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aNobii si apre al social virale

Gli habitué di aNobii si saranno accorti che da ieri sera, sopra al pulsantino di traduzione in linea, ne è comparso un altro per condividere “questa pagina con i tuoi amici”. Cliccandolo si apre una finestra con indicati tutti i principali media sociali disponibili per la condivisione: da Facebook a Twitter, da Friendfeed a Delicious, passando per Linkedln, Tumblr, Digg, senza trascurare le principali piattaforme di blogging.

Questo vuol dire che ogni pagina, ogni contenuto, ogni discussione di aNobii potranno ora essere “esportati” su tutti i più importanti social network con un paio di click, esattamente come succede per gli articoli dei quotidiani e rotocalchi online e per i post nei blog. Tutto in aNobii sarà potenzialmente mille volte più visibile di quanto lo sia stato fin’ora.

In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico, aNobii è sempre stato un social network “aperto”:  le librerie degli utenti sono visualizzabili dall’esterno, tutti i thread nei gruppi hanno un loro permalink e tutti vengono regolarmente indicizzati da Google, in quanto non è possibile renderli privati in alcun modo (per non parlare dei feed rss disponibili). Per trovarli, però, fino a ieri bisognava andarli a cercare sapendo esattamente cosa cercare; la situazone non era migliore all’interno della piattaforma, dove ritrovare velocemente le discussioni passate è sempre stato piuttosto arduo, considerati i problemi perenni della funzione di ricerca.
Ora, con due click di mouse, aNobii “esce”, si propaga e si connette a tutti gli altri social network, entrando, con le sue discussioni, nel lifestreaming globale.

aNobii, pur identificandosi come comunità di tipo 2.0,  è sempre rimasta in un ambito a parte; i contenuti anche se belli e di valore (ci sono discussioni che per autorevolezza possono battere  molti articoli tecnici o accademici), hanno sempre avuto il carattere di chiacchiere tra amici o tra pochi eletti. Gli stessi utenti, nella maggior parte dei casi, sono persone che non frequentano la rete al di fuori di quell’ambiente, sono concentrate per lo più sui libri e sul parlare di libri, ignorando spesso anche le regole elementari della comunicazione online. Non nascondono, a volte,  una certa dose di snobismo (o diffidenza) nei confronti di altri social network, Facebook su tutti. Capiranno ora che ogni nuova discussione sarà esattamente come scrivere un nuovo articolo  su un blog collaborativo, con tanto di commenti pubblici, ma con l’impossibilità reale di cancellarli o modificarli se non entro i primi 15 minuti?

Quello che prima era visibile di fatto solo al numero ristretto degli iscritti a un gruppo di discussione ora può venire gettato in pasto alla rete da chiunque e in qualunque momento, nel bene e nel male, commentato, sezionato, tumblerato, riproposto senza che gli autori originali ne abbiano sentore. Nel mio caso, una qualsiasi discussione di aNobii condivisa su Twitter passerebbe in automatico su Facebook e Friendfeed e da lì raggiungere Google in un blip.

Senza dubbio è un cambiamento importante, dal mio punto di vista.

Da oggi, ancora di più e a maggior ragione, chi pensa di  scrivere pubblicamente,  sia aprendo una nuova discussione su aNobii, sia aggiungendo commenti a un precedente intervento,  farebbe bene a pensarci un paio di secondi in più:  tutto sarà davvero pubblico, comprese polemiche, flame e attachi vari (ebbene sì), con tutte le conseguenze del caso.

Per seguire la discussione a proposito su aNobii:

aNobii: Discussioni aNobii diventa social

Marcovaldo e la crisi

Il mio primo incontro con Marcovaldo risale a quando avevo dieci anni. Le sue storie stavano sul libro di lettura della quarta elementare.

