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C’è sempre più bisogno di una Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Non è esattamente come leggerlo sui giornali o guardarlo in tv, quando ti capita di persona di vedere una donna picchiata o assalita.

La prima volta fu un’inquilina del palazzo di fronte. Rientravano a casa un sabato notte, lei e il marito, e davanti al portone cominciarono a discutere a voce alta. Si sentiva soprattutto quella di lei, lui non diceva molto, o così mi pareva. Si limitava a tenerla ferma e a colpirla sulla faccia a mano aperta. Lo faceva in modo un po’ meccanico, tirando indietro tutto il braccio per guadagnare maggiore slancio e poi, sbam! sul viso di lei, che cercava di divincolarsi mentre la testa le schizzava e destra e sinistra, un colpo dietro l’altro.
Nonostante siano passati diversi anni da allora, non ho dimenticato le sensazioni che provai: ero sconvolta perché non avevo mai assistito alla violenza nuda e cruda applicata su un essere umano; ero arrabbiata, imbambolata, incapace di muovermi: ci misi qualche minuto per uscire da quello stato e correre verso il telefono. I carabinieri credo arrivarono che stavo ancora facendo il numero e i due ormai saliti nel loro appartamento.

Qualche anno dopo ero a casa di una mia amica. Era il periodo di capodanno e il suo ex marito irruppe in casa, ubriaco e con una bottiglia vuota in mano. La teneva per il collo, come un’arma. Aveva ricevuto un ordine restrittivo, non poteva avvicinarsi a più di tanti metri da lei e la sua casa, ma non era servito a molto: era stata comunque costretta ad installare una telecamera per sorvegliare la porta d’ingresso. Quella sera mi trovavo in camera da letto quando sentii il trambusto, le urla di lei, il rumore di lotta. Non era da sola in casa, fortunatamente, un paio di amici che erano lì per caso lo bloccarono. Arrivò la polizia e l’uomo fu arrestato per l’aggressione, ma in seguito la mia amica dovette ugualmente lasciare quella casa e trasferirsi altrove, in modo che lui non potesse trovarla più.


Foto di Brittany Greene

Oggi, 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Ogni anno mi piace pensare che possa essere l’ultima e invece, ancora una volta, mi ritrovo non solo a scrivere un post, l’ennesimo, dedicato alle donne e allo scempio che ogni giorno si compie sui loro corpi, ma anche a considerare come la violenza assuma sempre di più forme striscianti che la confondono, la mimetizzano e la rendono in qualche modo socialmente accettabile.
L’indifferenza – anche da parte delle stesse donne – è una di queste, poi c’è quella che si riassume nell’oscenità delle parole “se l’è andata a cercare”, anche quando non vengono pronunciate chiaramente ma rimangono lì sospese a mezz’aria; c’è lo sguazzare nei luoghi comuni, nel pregiudizio più turpe, nelle battute idiote e sessiste, nel negare l’esistenza di un problema sociale che è culturale e universale, anche se con caratteristiche diverse da latitudine a latitudine.
C’è la violenza delle istituzioni, che è anche la violenza di uno Stato complice.

C’è la violenza, amiche mie, che fa credere a tante di voi che tutto questo non vi riguarda, che non arriverà mai a toccarvi, quando invece la violenza fa parte delle nostre vite solo per il fatto di essere nate di sesso femminile.
Esistono isole dove le situazioni sono meno pesanti di altre, dove le donne hanno maggiore consapevolezza di sé, dei loro diritti, di quali dinamiche siano quelle sane della vita di coppia e quali no. Accettare che la nostra condizione e le nostre vite dipendano dalla fortuna di nascere e vivere in un determinato luogo anziché a qualche centinaio di chilometri di distanza è un altro modo sottile in cui la violenza si manifesta. Pensateci ogni volta che vi sentite al sicuro perché il problema è reale e vi riguarda, anche se c’è sempre qualcuno che tenterà di convincervi del contrario.

Ci stanno togliendo tutto il resto, dopo averci spogliato anche della dignità.

La pagina di Amnesty International dedicata alla campagna contro la violenza sulle donne.

La pagina di Say No to Violence.

Ancora le voci delle donne: una mia lettura da “I monologhi della vagina”

Ne avevo parlato nel post dedicato all’8 marzo di questa iniziativa di Collettivovoci. Le letture stanno continuando anche in questi giorni, con un respiro più ampio di quello concesso da un’unica data simbolica.

