.
Peccato, lo dico ora con un po’ di rimpianto, che non abbia molte fotografie di allora; non se ne facevano tante quante oggi. E perché poi fotografare dei giorni che per noi erano del tutto normali?

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A proposito di fotografie. A differenza della mia amica Rosella, non ho mai particolarmente amato Baglioni, nemmeno allora, ma c’è una sua canzone che riascoltata ora mi provoca strane sensazioni. Ogni volta mi sembra di tornare ad avere 15 anni, quasi come attraversare una porta che mi conduce dritta a quei giorni. Sarà che Rosella la cantava sempre.
Ci ripenso e mi si riempie il cuore di tenerezza per com’eravamo, tutti noi. Credo non ci sia una generazione più tradita della nostra e con aspettative più deluse delle nostre.

Adesso ricordo e ritrovo quelle ore in questi primi giorni di freddo. Anche se sono molte le cose cambiate intorno a me quelle fondamentali sono ancora lì. La mia panchina, per esempio, e pini. Di Rosella, nonostante nel frattempo sia arrivata internet con Facebook, gli annessi e i connessi e il mondo sia diventato molto più piccolo di come fosse nel 1982, ho perso le tracce anni fa; Luca lo vedo ogni tanto, uno splendido quarantacinquenne brizzolato, con gli stessi occhi di allora. Ci salutiamo ancora, sempre un po’ ammiccando, come dire: mi ricordo, non mi sono dimenticato. Fotografie di Baglioni l’ho riascoltata spesso, anche ora mentre sto scrivendo ce l’ho in sottofondo.

Non ho mai pensato di voler rivivere quelle giornate, è un’età alla quale non tornerei. Con gli anni ’80 si è chiuso anche un capitolo della mia vita. Nel 1990 mi sono sposata e ho avuto mio figlio e sono andata avanti. Rimane la nostalgia, ogni tanto, delle ore passate con Rosella a parlare di ragazzi e a cantare e per come eravamo: fiduciosi.
Resisto stoicamente ad ogni tentativo di ritrovarsi oggi dopo tanti anni. Non credo molto nelle operazioni “com’eravamo”: le poche esperienze degli anni anni scorsi mi fanno pensare che sia molto meglio conservare il ricordo che affrontare quello che siamo diventati nel frattempo. Inoltre non è mai divertente vedersi invecchiati negli occhi degli altri, specialmente dopo ventisette anni.
Ecco, ad avere una Delorean volante (l’unica vera macchina del tempo per noi ragazzi degli anni ’80), magari una capatina ogni tanto ce la farei nel 1982, solo per rinfrescarmi la memoria e sorridere nel rivedermi. Non pensavamo molto al nostro futuro allora, già non assomigliavamo più ai nostri genitori. Assomigliamo ai nostri figli invece, quasi che il gap generazionale tra noi e loro si fosse man mano colmato. Devo ancora  decidere però se sia una cosa positiva o no, ma ovviamente questa è tutta un’altra storia.

La mia nuova casa

Eccola qua, trasloco effettuato. Finalmente sono riuscita a trasferirmi dopo giorni e giorni di lavoro intenso. Sono abbastanza orgogliosa di poter dire che ho fatto tutto da sola, salvo una piccolissima consulenza e qualche consiglio di tipo pratico che ho dovuto per forza chiedere nei momenti di crisi.

Probabilmente a un occhio esperto non sfuggirà che tutto è “fatto in casa”, ci sono imperfezioni sparse qua e là che spero di sistemare nei prossimi giorni e l’aspetto è ancora spoglio, ma aggiungerò presto tutto quello che manca. Che dire? E’ stata una bella sfida e un bel progetto da portare a termine. D’altro canto, non poteva essere che questa l’evoluzione naturale del mio Diario, l’ultimo stadio, per così dire.

Dicevo che sono soddisfatta del risultato finale: volevo un tema semplice ma non freddo, colori rilassanti che richiamassero quelli del tema precedente, un aspetto pulito, non troppo severo ma nemmeno frivolo. Spero di esserci riuscita. Mi sono anche concessa la civetteria di una mia foto sulla home page. In realtà la foto ha una sua ragione d’essere: dare a chi mi legge la possibilità di associare il mio nome a un viso; insomma, ci metto anche la faccia, non solo le parole. E’ una foto non bella, piuttosto banale, si vedono le rughette e le occhiaie, ma va bene così, sono proprio io quella.

Per il resto il Diario continuerà come sempre, sono ormai affezionata a questa mia creatura, nonostante i tanti dubbi degli ultimi tempi. Non ho un particolare talento per la scrittura, ma scrivere qui mi piace, mi piace discutere ed è una bella valvola di sfogo. Non aggiungo altro, faccio solo un in bocca al lupo a me stessa e ringrazio di cuore chi mi aiutato e incoraggiato sempre.

