Attualmente sei su

Posts Tagged ‘ diritti dei lavoratori ’

Il caso di Paola Caruso e i miei sassolini nelle scarpe

16 novembre 2010

Negli ultimi giorni, la rete, o almeno quella parte di rete che anch’io abito, si è mobilitata attorno al caso di Paola Caruso. Paola, giornalista precaria al Corriere della Sera, sabato scorso ha cominciato uno sciopero della fame (e della sete, abbandonato però in un secondo momento) per protestare e richiamare l’attenzione sul suo caso specifico di professionista sostituita dopo sette anni di contratti a tempo determinato e sulle condizioni dei precari in Italia, più in generale.

Sono queste quel genere di battaglie nelle quali mi sono sempre buttata con entusiasmo e molto ottimismo, rispondendo a quello spirito di pasionaria che mi ritrovo e che non accenna a diminuire nonostante l’età. Ma non questa volta. Questa volta, mi sono limitata ad osservare, a leggere i messaggi sui vari social network – Twitter e Facebook in primis – leggere le interminabili discussioni, i commenti, le polemiche, senza intervenire a mia volta (cosa che mi è anche costata un po’ di fatica, lo ammetto).
Non è per Paola,  della quale rispetto le scelte, pur non condividendole e comprendo il senso di delusione e scoramento, ma per tutto il cucuzzaro che si è scatenato attorno alla  sua storia. Effetto cercato, ovviamente, ma che ha messo in luce alcuni degli aspetti che mi piacciono meno dell’interazione in rete e con questo post intenderei proprio raccogliere alcune mie impressioni di questi ultimi giorni circa persone, personaggi e loro reazioni.

Non è tanto agli amici di Paola che mi riferisco, genuinamente interessati al suo stato di salute e alle sue vicende umane e professionali, o a quelli che in buona fede hanno pensato di appoggiare la sua causa per simpatia e per spirito di giustizia, ma a quanti hanno cavalcato l’onda sollevata per opportunismo, per ritorno di visibilità, per farsi portabandiera di una battaglia che fino a due o tre giorni fa non si erano mai dati la pena di combattere. Per quegli scopi che io chiamo “politici della personalità”.
Ho letto molto nelle ultime ore; tra le altre cose, alcuni post che ho trovato particolarmente offensivi. Secondo qualcuno la voglia di conoscere la vicenda con maggiore precisione o il fatto di porre domande – del tutto legittime – sui fatti  è equivalso ad essere sostenitori dello sfruttamento del lavoro altrui, biechi schiavisti e succhiatori di risorse umane, se non addirittura dei novelli Berlusconi, con tanto di moraletta finale “Non linko, non linko, cercate in rete i distinguo su Paolo Caruso, perchè sono gli stessi che stanno immobilizzando la società, la sinistra, e consegnando altri vent’anni a Berlusconi. Fanno come il PD: Mentre il popolo viola va in piazza, loro stanno a casa a scrivere sul blog”.
Abbastanza strano visto che tutto il clangore provocato dalla protesta è risuonato solo sui blog e scarsissime tracce ha lasciato altrove. Inutile dire che, anche a causa di post come quello sopra, il tutto si è trasformato in una lotta personale tra due schieramenti, che nulla ha a che fare con la difesa dei diritti dei lavoratori.
Perché è proprio questo il punto: troppo facile condurre battaglie di questo tipo,  che sono serie e importanti perché coinvolgono la vita – reale – della persone, a colpi di badge personalizzati e slogan sui social network. Troppo facile, e fuori luogo, farne un discorso destra/sinistra che era sbagliato e in mala fede fin dai suoi presupposti.
Mi sono sentita profondamente offesa da chi ha scritto su Friendfeed che mai nessuno prima di Paola ha mai fatto veramente qualcosa per i precari e contro il lavoro precario, proprio come se la soluzione a una questione tanto spinosa avesse dovuto rivelarsi in questi ultimi quattro giorni e come se tutti quelli, tantissimi, che si sono battuti e che si battono ogni giorno da anni per i diritti dei precari, magari senza esserlo, fossero stati degli sciocchi, inutili perditempo. Gli stessi che da sempre  protestano, manifestano, scioperano, rimettendoci il loro stipendio, di sicuro nemmeno tanto grasso, a fine mese e rischiando ogni volta, visti i tempi e al di fuori di ogni retorica, di tornarsene a casa con la testa rotta a manganellate.
Ho sempre avuto l’idea che le battaglie contino sul serio quando è difficile buttarcisi dentro, quando ti impongono scrupoli di coscienza, quando richiedono costanza e vengono combattute per tutti allo stesso modo, ieri come oggi e come ancora domani. È il sacrificio che dà valore aggiunto, per quanto piccolo possa essere. Mi ricordo quando un giornalista autorevole come Alessandro Gilioli promosse uno sciopero dei blog contro l’allora decreto Alfano: non aderii allo sciopero perché ritenevo che scriverne sul mio blog personale non solo sarebbe stato più efficace, ma soprattutto perché mantenere il silenzio, quel determinato giorno, sarebbe stato per me molto meno impegnativo che mettermi a pensare a cosa scrivere, cercare di scriverlo bene e infine pubblicarlo. Se lo sciopero non costa, non è uno sciopero, ma una vacanza e analogamente se la protesta non ti costringe a fermarti e a fare quelle domande dettate dalla normale onestà intellettuale, non è una protesta ma un evento social, con buona pace di chi crede che le reazioni istintive, in special modo nell’era di internet, siano indice di maggiore libertà di espressione e portatrici di minori “obblighi morali” nei confronti dei lettori.
E pur presupponendo un linguaggio diverso da quello che le generazioni precedenti hanno impiegato fino a qui per rivendicare i loro diritti, ossia quello proprio del web, fatto di gruppi su Facebook, retwit, blogging e reblogging, mi chiedo: è possibile che la questione del precariato in Italia abbia meritato tutta questa attenzione solo grazie al gesto di Paola Caruso? Com’è possibile che molti di quegli utenti che fino a venerdì scorso avevo visto spesso gettare fango su chi lotta per la difesa del proprio e dell’altrui lavoro si siano trovati improvvisamente così tanto coinvolti “di pancia” nella vicenda di Paola Caruso, fino al punto di assurgerla a simbolo della speranza dei tanti precari?
C’è qualcosa che stona in tutto questo.

