- 8 marzo 2011
- Attualità, Le mie riflessioni, Politica, Società, Uomini e donne
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Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall’essere giunta alla conclusione.
Avevo già scritto perché l’8 marzo non mi piace.
Quest’anno, però, voglio pensare che la storia sia diversa, che questa giornata, entrata negli usi e costumi di molte come sinonimo di trasgressioni scollacciate e pecorecce, abbia soprattutto un altro significato.
C’è un filo rosso che si dipana da una data all’altra: dal 25 novembre, giornata contro le violenza sulle donne, al 13 febbraio, con l’urlo di “Se non ora, quando?” (ed è stato un urlo terribile e bellissimo), l’8 marzo, il 12, giorno dedicato alla difesa della nostra Costituzione che di fatto sarà anche una giornata per ribadire i diritti delle donne, proprio in virtù di quell’Art. 3 che in così poche parole rende tutto lo spirito e l’importanza della nostra Carta costituzionale, anche perché le donne sono diventate cittadine con la Costituzione e con il diritto di voto.
Cittadine, sì, ma ancora oggi di serie B.
Io, come persona prima e come donna poi, insisto nel desiderare un risveglio collettivo delle menti, affinché risulti finalmente chiaro a tutti quanto sia desolante, frustrante e faticoso per le donne in Italia essere quello che sono.
Vedo solo paura, invece; paura che spessissimo non mi pare genuina, ma espressione e risultato di calcoli sottili e di sottili strategie perché, secondo la legge dell’equilibrio, per qualcuno che acquisisce più potere nelle stanze dei bottoni – o soltanto più diritti, quelli che altrove non sono nemmeno messi in discussione -, qualcun altro per forza ne deve perdere un po’. O farsi un po’ più in là, affinché ci sia spazio per tutti.
Esattamente quello di cui avrebbe bisogno questo paese: un sano rimescolamento contro la stagnazione e l’immobilismo sociale che sembrano essere diventati il marchio indelebile che ci contraddistingue dal resto dei Paesi europei.
Sogno un 8 marzo così, dove ci sia la voglia di discutere e di pensare in grande; di considerare per una volta, soprattutto da parte di certe donne, che il mondo non comincia e finisce con la loro storia personale, con la loro esperienza di persone liberissime, bravissime e con palle grossissime.
Sogno di non venire derisa, strumentalizzata, giudicata, inquadrata ed etichettata ad ogni mia scelta, da cosa indossare a come combattere le mie battaglie (e sì, stupitevi, si possono portare tacchi altissimi e nel contempo impegnarsi in quanto donne per le donne).
Sogno soprattutto che ci sia meno indifferenza tra di noi, meno spalle alzate e occhiate di sufficienza. Questo già sarebbe un grandissimo risultato per quest’8 marzo.
Quindi no, grazie, degli auguri non so che farmene: preferisco i fatti concreti.














