- 3 ottobre 2009
- Attualità, Esperienze, Giornalismo, Le mie riflessioni, Politica, Società, Web
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“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 19
Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo dei primi anni ’70, in bianco e nero come la tv dell’epoca.
In terza elementare, nel ’75, arrivò una nuova maestra e il mio piccolo mondo si aprì a Sciascia, Calvino, Brecht, Levi, Gandhi.
Il mio libro di lettura non conteneva filastrocche o favole. Parlava di mafia, di lavoro minorile, di inquinamento, della guerra in Mozambico. Un’altra cosa che la maestra introdusse fu il giornalino di classe, anzi, i giornalini. Ce n’erano cinque, uno per ogni gruppo in cui eravamo divisi, e un’edizione speciale che raccoglieva il meglio di tutti due volte l’anno. Il sabato ci esibivamo in un “telegiornale dal vivo”: leggevamo gli articoli scritti durante la settimana con il commento degli inviati speciali. Si organizzavano interviste da raccogliere con il magnetofono (una bella parola desueta) tra gli abitanti del mio paesello di mare, suonando ai campanelli, entrando nei negozi, fermando i passanti. Gli argomenti erano quelli di sempre: l’inquinamento, la pace, la lotta al razzismo – nei confronti allora di chi proveniva da altre regioni d’Italia -.
Questa fu la mia scuola. Mi insegnò la libertà.

La libertà necessita di essere insegnata. Non nasciamo con la predisposizione ad essere liberi, quasi fosse una caratteristica fissata nel DNA. Se si dà per diritto acquisito e immutabile nel tempo,quello di essere liberi, si corre il rischio di non riconoscere quando si comincia a non esserlo più o ad esserlo meno.
Oggi a Roma manifesterò perché stampa ed informazione di questo paese possano tornare ad essere quello che dovrebbero essere: pluraliste, giuste, più libere e legittimate a svolgere la funzione che hanno in tutti i paesi democratici. Manifesterò prima di tutto come cittadina italiana, poi come blogger/utente che usa la rete per scriverci sopra. Non sono giornalista, non sono pubblicista, ma riconosco l’anomalia pericolosa che stiamo vivendo.
Non sono solo “rogne tra giornalisti” come ho sentito dire, che pure ci sono ma che non m’interessano e non m’interessa chi cerca di svicolare l’attenzione e sminuire l’importanza di una manifestazione come quella di oggi con le battute del genere “sono come le zoccole che manifestano a favore della verginità”. Chi lo dice non può che essere in malafede sapendo di esserlo.
Sono egoista: manifesto per il mio diritto a non vivere in un paese di fatto imbavagliato, dove c’è chi deve rendere conto del suo operato e non lo fa, dove i giornali non si chiudono ma si denunciano, i giornalisti si licenziano, dove si minaccia di togliere la tutela legale ai pochissimi che fanno ancora giornalismo d’inchiesta serio, dove, se non hai la possibilità di informarti altrove, la tv per lo più ti fa credere che tutto va bene madama la marchesa. Dove ogni tre per due provano a far passare leggi per imbavagliare l’unico canale di espressione e di diffusione delle notizie ancora veramente libero: internet. Dove si sta pianificando per modificare l’art. 21 della Costituzione.
Lo avevo già scritto nel post contro il decreto Alfano: si sta giocando con uno dei capisaldi che fanno di un paese un paese democratico. C’è chi dice che la manifestazione di Roma nulla abbia che vedere con la libertà di stampa, che è solo politica, come se questo fosse una ragione per diminuirne valore e valenza. Certo che lo è, ma non nel modo che si vorrebbe lasciare intendere. Il significato di una manifestazione come questa è profondamente politico, ma in modo trasversale. Dovrebbe far capire che il problema riguarda tutti, che non si tratta solo dei nostri panni sporchi, ma di una questione molto più ampia che da mesi sta interessando anche gli organi di informazione esteri, che per molti versi sono diventati il termometro del profondo malessere che stiamo vivendo qui. Per fortuna.
Sarà una giornata importante.









