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Posts Tagged ‘ Libri e letture ’

Supersconti vietati sui libri: la legge anti Amazon non aiuterà i piccoli librai

Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l’occasione dello sconto del 40%.
In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di settembre entrerà in vigore la Legge Levi, scandalosa e illiberale, che impedirà ai venditori di applicare sconti maggiori del 15% sui prezzi di copertina dei libri appena pubblicati (solo in casi particolari potranno salire al 20% e al 25%).
La legge, approvata il 20 luglio scorso, dovrebbe servire allo scopo di “salvare” le piccole librerie dalla concorrenza delle grandi catene, ma soprattutto dei grandi venditori online, Amazon, su tutti. Di fatto si tratta proprio di una legge contro Amazon, la quale, da quando un anno fa ha introdotto la sua attività anche in Italia, sembra aver creato parecchio scompiglio, con buona pace della crisi, dei consumatori, delle percentuali bassissime di lettori in Italia.

Sarà una legge efficace?

Facendo parte della categoria dei lettori “forti”, mi sono chiesta se dal primo settembre cambieranno le mie abitudini in fatto di acquisto di libri. La risposta che mi sono data è: non di una virgola.
Continuerò a preferire la comodità delle compere online (su Amazon e Ibs, in primis, ma anche altrove, ovunque ci siano libri che m’interessano), senza variare la frequenza di visita alle mie librerie preferite (Melbookstore, ECoop e Feltrinelli, nell’ordine) e riservando ai piccoli rivenditori lo spazio che dedico loro di solito, ossia durante i viaggi e preferendo comunque i negozietti di libri usati e le bancarelle.

Insomma, a parità di prezzo e di sconti tra le varie tipologie di negozio, non mi sentirò spinta a diventare nuova cliente di un piccolo libraio.
A maggior ragione, anzi, continuerò a ordinare i libri da casa (e ne ordino parecchi nell’arco di un anno), ricevendoli comodamente nel giro di quarantott’ore, usufruendo di un catalogo illimitato e della possibilità di trovare tutto quanto è di mio interesse – recensioni, opinioni, informazioni varie – senza varcare la porta di casa. Non mi interessa instaurare un rapporto di amicizia o di fiducia con il venditore di libri, ma questo, lo riconosco, è solo un mio problema. Le librerie che preferisco, infatti, sono quelle medio-grandi, non claustrofobiche, dove posso circolare liberamente e comodamente, sedermi per “saggiare” i libri che mi incuriosiscono, bere un té e fare due chiacchiere nel contempo.

Facendo poi una riflessione più approfondita, questa è una legge anacronistica, dal sapore ottocentesco – come molto altro in Italia – che di fatto ignora le dinamiche di funzionamento del commercio elettronico e del mercato globale e di fatto le reali esigenze di chi i libri li compra. Mi ricorda, a tutti gli effetti, le polemiche che in tempi passati suscitavano i grandi supermercati in contrapposizione alle botteghette di alimentari di quartiere. Per fortuna non venne in mente a nessun politico di calmierare gli sconti sugli alimentare, a protezione dei piccoli esercenti.
Inoltre, chi potrà vietare a una azienda qualunque di vendere libri in lingua italiana al prezzo desiderato in un qualsiasi altro Paese dell’UE? A ben pensarci, è quello che già in una certa misura succede con i libri in lingua: li compro direttamente in UK dove posso averli super scontati (da 5 a 8 euro al cambio) e dove le spese di spedizione verso l’Italia vengono ammortizzate dai bassi costi, pur rimanendo comunque convenienti.

Non occorre essere degli analisti per capire che è una legge tutta storta, dunque, che va contro gli interessi di tutti, anche quelli dei piccoli librai stessi. Sarò curiosa di vedere tra un anno i dati reali di vendita di questi esercizi, tra diffusione di ebook  e commercio elettronico, senza dimenticare che i libri, quelli cartacei, ormai si trovano ovunque: dall’edicola al supermercato, fino all’ufficio postale.
Non ci sarà uno spostamento di acquirenti verso le piccole librerie grazie a questa Legge: gli italiani semplicemente compreranno ancora meno libri, avranno un pretesto in più, quindi, per leggere ancora meno di quanto già non facciano. Non male in Paese dove si fa di tutto, strategicamente o solo per incuria e ignoranza, per screditare e svilire ogni idea anche solo minimamente legata al concetto di Cultura.

