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Domani 20 marzo la giornata dedicata alle vittime delle mafie

Sono fissata con le date e le ricorrenze, non quelle personali che appartengono a una zona privata della quale non parlo spesso su questo mio blog, ma quelle che sono diventate patrimonio collettivo.
Credo nel dovere del ricordo e nel bisogno di non dimenticare. Quello della memoria è un fardello che mi porto addosso, un ingombro pesante del quale a volte vorrei potermi liberare. Altre volte questa mia capacità di non dimenticare la vivo come una benedizione, un modo per non interrompere un discorso e conservare un patrimonio intimo, famigliare, di comunità.

D’altra parte ne avevo già scritto. È per questa ragione che continuo a credere nell’importanza di annotare qui certi giorni ogni anno: per quanto non mi piaccia l’8 marzo è una data che va ricordata; per quanto cerchino in tutti i modi di sminuirne l’importanza il 25 aprile è una giornata che va celebrata e rinnovata ogni giorno; il Giorno della Memoria deve rimanere simbolo di quel che è stato e che potrebbe sempre ripetersi.

Ma dicevo della memoria. La memoria è un motore che si accende immediatamente al manifestarsi di certi eventi. Me lo immagino proprio così: un meccanismo spontaneo sì, ma che richiede impegno e di essere continuamente alimentato. Solo in questo modo la memoria può diventare patrimonio comune e non rimanere confinata nella sua dimensione di valore personale.

Domani, 20 marzo,  sarà celebrata la XV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Copio e incollo direttamente dal sito di Libera: “Milano sarà protagonista dei giorni del 19 (con l’incontro tra i familiari delle vittime e a seguire momento ecumenico di ricordo delle vittime) e del 20 (con la marcia al mattino e i seminari). Sarà come sempre importante coinvolgere tutta la rete di Libera, gli studenti, la cittadinanza e le associazioni piccole e grandi”.
Sono tanti 900 nomi.
Volendo dedicare tre secondi a pronunciare ognuno, senza prendere nemmeno un momento di respiro, occorrerebbe quasi un’ora.

Al di fuori di ogni retorica, bisogna non dimenticarli questi nomi, perché quello delle mafie è un problema che riguarda tutti, anche quelli che, come me, lo guardano da lontano e non lo vivono sulla loro pelle. Tutti ne siamo coinvolti perché il pensare mafioso è entrato a far parte dei luoghi comuni e del modo di concepire, non solo a sud, la cosa pubblica.
Io non so cosa significa vivere con la mafia sulla porta di casa.
Quando sono stata in Sicilia di mafia non ne ho vista, non è una vernice che si attacca alle persone. Forse si respira, ecco, è più che altro una sensazione, delle voci, cose che ho sentito, magari, e che non sempre sono riuscita ad interpretare nella giusta maniera.
Proprio perché non si riconosce, la mafia, le mafie si innestano ovunque ci sia una possibilità di ritorno economico.

Per chi è a Milano, quindi, domani l’appuntamento è alle 9.00 a Bastioni Porta Venezia; il corteo partirà alle 10.00. Qui tutte le informazioni sul programma della giornata e sui seminari.

Approfitto di questo post anche per segnalare una iniziativa della quale volevo raccontare da tempo: se per la vostra spesa abituale (ma potreste anche andare appositamente) vi servite della Coop, da qualche tempo, accanto all’espositore delle schede per le ricariche telefoniche, si possono trovare anche le schede per “ricaricare” i progetti contro le mafie proposti da Libera Terra.

La cosa funziona così: si prende un tagliando e al momento di pagare alla cassa l’importo da donare (ho visto due tagli, da uno e da cinque euro) viene sommato alla spesa e devoluto a Libera. Facile e comodo, il tagliando non si esaurisce ma può essere usato quante volte si desidera. Al momento dell’emissione dello scontrino, viene emesso anche quello a ricevuto della somma versata. Un piccolo gesto concreto che costa poco e che può fare tanto, per fare di un altro metro quadrato di terra, terra libera (tra l’altro i prodotti alimentari con marchio Libera Terra sono ottimi, provateli).

Fare la libertà

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 19

Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo dei primi anni ’70, in bianco e nero come la tv dell’epoca.
In terza elementare, nel ’75,  arrivò una nuova maestra e il mio piccolo mondo si aprì a  Sciascia, Calvino, Brecht, Levi, Gandhi.

Il mio libro di lettura non conteneva filastrocche o favole. Parlava di mafia, di lavoro minorile, di inquinamento, della guerra in Mozambico. Un’altra cosa che la maestra introdusse fu il giornalino di classe, anzi, i giornalini. Ce n’erano cinque, uno per ogni gruppo in cui eravamo divisi, e un’edizione speciale che raccoglieva il meglio di tutti due volte l’anno. Il sabato ci esibivamo in un “telegiornale dal vivo”: leggevamo gli articoli scritti durante la settimana con il commento degli inviati speciali. Si organizzavano interviste da raccogliere con il magnetofono (una bella parola desueta) tra gli abitanti del mio paesello di mare, suonando ai campanelli, entrando nei negozi, fermando i passanti. Gli argomenti erano quelli di sempre: l’inquinamento, la pace, la lotta al razzismo – nei confronti allora di chi proveniva da altre regioni d’Italia -.

