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Posts Tagged ‘ libertà di espressione ’

Le brutture del politicamente corretto

Se mi dovessero chiedere il significato di “politicamente corretto” risponderei che trattasi del tentativo di non offendere nessun dando a tutti parità di trattamento anche quando, palesemente, bisognerebbe liquidare certe questioni archiviandole direttamente sotto la voce “immondizia”.

Essere politicamente corretti non è sbagliato a priori, non è sbagliato cercare di guardare le cose dalla prospettiva altrui, tutt’altro,  ma è facile che la correttezza si trasformi in miopia: “Non sono razzista, non ho mia votato per (nome a piacere) però gli riconosco una certa coerenza e soprattutto gli riconosco quello che di buono ha ottenuto (treni in orario, ordine, ecc.)”. La correttezza politica lascia fin troppo spazio al benaltrismo, ci sono sempre problemi più grandi per i quali valga veramente la pena indignarsi o pretestare, e al senonaltrismo che ubbidisce alla regola di guardare ciò che accontenta immediatamente la massa – i treni in orario e l’ordine, appunto – senza disturbarsi di considerare il quadro generale.
La correttezza politica fa emergere meriti anche in chi di meriti non ne ha e non ne ha mai avuti; è il fast food dell’impegno, il sonnifero delle coscienze. Si appropria di parole che non dovrebbero appartenere al normale dialogo democratico, ammette aperture quando invece le condanne dovrebbero essere ferme e unanimi.

La correttezza politica ha poco a che vedere con la Giustizia di trattamento e la Libertà di parola, ha molto a che vedere con la politica, appunto, e con l’ipocrisia strisciante. Mi fa pensare a compromessi più o meno leciti, alla brutta abitudine di fare le banderuole che girano secondo il vento del momento, di essere in un modo e apparire in un altro.

Di essere politicamente corretta non mi interessa, mi interessa essere corretta e basta. Il dialogo a tutti i costi non è sempre auspicabile, mi auguro invece di avere la forza necessaria per seguire le mie idee, di lasciare al prossimo lo spazio per poter esprimere le sue ma, soprattutto, la coerenza di chiudere le porte quando queste devono essere chiuse. A doppia mandata, se necessario.

Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione

Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di bullismo ai danni di uno studente autistico in un istituto tecnico di Torino.

Sebbene molti credono che al termine di tutto l’iter giudiziario (i tre manager hanno già presentato appello) la sentenza sarà comunque cassata, questa non fa altro che facilitare il compito di quanti negli ultimi tempi stanno cercando in tutti i modi di limitare, controllare e censurare i contenuti del web. La sentenza di Milano produce il risultato di confondere le acque, sposta l’attenzione del grande pubblico dalla responsabilità personale al mezzo,  che di per sé è neutro, trasformandolo in complice. Esattamente come se un fornitore di linea telefonica venisse condannato perché correo delle molestie di un eventuale stalker.

Sono convinta che chi non conosce le dinamiche della comunicazione in rete, e quindi la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica di questo Paese, sta plaudendo alla sentenza del tribunale di Milano; fin troppo facile assegnare l’etichetta di “cattivo” a chi ha permesso che un video del genere venisse pubblicato.
Purtroppo, in Italia, non so se per ragioni storiche o per una specie di difetto congenito, è molto difficile non cadere nelle trappole delle reazioni di pancia e nella tentazione di voler soffocare a tutti i costi ciò che spesso non si comprende; il tutto spesso accompagnato dalla malafede di alcuni organi di informazione più tradizionale. Non è cosa da poco questa, in un Paese che risulta essere tra gli ultimi in Europa per quanto concerne investimenti di settore e uso di internet.

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Foto di Mark Coggins

All’estero le reazioni non si sono fatte attendere. La parola “Italy” ieri ha fatto tendenza e non in maniera positiva.
Tutte le maggiori testate, dalle più autorevoli a quelle più specializzate, ne hanno parlato in prima pagina. Tutte pongono l’accento sulla gravità di creare un tale precedente, anche in ambito europeo, sulle indubbie ripercussioni politiche ed economiche, sul dubbio legittimo che in Italia possa non esistere più una vera libertà di espressione. Se ogni piattaforma, se ogni social network sarà costretto a misure drastiche per il controllo dei contenuti che gli utenti intendono condividere, solo in due modi potrà farlo: decidendo di abbandonare del tutto il mercato italiano o introducendo strumenti di controllo analoghi a quelli attualmente in uso in Cina o in Iran.
A voler ben guardare, già si avvertono alcuni cambiamenti nell’aria che si respira tra gli addetti ai lavori: c’è una maggiore preoccupazione, una nuova ritrosia nel buttarsi e investire in nuovi progetti, una cautela esasperata nel voler evitare guai legali (e il caso di Sybelle e WordPress ne è un esempio)

