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Autoscatti (torno a parlare di fotografia)

L’altro giorno ho caricato su Flickr i miei ultimi autoscatti. Quelli più recenti risalivano a più di un anno fa e sono sparsi per la rete.

Ho un rapporto piuttosto difficile con la fotografia, ne avevo già parlato nell’altro mio post, e questi autoritratti che ogni tanto mi concedo sono in pratica le uniche fotografie che scatto. Ci sono quelle preparatorie ai miei disegni, sempre piuttosto rare, ma queste non le considero vere foto: sono più dei promemoria su forme, luci e colori.

Non mi piace essere fotografata, l’avevo già scritto in precedenza. Non è che abbia paura che mi si rubi l’anima, per carità, semplicemente non mi fido degli occhi altrui. La maggior parte delle volte negli scatti degli altri non mi riconosco, non sono io quella e rimango sempre un po’ turbata da questo. Per me è fondamentale riuscire a riconoscermi, invece. Quindi mi fotografo da sola.

Queste fotografie hanno valenza di ricerca interiore, una specie di diario visuale dove parlo di me, per una volta senza usare parole, che rimangono comunque il mezzo espressivo che preferisco.

Uso una vecchissima macchina digitale di dieci anni fa, una specie di pezzo d’antiquariato nel suo genere, ma che ha il vantaggio di avere un obiettievo che ruota del tutto, tanto da riuscire ad inquadrarmi sullo schermetto. So sempre cosa sto fotografando in quel momento. Riesco a cogliere espressioni che sono veramente mie, le forme dei pensieri, le forme del mio viso. Mi garantisce il controllo totale sulla foto che sto facendo e quindi su come vengo raffigurata.

In realtà sono sempre vagamente preoccupata di quello che si possa pensare del fatto che il mio soggetto preferito sono io stessa. Non sempre è una questione di vanità.  Mi conosco e so bene quali sono  i miei lati migliori, ma è soprattutto un fatto di veridicità della fotografia. Negli ultimi scatti mi sono ripresa di prima mattina, appena sveglia, senza trucco, così come sono. Volevo che mi si vedesse esattamente allora, in un momento di tenerezza esteriore, mentre pensavo alla persona che amo. In nessun altro modo avrei potuto apparire così, nemmeno se a fotografarmi fosse stato qualcuno che mi conosce profondamente, o proprio quella persona a cui stavo pensando. Sono lì, con le occhiaie, le rughette, le mie lentiggini disordinate, completamente a nudo. Non avrei potuto essere più vera di così.

I ritratti delle persone mi affascinano, specialmente quando sono autoprodotti. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni che spingono a voler fotografare se stessi. Io ho sentito il bisogno di spiegare le mie nel momento stesso in cui ho pubblicato le foto su Flickr. Sono talmente intrigata da questa cosa degli autoscatti che potrei prenderci gusto a far fotografie. Non so nulla di tecnica, non conosco gli strumenti, ho solo una grandissima curiosità verso le persone e sono queste che vorrei imparare a fotografare, i loro visi. Strano abbastanza se si considera che nei miei disegni esseri umani non ne appaiono mai e preferisco di gran lunga scorci cittadini e paesaggi.

Emozioni romane

Non scatto fotografie solitamente, non mi piace. Ho notato però che ho la tendenza a seminare ricordi.

Me ne sono resa conto l’altra sera: abbandono piccole cose dei momenti felici sul fondo di borse, tasche, tra le pagine dei libri. Sono biglietti di musei, dépliant, sassolini, carte di caramelle, foglie e fiori. Poi me ne dimentico; loro, questi oggetti così normalmente banali, saltano fuori dopo mesi, da una stagione all’altra, conducendomi in un viaggio a ritroso nel tempo, direttamente là dove sono stata felice. O infelice, a volte.

Roma è sinonimo di felicità. Lo è sempre stata. Oggi, che ne sono appena tornata, ancora di più. E’ la gioia della sua luce alle sette di mattina, del cielo blu cobalto, del sole che filtra tra i muri e li dipinge di color oro rosso. Della pioggia.
Ho sempre ritenuto che con la pioggia diventasse brutta e tetra. Non è così, ho avuto modo di constatarlo i giorni scorsi. Nemmeno gli acquazzoni repentini, l’acqua sottile, le nuvole che coprono il cielo all’improvviso arrivando da nord, quasi fosse in riva a un oceano questa città, riescono a spegnerne i colori.
Firenze, Venezia con il grigio diventano grigie anche loro, Roma si stempera in tonalità pastello che tornano a risplendere al primo raggio. Allora ogni goccia d’acqua funziona come uno specchio minuscolo che riflette la luce mille e mille volte; i marmi rilucono, i sanpietrini rispecchiano, l’aria diventa trasparente.