Chi fa da sé…

L’altra sera mi sono accorta, non senza un certo stupore, che sono trascorse ben due settimane dal mio ultimo post. I giorni volano via fin troppo velocemente, gennaio è passato e mi sembra che le giornate siano sempre più corte e io sempre con più cose da fare.

Una di queste è un certo progetto che mi sta molto a cuore e al quale mi sto dedicando da un po’ con  impegno e con una certa fatica. Proprio questo è il punto: sto tentando di portare avanti questa cosa senza voler chiedere l’aiuto di nessuno, nemmeno quello di chi ne sa tanto più di me e che per risolvere i miei problemi impiegherebbe una frazione del tempo che ci metterei io.

Per questo l’altro giorno ho preso una lavata di capo all’ennesimo mio rifiuto a voler essere aiutata. Mi sono sentita dire che: “la verità è che tu non vuoi condividere con nessuno e ti nascondi dietro a questa virtuale socializzazione…”.

Ovviamente di primo acchito ci sono rimasta male, perché non mi aspettavo una reazione di quel tipo a un lato di me  che mi ha sempre reso piuttosto orgogliosa, così ci ho riflettuto un po’ sopra: e se il rifiutare l’aiuto disinteressato sia una forma sottile ed estrema di egoismo?

 

Il bello è che già da tempo ho imparato a chiedere ed accettare l’aiuto da parte di chi mi vuole bene per quanto riguarda questioni non pratiche, superando la mia innata ritrosia. Ho capito che come certi regali, anche il supporto e il conforto possono essere dati solo ed esclusivamente per amicizia e rifiutarli significherebbe offendere chi li offre. Lo so perché mi risulta più naturale dare la mano piuttosto che cercare quella altrui. Per  le questioni più prosaicamente materiali no, vorrei sempre riuscire a far da sola, e non è che non abbia dei buoni motivi.

Il primo è che non sempre gli aiuti sono lì a disposizione e a me non piace disturbare. Penso sempre che alle persone faccia piacere rendersi disponibili ma poi diventa un impegno e io non voglio impegnare nessuno. E ancora: sono abituata a cavarmela, voglio imparare e ci provo, poi casomai chiedo quando non riesco. Ultimo ma non ultimo, sono una donna e non voglio cadere nello stereotipo delle donne che  “non capiscono un cazzo e pretendono sempre di venire aiutate”.

La verità è che sono abituata a far per conto mio da tempo. Parlo con orgoglio di quello che ho conquistato da sola negli ultimi otto anni; ho affrontato prove, fatto esperienze e superato difficoltà. Ho comprato casa, tirato su mio figlio, risolto problemi pratici senza disturbare nessuno, senza aver bisogno di uomo al mio fianco, non fisicamente almeno. La sera, una volta chiusa la porta di casa, ad affrontare i miei problemi rimanevo sempre io, senza la possibilità di prendere le decisioni importanti con qualcuno. E con il tempo, giorno dopo giorno, sono diventata così indipendente da voler sempre bastare a me stessa anche quando questo comporta lasciar fuori tutti altri.
Ecco, riconosco che la forma più alta di egoismo sia proprio quella di voler fare a meno del prossimo.

Per questa ragione sono molto grata al mio compagno. Alla fine mi ha aiutato senza che io gli chiedessi nulla. Sapeva quello che volevo e mi ha dato il suo aiuto. E io, da parte mia, per una volta, non ho protestato, non ho rifiutato, ho accettato con il cuore quello che mi veniva offerto con il cuore, dicendo solo grazie.

Quarantadue (e non è la mia taglia)

Eppure il mio viso non è tanto cambiato da quando avevo sedici anni, è sempre quello, lo riconosco. Anche gli occhi sono gli stessi, continuano a gonfiarsi come allora se mangio troppe patatine fritte o troppa cioccolata, ma ho pianto e riso così tanto nel corso degli anni che qualche segnetto è spuntato.
Mi ci sono affezionata a questi segni sulla faccia (non che li ami, dubito sempre di chi dice di amare le proprie rughe), ognuno ha un suo motivo d’essere e tutti insieme hanno disegnato quella che sono ora, qui, in questo momento.
Mi piaccio così tanto che indietro non tornerei, non a sedici, non a ventisei, non a trentasei anni. D’altro canto, ho cominciato a spacciarmi per quarantenne quando ancora ne avevo trentotto.

E’ una bella età la mia, mi si adatta, mi ci sento bene.
Il mio solito amico la scorsa settimana mi ha chiesto se fossi pronta al mio compleanno. Come non esserlo? Ogni anno che passa è una vittoria, un traguardo conquistato. A quarant’anni mi sono sentita finalmente liberata dall’inesperienza, prima di tutto, poi dall’essere sempre sembrata più giovane di quello che fossi: non m’interessa più adesso; ma la cosa più bella e che ho ancora la possibilità di fare cazzate, ma le posso fare con un bagaglio adeguato e nessuno, nessuno che possa dar colpa all’età, finalmente, nemmeno io stessa.

