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Americanismi

Nei giorni scorsi, costretta a letto dalla febbre, ho passato più di qualche ora navigando tra le pagine di questo sito. Si tratta del blog di un fotografo di Portland nell’Oregon (Stati Uniti), sul quale sono pubblicati estratti dei servizi fotografici che gli vengono commissionati. Ci sono foto di bambini, qualcuna della sua famiglia, esperimenti con luce e soggetti, qualche lavoro dei suoi allievi ma, soprattutto, serie di foto di fidanzamento e matrimonio.

Non avevo mai visto dei veri e propri servizi di fidanzamento prima. Mi sono ritrovata a sfogliare immagini di sconosciuti con genuina meraviglia. Pur essendo fotografie molto curate e dalle quali traspaiono sia l’occhio che la mano del professionista,  non sono il prodotto di un estro particolare, non le definirei foto artistiche. Alcune, anzi, virano al classico classico, ma sono belle fotografie di coppie normali, in tutta la loro magnifica semplicità.
Mi sono piaciute perché naturali, rilassate, down to earth, come direbbero loro. Ci sono fidanzati di tutte le età, in maglietta e scarpe da tennis, ragazze e donne cicciottelle in jeans, rotolini e ballerine, tantissimi sorrisi e sguardi. Senza formalismi, né impostazioni, in set metropolitani insoliti e interessanti.

Nessuna traccia del velinismo a cui siamo abituati qui, nessuna scena da operetta, totale assenza di fisici palestrati e abbronzature fuori stagione, niente trucco studiato o eleganza precostruita. Insomma il ritratto di quello che in Italia non siamo; di un intero paese, il loro, che è lo specchio di un modo di pensare e di concepire la vita. Nessun desiderio di apparire sofisticati, nessun riguardo per la bella figura, nemmeno in occasione di scatti che entreranno a far parte dei ricordi di famiglia.

È un modo di fare che mi piace il non concedere spazio all’ipocrisia, il badare alla sostanza anziché all’apparenza pur mantenendo un romanticismo e una ingenuità di fondo che sono propri di un popolo come quello americano. Il pragmatismo di chi non si perde in inutili sofismi, la libertà di mostrarsi per quelli che si è, anche quando si tratta di sposarsi in bianco con stivali di cuoio o in infradito rosa.

Dovesse capitarmi un’altra volta di decidere di sposarmi, è così che lo vorrei fare: a piedi nudi sugli aghi di pino lungo le rive del Lago Tahoe o in mezzo a una vigna della Napa Valley, senza fronzoli e clamore attorno, con foto come quelle.

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La notizia è di qualche giorno fa ed è una di quelle che oggigiorno vengono poco notate, forse perché riporta di una situazione lontana che direttamente ci tocca poco. Non è facile provare simpatia quando si stanno vivendo problemi simili.

Chiude una fabbrica di frigoriferi e un’intera cittadina rischia di svanire, perché buona parte della sua economia ruota attorno a quella fabbrica, da generazioni. Io me la immagino questa cittadina nell’Indiana, anche se in Indiana non sono mai stata: villette ordinate in periferia, palazzi antichi degli anni ’90 dell”800 insieme a quelli contemporanei in cemento e acciaio a downtown, l’Interstate che conduce ai centri commerciali e agli impianti industriali appena fuori città. E insieme a questo i mutui, le rate da pagare, le carte di credito, l’assicurazione sanitaria, i debiti da consolidare.
Mi tornano in mente immagini da “America perduta” di Bill Bryson: “La sera, a casa di Hal e Lucia, gustai un’ottima cena, ammirai i loro bambini, la loro casa, i loro mobili e oggetti, il loro benessere e comfort, e mi sentii cretino per aver lasciato l’America. La vita qui sembrava così opulenta, così facile, così comoda. All’improvviso desiderai avere un frigorifero che facesse il ghiaccio istantaneo a cubetti, e una radio subacquea per la doccia, e uno spremiagrumi elettrico, e uno ionizzatore, e un orologio che mi tenesse informato sui miei bioritmi. Volevo tutto“.
Altri tempi. La fabbrica chiude e non c’è niente altro da fare, se non cercare di vendere quello che si può e ricominciare altrove.

