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	<title>Diario Semistupido &#187; donne</title>
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		<title>In Italia una donna su due non lavora</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 19:49:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna. Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto. In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/10/20/news/una_donna_su_due_non_lavora_peggio_dellitalia_solo_malta-23560611/index.html?ref=search" target="_blank"> In Italia una donna su due non lavora</a>. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa &#8211; doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale &#8211; appena l’1,3% del Pil &#8211; e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.<br />
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2932" title="Operaie di una filanda italiana - 1945" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/11/Operaie_filanda1945-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Operaie_filanda.jpg" target="_blank">Wikipedia</a></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate &#8220;Il segno di Venere&#8221;, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?<br />
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.<br />
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.<br />
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).<br />
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile &#8211; perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio &#8211;  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.<br />
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti &#8211; e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze &#8211; perdita di dignità professionale.<br />
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “<em>Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione ideale per un Paese in crisi.</p>
<p>****</p>
<p><a href="http://www.confartigianato.it/documentiportale%5CDONNE%20IMPRESA%20FEMMINILI_CS%20CONFARTIGIANATO11.PDF" target="_blank">Qui</a> e <a href="http://www.confartigianato-er.it/it/lavoro-femminile-lemilia-romagna-e-seconda-in-italia..html" target="_blank">qui</a> i dati di Confartigianato</p>
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		<title>Contro gli uomini che odiano le donne, io difendo Madame Bovary</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 10:21:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2896" title="Giovanni_Boldini" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/10/Giovanni_Boldini-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet)</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary mi aveva fatto fin dall’inizio molta simpatia, probabilmente perché intimamente ne comprendevo gli slanci dell’animo, i voli pindarici e la fame insaziabile di vita. Insomma, non l’ho mai veramente considerata una spietata arrivista, un’intrigante priva di scrupoli. Piuttosto, ne percepivo la profonda sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlo di Emma Bovary perché oggi, <a href="http://www.leiweb.it/iodonna/guardo/11_a_madame-bovary-centocinquanta-anni.shtml" target="_blank">sul settimanale Io Donna è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Scaraffia</a> che partendo proprio da questa figura di donna ottocentesca, arriva a parlare delle donne di oggi in termini tutt’altro che lusinghieri. Mi sforzo di pensare che l’articolo abbia un intento provocatorio, spero sia questo il caso perché, se non lo fosse, si tratterebbe di uno degli attacchi più misogeni e rancorosi nei confronti delle donne che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.<br />
Chiaramente a Scaraffia Madame Bovary non piace. La condanna come personaggio e come donna. Disprezza il suo essere quello che è: una non allineata, una che non ne vuole saperne di stare al suo posto in una società che relega le donne in un ruolo preciso e codificato. Invece, Emma Bovary è una donna dallo spirito superiore, romantico, pieno di aspettative, che non riesce a sopportare di vivere in una realtà gretta come quella in cui è nata. È, soprattutto, una donna intelligente, istruita e sensibili ma che, perfettamente calata nella sua epoca, ha ben pochi mezzi per affrancarsi e seguire le sue inclinazioni.<br />
Così il matrimonio rimane per lei l’unica via di fuga, l’unico tentativo per aspirare a qualcosa di meglio, a un’esistenza che non sia solo quella di modesta campagnola.<br />
Ma Scaraffia si preoccupa di farci sapere quanto è sbagliata la sua “<em>diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale che si riscontra tra le giovani donne nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in una fuga verso l’immaginario e il romanzesco</em>”. E lo stesso bovarismo lo rileva nelle donne di oggi, dimostrandolo a suo modo, con salti (il)logici e deduzioni a dir poco fantasiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In quattro pagine &#8211; foto comprese &#8211; viene sintetizzato il suo pensiero: Emma Bovary non è altro che il prototipo delle donne italiane del 2011; la pornopolitica imperante e sistematica (in quanto sistema consolidato) è un’esclusiva resposabilità delle donne “<em>spregiudicate. Affamate di successo. Pronte a stordirsi con lusso e sesso estremo per afferrare un po’ di felicità. mogli di faccendieri di provincia, showgirl o studentesse inquiete.Tutte identiche all’eroina ottocentesca del romanzo di gustave Flaubert. Nevrosi comprese</em>”. Con una bella capriola, ecco dimostrato come le donne puttane erano e puttane sono rimaste, e quelle di Stato non sono diverse da tutte le altre, perché in ognuna di loro (di noi) vive una Emma Bovary. E gli uomini? Gli uomini non esistono per Scaraffia. Restano nell’ombra, a partire dal povero Charles Bovary, ignorante, mediocre e compiaciuto di esserlo, fino ad arrivare agli uomini di oggi, vittime innocenti di donne prive di scrupoli, nevrotiche, che inducono in tentazione ingenui politici e politicanti, facendoli cadere nelle loro reti di seduttrici in cerca di fama, successo e soldi.<br />
