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Marcovaldo e la crisi

Il mio primo incontro con Marcovaldo risale a quando avevo dieci anni. Le sue storie stavano sul libro di lettura della quarta elementare.

Mi sono innamorata di Calvino allora, penso, proprio per Marcovaldo che faceva cose fantastiche e improponibili per la mia testa di bambina: raccoglieva, per esempio, funghi in città, quando tutti lo sapevano che quei funghi, oltre ad essere velenosi, erano pure inquinati e che nelle aiuole ci fanno la pipì i gatti; oppure si faceva pungere dalle vespe che raccoglieva in barattoli di marmellata appiccicaticci, e questo di sicuro era ben strano. Insomma,  Marcovaldo era una specie di eroe in tuta blu.

Così lo immaginavo:  perennemente in una tuta blu da operaio (anche se Marcovaldo di mestiere faceva l’uomo di fatica alla Sbav), una specie di Mimì Metallurgico con famiglia, sempre su uno sfondo di muri grigio-bruni, illuminato da quelle lampade al neon col saliscendi che si trovavano in molte cucine degli anni ’70.

A distanza di trent’anni ho riletto le sue Stagioni in città e il Marcovaldo della mia infanzia non l’ho più trovato. Ho trovato, al suo posto, un disadattato che non fa sorridere.

Mi ha fatto tristezza questa figurina d’uomo. Soprattutto perché Calvino ha scritto Le stagioni in città nei primi anni ’60, descrivendo l’ansia di vivere di allora: gli anni dell’industrializzazione, lo spaccatura tra la vita “di prima” e quella nuova, la desolazione, ma io ho ci ho riletto, con un piccolo shock, tutta la miseria di questi primi anni 2000. Marcovaldo è diventato per me il simbolo della recessione, quella di oggi.

So bene che Calvino voleva significare altro, che la crisi economica, in quegli anni del boom, non era tra i suoi pensieri, anzi, probabilmente gli stavano a cuore la speculazione, la crescita ossessiva, un certo modo di vivere quel tipo di sviluppo. Marcovaldo era l’immigrato che lasciato il paese si trovava a vivere – e combattere – in un mondo non suo, che gli era totalmente estraneo, dove comunque cercava di recuperare il rapporto con gli elementi naturali – un cielo stellato, un fiume, la neve – senza riuscirci mai. Questa era la sua frustrazione. La mia è stata quella di riconoscere nel suo disadattamento il disadattamento di una bella fetta della società italiana di questi giorni.

Perché diciamocelo: certo, la recessione è globale, ma ognuno conosce la propria. Leggo sui quotidiani dei cassintegrati, di chi perde lavoro, di chi non arriva a fine mese, dei precari e rivedo in loro Marcovaldo a dormire in cinque in una stanza, a raccogliere funghi in città, ad inventarsi piccole strategie di sopravvivenza quotidiana. O portare la famiglia a spasso al supermercato perché “essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquantoché il denaro, più ne circola, più chi ne è senza  spera: «Prima o poi finirà per passarne anche un po’ per le mie tasche». Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c’erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito“.
Appunto.

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