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27 gennaio

Ricordo che quando in quinta elementare leggemmo tutti insieme alcuni brani tratti da “Se questo è un uomo“, compresa  l’omonima poesia, la maestra, quella della quale ho già parlato tante volte nei miei post, concluse il discorso con: bisogna parlare di queste cose perché non accadano più.
Usava spesso quella frase durante le spiegazioni.
Che fosse un’insegnate particolare, l’ho sempre saputo. Credeva fermamente nell’educazione alla memoria; così a dieci anni, mentre immaginavo e cercavo di capire come dovesse essere una donna per assomigliare a una rana d’inverno, ricevetti una lezione importante: impara, ricorda, trasmetti, affinché certi episodi della storia non si ripetano.

Chi mi legge sa quanto io abbia a cuore certe date: il 25 aprile, la giornata contro la violenza sulle donne, quella dedicata al ricordo della Shoah. Oggi.
Ogni anno, in queste giornate speciali, scrivo un post. Per non dimenticare un certo evento del passato prossimo o meno prossimo, certo, ma anche per porre l’attenzione su ricorrenze che devono entrare a far parte di un patrimonio di ricordo collettivo.
Una occasione per immedesimarsi, anche, per provare, sebbene a distanza, a mettersi in quei panni.

Non è un processo semplice, quello dell’immedesimazione, soprattutto perché a noi a mancano i riferimenti di un passato che non è lontano in termini temporali, ma distante anni luce per quelli culturali. Ci manca l’esperienza, semplicemente. O forse, per qualcuno si tratta di un rifiuto psicologico, quel che è passato è passato e là deve rimanere. Si dice che il sonno della ragione genera mostri. Io dico che quelli generati dall’indifferenza sono mostri più grassi e molto più longevi.

Per questa motivo, oggi, Giorno della Memoria, ho voluto far parlare le vittime della Shoah. Non i sopravvissuti, gli altri. Quelle voci possono trasmettere l’esperienza che noi, solo per la fortuna di essere nati in altro tempo e in altro luogo, non abbiamo vissuto.
Affinché queste cose non accadano più, come diceva la mia maestra allora.
Non aggiungo altro.
Qui sotto, per ricordare, riporto una lettera, la 32, che ho scelto da questo bel libro edito da Laterza “Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah” a cura  Zwi Bacharach.
Leggetelo, se vi capita, è un regalo importate che farete a voi stessi.

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Druja, campo di concentramento, prima della fucilazione, di nascosto.
Martedì, ore 4 del mattino, 16 giugno 1942
Addio

Un estremo saluto a tutti da Fanja e da tutti i familiari. Miei cari! Scrivo questa lettera prima della fine. Non so esattamente il giorno in cui io e i miei congiunti moriremo per il solo fatto di essere “ebrei”. Tutti i nostri fratelli e sorelle ebrei sono morti di una morte ignobile per mano di criminali… Io stessa non so chi della nostra famiglia sopravviverà e chi avrà l’onore di leggere la mia lettera e il mio fiero, estremo saluto a tutti coloro che amo, ai miei cari, da parte di chi soffre per mano di criminali. Cara Chajacko! Caro Monuska! Forse rimarrete in vita. Vivete pienamente e felicemente. Noi tutti andiamo incontro alla morte con orgoglio. Questo è il nostro destino. Per quanto ne sappiamo, Bljuma e la sua famiglia sono già morti. Non posso scrivere oltre. Tutti i famigliari piangono e si rammaricano della loro sorte. Lascio la lettera al nostro migliore amico, che ha già fatto per noi tanto di buono finora.

La vostra Fanja e tutti i familiari.

Siamo tutti sdraiati in una fossa. Sono assolutamente sicura che verrete a sapere dov’è la nostra tomba. Mamma e papà resistono a stento. La mia mano trema molto, non possono neanche finire di scrivere. Sono fiera di essere ebrea. Muoio per il mio popolo. Non ho detto a nessuno che sto scrivendo una lettera prima della nostra fine… Ah!… Come vorrei vivere ancora e raggiungere qualcosa di meglio. Tutto è ormai perduto… Addio. La vostra affezionata Fanja a nome di tutti: papà, mamma, Sima, Sonja, Zusja, Rasja, Chatsa e la piccola Zeldocka, che nulla può comprendere.