La pornopolitica, dunque, non solleverebbe una questione etica e morale, non sarebbe affare che investe la politica nelle sue espressioni più alte e che coinvolge chi usa, sfrutta e mercifica il corpo delle donne fino al punto di renderlo bene di scambio per favori e incarichi pubblici, ma l’effetto scontato di un bovarismo cronico insito nel femminile: fame di successo e di pretese oltre alle proprie possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando nell’esposizione della sua tesi, Scaraffia, in un balzo finale, si spinge al punto di non distinguere più le cocotte di stato dalle altre donne italiane (come se il “modello Emma” fosse una nostra esclusiva). Tutte ne portano il marchio: quelle che osano “sostituirsi ai mariti nella corsa per il successo”, quelle insoddisfatte, soprattutto sessualmente, che usano Facebook e Twitter  (ovviamente per accalappiare ignari gentiluomini con i quali sollazzarsi), quelle che volano low cost, quelle che si tatuano, quelle che, addirittura lavorano nelle ong.</p>
<p style="text-align: justify;">È un uomo che odia le donne, Scaraffia.  Consuma la sua misoginia non vedendo (o facendo finta di non vedere) che i colpevoli sono altri. Che queste donne che ci vuole far credere tanto abili e spregiudicate da manovrare uomini così potenti sono in realtà il simbolo del ruolo subalterno che le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere in questo Paese. Nonostante il tempo di Flaubert sia passato da un pezzo.<br />
Emma era una vittima inconsapevole dell’epoca in cui era nata. Lo stesso non si può dire dell’entourage femminile berlusconiano. Non vittime, ma prodotto di un modello culturale forgiato con attenzione nell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare a come sarebbe stata la vita di Emma Bovary se la sua storia fosse stata scritta sul finire del ventesimo secolo. Non sarebbe stata nemmeno degna di essere raccontata, non ci sarebbero stati fior di intellettuali pronti a coniare termini per definire il suo malessere. Nessuno l’avrebbe tacciata di nevrosi.<br />
Una donna con la possibilità di maturare, di crescere, magari lontano dalla famiglia di origine, e di migliorarsi: artista, ricercatrice, attivista politica, imprenditrice. O solamente una donna normale, ma completa e soddisfatta delle sue scelte, con accanto un compagno che potesse corrisponderle anche in questo, ecco chi sarebbe oggi Emma Bovary.</p>
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		<title>Femminile e anti femminile</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:35:46 +0000</pubDate>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l&#8217;altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più &#8220;tradizionalista&#8221; De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.<br />
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell&#8217;approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette &#8220;quote rosa&#8221;, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l&#8217;Italia si piazza proprio all&#8217;ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: <a href="http://www.europeanpwn.net/files/europeanpwn_boardmonitor_2010.pdf" target="_blank">rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010</a>” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna  con l&#8217;85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.</p>
<p>Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all&#8217;impresa: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Dati/Se-nel-CdA-dellimpresa-ce-una-donna-i-risultati-sono-migliori_9883387.html" target="_blank">secondo Maria Grazia De Angelis</a>, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, &#8220;Le aziende con un&#8217;alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all&#8217;indietro alla base.<br />
<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_giugno_30/inzago-donne-licenziate-fiom-protesta-190986051519.shtml" target="_blank">La notizia</a> è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la &#8220;metodologia&#8221; e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.<br />
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): &#8220;<em>Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell&#8217;azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che &#8220;le lavoratrici donne costano di meno e producono di più&#8221; (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un&#8217;impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna &#8220;discriminiazione&#8221;, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l&#8217;azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l&#8217;unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell&#8217;azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile&#8221;.<br />
</em>Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all&#8217;estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?</p>
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		<title>A proposito di gattemorte</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 18:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Confesso che le gattemorte, intese come esseri umani di sesso femminile, non mi sono mai piaciute molto. Non è per un fatto ideologico o per partito preso, ma perché distantissime dal mio modo di essere. Dopo aver letto diversi articoli sull&#8217;uscita di questo libro, però, mi sono diventate quasi simpatiche. A dire il vero, non