Questa fu la mia scuola. Mi insegnò la  libertà.

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La libertà necessita di essere insegnata. Non nasciamo con la predisposizione ad essere liberi, quasi fosse una caratteristica fissata nel DNA. Se si dà per diritto acquisito e immutabile nel tempo,quello di essere liberi, si corre il rischio di non riconoscere quando si comincia a non esserlo più o ad esserlo meno.

Oggi a Roma manifesterò perché stampa ed informazione di questo paese possano tornare ad essere quello che dovrebbero essere:  pluraliste, giuste, più libere e legittimate a svolgere la funzione che hanno in tutti i paesi democratici. Manifesterò prima di tutto come cittadina italiana, poi come blogger/utente che usa la rete per scriverci sopra. Non sono giornalista, non sono pubblicista, ma riconosco l’anomalia pericolosa che stiamo vivendo.
Non sono solo “rogne tra giornalisti” come ho sentito dire, che pure ci sono ma che non m’interessano e non m’interessa chi cerca di svicolare l’attenzione e sminuire l’importanza di una manifestazione come quella di oggi con le battute del genere “sono come le zoccole che manifestano a favore della verginità”. Chi lo dice non può che essere in malafede sapendo di esserlo.

Sono egoista: manifesto per il mio diritto a non vivere in un paese di fatto imbavagliato, dove c’è chi deve rendere conto del suo operato e non lo fa, dove i giornali non si chiudono ma si denunciano, i giornalisti si licenziano, dove si minaccia di togliere la tutela legale ai pochissimi che fanno ancora giornalismo d’inchiesta serio, dove, se non hai la possibilità di informarti altrove, la tv per lo più ti fa credere che tutto va bene madama la marchesa. Dove ogni tre per due provano a far passare leggi per imbavagliare l’unico canale di espressione e di diffusione delle notizie ancora veramente libero: internet. Dove si sta pianificando per modificare l’art. 21 della Costituzione.

Lo avevo già scritto nel post contro il decreto Alfano: si sta giocando con uno dei capisaldi che fanno di un paese un paese democratico. C’è chi dice che la manifestazione di Roma nulla abbia che vedere con la libertà di stampa, che è solo politica, come se questo fosse una ragione per diminuirne valore e valenza. Certo che lo è, ma non nel modo che si vorrebbe lasciare intendere. Il significato di una manifestazione come questa è profondamente politico, ma in modo trasversale. Dovrebbe far capire che il problema riguarda tutti, che non si tratta solo dei nostri panni sporchi, ma di una questione molto più ampia che da mesi sta interessando anche gli organi di informazione esteri, che per molti versi sono diventati il termometro del profondo malessere che stiamo vivendo qui. Per fortuna.

Sarà una giornata importante.

I giorni dopo la protesta

La mia intenzione era quella di scrivere un post il giorno dopo la manifesazione di Roma.
L’avrei fatto a caldo per raccontare i timori, la preoccupazione per eventuali disordini e cariche della polizia, in fin dei conti c’era anche mio figlio con me e i figli di tanti altri genitori rimasti a casa; l’avrei fatto poi per dire della bellissima esperienza, di una giornata miracolosamente senza pioggia dall’inizio alla fine della manifestazione, dell’entusiasmo, dell’allegria, della volontà forte e limpida di far sentire la propria voce.
Ma soprattutto avrei scritto per parlare della gente, delle centinaia di miglia di persone che si sono riversate nelle strade del centro di Roma, ovunque, un fiume in piena che ha continuato a scorrere per ore e ore, delle manifestazioni autorizzate all’ultimo momento perché troppi erano i partecipanti perché potessero essere contenuti tutti nel percorso ufficiale, delle decine di corriere bloccate sul grande Raccordo Anulare, dei canti, della musica degli studenti, dei lavoratori della scuola, ma anche dei genitori con i passeggini e palloncini colorati.

E’ stata la nostra protesta. Ed è stato un bene che non ne abbia scritto il 31 ottobre ma lo stia facendo oggi, perché già dopo tre giorni il clamore sembra, per la maggior parte, essersi spento. Non dovrebbe essere così. Certo, finiscono le occupazioni, non ci saranno forse più cortei, ma credo sia indispensabile che di scuola e protesta si continui a parlare e non seguire, per una volta, quella curiosa abitudine italiana di accendersi in un attimo e di dimenticare tutto immediatamente dopo.

Soprattutto non si devono dimenticare i fatti di piazza Navona (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html). Non bisogna far cadere quello che è accaduto nel dimenticatoio collettivo, perché al di là della gravità dell’episodio in se stesso (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-5/ltestimonianza-prof/ltestimonianza-prof.html), tutto quello che l’episodio nasconde è infinitamente più grave e pericoloso. Di questo bisognerebbe continuare a parlare, magari anche tenendo a mente le parole di Di Pietro:

Nel Cdm abbiamo fatto un applauso corale al ministro Gelmini per avere affrontato in questi giorni un’ondata di falsità e disinformazione”, lo ha detto con incredibile faccia tosta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Questo governo sta scrivendo una triste pagina della democrazia italiana. Un Parlamento esautorato, i media piegati a palinsesti attentamente costruiti per generare consenso, giornali con le redazioni sempre più politicizzate ed un’informazione indipendente relegata solo a chi può accedere alla Rete.

