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Posts Tagged ‘ diritti delle donne ’

L’anima violentata

Anni fa mi capitò di leggere su un settimanale femminile la lettera di una lettrice. La ricordo ancora dopo tanto tempo perché non mi è mai più successo di percepire così tanto dolore e solitudine attraverso parole stampate.

Lei era una donna giovane, forse solo qualche anno in più di me allora. Una donna in gamba, avrei detto: una laurea, un bel lavoro, una sua famiglia, un’ottima posizione sociale. Insomma, una situazione invidiabile. Era una donna con tutte le ragioni per sentirsi soddisfatta, se non proprio felice.
Le parole della sua lettera raccontavano altro: la storia di una donna disperata, sola e molto confusa. Non si spiegava perché sebbene molto apprezzata sul lavoro dove occupava un posto di responsabilità, nonostante tutto l’impegno dedicato ogni giorno alla casa, a una bimba di pochi anni e al marito, noto professionista, questi continuasse a considerarla una nullità. Non era mai abbastanza secondo lui: abbastanza brillante, abbastanza elegante, abbastanza capace, abbastanza pronta a soddisfarne i desideri.
Era una donna soprattutto esausta, umiliata e molto sola. Si decise a scrivere ad un giornale perché non solo non era riuscita a trovare attorno a sé qualcuno che l’aiutasse, ma nemmeno qualcuno disposto ad ascoltarla e a crederle.

Più o meno nello stesso periodo ebbi occasione di sentire parlare alcune incaricate di Linea Rosa della mia città. Raccontavano di ordinarie violenze quotidiane, ma non del tipo che lasciano lividi e lesioni evidenti sul corpo, ma di quelle che nessuno vede, che nessuno veramente immagina, ma che infliggono ferite altrettanto gravi all’anima: le violenze psicologiche.

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Foto di lunpar_lala85

La violenza psicologica è insidiosa perché è nascosta. Si insinua ovunque, anche nelle famiglie perfette, quelle che in apparenza non hanno problemi. Non è un tipo di violenza che si possa collegare ad ambienti di degrado e di scarsa cultura, anzi, è una violenza che si consuma in famiglie di buon reddito e di elevato livello sociale.
È una violenza che non si indovina, rimane chiusa tra le pareti di casa. È una violenza negata, che lascia da sole perché spesso è difficile credere che certe persone ne siano capaci e fuori non si trova alcuna simpatia né comprensione.

Questo tipo di violenza segue il meccanismo subdolo e perverso di compiersi attraverso l’annullamento della capacità di razionalizzare di chi la subisce. La vittime – bisogna dare a queste donne il loro giusto nome – vengono completamente rese incapaci di ogni reazione, un annichilimento che si nutre del legame affettivo, della confusione, del senso di colpa che si arriva a provare nei confronti del carnefice, fino all’estremo convincimento che sì, sono loro ad essere sbagliate.
Non la si riconosce subito. È normale che in una relazione ci siano momenti di disaccordo o di scontro, succede, ma è un confine molto sottile quello che separa la sana dialettica all’interno di una coppia (o di una famiglia) da un rapporto che di sano non ha più nulla.
Al senso di colpa si aggiunge la vergogna, verso se stesse prima di tutto, poi nei confronti di chi non sa. Ci si vergogna perché il processo di annientamento a cui si è sottoposte chiude il suo cerchio: da un lato c’è un’immagine da proteggere, non solo l’immagine che di sé si restituisce all’esterno, ma anche quella legata al “buon nome” della famiglia; dall’altro la consapevolezza, del tutto sbagliata, che la vera violenza sia soltanto quella fisica. Non si ha alcun diritto di lamentela finché non ci sono contusioni e ossa rotte.

“Ma lui ti picchia?” Quante volte l’abbiamo sentito.
Le ferite causate da umiliazioni continue, offese perpetuate nel tempo, abbandono psicologico, dileggio, controllo costante e maniacale, mancanza di libertà di movimento, aggressioni verbali, menzogna, minacce e ritorsioni, ricatto psicologico non richiedono ingessature e cerotti, ma possono essere altrettanto gravi e fatali per la vita di una donna.

Ho aderito con questo mio post all’iniziativa di Donna Moderna nell’ambito della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Per aggiungere la mia voce a quella di tutte le altre.