La mia è qui.
Ho scelto questo brano perché è un pugno nello stomaco. Leggerlo non è stato semplice perché parla di donne cancellate. Non a caso Eve Ensler ha messo insieme, le une accanto le altre, le donne di Islamabad e di Ciudad Juárez.

In fondo, nascere in un luogo invece che in un altro è solo questione di buona o cattiva sorte. Avrei potuto essere io, a nascere in Messico o in Pakistan, o a ritrovarmi perseguitata e minacciata da un uomo violento.
Mi hanno molto emozionato quelle parole, spero trasmettano a chi ascolta le stesse sensazioni che hanno trasmesso a me, non per ultima la voglia di  saperne di più.

Immagine da internet

Quella di “punire” le donne sfigurandole con l’acido solforico è una pratica diffusa in Pakistan e in Bangladesh, ma si registrano casi anche in Nepal e Afghanistan. Basta pochissimo: un innamorato rifiutato, un disaccordo sulla dote della sposa, un marito geloso, un padre contraddetto. O semplicemente, spesso è sufficiente essere troppo belle.
L’acido in pochi secondi brucia la pelle, distrugge tendini e muscoli, intaccando le ossa. I danni, terribili, sono permanenti e spesso conducono alla morte, anche per suicidio.
Il vetriolo cancella queste donne non solo nei lineamenti, ma anche per la famiglia di origine e per la comunità, dalle quali vengono rigettate. Non esistono più, la polizia si rifiuta di intervenire e nella maggior parte dei casi difende gli aggressori.
Smileagain è l’associazione che in Italia si prende cura di queste donne: “Non ci si limita ad agire per rimediare ai danni commessi da individui irresponsabili, ma s’intende soprattutto denunciare la violenza intrinseca in tali gesti in quanto offesa al genere femminile in primo luogo, ed al genere umano evidenziando in tal modo il problema di un microcosmo femminile che, purtroppo, oltre a vivere in una regione già interessata da molteplici contrasti e difficoltà, viene ghettizzato ulteriormente da una violenza che tende a colpire la donna nel suo essere e nell’intrinsecazione dell’individualità femminile”.

Le donne a Juárez vengono fatte sparire, letteralmente, a centinaia. Portate via e ritrovate, a volte, ridotte a brandelli nel deserto. Torturate, uccise e scaricate come rifiuti. Non esistono colpevoli, nella maggior parte dei casi. Dal 1994 sono stati ritrovati corpi a centinaia. Anche per loro è facilissimo sparire: semplicemente non si rientra dal turno in fabbrica la sera. Nessuno sa niente, nessuno vede niente. La polizia è collusa con i carnefici nel peggiore dei casi, inefficiente e disattenta nel migliore. Per le donne di Juárez è stato coniato il termine “femminicidio”; restituisce l’idea del genocidio silenzioso, questa parola.
Le donne di Juárez sono vittime due volte: della povertà che le spinge verso la frontiera in cerca di un lavoro sottopagato nelle maquilas, le fabbriche locali, e vittime dei loro torturatori: stupratori, narcotrafficanti, produttori di snuff movies.
Le madri delle ragazze scomparse o assassinate si sono riunite nell’associazione Justicia Para Nuestras Hijas e insieme chiedono verità e giustizia per le loro figlie.

Foto di jimw

Per approfondire l’argomento segnalo questi i libri:

L’ inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo, ed. Baldini Castoldi Dalai, € 16,50

Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Juárez di Alicia Gaspar de Alba, ed.  La Nuova Frontiera, € 18,00

La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal, ed. Fandango Libri, € 16,00.

E il film Bordertown di Gregory Nava, con Antonio Banderas e Jennifer Lopez

Molti forse si chiederanno perché mi stanno a cuore i fatti di donne tanto geograficamente distanti da noi; in effetti non è che qui, nel nostro Paese, oggi, non manchino casi di donne violentate, brutalizzate e uccise, anzi. La situazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla, in termini di abusi e in termini di discriminazione.
Sono convinta però che sia importante considerare il tutto nel suo insieme. Il quadro è un mosaico formato da innumerevoli tessere, rimanere nei limiti di una visione particolare rischia di rendere incomprensibile l’intero rappresentato, ossia l’esistenza di una questione femminile che travalica i confini e che si manifesta in forme diverse, ma che riguarda tutte in qualche modo.

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