E dire  che risale solo all’inizio di febbraio la notizia di una sentenza che va esattamente nella direzione opposta. La questione riguardava un internet provider e la violazione del diritto d’autore in Australia, vicenda dai presupposti diversi quindi, ma che ha messo in evidenza il fatto che chi fornisce un servizio  non deve diventare un organo di polizia che applica misure di controllo preventivo sugli utenti.

Per il caso Google, il nodo è difficile da sciogliere in quanto molti fattori entrano in gioco, non per ultime le motivazioni della sentenza che saranno rese pubbliche solo tra qualche settimana. A me pare che il punto focale però sia solo uno ossia che mancando una vera cultura della rete si tenda ad equiparare servizi come Google non a delle bacheche globali e aperte sulle quali il controllo non solo è problematico ma anche e soprattutto non auspicabile, ma a delle testate che producono contenuti propri e quindi soggette a precise leggi e regolamenti. In poche parole: Google non è una testata giornalistica, non ha una sua “linea editoriale”, non dispone di una redazione, non si limita a precisi confini geografici. È una piazza, un contenitore di servizi messi a disposizione di quanti intendono avvalersene sottoscrivendo alle policy d’uso. Sono gli utenti, quindi, che devono mettere in atto quelle azioni atte a mantenere il tutto nell’ambito della legalità.

Mi piace pensare che ognuno debba essere in grado di prendersi le responsabilità di quello che fa. Mi piace molto meno l’idea di organi – statali o privati – che si arrogano il diritto di decidere a priori che cosa si possa pubblicare o meno.

Rete libera tutti

Dicono che  la rete così non va bene. Fa da cassa di risonanza ai facinorosi, dà voce a chi istiga all’odio, più altre varie ed eventuali sul tema. Bisogna limitarla, oscurarla, filtrarla.

A me pare che molti non capiscano una cosa: la rete non è un “ambiente”, non ci sono porte da chiudere o cancelli da serrare, o almeno, non nel modo che tanti pensano. La rete è in realtà un nuovo alfabeto.

C’è sempre qualcuno pronto a limitare il diritto altrui di saper leggere e scrivere. Dovremmo esserci avvezzi qui in Italia, è così da sempre. Chi crede che l’accesso alla rete vada limitato non è molto diverso da chi un secolo fa riteneva che non ci fosse alcun bisogno che il volgo sapesse leggere e scrivere. A che serviva in fondo?
C’era tutta una serie di personaggi che si occupava di dire cosa fare e come farlo, dal padrone della terra che si zappava a quello della filanda dove si lavora dodici ore al giorno, dal prete al sindaco.

Una attenzione molto italica quella per le idee del suo popolo. Una cura che ha portato come risultato il fatto di avere negli anni ’60, gli anni del boom economico, dell’industrializzazione, un maestro Manzi che insegnava agli adulti analfabeti in tv. Quarant’anni fa, non nel diciannovesimo secolo.

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Foto di Flòra

Ora si parla di limitare l’uso della rete, di “regolamentarlo”. Un po’ come dire nell’ottica contemporanea: “insegniamo a leggere solo da qui a lì, e non di più”. Oppure: “scrivere sì, ma solo alcune cose e non altre ché poi la gente legge e la scrittura  serve da cassa di risonanza per le idee balzane”.

C’è poco da girarci intorno: avere una rete libera significa oggi avere i mezzi per leggere e per scrivere; significa essere in grado di far sentire la propria voce, di dissentire, di verificare le notizie, di ricorrere direttamente alle fonti di informazione. Significa poter scegliere e non doversi accontentare.

Un paese che cerchi di limitare l’uso di questo nuovo alfabeto è un paese destinato ad arrancare e a perdere un mondo di opportunità, sia nel breve che nel medio e lungo termine.

È vero, molti scrivono cazzate, le urlano ai microfoni, ma mica per questo bisogna chiudere le tipografie e le emittenti televisive. Gli stadi sono pieni di violenza e di istigatori d’odio, eppure si continua a giocare a calcio.