La vostra Fanja

Dio è giusto e il suo giudizio è giusto. Abbiamo peccato. I nostri miseri averi sono nascosti in casa. Ma abbiamo perso le nostre vite. Tutto è finito. Fratelli di ogni paese, vendicateci. Siamo condotti come pecore al macello.

Fania [Barbakov]

[Fanja aveva 19 anni al momento della sua morte].

25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria

L’articolo che segue è quello che ho scritto per  Schegge di Liberazione. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare il Many che ha organizzato il tutto.

Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell’epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell’articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.

Così come me, tanti altri hanno aderito all’iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare qui e qui (in una versione più “leggera” ed ecologica).

Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.
Viviamo tempi cupi, oggi vietano – ancora una volta – “Bella ciao”, domani cos’altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.

Voci di memoria

per Schegge di Liberazione 2010

È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l’ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull’argomento – li preferisco a quelli più recenti -, da Roma città aperta a Le quattro giornate di Napoli, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi “com’era viverla veramente”?

Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.

Ci sono i documentari che la televisione degli anni ’70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d’Italia a tener conto dei nomi dei morti.

Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull’Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d’acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell’estate del ’44 o i giorni di quell’autunno terribile di pioggia e di fango? Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c’era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po’ vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent’anni.

Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c’era.
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.

“Com’era viverla veramente”?

Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell’opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: “I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi“; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d’amore e speranza alla moglie Natalia: “Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (…) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia?” Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: “Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo“. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d’intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.

Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora “perché sono fatti lontani”, “la guerra è finita da sessantacinque anni”.
È un po’ come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell’evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent’anni a 36 ore ininterrotte di tortura? Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?

“Com’era viverla veramente”?

Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle “Lettere”.

Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.

Caro professore,

la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.

Muoia tutto – Viva la nostra Italia.

Tuo aff. Peppino Testa“.

(Giuseppe Testa, 19 anni. Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945″. Einaudi.

Ancora 25 aprile, ancora Resistenza: quella delle donne

Anche quest’anno voglio celebrare il 25 aprile con la rilettura di alcune lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Dopo Cesare Dattilo, del quale avevo raccontato nel post Il 25 aprile tutti i giorni, quest’oggi vorrei  dare voce alle donne della Resistenza, lasciando volutamente perdere tutte le polemiche degli ultimi giorni da parte dei politici “alti”.

Dallo stesso libro “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana – 8 settembre 1943-25 aprile 1945” (Einaudi), ho scelto le lettere di due partigiane fucilate entrambe nel 1944, la prima in Emilia, la seconda nei pressi di Savona.
Ho scelto queste due con lo stesso criterio che l’anno scorso mi portò, tra tante, a scegliere quella di Cesare Dattilo alla fidanzata: sono lettere di donne normali, donne come tante, sorelle, madri, figlie, esattamente come quelle di oggi, non dotate di particolare coraggio, credo, né di spirito eroico, solo donne con la loro vita.

Al di là di ogni retorica, però, posso facilmente immaginare come la scelta possa essere stata difficile e sofferta per tante di loro, molto più che per un uomo. Le donne negli anni ’40 erano cittadine di serie B, se non peggio. Non votavano, non avevano voce in capitolo, ma durante gli anni della guerra, e durante la Resistenza in particolare, fecero per bene quello che dovevano fare. Non solo le staffette, non solo le combattenti, ma anche le operaie che entrarono in sciopero in tante fabbriche del nord Italia, le mondine, le contadine della Pianura Padana e tutte le altre.

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(Immagine da internet)

Sestola, da la “Casa del Tiglio”, 10 agosto 1944

*Carissimo Piero, mio adorato Fratello,

la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l’ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?
Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io. Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l’invitavo qui, fra l’altro mi rispose “che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?” E’ vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta.
“Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare”, mi ha detto il comandante, “la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì”. Eppure mi aveva veduto solo due volte.
Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascerà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.
Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l’immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi. Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po’ dappertutto. Dunque ti saluto e ti bacio tanto tanto e ti abbraccio forte,

Tua sorella                                                                                                                                                                                       Paggetto

Ringrazia e saluta Gina.

