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Una discussione sul femminismo

In questi giorni sto seguendo con molto interesse il dibattito(*) che si è sviluppato attorno all’articolo di Susanna Tamaro sul femminismo che il Corriere ha pubblicato qualche giorno fa.

Non ho molta simpatia per la Tamaro, nemmeno la amo particolarmente come scrittrice e il suo articolo non ha fatto altro che confermare l’idea che a suo tempo mi ero fatta di lei.
Sulle prime ho pensato che i suoi presupposti fossero semplicemente sbagliati, finendo, come si dice, col guardare il dito anziché la luna.  Mi sono resa conto, invece, della sua malafede di fondo. Con una specie di virtuosismo logico non solo ha inteso screditare il significato del movimento di allora,  ma soprattutto lo ha reso responsabile – e quindi responsabili quelle che del femminismo di allora furono le promotrici – di una certa condizione nella quale verserebbero le giovani donne oggi.

Fortunatamente le sue parole non sono rimaste lettera morta e le risposte sono arrivate. Sarebbe stato un peccato se non avesse suscitato la giusta indignazione di quelle che veramente fecero e agirono nel movimento femminista negli anni ’70.

Foto di hidden side

Io sono nata nel 1967, troppo tardi quindi per vivere gli anni delle grandi battaglie sociali e delle grandi aspettative sul futuro prossimo. Non faccio parte della generazione di chi ha vissuto il femminismo storico, l’attivismo delle manifestazioni, delle riunioni per la consapevolezza di  sé, dell’utero è mio e me lo gestisco io. Non so nulla di come fosse prima se non per sentito dire. Non conosco direttamente l’impegno e le difficoltà delle donne di allora.
Sono una che era adolescente negli anni ’80 e che le conquiste delle donne – divorzio, aborto, considerazione sociale – le ha già trovate belle e pronte, vissute dunque come dato di fatto.  La prima generazione dopo quella di chi aveva combattuto. Da bambine siamo cresciute così, in un clima ancora pervaso dall’eccitazione della conquista. Per noi la strada era già spianata. Non ci era preclusa alcuna possibilità, potevamo scegliere, o almeno così pareva allora.

La Tamaro, che negli anni ’70 era già adulta, invece, non può non ignorare cosa fosse la vita delle donne prima del movimento femminista. In un Paese che aveva visto il diritto di voto esteso alle donne solo una trentina di anni prima, che prevedeva i motivi d’onore per giustificare chi le ammazzava, che le considerava non in grado di decidere per sé per legge, vedi  patria potestà e potestà maritale, non può dire in buona fede che le donne oggi siano meno libere di allora e che il movimento fosse  sbagliato in origine, se non altro perché altrove non lo è stato.

A me pare piuttosto che il discorso cominciato con il  femminismo non solo non si è concluso, ma è rimasto sospeso, in potenza, senza giungere ai risultati che le donne avevano auspicato per se stesse e le loro figlie. Cominciarlo, quel discorso, è stato sacrosanto. Portarlo a termine è affare che riguarderà soprattutto le generazioni future.

Nel frattempo abbiamo peccato di distrazione. Lo hanno fatto le protagoniste di quegli anni  e pure le mie coetanee. Le prime hanno mancato nel fare in modo che il cambiamento fosse culturale, che  investisse tutti i settori della società. Noi abbiamo sbagliato nel pensare che quelle battaglie non ci riguardassero, che fossero ormai superate.
Questi errori li stiamo pagando oggi. Le donne subiscono tutti i giorni il pregiudizio, il sessismo becero di buona parte degli organi di informazione, lo strapotere di una certa morale cattolica che non è mai stato veramente messo in discussione. Le donne rimangono indietro e non perché non siano brave e capaci, è il sistema che le penalizza sul lavoro, nella politica, nella vita di tutti i giorni. Te ne accorgi dai discorsi apparentemente innocenti di certi uomini, dalla violenza in crescita costante, dagli attacchi continui affinché alle donne venga tolto il diritto di decidere del loro corpo, dall’immagine che alcuni, per esempio Susanno Tamaro, vogliono dare delle giovani di oggi.

Ecco quello che mi rattrista di più: il fatto che il femminismo, anche da parte di molte donne, sia stato interiorizzato come un evento negativo, che ha tolto loro qualcosa invece che restituirglielo. Mi è capitato spesso di sentir puntualizzare durante discussioni sull’argomento che “no, io non sono femminista, intendiamoci”, quasi a voler chiedere scusa in anticipo, quasi che a pronunciarla quella parola ci si dovesse vergognare di qualcosa. Come se si sentissero meno donne, nella migliore delle ipotesi; meno “appetibili” nella peggiore.

Non sono molto ottimista su quello che ci aspetta, lo ammetto.

(*) Qui le risposte di Barbara Mapelli, Bia Sarasini, Maria Laura Rodotà, Cristina Comencini, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

Odio l’8 marzo

Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l’ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.

Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti e molte prendono l’8 marzo come un festa. Non lo è. Non si celebra niente oggi, non c’è nulla da celebrare, se non il fallimento. Il fallimento di cambiamenti culturali che dovevano essere e non sono stati del tutto, il fallimento di tante speranze. Lo vedo negli atteggiamenti, lo sento e leggo nelle parole di tanti uomini ma anche di tante donne, specialmente di quelle più giovani.  La spinta propulsiva dei reggiseni bruciati, delle lotte per l’autodeterminazione e per il diritto di scelta – divorzio e aborto – si è esaurita, impantanata nel torpore generalizzato di questi ultimi trent’anni.

Foto di lchjejag

Odio che che in questa giornata si pensi alle bisbocce tra amiche e agli spogliarelli maschili quali segni di una uguaglianza becera e falsa e odio che per tanti sia più che altro un contentino, un’ora d’aria tra diritti negati, scelte difficili e obbligate, etichette e mercificazione. E, per favore, niente auguri: mi suonano sempre come una sottile presa per i fondelli.

Quello che mi rattrista di più è che molte non hanno la percezione che essere donne ancora significa essere cittadine di serie B. Mi duole riconoscere che spesso sono proprio le più giovani, come dicevo, a non vedere il problema.
Non sono una di quelle che pensano che le donne sono le naturali nemiche di loro stesse, anzi, ma l’impressione che ho è che il gap generazionale abbia creato un ulteriore “noi” contro “loro”.
E la colpa è anche nostra, di chi era bambina negli anni ’70. Non siamo state protagoniste delle lotte, ne abbiamo solo respirato l’aria da lontano. Non avendole provate sulla nostra pelle, siamo cresciute con la convinzione che tutto quanto era  stato conquistato fosse nostro di diritto, mentre non è mai stato così.
Lo senti nei discorsi di certi uomini, lo vedi nei tentativi reiterati di togliere alle donne per legge il diritto di decidere del proprio corpo, nei dati delle statistiche, nella  sottocultura di voler relegare le donne in ruoli che non sono frutto di  scelte personali, ma sempre e solo imposti.

Nel fatto che la principale causa di morte, tra le donne di tutto il mondo, è la violenza. Odio l’8 marzo anche per questo: non si fa abbastanza, non si sa abbastanza.
Per questa ragione sono stata contenta di aderire all’iniziativa di lettura collettiva di Collettivovoci: i brani scelti sono stati tratti da “I monologhi della vagina”, niente di meglio per prendere coscienza di noi stesse, nel bene, nel male, in quello che  siamo, in quello che potremmo essere. Dentro e fuori.

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