- 16 marzo 2011
- Attualità, Le mie riflessioni, Politica, Società
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Ieri stavo pensando che se non avessi abbastanza motivi per festeggiare l’Unità d’Italia, basterebbe quello che se non ci fosse stata, ora mi ritroverei nella provincia più settentrionale dello Stato Pontificio, con tanto di un papa re a capo di una vera teocrazia e con l’obbligo di mostrare il passaporto all’attraversamento della frontiera per Venezia o Firenze o Milano. O, verso sud, per passare nel Regno delle Due Sicilie. Non credo la situazione mi sarebbe piaciuta, conoscendomi.
Continuando col gioco delle sliding doors storiche, probabilmente se pure le cose fossero andate differentemente, ci ritroveremmo ugualmente con una nazione unita, magari con confini diversi, ma pur sempre un unico Stato o una confederazione di Stati, perché checché ne dicano quelli che schifano le celebrazioni per l’Unità, le radici di noi italiani del nord, del centro, del sud e delle isole, sono molto più simili di quanto a noi piace pensare. Un prova? Vedete voi all’estero se gli altri riescono a capire da dove provengono gli italiani che visitano i loro paesi. Non se lo chiedono neppure, il problema non se lo pongono perché siamo e saremo sempre “italiani”, nel bene e nel male. E con buona pace dei leghisti.
In effetti, siamo uno strano popolo. Italiani tutti, ma non compiuti. Come diceva quello? “Fatta l’Italia…”. Fare l’Italia è stata una passeggiata, tutto sommato, fare gli italiani si sta dimostrando da ben centocinquant’anni compito arduo e impervio: per ogni passo fatto in avanti, se ne fanno almeno tre all’indietro.
Forse ha ragione mio figlio, che a vent’anni sostiene che questa unità sia solo formale e molto virtuale, che mai gli italiani sono stati divisi come lo sono in questo momento storico. A leggere quello che succede e si dice in giro, mi tocca dargli ragione. Viviamo questa dualità costante: per chi ci guarda da fuori siamo tutti italiani dall’indubbia identità; tra di noi, che ci guardiamo in faccia ogni giorno, non potremmo essere più diversi. Una diversità effettiva, non solo formale.
Eppure i nostri momenti di unione li abbiamo avuti: il sogno del Risorgimento, che è stato un sogno enorme e di grandissimo coraggio per l’epoca, l’orgoglio di essere nazione, il sacrificio di chi in quel sogno ha creduto. Certo, magari avremmo meritato dei regnanti meno gretti e più illuminati, ma tant’è. E poi la Resistenza, che è stato un secondo risorgimento, in un certo qual modo. Per fortuna o purtroppo metà Italia ne è stata esclusa e ho il sospetto che questo abbia pesato, dopo, anche in termini di diversità e differenze.
Alla fine, però, mi piace tutta questa varietà sotto lo stesso tetto, sono orgogliosa di quello che è stato, di fare parte di una certa storia, di essere portatrice degli stessi geni che hanno creato e dato vita al più grande patrimonio artistico al mondo, ed è anche questo il motivo per il quale domani festeggeròi 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il mio problema è un altro. Mi chiedo: sono orgogliosa in questo momento, mentre sto scrivendo? Risposta: no. O meglio, non sono orgogliosa di quello che siamo diventati negli ultimi anni, del senso di decadimento, di inadeguatezza, di sfacelo, di stupidità politica che avverto ogni volta che mi fermo a guardare il mio Paese. Non sono nemmeno orgogliosa di considerare, un giorno si e uno no, di andarmene da qui. Eppure resisto con i (piccoli) mezzi che ho a disposizione: partecipando alla difesa della Costituzione, celebrando domani 17 marzo, col tricolore alla finestra e le coccardine sul mio avatar nei vari social network, scrivendo questo post. Piccole cose, ma che dimostrano subito e al di fuori di ogni incertezza da che parte sto.