Qualche parola vorrei anche spenderla a proposito del metodo scelto da Paola per condurre la  sua protesta. Ho scritto sopra che, pur rispettando le sue scelte personali, non condivido l’uso della sciopero della fame come “strumento” di lotta tout court. Sarà perché la prima volta che sentii parlare di “sciopero della fame” si trattava di Bobby Sands e dei suoi compagni combattenti: ben altra storia, ben altre proteste, e mi è rimasto ben impresso fin da allora il senso di quanto grave ed estrema debba essere questa scelta e di quanto pesante sia il suo carico simbolico. Molto simile a quello di chi si dà fuoco sulla pubblica piazza, per esempio, o di chi si lascia morire in carcere perché non ha alcun’altra alternativa possibile di lotta.
C’è inoltre l’aspetto sollevato da Alessandro Di Nicola su Friendfeed, ossia sul carattere profondamente ricattatorio dello sciopero della fame. Dice Alessandro (copio direttamente da Friendfeed un suo intervento): “Non mi piacciono i ricatti morali e ho sempre criticato l’adozione dello sciopero della fame come strumento che, appunto, diviene ricattatorio nel momento stesso in cui fa diventare, con un forte automatismo, ogni questione una questione di vita o di morte, rendendo emotivamente indiscutibili gli assunti della scelta dello sciopero stesso”. Niente di più vero, ne sono dimostrazione pratica, tra gli altri, i post che ho indicato sopra: chi ha osato fare domande è stato tacciato, nel migliore dei casi, di trombonismo narcisistico malato di potere, senza compiere quell’ulteriore, indispensabile passo per cercare (almeno) di comprendere che le prese di posizione valgono di più se accompagnate da chiarezza e verifica dei fatti.

Quello che rimane, 17 ottobre.


- Il berrettino della FIOM Reggio Emilia, che ho indossato con orgoglio e parecchia umiltà (vedi post precedente).

- Tutto il rosso delle bandiere.

- L’abbraccio a tre con i miei compagni contro i bla-bla sui rischi di infiltrazioni violente.

- Il sorriso di Moni Ovadia tra i manifestanti.

- La commozione, inaspettata, alla visione di uno spezzone de La classe operaia va in paradiso sul grande schermo (nonostante tutto mi ostino ad essere una sciocca sentimentale).

- La sensazione di aver fatto la mia parte. Un ragazzino di Reggio Emilia mi ha detto mentre lo ringraziavo per avermi afferrato la mano un istante prima di ruzzolare per terra: è per questo che siamo qui, no? Per dimostrare che bisogna andare al di là delle esigenze dei singoli e per connetterci a tutti gli altri.

- La consapevolezza. È fatto così il Paese del quale vorrei essere cittadina: solidale, giusto, colorato, multietnico, pacifico. Democratico, soprattutto.

- Poche foto vergognose. Chiedo scusa a chi le avevo promesse, ma mi sono resa conto che sono sempre troppo assorbita da quel che mi succede attorno per ricordarmi di scattare fotografie. E poi avevo le mani occupate: dovevo reggere la mia  bandiera.

