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Centocinquanta e non sentirli

 

Immagine da internet
 

Ieri stavo pensando che se non avessi abbastanza motivi per festeggiare l’Unità d’Italia, basterebbe quello che se non ci fosse stata, ora mi ritroverei nella provincia più settentrionale dello Stato Pontificio, con tanto di un papa re a capo di una vera teocrazia e con l’obbligo di mostrare il passaporto all’attraversamento della frontiera per Venezia o Firenze o Milano. O, verso sud, per passare nel Regno delle Due Sicilie. Non credo la situazione mi sarebbe piaciuta, conoscendomi.

Continuando col gioco delle sliding doors storiche, probabilmente se pure le cose fossero andate differentemente, ci ritroveremmo ugualmente con una nazione unita, magari con confini diversi, ma pur sempre un unico Stato o una confederazione di Stati, perché checché ne dicano quelli che schifano le celebrazioni per l’Unità, le radici di noi italiani del nord, del centro, del sud e delle isole, sono molto più simili di quanto a noi piace pensare. Un prova? Vedete voi all’estero se gli altri riescono a capire da dove provengono gli italiani che visitano i loro paesi. Non se lo chiedono neppure, il problema non se lo pongono perché siamo e saremo sempre “italiani”, nel bene e nel male. E con buona pace dei leghisti.

In effetti, siamo uno strano popolo. Italiani tutti, ma non compiuti. Come diceva quello? “Fatta l’Italia…”. Fare l’Italia è stata una passeggiata, tutto sommato, fare gli italiani si sta dimostrando da ben centocinquant’anni compito arduo e impervio: per ogni passo fatto in avanti, se ne fanno almeno tre all’indietro.
Forse ha ragione mio figlio, che a vent’anni sostiene che questa unità sia solo formale e molto virtuale, che mai gli italiani sono stati divisi come lo sono in questo momento storico. A leggere quello che succede e si dice in giro, mi tocca dargli ragione. Viviamo questa dualità costante: per chi ci guarda da fuori siamo tutti italiani dall’indubbia identità; tra di noi, che ci guardiamo in faccia ogni giorno, non potremmo essere più diversi. Una diversità effettiva, non solo formale.

Eppure i nostri momenti di unione li abbiamo avuti: il sogno del Risorgimento, che è stato un sogno enorme e di grandissimo coraggio per l’epoca, l’orgoglio di essere nazione, il sacrificio di chi in quel sogno ha creduto. Certo, magari avremmo meritato dei regnanti meno gretti e più illuminati, ma tant’è. E poi la Resistenza, che è stato un secondo risorgimento, in un certo qual modo. Per fortuna o purtroppo metà Italia ne è stata esclusa e ho il sospetto che questo abbia pesato, dopo, anche in termini di diversità e differenze.
Alla fine, però, mi piace tutta questa varietà sotto lo stesso tetto, sono orgogliosa di quello che è stato, di fare parte di una certa storia, di essere portatrice degli stessi geni che hanno creato e dato vita al più grande patrimonio artistico al mondo, ed è anche questo il motivo per il quale domani festeggeròi 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il mio problema è un altro. Mi chiedo: sono orgogliosa in questo momento, mentre sto scrivendo? Risposta: no. O meglio, non sono orgogliosa di quello che siamo diventati negli ultimi anni, del senso di decadimento, di inadeguatezza, di sfacelo, di stupidità politica che avverto ogni volta che mi fermo a guardare il mio Paese. Non sono nemmeno orgogliosa di considerare, un giorno si e uno no, di andarmene da qui. Eppure resisto con i (piccoli) mezzi che ho a disposizione: partecipando alla difesa della Costituzione, celebrando domani 17 marzo, col tricolore alla finestra e le coccardine sul mio avatar nei vari social network, scrivendo questo post. Piccole cose, ma che dimostrano subito e al di fuori di ogni incertezza da che parte sto.

Wannabe, parvenu, rane e felicità

In questi ultimi giorni non posso fare a meno di pensare a certe pellicole italiane degli anni ‘50/’60. Avete presente, ad esempio, Il boom di Vittorio De Sica? I protagonisti di quel film, stringi stringi, erano da un lato i wannabe, piccoli imprenditori arraffoni di scarsi mezzi e con grandi sogni, e dall’altro i parvenu, gli arricchiti del dopoguerra, palazzinari riusciti. Figurine patetiche e piccine, di un’Italia altrettanto patetica e piccina, che a fatica cercava di tenere il passo con il mito della modernità.
Al di là delle ovvie differenze, non siamo molto diversi da quelli di allora, tra parvenu lei-non-sa-chi-sono-io e piccoli wannabe ignoranti e volgarotti, se non nelle dimensioni accresciute e amplificate in proporzione del fenomeno, compreso l’ego di certi politicanti, gran capo in testa.