Anche a volerla guardare da lontano questa storia della censura, non riesco  a fare a meno di pensare come questi siano i tentativi da parte di un paese conservatore – non solo in senso strettamente politico – di resistere al nuovo che non soltanto avanza, ma che fa già parte della vita quotidiana di tante persone. Non si tratta più di una attività a parte.

Non occorre essere particolarmente lungimiranti per comprendere che tornare indietro a vent’anni fa non si può e non si deve.

Tirando le somme (con compleanno mancato)

Domenica di consuntivi dopo qualche bilancio.

Ho trascorso i giorni passati ancora trasportata dall’energia del mio sabato romano. Giornata intensa e sfiancante, tredici ore di viaggio per quattro ore di manifestazione in Piazza del Popolo ma sono felice e molto orgogliosa di averlo fatto. Bisognava esserci, fisicamente. Bisognava riempirla quella piazza e per fortuna le aspettative – anche le mie – non sono state tradite.  Tra tutti gli interventi me ne sono rimasti nel cuore due, quello di Neri Marcoré con la lettura di un brano di Alexis de Tocqueville sulla democrazia e quello di Jasmine Trinca con un bel ricordo di Anna Politkovskaya.

Sentire le parole di Anna, in quel momento, in quel particolare frangente è stata una specie di illuminazione. Ne ho parlato poi con alcuni dei miei compagni di viaggio – un manipolo di simpatici vecchietti molto agguerriti – sul perché avessi voluto esserci, nonostante tutto: non voglio avere nulla da rimproverarmi se le cose andassero per la via sbagliata. Non voglio vivere con la sensazione di aver potuto fare qualcosa, per quanto piccola, e non averla fatta. Non voglio che mio figlio e i figli di mio figlio debbano pensare che ho consegnato loro un paese meno democratico senza aver nemmeno tentato di contrastare il meccanismo perverso che si è innescato in Italia. Se mi dovessero chiedere di rendere conto delle mie azioni, in un prossimo futuro, voglio poter dire che non me ne sono stata alla finestra a guardare.

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Foto di Mikuzz

La mia fugace partecipazione alla manifestazione è stata anche un pretesto per respirare un po’ di Roma dopo un anno che mancavo. Ne ho il bisogno fisico di tornarci ad intervalli regolari. Roma è una delle città dove sono sempre incredibilmente felice.

Lunedì scorso poi, ho celebrato in silenzio il secondo compleanno di questo blog.  Anche quest’anno ho registrato le modifiche di percorso, per così dire: sempre meno post che raccontano pensieri e sentimenti, sempre più quelli che riguardano il  mio “mondo esterno”. Mi mancano un po’, in effetti, i miei discorsi su uomini e donne. In compenso ho sempre più voglia di scrivere del passato, di cercare di trasmettere il senso del ricordo. Anche in questa ultima settimana ho composto nella mia testa almeno una decina di articoli diversi su questo. Ultimamente non posso non notare come le cose stiano cambiando velocemente intorno a me – luoghi, persone – e fermare su questo quaderno virtuale certe immagini del mio passato sta diventando un bisogno sempre più impellente. Vedremo se riuscirò a dare seguito a questa necessità. Sento dire spesso che il blog, come mezzo di espressione in rete, stia esalando i suoi ultimi respiri. Non so se sia vero, per me si tratta di una esperienza relativamente recente, ma per quanto mi riguarda, non ho mai scritto tanto come in questi ultimi mesi. Pubblicare quello che scrivo e tutt’altra storia però. Ho in coda un’ottantina di post e so già che tanti di questi non vedranno mai la luce perché, nonostante tutto, sono e rimango anarchica e disordinata anche nella scrittura. D’altro canto lo scrivevo pure l’anno scorso e non sono cambiata di una virgola da allora “Scrivere continua ad essere una gran fatica per me, ma mi dà gioia, mi tiene nei ranghi, mi costringe a pensare con calma e ordine. Mi ha insegnato il metodo e la pazienza. Non una cosa da poco per una come me che pensa decisamente troppo e che tende a lasciarsi trasportare dalle leggi del caos”.