Un aggiornamento al volo, dopo una settimana dalla manifestazione:

Tra quanto mi è rimasto del sabato scorso, e avrei dovuto aggiungerlo  subito all’elenco qui sopra, c’è stato il piacere e il sollievo di vedere tra il fiume dei partecipanti, moltissimi giovani. Un operaio di Termini Imerese, dal palco, ha detto qualcosa che ho condiviso: “Da oggi possiamo avere meno paura”.
Ho preso parte alla manifestazione della FIOM con parecchi sensi di colpa, da un lato, e con una certa flebile speranza, dall’altro. Alla fine della giornata, sono tornata a casa con la certezza che qualcosa sia successo e mi sono sentita un po’ meno preoccupata per il futuro di questo Paese. È stata una bella sensazione, per una volta.

E oggi me ne vado a manifestare a Roma

“If you tolerate this, then your children will be next”

Non ho mai lavorato in fabbrica, anzi, in una fabbrica non sono mai entrata. Non so nemmeno come sia fatta, una fabbrica.
Il mio immaginario a proposito mi arriva direttamente da certi film anni ’70, del genere La classe operaia va in paradiso o Delitto d’amore, che vidi per la prima volta da bambina (e sì, i miei me li lasciarono guardare. E comunque: avete notato che di film sulla vita in fabbrica non se ne sono più fatti dopo quegli anni?) e dalle lezioni della mia splendida maestra comunista e sovversiva: la catena di montaggio, l’emigrazione dal sud, Marcovaldo.  Insomma, una mia certa idea del lavoro, di quello che è e dovrebbe rappresentare, è nata proprio in quel periodo.

Con gli anni, ho imparato che il lavoro ha molto a che vedere con la dignità. Soprattutto contribuisce ad assegnare a ciascuno di noi un ruolo nella società. Senza lavoro si è uomini e donne a metà, figure non meglio definite e deboli per definizione. Per questa ragione credo che il diritto al lavoro vada difeso.
Oggi manifesterò con i compagni della Fiom perché  mai come in questo momento c’è bisogno di difendere il lavoro, quello di tutti, anche di quelli che a un lavoro non pensano ancora o di chi oggi deve limitarsi a sperare di averne uno un giorno. È necessario lanciare un messaggio ben preciso a chi pensa che i lavoratori siano vuoti a perdere, carne da vendere un tot al chilo e i loro diritti un lusso e non una conquista alla quale non si deverinunciare, perché significherebbe venir meno all’impegno di dignità che ogni lavoratore deve a se stesso.

Per me si tratta di coerenza, anche. Non posso scrivere in questo blog articoli sulle vittime degli incidenti sul lavoro, sull’egoismo sociale e poi tirarmi indietro quando si tratta di compiere l’unica azione che mi consente di dare un mio contributo concreto, ossia essere oggi a Roma inseme a tutti gli altri. C’è troppa fuffa  in giro e non mi va proprio di far parte di quel club.

Scioperare costa

Da quando lavoro, e ormai sono tanti anni, ho sempre aderito ad ogni sciopero proclamato.
Non tanto perché iscritta al sindacato e quindi trascinata da coerenza “sindacale”, anzi tendo  sempre a soppesare le motivazioni fin troppo criticamente, quanto perché ho sempre creduto che lo sciopero sia l’unico mezzo utile per far sentire la voce dei lavoratori.

Foto di tommide

Questa volta però, a differenza di tutte le altre, la decisione di partecipare l’ho presa all’ultimo momento. Perché forse tanti non ci pensano, ma scioperare costa e costa parecchio. A una giornata di stipendio, con i tempi che corrono,  non si rinuncia con leggerezza. E’ un sacrificio. Chi lavora ha famiglia per lo più, le buste paga ultimamente si alleggeriscono in un attimo, quando non sono già leggere di loro e sono convinta che tanti in questo momento stiano facendo i conti in questo senso.
Lo ammetto: ci ho riflettuto per qualche giorno. Sono un lavoratore dipendente, ho una famiglia, per quanto piccola e delle precise responsabilità, soprattutto nei confronti di mio figlio; poi ci sono le spese mensili, il mutuo, le bollette, insomma quelle che hanno tutti. Mi sono ripetuta che forse sarebbe stato meglio pensare alle mie esigenze pratiche e lasciar perdere gli strascichi di idealismo adolescenziale, ché con quelli non si mangia.