Italia paese immaturo, di fatto fermo a quegli anni. Dalla ripresa del primo dopoguerra, al boom economico – ingenuo e fugace -, a dispetto della globalizzazione, dell’Europa, di internet e di un mondo di fatto piccolissimo, l’Italia è rimasto un paesone di provincia tutto chiuso e avvolto su stesso. Governato da nani e sollazzato da ballerine.
L’Italia che vedo in quei film è la stessa che vivo oggi. Un buco di sessant’anni in cui poco è cambiato, con buona pace di quelli che rimpiangono i vecchi tempi. Lo smartphone è come la tv di allora: anche quella si comprava a rate facendo i debiti.
Anni ‘50 nel lavoro, anni ‘50 nella scuola. Divisioni sociali, chi può di qua, chi non può di là, destinato a una vita col cappello in mano. Pure gli immigrati sono ancora quelli, con la valigia di cartone legata con lo spago; stessa povertà da dopoguerra, stessi ladri di biciclette, diversa solo la lingua che parlano.
Nessun coraggio, nessuna apertura, nessuno sguardo all’infinito del futuro. Non si dice forse che i figli dovrebbero essere migliori e meritare una vita migliore di quella dei loro genitori?
I fatti descrivono una situazione diversa: bambini che si vorrebbero in tuta da meccanico, la metà delle donne senza una occupazione (che manco cercano, resta da capire perché), ignoranza generalizzata dove un italiano su due legge meno di un libro l’anno nel tempo libero e un quotidiano almeno una volta a settimana, e solo uno su cinque utilizza internet con gli stessi scopi.
E dire che poi alla fine degli anni ’60 e nei ‘70 c’era stato più di anelito a cercare di rendere le cose diverse. Un reale desiderio di cambiamento che davvero aveva portato le cose a cambiare. Non abbastanza, non del tutto, evidentemente.

Poi c’è quella storia delle rane. Si dice che se le rane le getti nell’acqua bollente, queste saltano via, ma se le metti nell’acqua fredda aumentando il calore poco a poco, queste rimarranno nell’acqua calda belle e beate, fino a finire bollite. Ecco, noi in Italia siamo come quelle rane che continuano a sguazzare felici fino a un secondo prima di venire lessate a puntino.
Non è una brutta condizione per molti, anzi, sembra sia quello che hanno sempre cercato. Qualcuno che li faccia nuotare nell’acqua calda, che preservi la loro illusione di sicurezza, di essere arrivati in cima, di felicità. Non importa come, non importa chi, Franza o Spagna purché se magna, insomma.

La realtà è che siamo un popolo di infelici idealisti. Tutti, nessuno escluso, siamo alla ricerca perenne della felicità. Ma la felicità, essendo espressione di un perfetto sentire, come la perfezione è irraggiungibile. Non esiste la felicità perpetua, possono esserci dei momenti molto felici nella vita di ognuno di noi, ma pensare che questi possono assurgere a condizione umana è una pia illusione. La frustrazione della ricerca, la consapevolezza che non raggiungeremo mai a toccare il sogno di felicità che abbiamo assunto a modello – ognuno il proprio -, tutto questo, dicevo, ci rende un popolo infelice, il più infelice d’Europa.
Non lo dico io, ma uno studio della Cambridge University di qualche anno fa. E se la situazione era questa nel 2007, figuriamoci quella attuale.
Non è questione di essere più o meno poveri, più o meno ricchi, come credono quelli che parlano sempre di “invidia sociale”.
Proprio in questi giorni sto finendo un libretto di Raymond Carver, dove l’autore, parlando dei suoi personaggi, parla anche di felicità. Dice: “Questo paese è pieno zeppo di cameriere, tassisti, benzinai e portieri d’albergo (operai, impiegati, aggiungo io). Ma sono forse più infelici di quelli che “ce l’hanno fatta”? No, sono solo persone normali che vogliono fare buon viso a cattivo gioco”. Insomma, un imprenditore non è mediamente più felice di un operaio, che si metta il cuore in pace, certa gente.