Mi sono innamorata di Calvino allora, penso, proprio per Marcovaldo che faceva cose fantastiche e improponibili per la mia testa di bambina: raccoglieva, per esempio, funghi in città, quando tutti lo sapevano che quei funghi, oltre ad essere velenosi, erano pure inquinati e che nelle aiuole ci fanno la pipì i gatti; oppure si faceva pungere dalle vespe che raccoglieva in barattoli di marmellata appiccicaticci, e questo di sicuro era ben strano. Insomma,  Marcovaldo era una specie di eroe in tuta blu.

Così lo immaginavo:  perennemente in una tuta blu da operaio (anche se Marcovaldo di mestiere faceva l’uomo di fatica alla Sbav), una specie di Mimì Metallurgico con famiglia, sempre su uno sfondo di muri grigio-bruni, illuminato da quelle lampade al neon col saliscendi che si trovavano in molte cucine degli anni ’70.

A distanza di trent’anni ho riletto le sue Stagioni in città e il Marcovaldo della mia infanzia non l’ho più trovato. Ho trovato, al suo posto, un disadattato che non fa sorridere.

Mi ha fatto tristezza questa figurina d’uomo. Soprattutto perché Calvino ha scritto Le stagioni in città nei primi anni ’60, descrivendo l’ansia di vivere di allora: gli anni dell’industrializzazione, lo spaccatura tra la vita “di prima” e quella nuova, la desolazione, ma io ho ci ho riletto, con un piccolo shock, tutta la miseria di questi primi anni 2000. Marcovaldo è diventato per me il simbolo della recessione, quella di oggi.

So bene che Calvino voleva significare altro, che la crisi economica, in quegli anni del boom, non era tra i suoi pensieri, anzi, probabilmente gli stavano a cuore la speculazione, la crescita ossessiva, un certo modo di vivere quel tipo di sviluppo. Marcovaldo era l’immigrato che lasciato il paese si trovava a vivere – e combattere – in un mondo non suo, che gli era totalmente estraneo, dove comunque cercava di recuperare il rapporto con gli elementi naturali – un cielo stellato, un fiume, la neve – senza riuscirci mai. Questa era la sua frustrazione. La mia è stata quella di riconoscere nel suo disadattamento il disadattamento di una bella fetta della società italiana di questi giorni.

Perché diciamocelo: certo, la recessione è globale, ma ognuno conosce la propria. Leggo sui quotidiani dei cassintegrati, di chi perde lavoro, di chi non arriva a fine mese, dei precari e rivedo in loro Marcovaldo a dormire in cinque in una stanza, a raccogliere funghi in città, ad inventarsi piccole strategie di sopravvivenza quotidiana. O portare la famiglia a spasso al supermercato perché “essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquantoché il denaro, più ne circola, più chi ne è senza  spera: «Prima o poi finirà per passarne anche un po’ per le mie tasche». Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c’erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito“.
Appunto.

La fatica di scrivere

In questi ultimi giorni, in diversi luoghi del web che frequento, ho seguito discussioni su come (forse) i vari social media stiano minando la scrittura sui blog. Se ne è parlato qui e qui, ad esempio. Non so se questo sia vero. Forse si scrive in modo diverso, forse si scrive di meno per scrivere in maniera più attenta, come se si seguisse una sorta di selezione naturale, o, più semplicemente, forse prima si scriveva troppo. Questione di corsi e ricorsi, probabilmente.

Anche io scrivo molto meno rispetto a qualche mese fa. Scrivo con meno frequenza in questo spazio, scrivo poco anche nei gruppi di discussione, dove ho sempre partecipato a conversazioni fiume su argomenti vari, e questo non per mancanza di idee. Ci sarebbe così tanto da dire, ho in coda abbozzati diversi post, mi piacerebbe avviare riflessioni sui temi più disparati, ma pare che per me scrivere sia diventato all’improvviso più difficoltoso del solito.

Con la parola scritta ho un rapporto meraviglioso ma molto sui generis. Se per me leggere è un’attività del tutto spontanea, ho cominciato a cinque anni per non smettere più, scrivere per altri oltre che per me stessa mi richiede concentrazione massima, applicazione e una certa disciplina. Non riesco a farlo al volo(*), ho bisogno di buttare giù idee per poi riordinarle, di riflettere, di ricercare. Soprattutto ho bisogno di divertirmi, mi deve dare gioia. Non scrivo per mestiere, scrivo per piacere.

