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La disgregazione della memoria (prima che sia troppo tardi)

Ultimamente sto facendo attenzione al modo in cui i luoghi intorno a me cambiano: quasi impercettibilmente ma in maniera significativa.
Un rifacimento qua, una demolizione là, un condominio che dall’oggi al domani sorge dove prima c’era una piazza, un parcheggio al posto di vecchi caseggiati.
Il nuovo avanza e il vecchio gli lascia il posto, è inevitabile. La cosa non sarebbe nemmeno tanto male se non fosse per il fatto che questi cambiamenti in dosi omeopatiche hanno l’effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno può succedere di risvegliarsi e di accorgersi di non ricordare più com’era prima. O, come è successo a me, di non riconoscere più il posto dove mi trovavo.

Tornare a vivere nello stesso luogo dopo dieci anni che lo avevo lasciato ha avuto su di me un effetto straniante. Un po’ come incontrare per strada un vecchio compagno delle elementari: stessa faccia ma con lineamenti diversi.
I primi tempi li ho passati a cercare di non sentirmi una specie di straniera in un ambiente che era rimasto uguale nelle forme ma che non riconoscevo nei particolari. Le strade mi sembravano quelle e non più quelle, distinguevo le nuove costruzioni ma avevo dimenticato del tutto quelle vecchie. Tentavo di recuperare gli anni in cui ero stata via, cercando di capire quello che nel frattempo era successo e andando a caccia delle differenze tra ciò che avevo lasciato e quanto avevo ritrovato.

Ora faccio sempre più caso a come la città e il paese si assoggettino ai mutamenti, tanto da tenere una sorta di contabilità quotidiana di quanto vedo modificarsi man mano. Proprio l’altro giorno mi è tornato in mente che nel viale coi pini che percorro ogni giorno per rientrare a casa una volta erano piantate delle acacie. Quand’è avvenuta questa sostituzione di alberi? Pezzi importanti della mia storia personale non esistono più e non ho fatto nemmeno in tempo a fermarli con delle foto.

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Cosa che invece fece alla fine del XIX secolo Ettore Roesler Franz a Roma.
Quando, dopo il 1870,  seppe che il nuovo piano regolatore avrebbe fatto il suo corso modificando in modo impietoso e inesorabile l’aspetto della città, questo artista e fotografo d’antan si affrettò a documentare quello che era Roma prima che interi quartieri, insieme a monumenti e siti archeologici, sparissero per sempre.
Ho trovato questo libro sulla Roma scomparsa nelle foto di E. Roesler Franz durante il mio ultimo soggiorno romano, in una di quelle librerie sotterranee che per entrarci bisogna scendere almeno una rampa di scale dal livello stradale.
Ne sono rimasta colpita, non solo per la bellezza delle foto, tutte preparatorie ai suoi acquerelli, ma per la sensazione di toccare il tempo che passa e che è già passato.
Parlando strettamente di Roma, non so se questa corsa alla modernità abbia giovato del tutto. Via Nazionale e via Cavour sono belle strade, così come via dei Fori Imperiali, che mi piace particolarmente; sicuramente saranno state necessarie, ma mi resta la curiosità, destinata a rimanere per sempre insoddisfatta, di sapere che cosa si è dovuto sacrificare, a cosa abbiamo dovuto rinunciare noi, che siamo arrivati molto dopo.
È una domanda che mi pongo spesso quando vedo che sempre di più si sceglie la strada della non conservazione in favore di quella della cementificazione selvaggia.

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Processo che negli ultimi tempi si sta verificando anche in altri settori. È la questione della memoria che invece di venire preservata subisce tentativi fraudolenti di manomissione, anche in nome di un certo modernismo.
Abbiamo celebrato da poco 25 Aprile e 1 Maggio e mai come quest’anno queste due giornate hanno subito attacchi pesanti. In maniera scientifica e mirata da parte di alcuni, quasi in buona fede da parte di altri.
C’è chi desidera una sorta di riappacificazione che venga ad appiattire il valore reale del 25 Aprile, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato perché “è tempo di superare e di andare oltre”; ci sono quelli che tentano operazioni varie di revisione storica, di comparare vincitori e vinti, di disperdere il messaggio della Resistenza. E il 1 maggio che troppi vorrebbero si celebrasse lavorando, dimenticando che la questione dei diritti dei lavoratori rimane una piaga aperta e piuttosto dolorosa nella vita di questo Paese.

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La crisi, che a volte c’è e a volte non c’è a seconda dei bisogni retorici del momento, sembra diventata la panacea per tutti i mali, causa e fine di ogni cambiamento, simbolo di un odioso modernismo al quale molti vorrebbero sacrificare quello che è stato, esattamente come nel 1936, Federico Mastrigli, scrittore del fascismo, scriveva nel volume “Roma nei suoi Rioni”: “È tempo di fare la definitiva liquidazione delle nostalgie, dei rimpianti e dei languori, degli sdilinquimenti per l’equivoco, per l’insidioso “pittoresco”. Il paragone e la citazione non sono casuali, ovviamente.
Altri cambiamenti in dosi omeopatiche che hanno lo stesso effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno succederà che ci sveglieremo e non ricorderemo più com’era prima, pezzi della nostra storia collettiva andati per sempre.