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Confesso che le gattemorte, intese come esseri umani di sesso femminile, non mi sono mai piaciute molto. Non è per un fatto ideologico o per partito preso, ma perché distantissime dal mio modo di essere. Dopo aver letto diversi articoli <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/05/05/news/gatte_morte_pezzo-15826661/?ref=HRERO-1" target="_blank">sull&#8217;uscita di questo libro</a>, però, mi sono diventate quasi simpatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero, non ho un&#8217;idea precisa della specie, ma ne ho incontrate più d&#8217;una nel corso degli anni così ho potuto constatare che, tralasciando le varie sfumature intermedie, esistono fondamentalmente due tipi di gattemorte: le inconsapevoli e le consapevoli.<br />
Le prime fanno poco testo, sono gattemorte per nascita e senza consapevolezza di esserlo.  Vivono in una dimensione parallela che rimane al di fuori dei limiti di comprensione degli altri comuni mortali. Inutile dire che queste vengono identificate come gattemorte di rango solo se dotate di un aspetto gradevole, altrimenti sprofondano nella condizione di normali bruttine svampite nel migliore dei casi, di tristi e patetiche nel peggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra storia sono le consapevoli. Perché non è vero che il gattamortismo sia solo una dote naturale, come sembra sostenere l&#8217;autrice del volume, anzi, la maggior parte lo acquisisce col tempo,  a coronamento di un preciso percorso strategico e molta applicazione. Non dev&#8217;essere un compito facile, di questo bisogna dar loro atto e merito, perché il risultato finale sarà un altro esemplare di felina languida, sempre vagamente annoiata, elegante, sorniona, costantemente presente a se stessa e mai al di fuori delle righe.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che meraviglia non è tanto il fenomeno in sé &#8211; le gattemorte esistono da sempre &#8211;  quanto il fatto che ciclicamente sia di tendenza parlarne &#8211; tanto da scriverne libri a proposito, intendo &#8211; e mi viene spontaneo chieder perché tanto risentimento nei confronti di queste donne. Giusto per darvi un&#8217;idea del fenomeno: ho controllato su Facebook (sempre più usato come termometro delle tendenze internettiane) e ho potuto contare almeno una ventina di gruppi aperti contro le gattemorte e manco uno a supporto della protezione della specie. Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine e in maniera nemmeno tanto nascosta, il gattamortismo non è altro che la riproposta del modello femminile maggiormente diffuso fino a una sessantina di anni fa, prodotto culturale giunto fino ai giorni nostri direttamente da una concezione sette/ottocentesca del femminile. Niente di nuovo dunque. Potranno non piacere, ma perché invidiarle o odiarle?<br />
Insomma, le gattemorte sono delle nostalgiche, damine di altri tempi trapiantate ai giorni nostri &#8211; niente di più, niente di meno &#8211;  che scelgono come campo di gioco uno spazio lasciato volutamente libero dalle altre donne, giustamente impegnate a fare altro. Non ci può essere competizione perché i due schieramenti partecipano a gare diverse. Ecco perché non capisco la presa di posizione, seppure ironica, nei loro confronti. Si tratta come sempre di decidere cosa e come si vuole essere, se seguire i consigli delle bisnonne su come acchiappare un marito (fidanzato, amante, compagno, avventura di una notte), o rischiare di essere come si è nel bene e nel male. Non è comunque il caso di invidiarle, non sono nemmeno sicura abbiano una vita così semplice, a me starebbe strettissima, ad esempio. Inoltre, siete sicure che quegli uomini che soccombono alle grazie di queste feline soccomberebbero ugualmente se queste all&#8217;improvviso scomparissero lasciando campo libero a tutte le altre? Io ho idea di no, che gli uomini che si lasciano prendere da queste gatte siano, in fondo, quelli che le vanno a cercare, meritandosele in pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, quelli che apprezzano il tipo della gattamorta consapevole non si sentirebbero mai attirati da chi gattamorta non è, così come le antigatte non dovrebbero essere a loro volta attirate da uomini così. E non è perché queste ultime, come erroneamente scrive Chiara Moscardelli, siano delle goffe rancorose e delle insicure imperfette, mai contente di nulla e dai gusti impossibili, ma perché certi uomini non saprebbero che farsene di loro. La cosa brutta, infatti, è che se il mito del principe azzurro ben si confà a una gattamorta, dovrebbe invece essere ben superato (felicemente) dalle altre.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altro canto, è anche vero che in ognuna di noi è possibile riscontrare tracce di gattamortismo, inutile negarlo. Sono una specie di residuo di cervello primordiale che ci trasciniamo come un peso. Dovrebbero esserne felici, le invidiose: diventare gattemorte è veramente possibile per tutte, basta volerlo veramente. La dimostrazione? Prendiamo proprio Chiara Moscardelli: solo una vera gattamorta nell&#8217;anima poteva pensare di scrivere un libro del genere e suscitare così la simpatia, il senso di solidarietà e i pat pat di conforto di centinaia di sorelle di sventura guadagnandoci sopra anche qualche euro.</p>
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		<title>8 marzo: niente auguri, per piacere</title>
		<link>http://www.diariosemistupido.it/2011/03/08/8-marzo-il-filo-rosso-delle-donne/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 07:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall&#8217;essere giunta alla conclusione. Avevo già scritto perché l’8 marzo non mi piace.