E proprio la ricerca perennemente frustrata della loro isola-che-non-c’è che porta molti ad essere retrogradi, fermi, impauriti e chiusi, tutti concentrati nel loro orticello, a tirar su barricate, a cercare di indirizzare il sapere e il pensiero altrui. Senza accorgersi di essere rane nell’acqua bollente. Ancor peggio, di certo, che negli anni ‘50.

Un mondo piccolissimo (e un’Italia più larga)

Ogni mattina andando al lavoro, incontro lungo via Trieste questa bambina in bicicletta. Avrà 11 o 12 anni, e ogni giorno, per andare a scuola, pedala contromano lungo una strada che alle 7.30 di mattina è intasata di auto e camion.
Penso a una mamma con fratelli più piccoli da badare, a un papà operaio che lavora al porto, al fatto che forse la macchina non ce l’hanno nemmeno, e che sarebbe più sicuro per lei prendere l’autobus.
Proseguendo, subito dopo il passaggio a livello, incontro altri due bambini, sempre in bici, sempre insieme. E un papà con i suoi tre piccoli, che attraversano la strada al semaforo, ognuno con il suo zainetto.
In via Montanari, due compagne di scuola, probabilmente studentesse del liceo classico, che confabulano e ridacchiano come abbiamo fatto tutte a quell’età.
Niente di insolito, giovani italiani che cominciano la giornata.

È l’Italia che apprezzo di più quella colorata e multietnica, mi mette di buon umore vedere persone giovani, di origini diverse, ma tutte presumibilmente accomunate dalla “s” romagnola. Perché la bimba in bicicletta lungo via Trieste potrebbe non chiamarsi Giulia ma Aminata – o altro nome senegalese -, i due bimbi parleranno cinese tra loro ma non a scuola con gli altri compagni, i tre piccoli avranno imparato l’italiano prima ancora della loro lingua di origine e una delle due liceali indossa il velo con i jeans. Che si rassegnino coloro che dicono che questi non sono italiani e che non rappresentano l’Italia del futuro (e in buona parte anche del presente).

In un mondo piccolissimo, in cui ci si muove a velocità supersonica tra un paese e l’altro, tra un continente e l’altro, ha ancora senso parlare di “cultura italiana”? Cosa sarebbe poi questa cultura italiana? L’uso di una certa lingua? La dieta a base di pasta e pizza? Essere alti un tot, non di più, non di meno?
Ha senso proprio in Italia parlare di cultura italiana? Questo, tra tutti i paesi, che affonda le sue radici nei mescolamenti di sangue, lingue e storie? Siciliani di origine araba, sveva e normanna; pugliesi con sangue germanico, italici con tracce celtiche nel loro dna, campani spagnoli e borbonici, veneziani d’oriente e friulani slavi. Tutti italiani, tutti emigranti a loro volta.

Chi può sapere qual è il tasso di italianità di ciascuno? Per esempio di mio figlio, ventenne, nato in Italia, ma che si sente pochissimo italiano e molto europeo.

Paese Italia

L’Italia è un grande paese. O meglio: l’Italia è un paesone, una piccola città di provincia che si estende da Bolzano a Pantelleria.
Me ne accorgo spesso per gli aspetti più deleteri ma, anche, per i lati positivi della cosa. Ho visto negli ultimi giorni questo paesone mettersi in moto: il pettegolezzo è diventato tam tam, l’inerzia (a volte vera e propria indolenza) trasformarsi in attività virtuosa.

Lo shock  per il terremoto è stato comune, così come il sentimento di cordoglio e la solidarietà verso quelli che hanno perso tutto, è sempre così, purtroppo per noi è diventata prassi consolidata. In questa ultima settimana siamo diventati un po’ tutti abruzzesi, un po’ tutti ci siamo sentiti soli e impauriti;  e proprio perché l’Italia intera è un piccola provincia, tutti ci conosciamo un po’ tra noi, tutti abbiamo parenti, amici e amici di amici che vivono lì, o che sono stati indirettamente coinvolti dal sisma.

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Immagine di Alice Mastroianni


Così è successo che lo scorso lunedì mattina all’alba ho mandato un sms a un amico per sentire come se la fossero cavata i suoi genitori, per scoprire poi che l’amico in questione era fuori Italia e non sapeva nulla di quanto fosse successo durante la notte. Chiamarlo e raccontargli delle macerie che vedevo in tv e dei morti non è stato facile, così come non è stato facile vedere una collega abruzzese  in lacrime che proprio sul posto di lavoro ha saputo del terremoto.