A proposito di gattemorte

Confesso che le gattemorte, intese come esseri umani di sesso femminile, non mi sono mai piaciute molto. Non è per un fatto ideologico o per partito preso, ma perché distantissime dal mio modo di essere. Dopo aver letto diversi articoli sull’uscita di questo libro, però, mi sono diventate quasi simpatiche.

A dire il vero, non ho un’idea precisa della specie, ma ne ho incontrate più d’una nel corso degli anni così ho potuto constatare che, tralasciando le varie sfumature intermedie, esistono fondamentalmente due tipi di gattemorte: le inconsapevoli e le consapevoli.
Le prime fanno poco testo, sono gattemorte per nascita e senza consapevolezza di esserlo.  Vivono in una dimensione parallela che rimane al di fuori dei limiti di comprensione degli altri comuni mortali. Inutile dire che queste vengono identificate come gattemorte di rango solo se dotate di un aspetto gradevole, altrimenti sprofondano nella condizione di normali bruttine svampite nel migliore dei casi, di tristi e patetiche nel peggiore.

Altra storia sono le consapevoli. Perché non è vero che il gattamortismo sia solo una dote naturale, come sembra sostenere l’autrice del volume, anzi, la maggior parte lo acquisisce col tempo,  a coronamento di un preciso percorso strategico e molta applicazione. Non dev’essere un compito facile, di questo bisogna dar loro atto e merito, perché il risultato finale sarà un altro esemplare di felina languida, sempre vagamente annoiata, elegante, sorniona, costantemente presente a se stessa e mai al di fuori delle righe.

Quello che meraviglia non è tanto il fenomeno in sé – le gattemorte esistono da sempre –  quanto il fatto che ciclicamente sia di tendenza parlarne – tanto da scriverne libri a proposito, intendo – e mi viene spontaneo chieder perché tanto risentimento nei confronti di queste donne. Giusto per darvi un’idea del fenomeno: ho controllato su Facebook (sempre più usato come termometro delle tendenze internettiane) e ho potuto contare almeno una ventina di gruppi aperti contro le gattemorte e manco uno a supporto della protezione della specie. Perché?

Alla fine e in maniera nemmeno tanto nascosta, il gattamortismo non è altro che la riproposta del modello femminile maggiormente diffuso fino a una sessantina di anni fa, prodotto culturale giunto fino ai giorni nostri direttamente da una concezione sette/ottocentesca del femminile. Niente di nuovo dunque. Potranno non piacere, ma perché invidiarle o odiarle?
Insomma, le gattemorte sono delle nostalgiche, damine di altri tempi trapiantate ai giorni nostri – niente di più, niente di meno –  che scelgono come campo di gioco uno spazio lasciato volutamente libero dalle altre donne, giustamente impegnate a fare altro. Non ci può essere competizione perché i due schieramenti partecipano a gare diverse. Ecco perché non capisco la presa di posizione, seppure ironica, nei loro confronti. Si tratta come sempre di decidere cosa e come si vuole essere, se seguire i consigli delle bisnonne su come acchiappare un marito (fidanzato, amante, compagno, avventura di una notte), o rischiare di essere come si è nel bene e nel male. Non è comunque il caso di invidiarle, non sono nemmeno sicura abbiano una vita così semplice, a me starebbe strettissima, ad esempio. Inoltre, siete sicure che quegli uomini che soccombono alle grazie di queste feline soccomberebbero ugualmente se queste all’improvviso scomparissero lasciando campo libero a tutte le altre? Io ho idea di no, che gli uomini che si lasciano prendere da queste gatte siano, in fondo, quelli che le vanno a cercare, meritandosele in pieno.