Donne divise

Negli ultimi giorni ho pensato a un libro letto qualche tempo fa. La fascetta lo pubblicizzava come una rivelazione nel romanzo erotico islamico, o qualcosa del genere. In realtà non è che fosse questo gran che.  “La prova del miele” non era un libro erotico, l’intreccio debole, insomma un altro di quei libri furbetti che scelgono di non essere nulla di preciso, ubbidendo a una precisa strategia di marketing, a cominciare dal titolo.

Nonostante tutto, però, non mi era dispiaciuto perché rappresentava, seppure in modo parziale, una testimonianza di come le donne musulmane vivono la loro sessualità.
Leggendolo ho capito ancora di più quanto sia difficile per le donne islamiche far coesistere certi aspetti della loro vita (ammesso e non concesso che per quelle occidentali sia facile), dove la difficoltà maggiore  sta proprio nel trovare un equilibrio tra gli slanci della modernità all’occidentale e la salvaguardia delle tradizioni legate alla propria cultura e religione, soprattutto per quelle cresciute in Europa. Dev’essere lacerante la continua ricerca di un compromesso tra l’accettazione delle giuste pulsioni, della passione, del desiderio, della carnalità e i freni posti da una cultura che vuole, in molti casi, le donne nascoste e sottomesse. E questo solo per quanto concerne un aspetto della vita di una donna.

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Foto di Daniel Zanini H.

Non è solo per la storia tragica di Sanaa ultimamente, né per quella di Hina due anni fa.  Probabilmente c’è ancora qualcuno che si accorge che le donne vengono massacrate da sempre, a prescindere dalla loro religione. I motivi sono solo profondamente culturali, non c’entrano nulla la nazionalità o la fede religiosa. La violenza in famiglia è la causa principale di morte tra le donne, di tutte, in tutto il mondo.

Altre cose ancora mi vengono in mente, per esempio un documentario dei primissimi anni ’60, uno di quelli in bianco e nero che raccontavano un viaggio nell’Italia sconosciuta di allora. C’era un gruppo di donne del profondo sud, vestite di nero, che parlavano solo in dialetto.  La loro era una storia di fatica e di sottomissione: prima da parte del padre, poi dei fratelli, quindi del marito e dei figli maschi. Donne che a trentacinque anni sembravano vecchissime, sfiancate dai parti e dal lavoro. L’ultima domanda del conduttore fuori campo: ma voi quando riposate? Quando moriamo, la risposta.
Altri collegamenti mentali mi portano al film “Il mafioso” di Lattuada con Alberto Sordi. Un racconto minimo e lucidissimo di mafia ma che fotografa anche altro: la differenza culturale tra nord e sud d’Italia nel 1962, soprattutto per le donne. Altri tempi, storie di altre immigrazioni.

Terribile e agghiacciante l’ipocrisia che in certe occasioni rende sordi e ciechi. Le donne da sempre nel nostro Paese vengono torturate e uccise per mano di quegli uomini che dovrebbero amarle: padri, fidanzati, mariti, compagni. Proprio qui in Italia, paese dalla solida tradizione cristiano-cattolica. Le famose radici…
In fin dei conti l’immaginario maschile nostrano non si nutre da sempre dell’idea che non solo la vita di una donna debba dipendere da quella dell’uomo, ma che questi ne possa disporre a suo piacere? Non era il delitto d’onore il suggello istituzionale a questa realtà? E l’abominio del matrimonio riparatore siamo sicuri sia del tutto scomparso?
Che cosa porta al desiderio di distruggere l’altro se non il terrore di perderne il controllo assoluto e totale? Controllo che si esercita non solo sulle persone, le donne, ma soprattutto sul mantenimento di uno status quo, sia questo sociale, culturale, famigliare.

E dalla parte opposta, quanto è difficile accettare chi è diverso, chi viene da fuori, oggi come ieri o l’altro ieri. Chi erano i “baluba” in Italia fino a quaranta, cinquant’anni fa? Quali erano le donne divise? Quali quelle vestite di nero e con il fazzoletto in testa?

Chi si scaglia con tanta veemenza contro il velo, a difesa della dignità delle donne islamiche, forse farebbe meglio ad impiegare altrettante energie per far approvare una legge seria contro la violenza sulle donne in Italia, per sbloccare fondi che vadano a finanziare progetti a supporto dell’integrazione culturale e dell’educazione alla convivenza pacifica. Capisco però che, visti i tempi,  politicamente pagherebbero relativamente poco.

Segnalo a proposito questo bel post di Femminismo a Sud



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