La televisione ci ha uniti, più di cinquant’anni fa, nella partecipazione. Nei miei ricordi di bambina non potranno più essere cancellate le immagini del terremoto in Friuli prima e in Irpinia dopo. E da adulta, quello dell’Umbria e Marche  e lo strazio delle madri di San Giuliano.
Questo terremoto però, questo in Abruzzo, è stato ancora più vicino perché tanti, anche molto lontani, lo hanno vissuto in diretta.

I social network hanno cancellato i proverbiali sei gradi di separazione.
I messaggi che sono partiti in contemporanea proprio durante le scosse su Twitter o FriendFeed sono lì e ci hanno avvicinati tutti insieme. Gli amici che hanno perso la casa sono quelli con i quali parliamo ogni giorno, che conosciamo, anche se non di persona. Molti cercano conoscenti dei quali non sanno più nulla da giorni.
Io insieme ad altri sto cercando Rosaria, Fabrizio invece l’ho letto su Facebook lunedì scorso alle 8.43: “Io e miei familiari bene, stiamo in giardino e non sappiamo cosa fare” e, sempre tramite Facebook ha fatto sapere ieri che è sfollato sulla costa, assieme alla famiglia.
Tramite i social network si è diffusa la notizia, prima ancora che i media tradizionali potessero collegarsi a L’Aquila. E anche le informazioni sugli aiuti viaggiano in rete, da  schermo a schermo in tempo reale, così come quelle sulle condizioni della popolazione coinvolta.

Proprio come si usa nei paesi di provincia: tutti si fanno i fatti altrui, ficcando il naso, e anche se questo non è sempre piacevole, quando a qualcuno della comunità capita un guaio grosso, tutti lo vengono a sapere e tutti in qualche modo condividono e partecipano.

Di politica (un altro sfogo)

In questi ultimi giorni mi sono scoperta più confusa del solito: non so se essere nauseata, preoccupata, arrabbiata o dichiararmi sconfitta. Le cose vanno sempre peggio e non mi riferisco all’attuale situazione economica, per la quale non si ride di certo. Tutti i timori, tutti i presagi negativi che avevo avuto qualche mese fa si stanno avverando un giorno alla volta, dandomi la sensazione di una caduta libera nel vuoto.

Non è solo la vittoria di una parte politica, è la vittoria di una certa politica e di una certa visione della cosa pubblica che rendono di fatto questo paese territorio privato di caccia e conquista di pochi, sulle spalle e alla faccia dei molti. E’ la vittoria della volgarità, dell’ignoranza, del coattismo istituzionale, della furbizia come valore primo, del pugno sbattuto sul tavolo. Di una concezione talmente ingiusta e arrogante del governare che non posso rimanere indifferente. Da qui la rabbia e la nausea.

Alessandro Gilioli nel suo ultimo articolo in Piovono Rane ha riassunto con estrema lucidità il concetto: “In fondo è lì, tra l’Hollywood e l’Eleven, che si ritrova il cascame del neoliberismo lombardo, quello che di giorno specula e di notte pippa, quello che ha sempre visto come nemici da abbattere lo Stato, le leggi, le regole, il modello 740 e i divieti di sosta”.
E ancora la fiducia della Camera sul decreto Gelmini. Per la prima volta nella storia di questa repubblica viene posta la fiducia su un decreto che riguarda l’istruzione pubblica (o quella che dovrebbe essere pubblica), senza un dibattito ampio e articolato tra le parti.
Il clima di intolleranza, il legittimare e plaudire azioni di forza che non fanno di questo Paese un posto più sicuro, ma solo più incivile.
L’abbruttimento causato dalle negazione della Cultura, nel suo significato più ampio.

Non si vive bene in un paese così. E non è questione di destra o sinistra. Questa non è neppure destra, di cui non condivido le idee nè i valori, ma che rispetto. Questo è un marasma becero e forcaiolo, che si ispira a un egoismo becero e forcaiolo, alle scenette da varietà, che fa della Politica, nazionale e internazionale,  una barzelletta da caserma e della Giustizia materia da libri di fantascienza. E dall’altro lato il nulla assoluto.

Ecco la grande delusione: non esiste una opposizione vera, una controparte solida. Come ho già avuto modo di scrivere, tanti italiani non hanno più nemmeno gli occhi per piangere e la sinistra se la passa tra salotti, attici, party vip. Da che parte devono mettersi quelli che non arrivano a fine mese?

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