In altre parole, quelli che apprezzano il tipo della gattamorta consapevole non si sentirebbero mai attirati da chi gattamorta non è, così come le antigatte non dovrebbero essere a loro volta attirate da uomini così. E non è perché queste ultime, come erroneamente scrive Chiara Moscardelli, siano delle goffe rancorose e delle insicure imperfette, mai contente di nulla e dai gusti impossibili, ma perché certi uomini non saprebbero che farsene di loro. La cosa brutta, infatti, è che se il mito del principe azzurro ben si confà a una gattamorta, dovrebbe invece essere ben superato (felicemente) dalle altre.

D’altro canto, è anche vero che in ognuna di noi è possibile riscontrare tracce di gattamortismo, inutile negarlo. Sono una specie di residuo di cervello primordiale che ci trasciniamo come un peso. Dovrebbero esserne felici, le invidiose: diventare gattemorte è veramente possibile per tutte, basta volerlo veramente. La dimostrazione? Prendiamo proprio Chiara Moscardelli: solo una vera gattamorta nell’anima poteva pensare di scrivere un libro del genere e suscitare così la simpatia, il senso di solidarietà e i pat pat di conforto di centinaia di sorelle di sventura guadagnandoci sopra anche qualche euro.

Pensieri sparsi su scrittura e scrittori (aspiranti)

“Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”(*)

Di recente ho detto a un Aspirante Scrittore Esordiente (dove “scrittore” sta per “persona che viene pagata per scrivere libri”) che se gli editori snobbano suoi manoscritti è perché questi non vengono considerati adatti ad essere pubblicati. Gli ho anche detto che le case editrici serie quando riconoscono, tra l’ammasso di materiale che ricevono, uno scritto idoneo a diventare un loro prodotto, sono più che pronte ad investirci tempo e denaro. Non è il caso di quelle che chiedono, loro, soldi perché un libro venga pubblicato (e sto parlando di somme piuttosto ingenti).
Ho dovuto per forza però accennare anche all’altra faccia della medaglia, ossia che non tutto quanto viene dato alle stampe e venduto sugli scaffali – reali o virtuali – delle librerie offre contenuti di qualità, anzi. Può succedere che si arrivi alla pubblicazione per pura fortuna, o in virtù di contatti e conoscenze, cioè che anche nell’editoria le cose funzionano come di  solito funzionano in Italia, ossia all’italiana, dove la pratica degli “amici degli amici” non è solo diffusa a livello capillare, ma anche socialmente accettata. Il resto viene lasciato all’onestà intellettuale dell’autore: c’è chi ce l’ha e chi no.

Mi sono sempre tenuta a debita distanza dagli amici Aspiranti Scrittori Esordienti che mi chiedevano un giudizio, in quanto lettrice, sulle loro opere, magari pubblicate a pagamento e dopo vari affanni. Sono caduta nella trappola una volta e mi sono trovata in grande difficoltà perché il libro, regalatomi dagli autori con dedica, non era questo granché. Avrei voluto essere onesta fino in fondo e dire loro cosa effettivamente ne pensassi, ma mi sono mancati cuore e coraggio. Non tanto perché ero a conoscenza della passione che ci avevano messo, delle speranze e della fatica che quel libro era costato, ma  perché sicura che non l’avrebbero preso per niente bene il mio giudizio spassionato.
È una specie di processo automatico con gli amici Aspiranti Scrittori Esordienti:  loro che ti chiedono in buona fede una critica,  anche spietata, e tu dall’altra parte che ne offri una inconsciamente edulcorata per non ferirli.
Così evito per vigliaccheria.
Il che significa che i loro libri li leggo pure, ma coi miei tempi e i miei modi, e non glielo dico.