E’ normale quindi che quando non ne ho voglia, non scrivo. E non perché magari preferisco i 140 caratteri di Twitter, o prendere parte alle discussioni sulle piattaforme social. Anzi, ho notato come tanti spunti per raccontare la mia visione delle cose – e in fondo il Diario è nato proprio per questa ragione – li ricavi proprio dai thread “social”, dove non solo le persone si mescolano, ma le idee prendono forma e ne contaminano altre.

Insomma, è un periodo un po’ così, non sempre me la sento. Le energie che di solito spendo nella scrittura ho bisogno di impiegarle altrove, sto cercando di risolvere diverse cose con me stessa.
Un lato positivo in tutto questo però c’è: sono tornata a leggere molto. Ho ripreso a macinare libri su libri, ad aggiungerne sempre dei nuovi alle mie liste dei desiderati e a ricercarne dei diversi, perché per me i libri sono sempre stati delle ancore di salvezza.
Mi sto rendendo conto, tuttavia, proprio adesso mentre lo sto scrivendo, di come anche le motivazioni che mi spingono a cercare certi libri invece di altri siano cambiate da quando ho questo blog. Il piacere di scrivere, anche se con meno frequenza e in maniera del tutto discontinua, libera e svincolata da qualsiasi forma di costrizione, mi fa volere di saperne sempre di più.
Le due attività, leggere e scrivere, due tra quelle che mi danno più gioia in assoluto, si sono strettamente intrecciate tanto da essere diventate imprescindibili l’una dall’altra. Non ho ben chiaro, però, se questo sia un bene o meno.

(*) Per i miei pensieri al volo, quelli veloci che qui non avrebbero la loro giusta collocazione, ho aperto quest’altro diario.

Una notte tiepida d’ottobre tra oro, libri e Last Minute Market

Che l’oro identifichi la mia città non è cosa di oggi e che le notti, bianche ovunque, a Ravenna diventino notti d’oro è una realtà da due anni. Strano a dirsi, ma anche ad uscire dal centro, andando verso le pinete, se la luce autunnale è quella giusta, e se un po’ di nebbia rimane in sospensione nell’aria, in alcune ore sembra proprio che di polvere d’oro sia cosparsa ogni cosa.

Sabato scorso Notte d’Oro a Ravenna. Temperatura perfetta, atmosfera magica e sognante, musica e mosaici. E belle cose da fare e da vedere, con qualche piccola occasione per riflettere.

Una di queste è stato l’allestimento artistico “Another Book from the Wall” alla Biblioteca Classense, “installazione con libri sottratti al macero in un cantiere aperto a tutti“, di Clara Matelli in  sinergia con Last Minute Market.
Non solo aperto a tutti, questo cantiere, ma con la possibilità per tutti, di prelevare i libri facendoli rivivere di nuovo. Libri che altrimenti sarebbero finiti triturati e macerati. Approfitto, anzi, di questo post per chiedere scusa al direttore della Classense, ché sono due giorni che mi sento in colpa. Durante il discorso d’inaugurazione aveva ben specificato: “Solo uno, massimo due libri a testa”. Bene, io ne presi tre. Non riuscendo a decidermi, alla fine mi sono detta che tanto meglio così che rischiare un ulteriore abbandono di un libro già scampato alla distruzione.

Last Minute Market è un progetto bello e importante per combattere lo spreco. Il suo motto recita: “Trasformare lo spreco in risorse”. E se è logico e fondamentale riuscire a riciclare quello che tanti sprecano sotto forma di cibo in un mondo che ha sempre più fame, o di medicinali in realtà dove anche la semplice aspirina fa la differenza, è altrettanto logico non sprecare conoscenza e cultura. Non sprecare libri che sono stati scritti e stampati dunque, e che hanno richiesto energie per la loro produzione, non solo intellettive, ma soprattutto energie materialissime, come carta ed elettricità.