La fabbrica chiude per riaprire in Messico e diventare una maquiladora.
Nelle maquilladoras gli operai, spesso donne, vengono pagati fino a sei volte meno di un operaio americano. È la crisi baby e le multinazionali fanno i loro conti.
Rimangono i particolari trascurabili: la violenza in fabbrica, le condizioni disumane di lavoro, gli arresti arbitrari, gli stupri, le minacce di morte e gli omicidi.
Le donne, tantissime tra i 18 e i 30 anni, raccontano di molestie e umiliazioni per una paga di poco più di un dollaro al giorno.
È la crisi baby, e quando le maquilas messicane hanno cominciato a perdere i contratti a favore delle fabbriche cinesi, la reazione dei padroni non si è fatta attendere: gli operai lavorano fino allo sfinimento e vengono rimpiazzati al primo cedimento, mentre ogni tentativo di organizzazione o richiesta di migliori condizioni di lavoro vengono soffocati nella violenza.

A Evansville sono arrabbiati e confusi, si interrogano sul futuro e cercano un colpevole: Clinton, Bush, Obama, il N.A.F.T.A., le Union. Sicuramente se la prenderanno con i lavoratori messicani, senza rendersi conto che il vincitore, in tutta questa storia, è solo uno.

Autoscatti (torno a parlare di fotografia)

L’altro giorno ho caricato su Flickr i miei ultimi autoscatti. Quelli più recenti risalivano a più di un anno fa e sono sparsi per la rete.

Ho un rapporto piuttosto difficile con la fotografia, ne avevo già parlato nell’altro mio post, e questi autoritratti che ogni tanto mi concedo sono in pratica le uniche fotografie che scatto. Ci sono quelle preparatorie ai miei disegni, sempre piuttosto rare, ma queste non le considero vere foto: sono più dei promemoria su forme, luci e colori.

Non mi piace essere fotografata, l’avevo già scritto in precedenza. Non è che abbia paura che mi si rubi l’anima, per carità, semplicemente non mi fido degli occhi altrui. La maggior parte delle volte negli scatti degli altri non mi riconosco, non sono io quella e rimango sempre un po’ turbata da questo. Per me è fondamentale riuscire a riconoscermi, invece. Quindi mi fotografo da sola.

Queste fotografie hanno valenza di ricerca interiore, una specie di diario visuale dove parlo di me, per una volta senza usare parole, che rimangono comunque il mezzo espressivo che preferisco.

Uso una vecchissima macchina digitale di dieci anni fa, una specie di pezzo d’antiquariato nel suo genere, ma che ha il vantaggio di avere un obiettievo che ruota del tutto, tanto da riuscire ad inquadrarmi sullo schermetto. So sempre cosa sto fotografando in quel momento. Riesco a cogliere espressioni che sono veramente mie, le forme dei pensieri, le forme del mio viso. Mi garantisce il controllo totale sulla foto che sto facendo e quindi su come vengo raffigurata.

In realtà sono sempre vagamente preoccupata di quello che si possa pensare del fatto che il mio soggetto preferito sono io stessa. Non sempre è una questione di vanità.  Mi conosco e so bene quali sono  i miei lati migliori, ma è soprattutto un fatto di veridicità della fotografia. Negli ultimi scatti mi sono ripresa di prima mattina, appena sveglia, senza trucco, così come sono. Volevo che mi si vedesse esattamente allora, in un momento di tenerezza esteriore, mentre pensavo alla persona che amo. In nessun altro modo avrei potuto apparire così, nemmeno se a fotografarmi fosse stato qualcuno che mi conosce profondamente, o proprio quella persona a cui stavo pensando. Sono lì, con le occhiaie, le rughette, le mie lentiggini disordinate, completamente a nudo. Non avrei potuto essere più vera di così.