Roma va “camminata”. Niente autobus nè metro,  solo passi. E’ l’unico modo per coglierne l’essenza e per non distrarsi.
Bisogna perdersi, affidarsi al senso dell’orientamento, chiedere indicazioni per poi tornare sulla giusta strada, che a Roma non c’è, perché ogni angolo è un tesoro nascosto che colpisce l’occhio. E ogni tanto bisogna ricordarsi di guardare in alto verso i tetti: spesso le meraviglie stanno lassù.

Non che per me sia facile tutto questo. Ho l’abitudine di camminare veloce, ho ritmi serrati nella vita di tutti i giorni, tante cose da fare, spesso tutte insieme. Roma è stata una sorta di esercizio zen, un elogio al ritmo disteso, un riappropriarmi di una lentezza senza contropartite che non mi è più abituale. Ho dovuto reimparare il gusto di perdere tempo senza sensi di colpa. E insieme a questo il gusto per l’ascolto; camminare assaporando il suono delle parole di chi mi stava accanto, preferendo per una volta il mio silenzio. E su tutto le voci della città.

Mi ha riempieta di regali in tre giorni, è stata generosa. Mi ha donato persone meravigliose, storie da raccontare, momenti di felicità pura, mi ha colmato gli occhi di stupore, immersa in prati di margherite, fatto respirare la calma della notte, sentire muri antichi sotto le dita, ma, sopra ogni altra cosa, mi ha restituita a me stessa. Anche a questo serve seminare ricordi.

Anzi no: faccio outing e parlo d’amore

Un paio di mesi fa ho aperto su aNobii una discussione ponendo una domanda ben precisa: come ci si innamora?  Ammetto, come avevo già ammesso in quel post, di non averci ancora capito molto di quell’argomento. Per aggiungere un tocco letterario alla questione,  ho anche incollato la lettera d’amore di Montone a Capra tratta da “La lettera d’amore” di Cathleen Schine, perché mi è sempre piaciuto il modo in cui almeno tre aspetti dell’amore vengono evidenziati: la banalità dell’innamoramento, l’egocentrismo di chi lo prova, il fatto che è un sentimento sopravvalutato. In poche parole, è una lettera straordinaria.

Cara Capra
come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l’equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi? O è come rimanere sospesi oltre l’orlo di un precipizio, per sempre? So che ti amo quando ti vedo, lo so quando ho voglia di vederti. Non un muscolo si è mosso. Nessuna brezza agita le foglie. L’aria è ferma. Ho cominciato ad amarti senza fare un solo passo. Senza neanche un battito di ciglia. Non so neppure quando è successo.
Sto bruciando. E’ troppo banale per te? No, e lo sai. Vedrai. E’ quello che capita, è quello che importa.
Sto bruciando.
Non mangio più, mi dimentico di mangiare, mi sembra una cosa sciocca, che non c’entra. Se ci bado. Ma non bado a niente. I miei pensieri straripano furiosi, una casa piena di fratelli, legati dal sangue che si dilaniano in una faida:
“Mi sto innamorando”
“Tipica scelta stupida”
“Eppure….. l’amore mi tormenta come fosse dolore”
“Sì, continua così, manda a puttane la tua vita. E’ tutto sbagliato e lo sai. Svegliati. Guarda le cose in faccia”.
“C’è una faccia sola, l’unica che vedo, quando dormo e quando non dormo”.
Stanotte ho buttato il libro dalla finestra. Ho provato a dimenticare. Tu non vai bene per me, lo so, ma quello che penso non mi interessa più, a meno che non pensi a te. Quando sono accanto a te, davanti a te, sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero. Qualche volta guardo altrove. Poi ti guardo di nuovo.
Quando mi allaccio le scarpe, quando sbuccio
un’arancia, quando guido la macchina, quando vado a dormire ogni notte senza di te, io resto come sempre
Montone

Confesso: sono sempre stata una curiosa dell’innamoramento. Mi è capitato di guardare la persona che avevo accanto e chiedermi: perché lui tra tutti? 

E’ vero che ci si innamora delle piccole cose: i gesti, le rughette attorno agli occhi, quel dente sbreccato, le fossette sulle guance. Prima non lo eri e poi lo sei. E nulla di nulla cambia intorno a te, tranne la tua vita e il tuo modo di percepirla. L’egocentrismo degli innamorati che pensano che il mondo si fermi solo per loro. L’amore non è il centro del sentire umano. E’ solo il centro di chi ama. Nulla si sposta di una virgola. Ed è sempre diverso. Se qualcosa è emerso da quella famosa discussione con le 378 risposte che sono seguite è che l’amore è un blob che sfugge a qualunque definizione; si racconta, si razionalizza, si accetta, si ignora, ma non raggiunge mai una forma certa e dai contorni precisi. E’ la più imperfetta di tutte le verità. E ti colpisce quasi sempre a tradimento.