*Irma Marchiani (Anty)

**Mimma cara,

la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre agli zii che t’allevano, amali come fossi io.
Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere o vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi

la tua infelice mamma.

**Paola Garelli (Mirka)

Il 25 aprile tutti i giorni

Pubblico questo che il 25 aprile è quasi giunto al termine e dopo che tutti ne hanno già scritto e detto.
Lo faccio perché mi piacerebbe se ne parlasse degnamente ancora domani, dopodomani e tutti i giorni che verranno da oggi in avanti.
Tra chi vuole riscrivere i libri di storia, chi vieta  Bella ciao, chi cerca di fare di tutta l’erba un fascio confondendo le acque e accomunando vittime e carnefici, bisogna che venga rinnovato l’impegno di mantenere integro il valore di questa celebrazione. Soprattutto oggi, soprattutto in un paese come l’Italia che difetta di memoria storica, sopratutto ora che quelli che lo fecero questo 25 aprile sono rimasti in pochi.
Vorrei che questo giorno parlasse ai più giovani.

Bella ciao – Modena City Ramblers

Si parla ancora a scuola di questa festa? Si fa ancora cantare ai bambini Bella ciao come faceva la mia maestra in terza elementare, tutti insieme e a  voce alta, quando ci raccontava dei partigiani?
Rileggo di tanto in tanto Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana – 8 settembre 1943-25 aprile 1945 (Einaudi); è un modo per far sì che quelle parole scritte sui muri, su pezzi di carta straccia, spesso di nascosto, non vengano disperse nel rumore assordante di questo tempo. O nel silenzio assordante di questo tempo.

Per questo voglio concludere questa giornata copiando qui una lettera scritta da Cesare Dattilo (Oscar) che fu fucilato dai nazisti il 23 marzo 1945 nella zona di Cravasco a Genova. E’ la lettera di un ragazzo di ventitre anni alla fidanzata; e con le parole di un uomo che non solo fu lì quel primo 25 aprile 1945, ma che contribuì affinché si realizzasse, Arrigo Bulow Boldrini. Nelle sue parole è racchiuso tutta l’essenza di questo giorno.

17.2.1945

*Cara Nucci,

purtroppo anche a me non resta che quella misera e grande consolazione di scriverti. Tutte le volte vorrei scriverti due righe, ma cosa vuoi a volte per la premura o perché mi manca la carta non riesco mai a scriverti. Mi dici che non vedi l’ora di rivedermi. E’ meglio che prima ti spieghi come mi hanno conciato questi 71 giorni di Marassi. Così non rimarrai delusa per quando mi vedrai. Mi sono cresciuti due potenti baffi, la mia capigliatura è finita nelle immondizie di Volpara. E questa orribile prigione, mi sta invecchiando di almeno 10 anni. Ho paura che quando esco non mi vorrai più vedere. A riguardo alle passeggiate che ti fai col mio garibaldino Aldo mi preoccupano un pochettino, perché se continua a essere di questo passo temo che mi faccia portare le corna!…
I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi. E’ il destino ingrato che ha voluto colpirmi. Ma tieni presente che questo destino colpisce solo ogni vero Italiano della nuova Patria che risorge. Se credi mi fai tanti saluti ai tuoi genitori, a te un grosso bacio.

Cesare

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“(…) respingiamo l’interpretazione che considera la Guerra di Liberazione come una guerra civile per la conquista di centri di potere. La Lotta di Liberazione fu un movimento popolare di partigiani e partigiane sostenuto da una grande solidarietà popolare, con i militari delle tre Forze Armate, che hanno combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro, con una generosità non sempre conosciuta in altre epoche storiche. Questo è il grande dato storico, che va sottolineato anche per rendere omaggio a tutti i Caduti e a quanti della nostra generazione sono scomparsi, e che ci hanno lasciato un nobilissimo testamento che non può essere dimenticato.”

(Arrigo Boldrini al Teatro Lirico di Milano il 24 giugno 1994 in occasione del 50° anniversario della costituzione del CLV Corpo volontari della libertà – Fonte: Wikipedia)

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*La lettera di Cesare Dattilo è stata tratta da: “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana. 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli – Einaudi).