I ritratti delle persone mi affascinano, specialmente quando sono autoprodotti. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni che spingono a voler fotografare se stessi. Io ho sentito il bisogno di spiegare le mie nel momento stesso in cui ho pubblicato le foto su Flickr. Sono talmente intrigata da questa cosa degli autoscatti che potrei prenderci gusto a far fotografie. Non so nulla di tecnica, non conosco gli strumenti, ho solo una grandissima curiosità verso le persone e sono queste che vorrei imparare a fotografare, i loro visi. Strano abbastanza se si considera che nei miei disegni esseri umani non ne appaiono mai e preferisco di gran lunga scorci cittadini e paesaggi.

Fotografie

Ho sempre sostenuto che non mi piace fare fotografie e in parte è proprio così. Forse sarebbe meglio specificare che mi piacerebbe saper fare certe fotografie ma, visto che non credo di esserne capace, lascio perdere del tutto, limitandomi a quelle preparatorie ai miei disegni.
Con la fotografia ho un rapporto conflittuale.
Non amo fotografare perché temo di essere banale e la banalità è il peggior nemico della fotografia. Per diventare bravi fotografi non basta essere padroni della tecnica, ci vuole ben altro infatti: un tocco di talento, un occhio magico, un momento ispirato.
Ho paura di non essere in grado di scattare fotografie passabili e non posso accontentarmi di quelle da cartolina, viste e straviste, già pronte.

In questo senso mi piacerebbe provare: fotografare atmosfere più che immagini. Questo sì che vorrei saperlo fare. Potrei anche decidere di buttarmi un giorno di questi, di fare un tentativo e darmi la possibilità di lasciarmi andare, anche in questo campo, di fotografare in allegria e rilassatezza, solo per me stessa. Di imparare a fare e non solo fruire.
Infatti potrò anche avere grosse difficoltà con la fase attuativa dell’arte fotografica, ma sono una grande amante della fotografia come mezzo espressivo. Amo visitare le mostre fotografiche, come amo l’arte visiva in genere. E so riconoscere il talento dalle semplice buona tecnica, l’artista dal buon artigiano, esattamente come distinguo un libro bello da uno brutto o mediocre, un quadro di buona fattura da una crosta.

Qualche tempo fa, durante una passeggiata notturna sotto i portici di Bologna, si parlava con un paio di amici di talento.  E’ questa la chiave di volta, a volte c’è, più di frequente manca del tutto, altre ancora si sopperisce con l’applicazione e il metodo. Ma queste foto hanno sempre un grammo di qualcosa in meno. Quelle dei telentuosi fanno sobbalzare mentre le si guarda, turbano, ammaliano, fanno perdere il sonno. Incuriosiscono. Colpiscono nell’istinto prima ancora che nel raziocinio. Tantissimi fanno belle fotografie, ma quanti sono fotografi? E tra questi quanti hanno un talento vero? Diceva una mia amica musicista che si può essere fotografi molto bravi, ma sono pochi gli outsider, esattamente come esistono musicisti d’orchestra molto capaci ma che non saranno mai solisti.

Poi c’è l’altro aspetto,  quello della fotografia “subita”.
Non mi faccio fotografare volentieri. Non sono mai rilassata di fronte alla macchina fotografica. Non sono fotogenica, non mi fido di chi mi fotografa perché non mi vuole bene in un certo modo, di solito. E di solito non mi conosce abbastanza. I bravi ritrattisti credo abbiano una speciale sensibilità, quasi un sesto senso per fare le foto che fanno. Riescono a cogliere la vera essenza di chi stanno fotografando; sono in grado di creare una empatia profonda. Farsi fotografare è un atto intimo, in un certo qual modo più di un rapporto sessuale, quasi quanto dormire con un’altra persona. Nel sonno ci si abbandona, si abbassano tutte le difese: si dormirebbe mai con qualcuno di cui non ci si fida?

Amerei davvero ricreare questo tipo di rapporto con un bravo fotografo. Non è semplice, vero? Perché sono complicata e mi nascondo continuamente, non è facile raggiungere il mio nucleo. Mi piacerebbero delle foto in bianco e nero, molto contrastate. Oppure con colori particolarmente virati. Sarebbe fantastico se potessi essere l’artista di me stessa: alla fine, chi mi conosce meglio?

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Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

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