Quello che il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma ha dichiarato mostra una bassezza mediatica legata al tentativo di attribuire la colpa dei tafferugli di Piazza Navona a giovani dei collettivi di sinistra. Eppure le poche foto, sapientemente pubblicate e fatte passare e ripassare in tutti i tg, testimoniano che le violenze sono state perpetrate da un gruppo di ragazzi dell’ultra destra muniti di mazze tricolore. Ragazzi stranamente lasciati agire indisturbati finchè magari non si è generata qualche scontata reazione di manifestanti pacifici, stranamente armati di bastoni in una piazza blindata, stranamente chiamati per nome da alcuni esponenti delle forze dell’ordine, come mostrano alcuni filmati.”

E’ un clima che mi spaventa, l’ho già scritto diverse volte qui. Mi spaventano certe esternazioni, mi spaventa le falsità di chi governa. E non per ultimo, mi spavento se le notizie scivolano sempre più in fondo nelle pagine dei giornali e se non si sentono più alla televisione. Per questo, per una volta sono felice di stare scrivendo questo post oggi, in una domenica di festa. Non sono giornalista, non è il mio lavoro raccontare fatti di cronaca, ma sono una di quelli che c’erano e vorrei che tra una settimana si parlasse ancora dell’importanza di una scuola pubblica statale che sia libera e di qualità; ma che soprattutto sia la casa di tutti, perché la scuola pubblica è l’unico laboratorio di vita che supera le differenze di classe sociale, di razza, di nazionalità, di lingua, di territorio.

Perché domani a Roma manifesterò contro la legge Gelmini

Ho sempre creduto che ci sono dei settori della cosa pubblica che non dovrebbero mai sottostare alla logica industriale della produzione e del guadagno ad ogni costo, ma a quella di essere in grado di dare un servizio al cittadino, efficiente e di qualità, anche se in perdita. L’istruzione è uno di questi.

Questa mattina la legge Gelmini è stata approvata. Una legge ingiusta che di fatto non considera la pubblica istruzione come un patrimonio da salvaguardare  ma come un problema economico da risolvere, una specie di male necessario ma fastidioso, non una risorsa, ma un covo di riottosi da ridurre all’ordine.

E’ una legge nata per recuperare fondi che servono a tappare buchi. E’ nata per un Paese che invece di andare avanti si vuole che guardi indietro. Ed è nata perché l’istruzione, quella che forma i cittadini, che insegna loro a pensare, che dà loro gli strumenti necessari affinché diventino membri attivi e critici della società, sia ridotta al minimo. Perché entri, nel normale ordine delle cose, che non siamo tutti uguali: c’è chi può, e c’è chi non può, condannato, quest’ultimo, a non potere mai e a vivere di fatto in una posizione di svantaggio, psicologicamente più debole, come quelli che una volta si toglievano il cappello quando parlavano al dottore o all’avvocato.
In un paese come questo, dove l’immobilismo sociale ha già smesso da tempo di essere un fenomeno per diventare un problema, si sta creando una scuola di serie A e una di serie B.

E’ una legge questa, fatta perché si torni agli anni ’50: classi da trenta alunni, classi differenziate per chi è diverso, orari di lezione ridotti, senza considerare che non siamo più quelli di cinquant’anni fa. Una scuola che invece di puntare all’innalzamento dell’obbligo scolastico, perché si sa, più s’impara e maglio è, e di combattere la dispersione (in molte aree è ancora tragica la quantità di alunni che lasciano la scuola dopo quella dell’obbligo e in diversi casi anche durante), conta a comprimere le ore di insegnamento.
La legge Gelmini è destinata ad avere ripercussioni gravi per tutta la società, come noi oggi la conosciamo.

Piero Calamandrei ebbe a dire proprio nel 1950, durante il discorso pronunciato al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma:

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

Per questo domani sarò a Roma. Insieme a mio figlio manifesterò contro questa legge: perché la scuola pubblica si pubblica veramente, ma soprattutto di qualità e degna del futuro di chi a un futuro deve poter aspirare.

Voglio poter dare un segnale importante in questo senso, anche da genitore.
Sono nata alla fine degli anni ’60 e non ho vissuto il ’68, non ho preso parte alle proteste degli anni ’70. Sono stata una studentessa liceale negli anni ’80, anni tranquilli, di benessere, ma che, per molti versi, hanno contribuito a creare l’illusione che non ci dovesse essere più motivo di manifestare dissenso, di impegnarsi, di tenere la guardia alta. Vado a manifestare con mio figlio, domani, perché credo sia importante fare tutto quello che posso per cercare di cambiare le cose, in prima persona.

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