- 16 ottobre 2010
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“If you tolerate this, then your children will be next”
Non ho mai lavorato in fabbrica, anzi, in una fabbrica non sono mai entrata. Non so nemmeno come sia fatta, una fabbrica.
Il mio immaginario a proposito mi arriva direttamente da certi film anni ’70, del genere La classe operaia va in paradiso o Delitto d’amore, che vidi per la prima volta da bambina (e sì, i miei me li lasciarono guardare. E comunque: avete notato che di film sulla vita in fabbrica non se ne sono più fatti dopo quegli anni?) e dalle lezioni della mia splendida maestra comunista e sovversiva: la catena di montaggio, l’emigrazione dal sud, Marcovaldo. Insomma, una mia certa idea del lavoro, di quello che è e dovrebbe rappresentare, è nata proprio in quel periodo.
Con gli anni, ho imparato che il lavoro ha molto a che vedere con la dignità. Soprattutto contribuisce ad assegnare a ciascuno di noi un ruolo nella società. Senza lavoro si è uomini e donne a metà, figure non meglio definite e deboli per definizione. Per questa ragione credo che il diritto al lavoro vada difeso.
Oggi manifesterò con i compagni della Fiom perché mai come in questo momento c’è bisogno di difendere il lavoro, quello di tutti, anche di quelli che a un lavoro non pensano ancora o di chi oggi deve limitarsi a sperare di averne uno un giorno. È necessario lanciare un messaggio ben preciso a chi pensa che i lavoratori siano vuoti a perdere, carne da vendere un tot al chilo e i loro diritti un lusso e non una conquista alla quale non si deverinunciare, perché significherebbe venir meno all’impegno di dignità che ogni lavoratore deve a se stesso.
Per me si tratta di coerenza, anche. Non posso scrivere in questo blog articoli sulle vittime degli incidenti sul lavoro, sull’egoismo sociale e poi tirarmi indietro quando si tratta di compiere l’unica azione che mi consente di dare un mio contributo concreto, ossia essere oggi a Roma inseme a tutti gli altri. C’è troppa fuffa in giro e non mi va proprio di far parte di quel club.