Per la prima volta mi sento compiuta. Il tempo ha arrotondato certi spigoli del mio carattere e mi ha reso più morbida, più curvilinea, con meno asperità e ruvidezze, non solo nella figura. Riconosco molte più sfumature di grigio tra il bianco e il nero, sono maggiormente disposta a scendere a compromessi, ma stranamente più determinata in quella che sono, perché finalmente posso dire di conoscermi bene. A quarantadue anni.

Ci sono voluti un po’ di tempo, qualche vittoria e qualche fallimento. Non ho mai pensato veramente molto al mio compleanno come quest’anno, a parte quello di passaggio dai ventinove ai trenta che ho vissuto come una vera e propria tragedia.
Quello dei quaranta è stato una ratifica, niente di più niente di meno, come mettere un timbro su un atto già in essere. L’anno scorso, e un po’ mi vergogno pure a dirlo, il mio compleanno me lo sono completamente dimenticato. Quest’anno ne scrivo.
Per la prima volta comincio un anno della mia vita con uno schermo tutto vuoto di fronte: non so ancora che film verrà proiettato. Conosco i punti fermi, mio figlio, la mia famiglia, gli affetti, ma tutto il resto no…
Non è una brutta sensazione, forse un po’ destabilizzante all’inizio, ma di sicuro è come avere qualcuno alle spalle che mi spinge in avanti, che mi sprona a cercare cose nuove e nuove esperienze.
Soprattutto mi costringe ad essere ottimista per quello che verrà:  qualunque cosa sia, tanti auguri a me.

Le conferme che le donne cercano

Un amico mi ha detto l’altro giorno che le donne che cercano conferme sono pericolose.
Niente di più vero, perché una donna alla ricerca di conferme è comunque pronta ad intraprendere quelle che agli occhi del mondo appaiono  le esperienze più irrazionali/coraggiose/ardite o maggiormente prive del più elementare buon senso, tipo partire per la Terra del Fuoco o lasciare di punto in bianco il fidanzato storico.

Io le conferme più importanti le ho cercate alla fine del mio matrimonio. Dopo quasi undici anni ho sentito il bisogno impellente di mettermi alla prova e di dimostrare, a tutti oltre che a me  stessa, chi fossi.
La primissima cosa è stata prenotare un volo per gli Stati Uniti (come volevasi dimostrare). Un mese là per conto mio, per confermare di esserne capace. Sono andata da sola e sono tornata da sola. Di seguito l’acquisto dell’auto e poi quello di una casa per me e mio figlio.

Altre le conferme che ho cercato dopo: quelle relative alle persone, ai legami d’amicizia tutti da costruire, alla serenità ritrovata, al voler lavorare un terreno che permettesse poi di coltivare me stessa in prima battuta. Ho avuto la conferma che potevo essere una persona felice e completa ancor prima di essere una donna felice e completa.

Quelle che cerco ora sono diverse. Ho quasi quarantadue anni, una vita piena, qualche vittoria e qualche sconfitta al mio attivo. Non le cerco per una questione di età soltanto, ma  perché la mia vita risponde a un regime di ciclicità. Chiudo lunghi capitoli e ne apro altri; attraverso periodi di alti e bassi come se navigassi in mare aperto. Ogni volta tocco terra e ricomincio.
Credo siano comuni a tutte le donne questi momenti: alcune richiedono conferme professionali e di carriera, altre si buttano in progetti a lungo accarezzati ma mai realizzati, molte cercano rassicurazioni su se stesse, esponendosi al mondo e agli occhi di chi le guarda. Altre ancora hanno bisogno di sentirsi ancora belle e desiderabili.

I quarant’anni (circa) sono di giro di boa. E’ così per tutte, volenti o nolenti.  E’ una  specie di porta: prima  si era di là, ora si sta di qua. Non è detto che si stia peggio, anzi, ai miei trenta non tornerei. Si tende però a voler avere delle certezze, a fare qualche bilancio, anche se minimo. E no, non sto parlando delle richieste da rompiballe del genere: ma sei sicuro di amarmi? E se cambiassi idea? Ma sei sicuro sicuro? (Confesso: ho avuto un attacco qualche ora fa).

Quello che non mi piace, in realtà, è la ricerca esasperata, non solo di conferme, ma soprattutto dell’altrui approvazione. Meglio che abbia la leggerezza di un gioco, se ci deve essere, ancor meglio sarebbe cercare di prendersi non troppo sul serio.

Mica facile a farsi. Per quanto riguarda me, attualmente sto costruendo una storia d’amore. Cerco sicurezze in questo senso. Sto un po’ lottando contro la mia indole e contro modelli culturali vecchi e superati, ma che ancora resistono.
E’ la mia sfida tutta personale per l’anno che verrà (più tardi glielo chiederò comunque ancora una volta se è sicuro di amarmi, non si sa mai).

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