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall&#8217;essere giunta alla conclusione.<br />
Avevo <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/03/08/odio-l8-marzo/" target="_self">già scritto </a> perché l’8 marzo non mi piace.<br />
Quest’anno, però, voglio pensare che la storia sia diversa, che questa giornata, entrata negli usi e costumi di molte come sinonimo di trasgressioni scollacciate e pecorecce, abbia soprattutto un altro significato.<br />
C’è un filo rosso che si dipana da una data all’altra: dal 25 novembre, giornata contro le violenza sulle donne, al 13 febbraio, con l’urlo di “Se non ora, quando?” (ed è stato un urlo terribile e bellissimo),  l’8 marzo, il 12, giorno dedicato alla difesa della nostra Costituzione che di fatto sarà anche una giornata per ribadire i diritti delle donne, proprio in virtù di quell’Art. 3 che in così poche parole rende tutto lo spirito e l’importanza della nostra Carta costituzionale, anche perché le donne sono diventate cittadine con la Costituzione e con il diritto di voto.<br />
Cittadine, sì, ma ancora oggi di serie B.<br />
Io, come persona prima e come donna poi, insisto nel desiderare un risveglio collettivo delle menti, affinché risulti finalmente chiaro a tutti quanto sia desolante, frustrante e faticoso per le donne in Italia essere quello che sono.<br />
Vedo solo paura, invece; paura che spessissimo non mi pare genuina, ma espressione e risultato di calcoli sottili e di sottili strategie perché, secondo la legge dell&#8217;equilibrio, per qualcuno che acquisisce più potere nelle stanze dei bottoni &#8211; o soltanto più diritti, quelli che altrove non sono nemmeno messi in discussione -, qualcun altro per forza ne deve perdere un po&#8217;. O farsi un po&#8217; più in là, affinché ci sia  spazio per tutti.<br />
Esattamente quello di cui avrebbe bisogno questo paese: un sano rimescolamento contro la stagnazione e l&#8217;immobilismo sociale che sembrano essere diventati il marchio indelebile che ci contraddistingue dal resto dei Paesi europei.<br />
Sogno un 8 marzo così, dove ci sia la voglia di discutere e di pensare in grande; di considerare per una volta, soprattutto da parte di certe donne, che il mondo non comincia e finisce con la loro storia personale, con la loro esperienza di persone liberissime, bravissime e con palle grossissime.<br />
Sogno di non venire derisa, strumentalizzata, giudicata, inquadrata ed etichettata ad ogni mia scelta, da cosa indossare a come combattere le mie battaglie (e sì, stupitevi, si possono portare tacchi altissimi e nel contempo impegnarsi in quanto donne per le donne).<br />
Sogno soprattutto che ci sia meno indifferenza tra di noi, meno spalle alzate e occhiate di sufficienza. Questo già sarebbe un grandissimo risultato per quest&#8217;8 marzo.<br />
Quindi no, grazie, degli auguri non so che farmene: preferisco i fatti concreti.</p>
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		<title>Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 20:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Della giornata di ieri mi rimarrà molto.<br />
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.<br />
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.<br />
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.</p>
</div>
<div style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2398" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/02/14/se-non-ora-quando-oggi-il-giorno-dopo/5441963808_22c9e25b77/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2398" title="5441963808_22c9e25b77" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/02/5441963808_22c9e25b77.jpg" alt="" width="350" height="350"></a></div>
<div>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l&#8217;energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.<br />
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.</p>
<p style="text-align: justify;">Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”, &nbsp;che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_febbraio_14/ancora-Slogan-Provate-a-Sorprenderci-severgnini_d4d868f8-3804-11e0-9d0e-ca1b56f3890e.shtml">quelle che non riesco a collocare</a>.<br />
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.</p>
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		<title>13 febbraio: &#8220;Se non ora quando&#8221; (ora o mai più)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 11:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni sto seguendo, senza troppa convinzione, il gran parlare delle donne attorno alla manifestazione del 13 febbraio. Quello che mi lascia più perplessa è il carattere stesso del dibattito, ricondotto a manifestazione sì, manifestazione no, nella ricerca esasperata di cavilli e distinguo da parte di molte. Me ne chiedo la ragione, fin troppo
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni sto seguendo, senza troppa convinzione, il gran parlare delle donne attorno alla manifestazione del 13 febbraio.<br />