Un capitolo a parte meritano gli Aspiranti Scrittori Esordienti e Molesti. Con questi sono dolori o, meglio, sono bolle (d’orticaria).
Intendiamoci, non c’è nulla di male nel voler promuovere quello che si scrive, ma farlo con la sicurezza di aver compilato Il Capolavoro della letteratura italiana, questo mi da il mal di pancia, oltre alle bolle.
Si creano gruppi di ASEM entusiasti che parlano dei loro libri, recensiscono i loro libri, distribuiscono ad  amici e conoscenti i loro libri, creando conventicole che sono più dei gruppi di supporter che lettori chiamati ad esprimere un giudizio sincero su opere prime (o seconde). Come se questo non bastasse, si sentono autorizzati allo spam più bieco per pubblicizzare la loro creatura. Diventano utenti attivi in ogni social network esistente per crearsi contatti, mandano mail e inviti ad eventi farlocchi, e si arrabbiano quando dici loro che il libro non ti interessa. Sono queste reazioni così scomposte che me li fanno diventare antipatici, più che altro. Così, grazie no, del vostro libro ne faccio volentieri a meno  - anche perché non mi basterebbe un’altra vita per leggere tutto quello che vorrei – e se davvero fosse il prossimo capolavoro della letteratura italiana, pazienza, vorrà dire che metterò in coda anche quello.

Non fraintendetemi però, non sono una killer di sogni altrui, anzi, sognando ancora molto ad occhi aperti io stessa, credo fermamente siano i primi fondamentali passi per ottenere quello che si desidera nella vita.
A proposito, ricordo con molto piacere una conferenza tenuta da Cristiano Cavina, scrittore (vero e molto amato dai giovani) mio conterraneo, a una platea di adolescenti. Perché al di là di ogni aspirazione adolescenziale, l’importante è tener duro e non rinunciare ai propri sogni, anche per chi desidera diventare un Aspirante Scrittore Esordiente. È un bel messaggio a quell’età, un invito a non omologarsi, a credere alle passioni, coltivarle e a impegnarsi per metterle in pratica, nonostante tutto.

Alla fine, al mio Aspirante Scrittore Esordiente ho suggerito di aprire un blog. Non equivale a scrivere un libro e non è come avere un libro pubblicato, ma è un buon modo per “uscire allo scoperto” e porsi nell’ottica del confronto con un pubblico di lettori. Insomma, è un buon esercizio per imparare ad assorbire le critiche, soprattutto quelle feroci, e per fare esercizio di scrittura e di onestà. A me, da non scrittrice né da aspirante, il blog ha insegnato il piacere della condivisione e della disciplina. Non è affatto poco, molto più di quanto tanti pennivendoli siano disposti ad ammettere.

(*) La frase fa parte del post di un amico, che ringrazio per il prestito: “L’imbarazzo di ascoltare amiche che leggono le loro poesie e s’aspettano un commento. Versi ovviamente bruttissimi (mix di cantautorato d’annata e floreale regressione infantile). Più che altro mi chiedo: gente colta, letture non sparute, io non ipertrofico (almeno in apparenza). Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”.

Tirando le somme (con compleanno mancato)

Domenica di consuntivi dopo qualche bilancio.

Ho trascorso i giorni passati ancora trasportata dall’energia del mio sabato romano. Giornata intensa e sfiancante, tredici ore di viaggio per quattro ore di manifestazione in Piazza del Popolo ma sono felice e molto orgogliosa di averlo fatto. Bisognava esserci, fisicamente. Bisognava riempirla quella piazza e per fortuna le aspettative – anche le mie – non sono state tradite.  Tra tutti gli interventi me ne sono rimasti nel cuore due, quello di Neri Marcoré con la lettura di un brano di Alexis de Tocqueville sulla democrazia e quello di Jasmine Trinca con un bel ricordo di Anna Politkovskaya.

Sentire le parole di Anna, in quel momento, in quel particolare frangente è stata una specie di illuminazione. Ne ho parlato poi con alcuni dei miei compagni di viaggio – un manipolo di simpatici vecchietti molto agguerriti – sul perché avessi voluto esserci, nonostante tutto: non voglio avere nulla da rimproverarmi se le cose andassero per la via sbagliata. Non voglio vivere con la sensazione di aver potuto fare qualcosa, per quanto piccola, e non averla fatta. Non voglio che mio figlio e i figli di mio figlio debbano pensare che ho consegnato loro un paese meno democratico senza aver nemmeno tentato di contrastare il meccanismo perverso che si è innescato in Italia. Se mi dovessero chiedere di rendere conto delle mie azioni, in un prossimo futuro, voglio poter dire che non me ne sono stata alla finestra a guardare.