Ieri sera poi la Notte d’Oro qui a Ravenna. Una magnifica serata anche quest’anno, davvero un’aria diversa nella mia piccola città di provincia, con musica e parole in ogni angolo e una marea di gente. Ne ho approfittato per liberare qualche libro alla Biblioteca Classense, visitare mostre e monumenti che di solito sono chiusi al pubblico, passeggiare tra la folla e per una puntatina alla Feltrinelli dove, nonostante l’enorme disagio che provo ogni volta entrando in una loro libreria, sono riuscita anche a fare qualche acquisto. Non so come mai, ma l’unica che sento veramente “casa” è quella di Largo Argentina a Roma. Guarda caso.

Fare la libertà

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 19

Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo dei primi anni ’70, in bianco e nero come la tv dell’epoca.
In terza elementare, nel ’75,  arrivò una nuova maestra e il mio piccolo mondo si aprì a  Sciascia, Calvino, Brecht, Levi, Gandhi.

Il mio libro di lettura non conteneva filastrocche o favole. Parlava di mafia, di lavoro minorile, di inquinamento, della guerra in Mozambico. Un’altra cosa che la maestra introdusse fu il giornalino di classe, anzi, i giornalini. Ce n’erano cinque, uno per ogni gruppo in cui eravamo divisi, e un’edizione speciale che raccoglieva il meglio di tutti due volte l’anno. Il sabato ci esibivamo in un “telegiornale dal vivo”: leggevamo gli articoli scritti durante la settimana con il commento degli inviati speciali. Si organizzavano interviste da raccogliere con il magnetofono (una bella parola desueta) tra gli abitanti del mio paesello di mare, suonando ai campanelli, entrando nei negozi, fermando i passanti. Gli argomenti erano quelli di sempre: l’inquinamento, la pace, la lotta al razzismo – nei confronti allora di chi proveniva da altre regioni d’Italia -.

Questa fu la mia scuola. Mi insegnò la  libertà.

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La libertà necessita di essere insegnata. Non nasciamo con la predisposizione ad essere liberi, quasi fosse una caratteristica fissata nel DNA. Se si dà per diritto acquisito e immutabile nel tempo,quello di essere liberi, si corre il rischio di non riconoscere quando si comincia a non esserlo più o ad esserlo meno.

Oggi a Roma manifesterò perché stampa ed informazione di questo paese possano tornare ad essere quello che dovrebbero essere:  pluraliste, giuste, più libere e legittimate a svolgere la funzione che hanno in tutti i paesi democratici. Manifesterò prima di tutto come cittadina italiana, poi come blogger/utente che usa la rete per scriverci sopra. Non sono giornalista, non sono pubblicista, ma riconosco l’anomalia pericolosa che stiamo vivendo.
Non sono solo “rogne tra giornalisti” come ho sentito dire, che pure ci sono ma che non m’interessano e non m’interessa chi cerca di svicolare l’attenzione e sminuire l’importanza di una manifestazione come quella di oggi con le battute del genere “sono come le zoccole che manifestano a favore della verginità”. Chi lo dice non può che essere in malafede sapendo di esserlo.

Sono egoista: manifesto per il mio diritto a non vivere in un paese di fatto imbavagliato, dove c’è chi deve rendere conto del suo operato e non lo fa, dove i giornali non si chiudono ma si denunciano, i giornalisti si licenziano, dove si minaccia di togliere la tutela legale ai pochissimi che fanno ancora giornalismo d’inchiesta serio, dove, se non hai la possibilità di informarti altrove, la tv per lo più ti fa credere che tutto va bene madama la marchesa. Dove ogni tre per due provano a far passare leggi per imbavagliare l’unico canale di espressione e di diffusione delle notizie ancora veramente libero: internet. Dove si sta pianificando per modificare l’art. 21 della Costituzione.

Lo avevo già scritto nel post contro il decreto Alfano: si sta giocando con uno dei capisaldi che fanno di un paese un paese democratico. C’è chi dice che la manifestazione di Roma nulla abbia che vedere con la libertà di stampa, che è solo politica, come se questo fosse una ragione per diminuirne valore e valenza. Certo che lo è, ma non nel modo che si vorrebbe lasciare intendere. Il significato di una manifestazione come questa è profondamente politico, ma in modo trasversale. Dovrebbe far capire che il problema riguarda tutti, che non si tratta solo dei nostri panni sporchi, ma di una questione molto più ampia che da mesi sta interessando anche gli organi di informazione esteri, che per molti versi sono diventati il termometro del profondo malessere che stiamo vivendo qui. Per fortuna.

Sarà una giornata importante.

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