Quello che mi lascia più perplessa è il carattere stesso del dibattito, ricondotto a manifestazione sì, manifestazione no, nella ricerca esasperata di cavilli e distinguo da parte di molte.<br />
Me ne chiedo la ragione, fin troppo non mi convince.<br />
Io domani parteciperò alla manifestazione per almeno un motivo: un’ulteriore occasione, forse la più importante negli ultimi anni, per (ri)portare alla luce una situazione che c’è, esiste e che non è più possibile ignorare. Al di là del fatto scatenante contingente. Anzi, tutto sommato non è solo avvilente pensare che per svegliare le donne ci siano volute le avventure erotiche di un vecchio, ma anche l&#8217;ammissione di un fallimento lungo quarant’anni.</p>
<p>Ci sono quelle che non aderiranno, che, anzi, si sentono in qualche modo offese da questo invito al risveglio, che non si riconoscono nel “movimento”. Tra queste <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_07/le-contraddizioni-e-il-No-alla-crociata_6f033bca-329b-11e0-8ce8-00144f486ba6.shtml">Maria Nadotti, che sul Corriere scrive</a>: “&#8230;<em>dietro il vostro invito a «risvegliarci» si nasconda una velata, forse inconscia, forma di razzismo intrisa di sessismo e di classismo: donne sacrificali (quelle che vanno a letto presto e si alzano presto) verso ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo), moralità verso apatia dei sentimenti, anime verso corpi. Noi, donne e uomini, siamo fatti di tutto questo. La contraddizione &#8211; o la complessità &#8211; è dentro di noi. Guai a chi ci divide, mettendoci gli uni contro gli altri e invitandoci alle crociate. Per chi, come me e come tanti, ha sempre diffidato della cosiddetta normalità, includere l&#8217;altro da sé, il diverso, è non solo doveroso, ma prudente</em>”.</p>
<p>A me pare che il discorso di Maria Nadotti si possa ricondurre al famoso stolto che indica il dito invece di guardare la luna. Perché? Perché l’appello non è contro le persone, coi loro corpi e tutte le differenze possibili, ma contro un modello sociale, non molto diverso, sotto molti aspetti, a quello che una volta voleva le donne relegate nel loro ruolo di donne di casa e madri di famiglia.<br />
Domani non manifesterò per presa di posizione nei confronti delle prostitute che vanno a letto col capo (o coi capi o con chiunque altro) ma contro un tipo di società e di cultura che vogliono mantenere le donne ai margini, lontane dai centri nevralgici della società civile, che propongono chiaramente il modello della escort (della velina, della showgirl, dell’attricetta) non solo come altamente desiderabile, ma che, nel contempo, rendono meno appetibili tutte le altre possibilità.<br />
Non che per alcune non sia desiderabile il mestiere di prostituta, ma tra questo e diventare complici nel rendere il meretricio modus operandi accettabile e accettato in seno alle istituzioni c’è un mondo di differenza.<br />
Insomma, quello della moralità &#8211; o del moralismo &#8211; è solo un problema creato ad arte o, meglio, uno specchio che riflette quello che si vuole vedere mentre il vero sta altrove.</p>
<p>Tutto il resto, i relativismi, le discussioni sottilmente filosofiche &nbsp;fatte tanto pour parler, mi puzzano di cattiva fede e di scarsa onestà intellettuale. Sono sinonimi di una ostinazione cieca e sorda a non voler accettare che una situazione femminile esisteva ed esiste, quasi che in un moto di orgoglio o per non voler ammettere di essere vittime, in fondo, di un sistema, si negasse quello che le donne, nella loro totalità, sperimentano tutti i giorni sulla loro pelle.<br />
Non è l’uso del corpo &nbsp;delle donne sic et simpliciter che io metto in discussione, questo avviene anche negli altri Paesi (così come l’uso del corpo maschile in contesti più o meno simili), ma il radicamento di un certo modo di considerare le donne che, non solo negli altri Paesi non si è mai verificato, ma che è stato contrastato da anticorpi adeguati, a dispetto di tutte le pagine 3 del Sun, delle pubblicità scosciate, della libertà sessuale, quella sì, vera e disposizione di &nbsp;tutti e al di fuori di ogni moralismo, sociale o religioso che sia.<br />
Come si può in buona fede negare che questo sia un Paese fatto (anche) per le donne?</p>
<p>D’altro canto, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/02/12/news/falso_teorema-12358338/?ref=HRER1-1">lo ha scritto chiaramente Giuseppe D’Avanzo stamattina su Repubblica</a>: “<em>Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dov&#8217;erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s&#8217;erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l&#8217;omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire &#8220;libertà, tolleranza&#8221; quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli &#8220;immutandati&#8221; &#8211; nicciani d&#8217;occasione &#8211; se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c&#8217;è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell&#8217;organismo vivente, magari la salvezza dell&#8217;anima in questa vita o nell&#8217;aldilà</em>”.</p>