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Foto di Mikuzz

La mia fugace partecipazione alla manifestazione è stata anche un pretesto per respirare un po’ di Roma dopo un anno che mancavo. Ne ho il bisogno fisico di tornarci ad intervalli regolari. Roma è una delle città dove sono sempre incredibilmente felice.

Lunedì scorso poi, ho celebrato in silenzio il secondo compleanno di questo blog.  Anche quest’anno ho registrato le modifiche di percorso, per così dire: sempre meno post che raccontano pensieri e sentimenti, sempre più quelli che riguardano il  mio “mondo esterno”. Mi mancano un po’, in effetti, i miei discorsi su uomini e donne. In compenso ho sempre più voglia di scrivere del passato, di cercare di trasmettere il senso del ricordo. Anche in questa ultima settimana ho composto nella mia testa almeno una decina di articoli diversi su questo. Ultimamente non posso non notare come le cose stiano cambiando velocemente intorno a me – luoghi, persone – e fermare su questo quaderno virtuale certe immagini del mio passato sta diventando un bisogno sempre più impellente. Vedremo se riuscirò a dare seguito a questa necessità. Sento dire spesso che il blog, come mezzo di espressione in rete, stia esalando i suoi ultimi respiri. Non so se sia vero, per me si tratta di una esperienza relativamente recente, ma per quanto mi riguarda, non ho mai scritto tanto come in questi ultimi mesi. Pubblicare quello che scrivo e tutt’altra storia però. Ho in coda un’ottantina di post e so già che tanti di questi non vedranno mai la luce perché, nonostante tutto, sono e rimango anarchica e disordinata anche nella scrittura. D’altro canto lo scrivevo pure l’anno scorso e non sono cambiata di una virgola da allora “Scrivere continua ad essere una gran fatica per me, ma mi dà gioia, mi tiene nei ranghi, mi costringe a pensare con calma e ordine. Mi ha insegnato il metodo e la pazienza. Non una cosa da poco per una come me che pensa decisamente troppo e che tende a lasciarsi trasportare dalle leggi del caos”.

Ieri sera poi la Notte d’Oro qui a Ravenna. Una magnifica serata anche quest’anno, davvero un’aria diversa nella mia piccola città di provincia, con musica e parole in ogni angolo e una marea di gente. Ne ho approfittato per liberare qualche libro alla Biblioteca Classense, visitare mostre e monumenti che di solito sono chiusi al pubblico, passeggiare tra la folla e per una puntatina alla Feltrinelli dove, nonostante l’enorme disagio che provo ogni volta entrando in una loro libreria, sono riuscita anche a fare qualche acquisto. Non so come mai, ma l’unica che sento veramente “casa” è quella di Largo Argentina a Roma. Guarda caso.

aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità

Di aNobii avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.

aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei “luoghi” di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall’inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.

Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell’inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come “librarian”. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l’”help desk” che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto – perché non c’è scritto da nessuna parte – ma, soprattutto, quando c’è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell’apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il “luogo” aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.

 

Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.

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Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell’editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l’operazione.

In mancanza di ulteriori informazioni c’è chi ha pensato bene di chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.

Perché non c’è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d’altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l’operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il “pubblico” adatto.

Restano tre considerazioni.
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta “l’emergenza” di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l’editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di “autori” è cosa lunga).
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com’è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.

La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.

L’ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire “ufficialmente” informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante. Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati “riservati” come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l’indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell’utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).

Sia ben chiaro: nessuno demonizza l’operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l’apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.

Un’ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell’ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l’ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l’ora di tenerlo in mente.

Qui la discussione su aNobii:

aNobii: Discussioni Liberatoria

 

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