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Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo

Della giornata di ieri mi rimarrà molto.
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.

Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l’energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.

Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”,  che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su quelle che non riesco a collocare.
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.

13 febbraio: “Se non ora quando” (ora o mai più)

In questi giorni sto seguendo, senza troppa convinzione, il gran parlare delle donne attorno alla manifestazione del 13 febbraio.
Quello che mi lascia più perplessa è il carattere stesso del dibattito, ricondotto a manifestazione sì, manifestazione no, nella ricerca esasperata di cavilli e distinguo da parte di molte.
Me ne chiedo la ragione, fin troppo non mi convince.
Io domani parteciperò alla manifestazione per almeno un motivo: un’ulteriore occasione, forse la più importante negli ultimi anni, per (ri)portare alla luce una situazione che c’è, esiste e che non è più possibile ignorare. Al di là del fatto scatenante contingente. Anzi, tutto sommato non è solo avvilente pensare che per svegliare le donne ci siano volute le avventure erotiche di un vecchio, ma anche l’ammissione di un fallimento lungo quarant’anni.

Ci sono quelle che non aderiranno, che, anzi, si sentono in qualche modo offese da questo invito al risveglio, che non si riconoscono nel “movimento”. Tra queste Maria Nadotti, che sul Corriere scrive: “…dietro il vostro invito a «risvegliarci» si nasconda una velata, forse inconscia, forma di razzismo intrisa di sessismo e di classismo: donne sacrificali (quelle che vanno a letto presto e si alzano presto) verso ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo), moralità verso apatia dei sentimenti, anime verso corpi. Noi, donne e uomini, siamo fatti di tutto questo. La contraddizione – o la complessità – è dentro di noi. Guai a chi ci divide, mettendoci gli uni contro gli altri e invitandoci alle crociate. Per chi, come me e come tanti, ha sempre diffidato della cosiddetta normalità, includere l’altro da sé, il diverso, è non solo doveroso, ma prudente”.

A me pare che il discorso di Maria Nadotti si possa ricondurre al famoso stolto che indica il dito invece di guardare la luna. Perché? Perché l’appello non è contro le persone, coi loro corpi e tutte le differenze possibili, ma contro un modello sociale, non molto diverso, sotto molti aspetti, a quello che una volta voleva le donne relegate nel loro ruolo di donne di casa e madri di famiglia.
Domani non manifesterò per presa di posizione nei confronti delle prostitute che vanno a letto col capo (o coi capi o con chiunque altro) ma contro un tipo di società e di cultura che vogliono mantenere le donne ai margini, lontane dai centri nevralgici della società civile, che propongono chiaramente il modello della escort (della velina, della showgirl, dell’attricetta) non solo come altamente desiderabile, ma che, nel contempo, rendono meno appetibili tutte le altre possibilità.
Non che per alcune non sia desiderabile il mestiere di prostituta, ma tra questo e diventare complici nel rendere il meretricio modus operandi accettabile e accettato in seno alle istituzioni c’è un mondo di differenza.
Insomma, quello della moralità – o del moralismo – è solo un problema creato ad arte o, meglio, uno specchio che riflette quello che si vuole vedere mentre il vero sta altrove.

Tutto il resto, i relativismi, le discussioni sottilmente filosofiche  fatte tanto pour parler, mi puzzano di cattiva fede e di scarsa onestà intellettuale. Sono sinonimi di una ostinazione cieca e sorda a non voler accettare che una situazione femminile esisteva ed esiste, quasi che in un moto di orgoglio o per non voler ammettere di essere vittime, in fondo, di un sistema, si negasse quello che le donne, nella loro totalità, sperimentano tutti i giorni sulla loro pelle.
Non è l’uso del corpo  delle donne sic et simpliciter che io metto in discussione, questo avviene anche negli altri Paesi (così come l’uso del corpo maschile in contesti più o meno simili), ma il radicamento di un certo modo di considerare le donne che, non solo negli altri Paesi non si è mai verificato, ma che è stato contrastato da anticorpi adeguati, a dispetto di tutte le pagine 3 del Sun, delle pubblicità scosciate, della libertà sessuale, quella sì, vera e disposizione di  tutti e al di fuori di ogni moralismo, sociale o religioso che sia.
Come si può in buona fede negare che questo sia un Paese fatto (anche) per le donne?

D’altro canto, lo ha scritto chiaramente Giuseppe D’Avanzo stamattina su Repubblica: “Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.

Dov’erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s’erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l’omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire “libertà, tolleranza” quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli “immutandati” – nicciani d’occasione – se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c’è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell’organismo vivente, magari la salvezza dell’anima in questa vita o nell’aldilà”.

Il post che dovevo scrivere e forse non pubblicare

Di come la parola “invidia” faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono d’intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica verso di loro all’invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e non mosso magari da altro?
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano fuori dal loro cappello l’invidia del prossimo nei loro confronti. Alla fine è proprio così: leggo “tutta invidia” e traduco automaticamente “bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i piedini per terra”.
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.

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Quest’ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è,  è anche qualcosa che respiri insieme all’aria del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le altalene, ti vengono trasmessi dalle  strade, dalla scuola, dalle piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi anni ’70, provenivano da ogni parte d’Italia. In classe si parlava tutti assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole comprese.
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo: gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere, soprattutto quello “illuminato” ma ugualmente sotterraneo e strisciante, rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno strumento di difesa.

