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In Italia una donna su due non lavora

Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.

Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.
In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa – doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale – appena l’1,3% del Pil – e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?

Foto da Wikipedia

In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.

Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate “Il segno di Venere”, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.

Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile – perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio –  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.

Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti – e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze – perdita di dignità professionale.
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater”.

La soluzione ideale per un Paese in crisi.

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Qui e qui i dati di Confartigianato

Femminile e anti femminile

Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l’altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più “tradizionalista” De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell’approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette “quote rosa”, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l’Italia si piazza proprio all’ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna con l’85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.

Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all’impresa: secondo Maria Grazia De Angelis, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, “Le aziende con un’alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne”.

 

Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all’indietro alla base.
La notizia è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la “metodologia” e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): “Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell’azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che “le lavoratrici donne costano di meno e producono di più” (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un’impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna “discriminiazione”, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l’azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l’unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell’azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile”.
Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all’estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?

Quello che rimane, 17 ottobre.


- Il berrettino della FIOM Reggio Emilia, che ho indossato con orgoglio e parecchia umiltà (vedi post precedente).

- Tutto il rosso delle bandiere.

- L’abbraccio a tre con i miei compagni contro i bla-bla sui rischi di infiltrazioni violente.

- Il sorriso di Moni Ovadia tra i manifestanti.

- La commozione, inaspettata, alla visione di uno spezzone de La classe operaia va in paradiso sul grande schermo (nonostante tutto mi ostino ad essere una sciocca sentimentale).

- La sensazione di aver fatto la mia parte. Un ragazzino di Reggio Emilia mi ha detto mentre lo ringraziavo per avermi afferrato la mano un istante prima di ruzzolare per terra: è per questo che siamo qui, no? Per dimostrare che bisogna andare al di là delle esigenze dei singoli e per connetterci a tutti gli altri.

- La consapevolezza. È fatto così il Paese del quale vorrei essere cittadina: solidale, giusto, colorato, multietnico, pacifico. Democratico, soprattutto.

- Poche foto vergognose. Chiedo scusa a chi le avevo promesse, ma mi sono resa conto che sono sempre troppo assorbita da quel che mi succede attorno per ricordarmi di scattare fotografie. E poi avevo le mani occupate: dovevo reggere la mia  bandiera.

Un aggiornamento al volo, dopo una settimana dalla manifestazione:

Tra quanto mi è rimasto del sabato scorso, e avrei dovuto aggiungerlo  subito all’elenco qui sopra, c’è stato il piacere e il sollievo di vedere tra il fiume dei partecipanti, moltissimi giovani. Un operaio di Termini Imerese, dal palco, ha detto qualcosa che ho condiviso: “Da oggi possiamo avere meno paura”.
Ho preso parte alla manifestazione della FIOM con parecchi sensi di colpa, da un lato, e con una certa flebile speranza, dall’altro. Alla fine della giornata, sono tornata a casa con la certezza che qualcosa sia successo e mi sono sentita un po’ meno preoccupata per il futuro di questo Paese. È stata una bella sensazione, per una volta.

E oggi me ne vado a manifestare a Roma

“If you tolerate this, then your children will be next”

Non ho mai lavorato in fabbrica, anzi, in una fabbrica non sono mai entrata. Non so nemmeno come sia fatta, una fabbrica.
Il mio immaginario a proposito mi arriva direttamente da certi film anni ’70, del genere La classe operaia va in paradiso o Delitto d’amore, che vidi per la prima volta da bambina (e sì, i miei me li lasciarono guardare. E comunque: avete notato che di film sulla vita in fabbrica non se ne sono più fatti dopo quegli anni?) e dalle lezioni della mia splendida maestra comunista e sovversiva: la catena di montaggio, l’emigrazione dal sud, Marcovaldo.  Insomma, una mia certa idea del lavoro, di quello che è e dovrebbe rappresentare, è nata proprio in quel periodo.

