- 13 ottobre 2010
- Attualità, Esperienze, Le mie riflessioni, Società
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Ogni mattina andando al lavoro, incontro lungo via Trieste questa bambina in bicicletta. Avrà 11 o 12 anni, e ogni giorno, per andare a scuola, pedala contromano lungo una strada che alle 7.30 di mattina è intasata di auto e camion.
Penso a una mamma con fratelli più piccoli da badare, a un papà operaio che lavora al porto, al fatto che forse la macchina non ce l’hanno nemmeno, e che sarebbe più sicuro per lei prendere l’autobus.
Proseguendo, subito dopo il passaggio a livello, incontro altri due bambini, sempre in bici, sempre insieme. E un papà con i suoi tre piccoli, che attraversano la strada al semaforo, ognuno con il suo zainetto.
In via Montanari, due compagne di scuola, probabilmente studentesse del liceo classico, che confabulano e ridacchiano come abbiamo fatto tutte a quell’età.
Niente di insolito, giovani italiani che cominciano la giornata.
È l’Italia che apprezzo di più quella colorata e multietnica, mi mette di buon umore vedere persone giovani, di origini diverse, ma tutte presumibilmente accomunate dalla “s” romagnola. Perché la bimba in bicicletta lungo via Trieste potrebbe non chiamarsi Giulia ma Aminata – o altro nome senegalese -, i due bimbi parleranno cinese tra loro ma non a scuola con gli altri compagni, i tre piccoli avranno imparato l’italiano prima ancora della loro lingua di origine e una delle due liceali indossa il velo con i jeans. Che si rassegnino coloro che dicono che questi non sono italiani e che non rappresentano l’Italia del futuro (e in buona parte anche del presente).
In un mondo piccolissimo, in cui ci si muove a velocità supersonica tra un paese e l’altro, tra un continente e l’altro, ha ancora senso parlare di “cultura italiana”? Cosa sarebbe poi questa cultura italiana? L’uso di una certa lingua? La dieta a base di pasta e pizza? Essere alti un tot, non di più, non di meno?
Ha senso proprio in Italia parlare di cultura italiana? Questo, tra tutti i paesi, che affonda le sue radici nei mescolamenti di sangue, lingue e storie? Siciliani di origine araba, sveva e normanna; pugliesi con sangue germanico, italici con tracce celtiche nel loro dna, campani spagnoli e borbonici, veneziani d’oriente e friulani slavi. Tutti italiani, tutti emigranti a loro volta.
Chi può sapere qual è il tasso di italianità di ciascuno? Per esempio di mio figlio, ventenne, nato in Italia, ma che si sente pochissimo italiano e molto europeo.