Amo i libri. Li amo come oggetti e li amo come simboli. Li amo soprattutto come contenitori di idee e di intelligenze; di voglia di trasmettere conoscenza. Mi piace pensare che tutti quei volumi rimasti invenduti perché ritenuti non interessanti da tanti, possano esserlo per molti altri, o che possano contribuire alla scoperta di qualcosa di nuovo da parte di chi ha voglia di imparare. O, più prosaicamente, da parte di chi libri non ne può comprare. Per fortuna le idee non hanno data di scadenza, possono circolare fresche e nuove per anni e anni.
Per questo ho la speranza che sempre più librai ed editori aderiscano al sevizio Last Minute Market Book. A loro non costa nulla, per tanti può rappresentare un valore inestimabile e un vero investimento.

Di certo io ho portato a casa tre libri preziosi, uno dei quali stavo cercando da tempo. Si possono vedere in dettaglio qui, nel mio scaffale di aNobii; sono Parisiens, un bel libro di fotografia di Peter Turnley, Ravenna nascosta, il libro di Tino Dalla Valle che cercavo da un po’, e un bel librone d’arte Le arti decorative e Venezia. Hanno trovato una nuova casa, la mia, e una sistemazione d’onore sul tavolino del salotto. Non avrei potuto essere più fortunata di così.

Arte, libri e strani personaggi

Ieri ho passato un pomeriggio piuttosto piacevole visitando Artelibro a Bologna; ne ho scritto ieri notte sull’altro mio diario. Stizzita, bisogna che lo dica.

Visto che, come da saggezza popolare la notte spesso porta consiglio, quest’oggi ne posso scrivere anche qui con ritrovata calma, magari approfondendo la riflessione sul mondo dell’arte e dei libri e su certi eventi a cui mi piace intervenire.
Premetto: Artelibro è un festival che attendo ogni anno con impazienza. Il perché è presto detto: ho una insana passione sia per i libri che per l’arte figurativa, di conseguenza la combinazione delle due la la vivo come una specie di paradiso di beatitudine. Con qualche neo.

E’ lodevole il tentativo di far avvicinare la gente comune al mondo dell’arte e dei libri in genere. Se solo questi costassero meno. In poche parole: ad Artelibro espongono e vendono direttamente le case editrici, perché solo pochissime hanno applicato sconti reali sui prezzi di copertina? Perché solo pochissime pubblicano (anche) “low cost”? E qui ritorno a parlare della solita Taschen, che letteralmente adoro.

Taschen snobbata e ritenuta “improponibile” da chi fa cultura “alta”, ma che ha avuto il grandissimo merito, secondo mia modestissima opinione, di far scendere l’arte dal piedistallo dove molti tenderebbero a metterla, e dove per molti visitatori di Artelibro è giusto che stia. Basta soffermarsi un momento su simili personaggi, o su alcuni incaricati agli stand che sembrano brutte copie di yuppy anni ’80, che ti guardano  storto se parli senza birignao e se sei vestita con jeans e giacca di pelle.

L’arte non deve essere un affare di èlite. Il gusto per il bello, il piacere di capire un’opera pittorica, il gusto di lasciarsi trasportare da un quadro, da una scultura, dal lavoro di un artista devono poter appartenere a tutti, soprattutto a chi non ha né avrà mai la possibilità di visitare di persona il MOMA di New York o il Musée d’Orsay a Parigi. Credo dunque sia importante per chi stampa pubblicazioni d’arte rendere almeno queste il più accessibili possibile, abbassandone i prezzi come prima cosa, soprattutto in occasione di  eventi come  Artelibro.  Non potrà che venirne premiato sulla lunga distanza (probabilmente neppure tanto lunga).

L’arte al popolo, alle persone comuni, ai non addetti ai lavori. L’arte divulgata con passione, con linguaggio comprensibile e incoraggiante. L’arte dei mercanti che accolgono e non respingono, anche se non sei vestito Gucci.

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