Con gli anni, ho imparato che il lavoro ha molto a che vedere con la dignità. Soprattutto contribuisce ad assegnare a ciascuno di noi un ruolo nella società. Senza lavoro si è uomini e donne a metà, figure non meglio definite e deboli per definizione. Per questa ragione credo che il diritto al lavoro vada difeso.
Oggi manifesterò con i compagni della Fiom perché  mai come in questo momento c’è bisogno di difendere il lavoro, quello di tutti, anche di quelli che a un lavoro non pensano ancora o di chi oggi deve limitarsi a sperare di averne uno un giorno. È necessario lanciare un messaggio ben preciso a chi pensa che i lavoratori siano vuoti a perdere, carne da vendere un tot al chilo e i loro diritti un lusso e non una conquista alla quale non si deverinunciare, perché significherebbe venir meno all’impegno di dignità che ogni lavoratore deve a se stesso.

Per me si tratta di coerenza, anche. Non posso scrivere in questo blog articoli sulle vittime degli incidenti sul lavoro, sull’egoismo sociale e poi tirarmi indietro quando si tratta di compiere l’unica azione che mi consente di dare un mio contributo concreto, ossia essere oggi a Roma inseme a tutti gli altri. C’è troppa fuffa  in giro e non mi va proprio di far parte di quel club.

Chi tiene il conto delle vittime degli incidenti sul lavoro?

“Siamo qui riuniti, per ricordare un fatto che ha turbato, 7 anni fa, la coscienza pubblica del nostro Paese ed è entrato profondamente nella memoria dei lavoratori, degli operai. Un fatto che purtroppo si ripete, in modi diversi, in luoghi diversi, su donne e su uomini diversi, ma che si ripete ogni ora, ogni giorno. La tragedia della Mecnavi ebbe una sua caratteristica particolare, poiché apparve come chiara denuncia del fatto che non si fossero adottate in quel caso le misure necessarie, le misure umane possibili, per evitare la sciagura che vide lavoratori inesperti, non preparati, non avvertiti dei rischi che potevano correre, impiegati in un’attività così pericolosa. Tutto ciò è avvenuto e avviene in situazioni di crescente crisi sotto il profilo economico, situazioni nelle quali si tende a risparmiare, laddove quel risparmio non suscita facilmente reazioni. Un lavoratore meno difeso di fronte ai rischi del lavoro, spesso, troppo spesso, tace. Un lavoratore al quale viene tagliato il salario, protesta. Nel primo caso rischia la vita, nel secondo un certo peggioramento delle sue condizioni di esistenza”.

Luciano Lama, 1994

Il brano che ho riportato qui sopra è l’incipit del discorso che l’allora Senatore Luciano Lama tenne nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Ravenna il 12 marzo del 1994, settimo anniversario della tragedia Mecnavi.

Immagine di biondine.it

Quella della Mecnavi è una vicenda che rimane indissolubilmente legata alla storia della mia città e di tante famiglie, tra le quali la mia.
È un piccolo ricordo personale per la 60ma Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro che si celebra oggi, 10 ottobre.
Non ci sono solo i morti da dover contare ma, per fortuna e purtroppo, anche un esercito di feriti, mutilati e invalidi.
Non so quanti siano stati negli ultimi ventitré anni, non conosco nemmeno i numeri dall’inizio di quest’anno. So che sono tanti, so che non fanno più notizia perché gli esseri umani hanno una grandissima capacità di adattamento alle tragedie: se te le pongono sotto gli occhi ogni giorno poi non le vedi più, ti ci abitui e cominci a considerarle un male necessario o, più prosaicamente, un prezzo da pagare per poter lavorare. Ci si sveglia dal torpore solo quando le vittime sono tante e tutte insieme, Mecnavi, ThyssenKrupp, ma allo stillicidio quotidiano nessuno fa più caso e gli articoli a proposito si riducono a trafiletti. Le hanno chiamate “morti bianche”, che è modo di vedere la cosa, ma che non rende giustizia alle vittime, perché il bianco è un non colore, non viene definito e quindi non definisce, soprattutto i colpevoli.

Di recente è stato sottolineato che “la sicurezza sul lavoro è un lusso”, non credo di poter essere smentita se dico che è un lusso che in Italia ci concediamo poco e male, visto il primato europeo per il numero di vittime o, più che altro, un altro segno della schizofrenia di questo Paese.

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