- 27 giugno 2010
- Attualità, Le mie riflessioni, Notizie, Società
- 1 Comments
Nei giorni scorsi, costretta a letto dalla febbre, ho passato più di qualche ora navigando tra le pagine di questo sito. Si tratta del blog di un fotografo di Portland nell’Oregon (Stati Uniti), sul quale sono pubblicati estratti dei servizi fotografici che gli vengono commissionati. Ci sono foto di bambini, qualcuna della sua famiglia, esperimenti con luce e soggetti, qualche lavoro dei suoi allievi ma, soprattutto, serie di foto di fidanzamento e matrimonio.
Non avevo mai visto dei veri e propri servizi di fidanzamento prima. Mi sono ritrovata a sfogliare immagini di sconosciuti con genuina meraviglia. Pur essendo fotografie molto curate e dalle quali traspaiono sia l’occhio che la mano del professionista, non sono il prodotto di un estro particolare, non le definirei foto artistiche. Alcune, anzi, virano al classico classico, ma sono belle fotografie di coppie normali, in tutta la loro magnifica semplicità.
Mi sono piaciute perché naturali, rilassate, down to earth, come direbbero loro. Ci sono fidanzati di tutte le età, in maglietta e scarpe da tennis, ragazze e donne cicciottelle in jeans, rotolini e ballerine, tantissimi sorrisi e sguardi. Senza formalismi, né impostazioni, in set metropolitani insoliti e interessanti.
Nessuna traccia del velinismo a cui siamo abituati qui, nessuna scena da operetta, totale assenza di fisici palestrati e abbronzature fuori stagione, niente trucco studiato o eleganza precostruita. Insomma il ritratto di quello che in Italia non siamo; di un intero paese, il loro, che è lo specchio di un modo di pensare e di concepire la vita. Nessun desiderio di apparire sofisticati, nessun riguardo per la bella figura, nemmeno in occasione di scatti che entreranno a far parte dei ricordi di famiglia.
È un modo di fare che mi piace il non concedere spazio all’ipocrisia, il badare alla sostanza anziché all’apparenza pur mantenendo un romanticismo e una ingenuità di fondo che sono propri di un popolo come quello americano. Il pragmatismo di chi non si perde in inutili sofismi, la libertà di mostrarsi per quelli che si è, anche quando si tratta di sposarsi in bianco con stivali di cuoio o in infradito rosa.
Dovesse capitarmi un’altra volta di decidere di sposarmi, è così che lo vorrei fare: a piedi nudi sugli aghi di pino lungo le rive del Lago Tahoe o in mezzo a una vigna della Napa Valley, senza fronzoli e clamore attorno, con foto come quelle.
****
La notizia è di qualche giorno fa ed è una di quelle che oggigiorno vengono poco notate, forse perché riporta di una situazione lontana che direttamente ci tocca poco. Non è facile provare simpatia quando si stanno vivendo problemi simili.
Chiude una fabbrica di frigoriferi e un’intera cittadina rischia di svanire, perché buona parte della sua economia ruota attorno a quella fabbrica, da generazioni. Io me la immagino questa cittadina nell’Indiana, anche se in Indiana non sono mai stata: villette ordinate in periferia, palazzi antichi degli anni ’90 dell”800 insieme a quelli contemporanei in cemento e acciaio a downtown, l’Interstate che conduce ai centri commerciali e agli impianti industriali appena fuori città. E insieme a questo i mutui, le rate da pagare, le carte di credito, l’assicurazione sanitaria, i debiti da consolidare.
Mi tornano in mente immagini da “America perduta” di Bill Bryson: “La sera, a casa di Hal e Lucia, gustai un’ottima cena, ammirai i loro bambini, la loro casa, i loro mobili e oggetti, il loro benessere e comfort, e mi sentii cretino per aver lasciato l’America. La vita qui sembrava così opulenta, così facile, così comoda. All’improvviso desiderai avere un frigorifero che facesse il ghiaccio istantaneo a cubetti, e una radio subacquea per la doccia, e uno spremiagrumi elettrico, e uno ionizzatore, e un orologio che mi tenesse informato sui miei bioritmi. Volevo tutto“.
Altri tempi. La fabbrica chiude e non c’è niente altro da fare, se non cercare di vendere quello che si può e ricominciare altrove.
La fabbrica chiude per riaprire in Messico e diventare una maquiladora.
Nelle maquilladoras gli operai, spesso donne, vengono pagati fino a sei volte meno di un operaio americano. È la crisi baby e le multinazionali fanno i loro conti.
Rimangono i particolari trascurabili: la violenza in fabbrica, le condizioni disumane di lavoro, gli arresti arbitrari, gli stupri, le minacce di morte e gli omicidi.
Le donne, tantissime tra i 18 e i 30 anni, raccontano di molestie e umiliazioni per una paga di poco più di un dollaro al giorno.
È la crisi baby, e quando le maquilas messicane hanno cominciato a perdere i contratti a favore delle fabbriche cinesi, la reazione dei padroni non si è fatta attendere: gli operai lavorano fino allo sfinimento e vengono rimpiazzati al primo cedimento, mentre ogni tentativo di organizzazione o richiesta di migliori condizioni di lavoro vengono soffocati nella violenza.
A Evansville sono arrabbiati e confusi, si interrogano sul futuro e cercano un colpevole: Clinton, Bush, Obama, il N.A.F.T.A., le Union. Sicuramente se la prenderanno con i lavoratori messicani, senza rendersi conto che il vincitore, in tutta questa storia, è solo uno.