L’ultima volta che mi sono resa conto di essere innamorata è successo nel bel mezzo della notte, come un attacco repentino d’insonnia, uno dei tanti. Mi sono svegliata all’improvviso e ho capito che ad un certo punto avevo superato quella linea invisibile che separa il non amore dall’amore. Senza che potessi prevederlo, senza che potessi fare molto per evitarlo. Ma poi: si può veramente evitare? Sarebbe bello poter scegliere di non amare affatto (o di amare). L’amore non è il più sublime dei sentimenti.

Qualche giorno dopo questa presa di coscienza, mi sono lanciata in una difesa ad oltranza del sentimento per il sentimento. Ho scritto al riguardo: “A proposito di amore. Alcuni giorni fa credo di aver raggiunto il limite massimo delle cazzate (passatemi il termine) in un discorso solo. E il bello è che lì per lì ci credevo pure mentre lo facevo. Mi sono inerpicata sul sentiero erto del “l’importante è amare, non importa se ricambiati o no”.
Bene, dopo qualche giorno ripensandoci mi sono resa conto che il mio discorso assolutamente articolato e perfettamente logico non poteva avere senso. Perché  l’amore non vive di se stesso, ha comunque bisogno dell’altro per compiersi. L’amore di cui stiamo parlando qui, almeno. Quindi alla fine NON è meglio amare pur che sia, è meglio amare ed essere riamati; NON è meglio provare comunque dei sentimenti, meglio non provarli affatto se questo ci fa stare bene, NON è vero che l’amore dà energia, ce la dà solo quando si compie e si completa. Non dico che bisogna essere dei cuori in inverno, dico solamente che ho capito che l’amore deve farci stare meglio di come staremmo se non fossimo innamorati. Altrimenti molto meglio non esserlo, meglio non accontentarsi”.

Ecco, se potessi scegliere ora, preferirei non esserlo. Non sempre ci si innamora della persona giusta, la “mia” non poteva essere più sbagliata e non per un motivo solo. Però. Però ho fatto il test segnalato da OdiAmore ¿Cuál es tu capacidad de amar? (è in spagnolo ma comprensibile anche per chi come me non lo parla) e il risultato è stato che ho un bel 92, con questo giudizio (traduzione di OdiAmore):

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Va be’, è solo un test, ma non è bello e molto consolatorio?

Tutto passa

Scrivo per dire che non riesco più a scrivere. Anzi no. Ho scritto tanto in questi ultimi giorni, ma non riesco a concludere niente. Non riesco nemmeno nel mio blog/diario segreto. Sono stanca, leggermente ansiosa e concentrarmi risulta particolarmente difficile. Passerà questo periodo, devo solo fare pace con me stessa e smetterla di condannarmi per colpe che non ho. Intanto però devo affrontare un altro mal di testa.

Il senso della fuga

Sono una che scappa.  Ho bisogno spesso di fuggire, di lasciarmi alle spalle per qualche giorno cose e persone. Questo si traduce nel comprare biglietti: di aereo, di treno, non ha importanza. L’importante è staccarmi da una situazione in cui annaspo e ritrovarmi tra visi che non conosco, meglio se non parlano la mia lingua, e luoghi non abituali.

Adoro gli aeroporti. Adoro l’energia che emanano, il movimento, le espressioni delle persone, gli esempi di varia umanità, le situazioni che prendono vita di fronte ai miei occhi. Adoro la luce fredda ad ogni ora e le grandi vetrate da cui lo sguardo spazia. Adoro il senso di precarietà, tutti sono di passaggio in un aeroporto, nessuno è lì per fermarsi. Forse riconosco la mia vita in questo e trovo confortante sapere che tutto quanto lì accade è in continua evoluzione e mai uguale a se stesso. Basta scegliere una destinazione, una qualunque per cominciare tutto daccapo.

Parto quando sono infelice, parto quando sono confusa, quando non trovo altro modo per ricordarmi chi sono e cosa voglio. Quando ho bisogno di difendermi e di raccogliere le forze. E’ così da quando ero bambina. C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui non mi è stato possibile viaggiare. Per anni,  notte dopo notte, ho sognato di prendere aerei da cui vedevo New York dall’alto o l’oceano sotto di me. Sono sogni che non mi hanno mai abbandonato, neppure dopo, che tanti aerei li ho presi davvero.
Mi basta prendere un treno. Una città diversa dalla mia, strade nuove da percorrere con passo deciso, anche il sole così sembra differente. Mi piace perdermi, sedere a un tavolino e ascoltare suoni e rumori, sbirciare i passanti, fare schizzi dei disegni che farò. Mi piace mescolarmi alla gente e parlare con le persone, dire loro: io non sono di qui. Mi vedo seduta su dei gradini, con le gambe distese al sole, tra i turisti.

Può sembrare poco onorevole questo desiderio di fuga, una specie di rigurgito dell’infanzia nel voler scansare le mie responsabilità. Non è così. E’ invece una  sorta di meditazione allargata che coinvolge anche lo spazio geografico. Parto per tornare. Parto per riguadagnare la giusta prospettiva, per tenere il mondo di nuovo a distanza di sicurezza, per esserci ancora.

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Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

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