Lettera a un (amico) maschio sulla crisi del maschio italico

Mio caro,

quando mi hai parlato di crisi dell’ uomo ieri sera, devo confessare che mi si è rizzato il pelo manco fossi un gatto, mi sono messa subito sulla difensiva. E’ un mare di emerite cazzate questo in cui tanti maschi si immergono con il solo scopo di nascondersi e di evitare di affrontare le cose. Non è l’uomo ad essere in crisi, anzi c’è una enorme richiesta di uomini, è il maschio, o meglio l’idea che molti maschi hanno di loro stessi nei confronti della società tutta che è miseramente crollata. Questo beneamato maschio è in crisi, è quello che dicono tutti, lo scrivono sui giornali, lo ribadiscono sui notiziari, rimbalza sui blog.  Ve lo dite da soli, lo sbattete in faccia a compagne, amiche, amanti, lamentandovi della contemporanea mascolinizzazione della femmina. Lo hai sbattuto in faccia a me, anche se nella maniera gentile e scanzonata che ti è solita e che mi piace tanto.

Mascolinizzazione delle donne? No, altra stupidata. Le donne non si sono mascolinizzate, hanno cominciato ad avere nella società il ruolo di “persone”, quello status che inconsciamente (o no) molti ancora riservavano agli esseri umani di sesso maschile.

Mio caro, sei caduto anche tu in questa trappola. Se i maschi non sono in grado di cambiare con la cultura che cambia, con il tipo di società che cambia, saranno sempre in crisi, perché in effetti non sanno attingere ad altre risorse che a quelle strettamente legate alla loro mascolinità. Le donne questo processo hanno dovuto affrontarlo da tempo, a livello personale e a livello sociale. Se hanno voluto far sopravvivere loro stesse e la loro prole (perché per questo siamo state geneticamente disegnate) hanno dovuto attingere anche a quelle risorse che erano più culturalmente maschili che femminili. Un sempio? Chi mandava avanti l’economia dei paesi in guerra, quando la guerra era (ed è) faccenda prettamente fallocratica?
Pensavano veramente i maschi che finita l’emergenza le donne se ne potessero tornare al focolare domestico senza protestare? Che riunuciassero ad avere un ruolo attivo nella società civile?
E in tempi più vicini alla nostra generazione di quarantenni,  che rinunciassimo all’indipendenza conquistata, al poter fare e pensare liberamente, a desiderare un uomo che sia tale e non solo maschio? Qualcuno da ascoltare e che ci ascolti?

Insomma, quel ruolo così scevro di emotività di tuo nonno  e del mio, quella divisione così rigida di quanto doveva competere a un uomo e a una donna poteva andare bene allora, ora non più. Se i maschi rimangono ancorati a certi stereotipi è solo per una sorta di pigrizia mental-culturale. Che lasciassero perdere certi modelli di riferimento, non ne vogliamo di latin lover claudicanti, diventassero uomini, come noi abbiamo dovuto diventare donne e non limitarci ad essere femmine.

E’ difficile, ne sono cosciente, soprattutto richiede intelligenza e pazienza. Ma fatelo questo sforzo, anche per noi. Tu fallo per me, perché mi sono stufata di leggere certe esternazioni, non ci fate una bella figura. Siete in tanti ad essere uomini e allora fatene un punto di forza della vostra capacità di ascoltare, di porgere la spalla alle nostre lacrime ormonali, di saper interpretare i silenzi e ancora di più certe parole non dette, certe frasi sibilline che ci vuol poco a comprendere se si pone attenzione. Il vero maschio alfa è questo ora, non quello che comanda il branco, che sbava sulle riviste per soli uomini, che segretamente invidia gli addominali di David Beckham, l’aggressivo che non chiede mai ma che poi porta a lavare le camicie alla mamma.

Un uomo è quello che condivide le sue idee, i suoi progetti, il suo entusiasmo, che sa benissimo che comunicare è difficile ma non ci rinuncia, che vive in beta sopportando stoicamente gli incidenti capricornini.

Con tanto affetto.

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