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		<title>Scollature</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 09:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia è questa: una mamma viene malamente cacciata da un luogo pubblico (una scuola dell’infanzia, ossia una di quelle che una volta si chiamavano scuole materne) perché “sorpresa” ad allattare durante una riunione di genitori. Non è che la notizia sia strana in sé, sempre più spesso mi capita di leggere di questi episodi
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La  notizia <a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/16/news/io_umiliata_nella_scuola_d_infanzia_perch_allattavo_al_seno_mia_figlia-11295026/" target="_self">è questa</a>: una mamma viene malamente cacciata da un luogo  pubblico (una scuola dell’infanzia, ossia una di quelle che una volta si  chiamavano scuole materne) perché “sorpresa” ad allattare durante una  riunione di genitori.<br />
Non  è che la notizia sia strana in sé, sempre più spesso mi capita di  leggere di questi episodi di intolleranza (eccesso di pruderie? Fastidio  per quello spicchio di nudità?) nei confronti di un gesto che non solo è  del tutto naturale, ma che da sempre non rappresenta uno scandalo  (Facebook a parte). Mi&nbsp; chiedo, tuttavia, come questo eccesso di senso del pudore  si concili con lo scempio che ogni giorno viene perpetrato  sull’immagine del corpo delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2356" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/01/25/scollature/274111950_45c3c542a5/"><img aria-describedby="ui-tooltip-1-content" class="aligncenter size-full wp-image-2356" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/01/274111950_45c3c542a5.jpg" alt="" height="268" width="402"></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a target="" title="" href="http://www.flickr.com/photos/viralbus/274111950/sizes/m/">Viralbus</a>
</p>
<p>È  una società schizofrenica quella che si scandalizza per un seno  scoperto durante l’allattamento e nel contempo accetta che le donne, il  loro corpo, vengano usati come merce, oggetto di scambio, specchietto  per le allodole, sollazzo del potere costituito, simbolo di condanna e  motivo, ancora oggi nei nostri giorni, di mille discriminazioni.</p>
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		<title>C&#8217;è sempre più bisogno di una Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 07:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non è esattamente come leggerlo sui giornali o guardarlo in tv, quando ti capita di persona di vedere una donna picchiata o assalita.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima volta fu un&#8217;inquilina del palazzo di fronte. Rientravano a casa un sabato notte, lei e il marito, e davanti al portone cominciarono a discutere a voce alta. Si sentiva soprattutto quella di lei, lui non diceva molto, o così mi pareva. Si limitava a tenerla ferma e a colpirla sulla faccia a mano aperta. Lo faceva in modo un po&#8217; meccanico, tirando indietro tutto il braccio per guadagnare maggiore slancio e poi, sbam! sul viso di lei, che cercava di divincolarsi mentre la testa le schizzava e destra e sinistra, un colpo dietro l&#8217;altro.<br />
Nonostante siano passati diversi anni da allora, non ho dimenticato le sensazioni che provai: ero sconvolta perché non avevo mai assistito alla violenza nuda e cruda applicata su un essere umano; ero arrabbiata, imbambolata, incapace di muovermi: ci misi qualche minuto per uscire da quello stato e correre verso il telefono. I carabinieri credo arrivarono che stavo ancora facendo il numero e i due ormai saliti nel loro appartamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno dopo ero a casa di una mia amica. Era il periodo di capodanno e il suo ex marito irruppe in casa, ubriaco e con una bottiglia vuota in mano. La teneva per il collo, come un&#8217;arma. Aveva ricevuto un ordine restrittivo, non poteva avvicinarsi a più di tanti metri da lei e la sua casa, ma non era servito a molto: era stata comunque costretta ad installare una telecamera per sorvegliare la porta d&#8217;ingresso. Quella sera mi trovavo in camera da letto quando sentii il trambusto, le urla di lei, il rumore di lotta. Non era da sola in casa, fortunatamente, un paio di amici che erano lì per caso lo bloccarono. Arrivò la polizia e l&#8217;uomo fu arrestato per l&#8217;aggressione, ma in seguito la mia amica dovette ugualmente lasciare quella casa e trasferirsi altrove, in modo che lui non potesse trovarla più.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2291" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/11/25/ce-sempre-piu-bisogno-di-una-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne/4661799353_116665c898/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2291" title="4661799353_116665c898" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/11/4661799353_116665c898.jpg" alt="" height="500" width="380"></a><br />
Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/brittanygreene/4661799353/sizes/m/in/photostream/" target="_self">Brittany Greene</a></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, 25 novembre è la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_per_l%27eliminazione_della_violenza_contro_le_donne" target="_self">Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne</a>. Ogni anno mi piace pensare che possa essere l&#8217;ultima e invece, ancora una volta, mi ritrovo non solo a scrivere un post, l&#8217;ennesimo, dedicato alle donne e allo scempio che ogni giorno si compie sui loro corpi, ma anche a considerare come la violenza assuma sempre di più forme striscianti che la confondono, la mimetizzano e la rendono in qualche modo socialmente accettabile.<br />
L&#8217;indifferenza &#8211; anche da parte delle stesse donne &#8211; è una di queste, poi c&#8217;è quella che si riassume nell&#8217;oscenità delle parole &#8220;se l&#8217;è andata a cercare&#8221;, anche quando non vengono pronunciate chiaramente ma rimangono lì sospese a mezz&#8217;aria; c&#8217;è lo sguazzare nei luoghi comuni, nel pregiudizio più turpe, nelle battute idiote e sessiste, nel negare l&#8217;esistenza di un problema sociale che è culturale e universale, anche se con caratteristiche diverse da latitudine a latitudine.<br />
C&#8217;è <a href="http://www.unita.it/news/sociale/106212/sul_corpo_delle_donne_i_tagli_strangolano_i_centri_anti_violenza#" target="_self">la violenza delle istituzioni</a>, che è anche la violenza di uno Stato complice.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è la violenza, amiche mie, che fa credere a tante di voi che tutto questo non vi riguarda, che non arriverà mai a toccarvi, quando invece la violenza fa parte delle nostre vite solo per il fatto di essere nate di sesso femminile.<br />
Esistono isole dove le situazioni sono meno pesanti di altre, dove le donne hanno maggiore consapevolezza di sé, dei loro diritti, di quali dinamiche siano quelle sane della vita di coppia e quali no. Accettare che la nostra condizione e le nostre vite dipendano dalla fortuna di nascere e vivere in un determinato luogo anziché a qualche centinaio di chilometri di distanza è un altro modo sottile in cui la violenza si manifesta. Pensateci ogni volta che vi sentite al sicuro perché il problema è reale e vi riguarda, anche se c&#8217;è sempre qualcuno che tenterà di convincervi del contrario.</p>
<p>Ci stanno <a href="http://www.unita.it/news/lidia_ravera/106233/bentornate_al_medioevo" target="_self">togliendo tutto il resto</a>, dopo averci <a href="http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89" target="_self">spogliato anche della dignità</a>.</p>
<p>La pagina di <a href="http://www.amnesty.org/en/campaigns/stop-violence-against-women" target="_self">Amnesty International</a> dedicata alla campagna contro la violenza sulle donne.</p>
<p>La pagina di <a href="http://www.saynotoviolence.org/" target="_self">Say No to Violence</a>.</p>
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		<title>Una discussione sul femminismo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 06:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questi giorni sto seguendo con molto interesse il dibattito(*) che si è sviluppato attorno <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_17/tamaro_c023a4e0-49e9-11df-8f1a-00144f02aabe.shtml" target="_self">all&#8217;articolo di Susanna Tamaro sul femminismo</a> che il Corriere ha pubblicato qualche giorno fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho molta simpatia per la Tamaro, nemmeno la amo particolarmente come scrittrice e il suo articolo non ha fatto altro che confermare l&#8217;idea che a suo tempo mi ero fatta di lei.<br />
Sulle prime ho pensato che i suoi presupposti fossero semplicemente sbagliati, finendo, come si dice, col guardare il dito anziché la luna.  Mi sono resa conto, invece, della sua malafede di fondo. Con una specie di virtuosismo logico non solo ha inteso screditare il significato del movimento di allora,  ma soprattutto lo ha reso responsabile &#8211; e quindi responsabili quelle che del femminismo di allora furono le promotrici &#8211; di una certa condizione nella quale verserebbero le giovani donne oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente le sue parole non sono rimaste lettera morta e le risposte sono arrivate. Sarebbe stato un peccato se non avesse suscitato la giusta indignazione di quelle che veramente fecero e agirono nel movimento femminista negli anni &#8217;70.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1622" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/22/una-discussione-sul-femminismo/2060333597_be1f86982d-1/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1622" title="2060333597_be1f86982d" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/2060333597_be1f86982d-1.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/hidden_vice/2060333597/sizes/m/" target="_self">hidden side</a></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono nata nel 1967, troppo tardi quindi per vivere gli anni delle grandi battaglie sociali e delle grandi aspettative sul futuro prossimo. Non faccio parte della generazione di chi ha vissuto il femminismo storico, l&#8217;attivismo delle manifestazioni, delle riunioni per la consapevolezza di  sé, dell&#8217;utero è mio e me lo gestisco io. Non so nulla di come fosse prima se non per sentito dire. Non conosco direttamente l&#8217;impegno e le difficoltà delle donne di allora.<br />