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E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e sentimenti.
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo alla mia vita.

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Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio, deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap opera ridicola sullo stile di “armiamoci e partite”. A proposito dei diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL era intitolata “Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia”. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste “dal-basso-dell’internet”, solo la mia amica Giuliana, che per l’ennesima volta non sono riuscita a incontrare.
L’idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato mattina,  appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo il portone di casa,  mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. “Per il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità”, ho risposto io. Mi ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia niente.
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a mio figlio di andarsene dall’Italia, io resto, non accetto e protesto.

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“Ridondanza” è una parola che non mi è particolarmente antipatica per come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di starnazzamenti senza grande  significato, di una stanchezza,  da parte mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che, insieme all’invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro il feticcio dell’autoironia.

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Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l’aspettavano da un momento all’altro.
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.

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Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni ’80, che le canzoni sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da soli.

Quello che rimane, 17 ottobre.


- Il berrettino della FIOM Reggio Emilia, che ho indossato con orgoglio e parecchia umiltà (vedi post precedente).

- Tutto il rosso delle bandiere.

- L’abbraccio a tre con i miei compagni contro i bla-bla sui rischi di infiltrazioni violente.

- Il sorriso di Moni Ovadia tra i manifestanti.

- La commozione, inaspettata, alla visione di uno spezzone de La classe operaia va in paradiso sul grande schermo (nonostante tutto mi ostino ad essere una sciocca sentimentale).

- La sensazione di aver fatto la mia parte. Un ragazzino di Reggio Emilia mi ha detto mentre lo ringraziavo per avermi afferrato la mano un istante prima di ruzzolare per terra: è per questo che siamo qui, no? Per dimostrare che bisogna andare al di là delle esigenze dei singoli e per connetterci a tutti gli altri.

- La consapevolezza. È fatto così il Paese del quale vorrei essere cittadina: solidale, giusto, colorato, multietnico, pacifico. Democratico, soprattutto.

- Poche foto vergognose. Chiedo scusa a chi le avevo promesse, ma mi sono resa conto che sono sempre troppo assorbita da quel che mi succede attorno per ricordarmi di scattare fotografie. E poi avevo le mani occupate: dovevo reggere la mia  bandiera.

Un aggiornamento al volo, dopo una settimana dalla manifestazione:

Tra quanto mi è rimasto del sabato scorso, e avrei dovuto aggiungerlo  subito all’elenco qui sopra, c’è stato il piacere e il sollievo di vedere tra il fiume dei partecipanti, moltissimi giovani. Un operaio di Termini Imerese, dal palco, ha detto qualcosa che ho condiviso: “Da oggi possiamo avere meno paura”.
Ho preso parte alla manifestazione della FIOM con parecchi sensi di colpa, da un lato, e con una certa flebile speranza, dall’altro. Alla fine della giornata, sono tornata a casa con la certezza che qualcosa sia successo e mi sono sentita un po’ meno preoccupata per il futuro di questo Paese. È stata una bella sensazione, per una volta.

E oggi me ne vado a manifestare a Roma

“If you tolerate this, then your children will be next”

Non ho mai lavorato in fabbrica, anzi, in una fabbrica non sono mai entrata. Non so nemmeno come sia fatta, una fabbrica.
Il mio immaginario a proposito mi arriva direttamente da certi film anni ’70, del genere La classe operaia va in paradiso o Delitto d’amore, che vidi per la prima volta da bambina (e sì, i miei me li lasciarono guardare. E comunque: avete notato che di film sulla vita in fabbrica non se ne sono più fatti dopo quegli anni?) e dalle lezioni della mia splendida maestra comunista e sovversiva: la catena di montaggio, l’emigrazione dal sud, Marcovaldo.  Insomma, una mia certa idea del lavoro, di quello che è e dovrebbe rappresentare, è nata proprio in quel periodo.

Con gli anni, ho imparato che il lavoro ha molto a che vedere con la dignità. Soprattutto contribuisce ad assegnare a ciascuno di noi un ruolo nella società. Senza lavoro si è uomini e donne a metà, figure non meglio definite e deboli per definizione. Per questa ragione credo che il diritto al lavoro vada difeso.
Oggi manifesterò con i compagni della Fiom perché  mai come in questo momento c’è bisogno di difendere il lavoro, quello di tutti, anche di quelli che a un lavoro non pensano ancora o di chi oggi deve limitarsi a sperare di averne uno un giorno. È necessario lanciare un messaggio ben preciso a chi pensa che i lavoratori siano vuoti a perdere, carne da vendere un tot al chilo e i loro diritti un lusso e non una conquista alla quale non si deverinunciare, perché significherebbe venir meno all’impegno di dignità che ogni lavoratore deve a se stesso.

Per me si tratta di coerenza, anche. Non posso scrivere in questo blog articoli sulle vittime degli incidenti sul lavoro, sull’egoismo sociale e poi tirarmi indietro quando si tratta di compiere l’unica azione che mi consente di dare un mio contributo concreto, ossia essere oggi a Roma inseme a tutti gli altri. C’è troppa fuffa  in giro e non mi va proprio di far parte di quel club.

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