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Il problema della riconoscibilità in rete

Chi mi conosce sa quanto mi piaccia colloquiare online.

Se fino a qualche anno i fa i “luoghi” dove poterlo fare erano in numero limitato, con la nascita dei media sociali le possibilità di scambio e di dialogo sono cresciute in modo esponenziale. Mi sono accorta però che, per quanto mi riguarda, tengo a voler conservare un rapporto di tipo “umano” nonostante il mezzo, ossia ho sempre e comunque bisogno di riconoscere chi ho di fronte e non m’interessa la conversazione per la conversazione.

Non ho sempre la pretesa di voler conoscere i miei interlocutori con nome e cognome, né di volerli associare ad un volto che sia il loro reale, ma quella di poterli rintracciare e quindi di attribuire loro una riconoscibilità ben precisa.

Nonostante abbia delle regole diverse per stabilire contatti a seconda dei vari social network che frequento, in tutti ho bisogno di dare una connotazione ben precisa ai nick, agli avatar, ai nomi di quelli con i quali mi trovo a scambiare i miei pensieri. A seconda delle piattaforme che mi trovo ad utilizzare, ci sono diversi modi per attribuire una personalità agli utenti che non conosco ancora. Su aNobii guardo principalmente i libri che leggono, i commenti che scrivono, gli interventi che fanno nei gruppi di discussione; su Friendfeed, similarmente, leggo i post sui loro blog personali, gli articoli condivisi, guardo le loro foto su Flickr (che strumento formidabile è Friendfeed per scoprire cose nuove!); su Facebook la prima discriminante è nome e cognome, poi controllo il profilo personale, gli eventuali amici in comune, ecc.

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Foto di piccadillywilson

Cosa succede quando non è possibile associare ad un utente una identità perché non si hanno elementi per poterlo in qualche modo riconoscere? Ci sono delle regole di comportamento non scritte che andrebbero osservate da tutti in questo senso? Chi intende avvalersi di un medium sociale come luogo di conversazione non dovrebbe come prima cosa rendersi in qualche modo riconoscibile con una specie di “mappa di identità personale” che sia più articolata di un semplice nickname? È difficile conversare pubblicamente di fatti anche solo vagamente personali se non selezionando gli interlocutori in base a elementi che danno loro una qualche connotazione. Certo, nella maggioranza dei casi si creano rapporti reciprocità, ma questo non può avvenire in tempi brevissimi e servono comunque costanza e attenzione.

Vorrei precisare ancora una volta che non sto parlando degli identificativi legati alla vita offline. Un nick name ha la stessa valenza e lo stesso significato di nome e cognome se in quel modo un utente è universalmente riconosciuto, non importa quale ruolo abbia nella vita di tutti i giorni. Certamente, per me l’ideale rimane quello di una perfetta corrispondenza tra la persona off line e quella online. Mi pare, però, che sempre di più si tenda a questo tipo di modello: nonostante tutte le difficoltà, internet sta diventando parte della vita di tante persone,  non solo come mezzo, ma anche come messaggio, così da trovare sempre più corrispondenza tra modo di essere nella vita di tutti i giorni e modo di essere in rete. Non a caso sono nati particolari “biglietti da visita”, dai servizi che aggregano tutte le identità online di una persona (Google Profiles, ad esempio), o veri e propri dispositivi elettronici per lo scambio reale di tutte le informazioni che “fanno” una persona nella rete e fuori (Poken e simili).

Rimangono comunque quelli che per qualche motivo preferiscono mantenere separate le due realtà, scelta rispettabilissima e necessaria in alcuni casi. Allo stesso modo però, chi opta per questa condizione deve poter essere riconosciuto e collocato, non si può limitare a un identificativo qualsiasi esclusivamente per scrivere parole tramite tastiera. L’atteggiamento che era tipico delle chat line è stato ampiamente superato negli ambienti dei media sociali e non può che suscistare diffidenza chi lo “usa” in questi ambienti, specialmente se connotati da una forte interazione “personale”.

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