Sono una che era adolescente negli anni &#8217;80 e che le conquiste delle donne &#8211; divorzio, aborto, considerazione sociale &#8211; le ha già trovate belle e pronte, vissute dunque come dato di fatto.  La prima generazione dopo quella di chi aveva combattuto. Da bambine siamo cresciute così, in un clima ancora pervaso dall&#8217;eccitazione della conquista. Per noi la strada era già spianata. Non ci era preclusa alcuna possibilità, potevamo scegliere, o almeno così pareva allora.</p>
<p style="text-align: justify;">La Tamaro, che negli anni &#8217;70 era già adulta, invece, non può non ignorare cosa fosse la vita delle donne prima del movimento femminista. In un Paese che aveva visto il diritto di voto esteso alle donne solo una trentina di anni prima, che prevedeva i motivi d&#8217;onore per giustificare chi le ammazzava, che le considerava non in grado di decidere per sé per legge, vedi  patria potestà e potestà  maritale, non può dire in buona fede che le donne oggi siano meno libere di allora e che il movimento fosse  sbagliato in origine, se non altro perché altrove non lo è stato.</p>
<p style="text-align: justify;">A me pare piuttosto che il discorso cominciato con il  femminismo non solo non si è concluso, ma è rimasto sospeso, in potenza, senza giungere ai risultati che le donne avevano auspicato per se stesse e le loro figlie. Cominciarlo, quel discorso, è stato sacrosanto. Portarlo a termine è affare che riguarderà soprattutto le generazioni future.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo abbiamo peccato di distrazione. Lo hanno fatto le protagoniste di quegli anni  e pure le mie coetanee. Le prime hanno mancato nel fare in modo che il cambiamento fosse culturale, che  investisse tutti i settori della società. Noi abbiamo sbagliato nel pensare che quelle battaglie non ci riguardassero, che fossero ormai superate.<br />
Questi errori li stiamo pagando oggi. Le donne subiscono tutti i giorni il pregiudizio, il sessismo becero di buona parte degli organi di informazione, lo strapotere di una certa morale cattolica che non è mai stato veramente messo in discussione. Le donne rimangono indietro e non perché non siano brave e capaci, è il sistema che le penalizza sul lavoro, nella politica, nella vita di tutti i giorni. Te ne accorgi dai discorsi apparentemente innocenti di certi uomini, dalla violenza in crescita costante, dagli attacchi continui affinché alle donne venga tolto il diritto di decidere del loro corpo, dall&#8217;immagine che alcuni, per esempio Susanno Tamaro, vogliono dare delle giovani di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco quello che mi rattrista di più: il fatto che il femminismo, anche da parte di molte donne, sia stato interiorizzato come un evento negativo, che ha tolto loro qualcosa invece che restituirglielo. Mi è capitato spesso di sentir puntualizzare durante discussioni sull&#8217;argomento che &#8220;no, io non sono femminista, intendiamoci&#8221;, quasi a voler chiedere scusa in anticipo, quasi che a pronunciarla quella parola ci si dovesse vergognare di qualcosa. Come se si sentissero meno donne, nella migliore delle ipotesi; meno &#8220;appetibili&#8221; nella peggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono molto ottimista su quello che ci aspetta, lo ammetto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(*) Qui le risposte di <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_19/mapelli-tamaro_7faefd84-4bcd-11df-b8c5-00144f02aabe.shtml?fr=correlati" target="_self">Barbara Mapelli</a>, <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_19/sarasini-tamaro_a5512786-4bca-11df-b8c5-00144f02aabe.shtml?fr=correlati" target="_self">Bia Sarasini</a>, <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_19/noi-donne-libere-rodota_51586f06-4b87-11df-b8c5-00144f02aabe.shtml?fr=correlati" target="_self">Maria Laura Rodotà</a>, <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_21/comencini_lettera_b04e9dd0-4d1e-11df-b5d6-00144f02aabe.shtml" target="_self">Cristina Comencini</a>, <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_21/dipietro-tavella-femminismo-italia_5be847e2-4d40-11df-b5d6-00144f02aabe.shtml" target="_self">Alessandra Di Pietro e Paola Tavella</a></p>
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