Ebbene, non ce l’ho fatta e oggi sono in sciopero.
C’è che dice che tanto non serve a niente, che le cose non cambiano, che, visto che gli altri sindacati non ci sono, è completamente inutile. Io ho la presunzione di pensare che è l’unico modo per fare in modo che la corrente cambi il suo corso. Ho la presunzione di pensare che se il governo ha fatto qualche passo indietro rispetto alla controriforma Gelmini è solo grazie alle proteste diffuse e dello sciopero del 30 ottobre scorso.
Inoltre, c’è mio figlio. Ho cercato di insegnargli che bisogna farsi avanti e lottare per cambiare le cose che non vanno (lo so, suona come un luogo comune ormai, ma disgraziata me, ci credo ancora), se non si fa nulla tanto vale chinare la testa e tacere.
E infatti aderisco allo sciopero anche per questo: avere la soddisfazione di riprendere chi si lamenta e basta – del governo, della politica, degli stipendi troppo bassi – e non muove un dito per far cambiare lo stato delle cose. Io voglio fare la mia parte, ci metto del mio, ci metto la faccia e ci metto il sacrificio, ma questo mi dà il diritto di dissociarmi, di dissentire, di incazzarmi e pure di lamentarmi.

Ultimo ma non ultimo: sono in sciopero perché se posso rompere le scatole all’attuale presidente del consiglio, pur nel mio piccolo, lo faccio molto volentieri.

 

La foto è di Zingaro. I’m a gipsy too.

ThyssenKrupp e altri pensieri sparsi

E’ da tanto che non scrivo, lo so.
E’ che ultimamente non ho avuto testa (e cuore) per farlo, ma un post per ricordare la strage dell’anno scorso dovevo scriverlo, anche se un po’ in ritardo.

Sono fissata con questa cosa della memoria, lo so bene.
E’ importante ricordare, non tanto per il presente, quanto per il futuro, ma purtroppo ho dovuto rendermi conto di vivere in un Paese che è capace di grandi manifestazioni emotive, di grandi esternazioni di dolore collettivo salvo poi dimenticare tutto nel brevissimo termine. Certo, la vita deve andare avanti, viviamo in un momento particolarmente complesso, i problemi sono tanti e i morti rimangono comunque morti.  Dimenticarsene, però, non fa altro che ammazzarli ancora una volta.
A parte questo, trovo sia giusto parlarne. E’ una maniera per rimanere focalizzata. E’ un modo per ricordare tutti gli altri, non per ultimi quelli della mia città, tredici nel 1987, che in qualche modo hanno toccato pure la mia famiglia. E’ anche per mio papà che sto scrivendo questo, per lui che quella strage ha dovuto vederla da vicino.

Non è giusto morire di lavoro. Non è giusto morire di lavoro così. Lavorare non serve solo a guadagnare il necessario per vivere. Il lavoro ci dà una identità sociale, ci dà un ruolo e dignità. Non tanto perché nobilita, anzi, non ci ho mai creduto fino in fondo a questa storia, ma proprio perché lavorare ci compie come cittadini che sono parte di una comunità viva e attiva.

In questo senso ho sempre pensato al lavoro come ad una attività che presuppone uno scambio equo. In Italia però il meccanismo mi pare si sia inceppato o, più probabilmente, non ha mai funzionato a dovere.

Si muore troppo di lavoro, abbiamo questo primato in Europa, e questo sembra essere stato acquisito come fatto normale e ineluttabile. Non fa quasi più notizia, ci siamo abituati  a leggere ogni giorno dell’ennesima morte bianca. Quello che noto, inoltre, è come in questo Paese la concezione del lavoro e dell’imprenditoria  sia molto simile a quella ottocentesca. Mi pare che in questi ultimi anni ci sia stata una accelerazione in questo senso, ovvero quello di considerare i lavoratori unità, numeri.
Me ne accorgo quando leggo certe esternazioni (http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/thyssen/samy-gattegno/samy-gattegno.html), perché mi sembrano di una gravità inaudita pur nella loro pacatezza. Anzi, sono sicura che più di qualcuno accarezza con piacere il pensiero di mandare in campo un novello Bava Beccaris alla prima occasione.

E d’altro canto, come potrebbe essere diversamente? L’attuale governo sappiamo da che parte sta. Già si vuole mettere mano al Testo Unico varato dal governo Prodi e entrato in vigore nel maggio scorso perché troppo sbilanciato sulle pene da infliggere ai datori di lavoro in caso di infortunio. Altri segnali non mancano: l’assenza di rappresentanti del governo alla commemorazione dei caduti della Thyssen a Torino l’altra sera dice più di mille parole. Chi ci governa si è formalmente dissociato, non tanto dai morti, quanto nel voler riconoscere la causa e le responsabilità di quei morti, come se fosse un fatto che non riguarda l’esecutivo, ma solo la sfera privata di chi l’ha vissuto da vicino, fosse anche un’intera città o un’intera regione.

Tanto basta.

 

L’immagine fa parte della fotogallery del Sole 24 Ore “ThyssenKrupp, per non dimenticare”.

 

iPhoneography

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001.

Tutti i contenuti qui pubblicati (testi, foto, disegni), ove non sia altrimenti indicato, sono di mia proprietà e vengono distribuiti con la seguente Licenza Creative Commons

Creative Commons License

Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

UA-10432307-1