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Egoismo sociale

Non dubito che anche in Italia ci sia chi pensa che quelli che stanno perdendo lavoro e casa a causa della recessione,  non siano in realtà vittime ma, piuttosto, da biasimare  e che tale situazione sia solo ed esclusivamente un fatto privato che non debba avere ricadute sulla collettività. Perché non sono stati abbastanza capaci o coraggiosi, non hanno lavorato abbastanza, studiato abbastanza o sono stati così ingenui da non saper cogliere le giuste opportunità al momento giusto. In sintesi:  ricchezza e fortuna arrivano solo a chi se le merita.

Questa concezione calvinista dell’esistenza, che è un fondamento della cultura nordamericana, mi ha sempre fatto un certo schifo e ho sempre rigettato l’idea che una società civile debba basarsi  sulla divisione sociale istituzionalizzata e moralmente  giustificata.

Non mi piace la competizione esasperata, né chi la propugna come giusta e sacrosanta. Una società basata su certi modelli produce i risultati che sappiamo: di fatto, se si ritiene che chi è meno fortunato si meriti di esserlo, diventa normale pensare che sia un cittadino di serie B al quale possano venir negati alcuni dei diritti fondamentali: istruzione di qualità, libertà di pensiero e di parola, capacità di decidere (ultimamente mi è anche capitato di leggere di chi vagheggia di concedere il diritto di voto solo a chi possegga un titolo di studio).

Foto di Artoong

Foto di Paolo Piccolo per Artoong www.artoong.net

Ho sempre ritenuto che il meglio degli essere umani (così come il peggio) si esprimesse proprio in occasione di grandi difficoltà, guerre, catastrofi naturali, crisi economiche o, almeno, mi pareva fosse così. Mi confortava pensare che il modello culturale europeo si basasse su valori etici diversi rispetto a quello americano, anche se prodotto della stessa matrice. Mi aspettavo – ingenuamente – che in questi tempi di profonda crisi, la parte solidale della società italiana emergesse, così come sta succedendo negli altri paesi europei, e invece no, nulla del genere, anzi.

Mi pare che in Italia si voglia, da un lato, sottostimare le conseguenze della recessione e dall’altro fare in modo che quelli che si vorrebbe cittadini di serie B  non disturbino più di tanto, non solo con normative che che di fatto minacciano o annullano le conquiste sociali degli ultimi cento e più anni, ma anche con una lenta strategia culturale che ha trasformato l’egoismo sociale in valore. Così succede non solo che sempre di più molti rimangono indifferenti di fronte ai posti di lavoro perduti, alle file alla Caritas, alla disperazione, ma che sotto sotto questi pensino che se perdi il lavoro semplicemente è perché non ti sei dato abbastanza da fare, hai avuto la pretesa di fare un figlio, o quella di aspettarti che il lavoro non è un lusso.

Ho letto attacchi durissimi contro i cassaintegrati e i disoccupati.  Si rinfacciava loro di lamentarsi troppo, ché la vera povertà manco sanno che significa. Nemmeno io conosco la vera povertà, ma so che spingersi a dire che non si è veramente poveri finché non si è costretti a mangiare le bucce delle patate è un insulto a chi in questi giorni non sa più come fare la spesa o pagare l’affitto.  Nemmeno la solidarietà a parole è sopravvissuta in questo Paese,  è così che vanno le cose, c’è che vince e c’è chi perde. E i vincenti sappiamo chi sono.

Chi fa da sé…

L’altra sera mi sono accorta, non senza un certo stupore, che sono trascorse ben due settimane dal mio ultimo post. I giorni volano via fin troppo velocemente, gennaio è passato e mi sembra che le giornate siano sempre più corte e io sempre con più cose da fare.

Una di queste è un certo progetto che mi sta molto a cuore e al quale mi sto dedicando da un po’ con  impegno e con una certa fatica. Proprio questo è il punto: sto tentando di portare avanti questa cosa senza voler chiedere l’aiuto di nessuno, nemmeno quello di chi ne sa tanto più di me e che per risolvere i miei problemi impiegherebbe una frazione del tempo che ci metterei io.

Per questo l’altro giorno ho preso una lavata di capo all’ennesimo mio rifiuto a voler essere aiutata. Mi sono sentita dire che: “la verità è che tu non vuoi condividere con nessuno e ti nascondi dietro a questa virtuale socializzazione…”.

Ovviamente di primo acchito ci sono rimasta male, perché non mi aspettavo una reazione di quel tipo a un lato di me  che mi ha sempre reso piuttosto orgogliosa, così ci ho riflettuto un po’ sopra: e se il rifiutare l’aiuto disinteressato sia una forma sottile ed estrema di egoismo?

 

Il bello è che già da tempo ho imparato a chiedere ed accettare l’aiuto da parte di chi mi vuole bene per quanto riguarda questioni non pratiche, superando la mia innata ritrosia. Ho capito che come certi regali, anche il supporto e il conforto possono essere dati solo ed esclusivamente per amicizia e rifiutarli significherebbe offendere chi li offre. Lo so perché mi risulta più naturale dare la mano piuttosto che cercare quella altrui. Per  le questioni più prosaicamente materiali no, vorrei sempre riuscire a far da sola, e non è che non abbia dei buoni motivi.

Il primo è che non sempre gli aiuti sono lì a disposizione e a me non piace disturbare. Penso sempre che alle persone faccia piacere rendersi disponibili ma poi diventa un impegno e io non voglio impegnare nessuno. E ancora: sono abituata a cavarmela, voglio imparare e ci provo, poi casomai chiedo quando non riesco. Ultimo ma non ultimo, sono una donna e non voglio cadere nello stereotipo delle donne che  “non capiscono un cazzo e pretendono sempre di venire aiutate”.

La verità è che sono abituata a far per conto mio da tempo. Parlo con orgoglio di quello che ho conquistato da sola negli ultimi otto anni; ho affrontato prove, fatto esperienze e superato difficoltà. Ho comprato casa, tirato su mio figlio, risolto problemi pratici senza disturbare nessuno, senza aver bisogno di uomo al mio fianco, non fisicamente almeno. La sera, una volta chiusa la porta di casa, ad affrontare i miei problemi rimanevo sempre io, senza la possibilità di prendere le decisioni importanti con qualcuno. E con il tempo, giorno dopo giorno, sono diventata così indipendente da voler sempre bastare a me stessa anche quando questo comporta lasciar fuori tutti altri.
Ecco, riconosco che la forma più alta di egoismo sia proprio quella di voler fare a meno del prossimo.

Per questa ragione sono molto grata al mio compagno. Alla fine mi ha aiutato senza che io gli chiedessi nulla. Sapeva quello che volevo e mi ha dato il suo aiuto. E io, da parte mia, per una volta, non ho protestato, non ho rifiutato, ho accettato con il cuore quello che mi veniva offerto con il cuore, dicendo solo grazie.

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