Il post sul bel tempo che fu

A Marina di Ravenna, quand’ero bambina, c’erano otto botteghe di generi alimentari.
Le mie preferite erano due: quella dove andavamo di solito a fare la spesa e Dante.

Mia mamma allora andava in bottega quasi tutte le mattine e d’estate, in periodo di vacanza, portava sempre me e mia sorella con sé. Era un bel posto. Non grande, anzi era di dimensioni piuttosto modeste, ma pieno di cose interessanti. C’era un angolo, proprio in fondo, vicino alla vetrina, dove venivano tenuti i tubetti di burro di cacao che profumava di confetti. Vendevano prodotti che non si trovano più, come le buste del latte Ala a forma di piramide.
Durante l’età delle elementari andavamo in bottega da sole: non era distante, bastava fare tutto viale Sapri fino in fondo, girare a destra e attraversare la strada. I ghiaccioli costavano 50 lire, le gomme da masticare, quelle rosa col tatuaggio dentro, 10. Stavano in una scatola di cartone accanto alla cassa, vicino all’espositore con le gomme Brooklyn e le caramelle Charms. Da tanti anni ormai lì c’è un negozio di biciclette.

Da Dante non sono mai entrata. Mi piaceva perché era misterioso come una grotta.
La bottega si trovava vicino al porto,  me la ricordo come un corridoio stretto, sempre in penombra e ingombro di merce, con in fondo una porta a vetri dalla quale filtrava la luce del sole. Si vedeva dalla strada quel rettangolo luminoso. Dante faceva orari strani, lì si rifornivano marittimi e pescatori, quindi era aperto fin dalle prime ore del mattino, anche la domenica, tutto l’anno. Per le emergenze dell’ultimo secondo c’era sempre Dante. Non so dire esattamente da quando, ma nello stesso posto poi hanno aperto un centro estetico.

A Marina di Ravenna una volta c’erano anche diversi bar-latterie. Vendevano latte e formaggi principalmente, ma facendo anche servizio bar, molti si fermavano per il caffè. Proprio uno dei miei primi amori si nutrì dei cornetti Algida comprati in una certa latteria. Arrivai al record di cinque in un sabato pomeriggio: dovevo pur trovare una scusa per passare e ripassare proprio lì dove il mio bello era solito sostare.
L’anno in cui uscirono le Big Babol, ci fu un consumo talmente alto di quelle gomme che faceva palloni giganteschi, che fu impossibile trovarle per quasi una settimana, anche nelle latterie più fuori mano. Lo so perché le mie amiche e io battemmo a tappeto il paese per un paio di giorni prima di arrenderci all’evidenza. Mi ricordo che il primo ad esaurire le scorte fu il Bar Trieste, quello annesso al Cinema Trieste, punto di ritrovo degli adolescenti di allora (non cercatelo, non esiste più da anni).

Il “Cinematrieste”, cinema di terza o quarta visione, era il must della domenica pomeriggio. 1000 lire l’ingresso, 100 lire per il ghiacciolo o per quei buonissimi popcorn dal sapore di plastica venduti nella confezione a righe bianche e blu,  è stato fondamentale per la mia formazione cinematografica: lì vidi per la prima volta La febbre del sabato sera, Hair, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, con quella fantastica marcia dei dinosauri al ritmo di Bolero di Ravel.
In prima media passai ben sei settimane senza andare al cinema: risparmiai 6000 lire per la cassettina Too much heaven dei Bee Gees che ascoltai incessantemente per mesi.

Una volta se si percorreva viale dei Mille verso la  piazza, in fondo, al di là della fontana, si poteva vedere uno spazio aperto, una specie di area verde (o gialliccia di erba bruciata e sabbia) con tamerici e olivelle. Quella striscia di quasi parco pubblico separava il lungomare da una piccola spiaggia libera. Lì andavamo nei primi anni ’70, con l’ombrellone, i secchielli e i fumetti di Tiramolla e Geppo. Le domeniche d’estate per me profumavano sempre di Ambra solare e panini all’arrosto ed erano bellissime domeniche di mare. Quello era anche il posto in cui una decina di anni più tardi mi sarei fermata a guardare i fuochi artificiali le notti di Ferragosto, direttamente sotto alle cascate di scintille, come piace a me.
Qualche anno fa hanno deciso di abbattere tamerici e olivelle e di costruire Marinara, con quei condomini mascherati un po’ da New England un po’ da cabine anni ’50.
Non mi piace Marinara perché non c’entra niente col resto. Hanno innalzato un muro, invisibile sì, ma che segna comunque un limite invalicabile. Non si mescolano, quelli di Marinara, con noi che viviamo di qua, né noi con loro, a dire il vero. Colpa anche di quei condomini, ne sono sicura, e del mare che dalla strada non si vede più. In comune abbiamo una cosa però: il supermercato Coop che nel corso degli anni ha rimpiazzato le otto botteghe di alimentari.
La nuova sede è proprio a Marinara, vicino al faro e vicino agli yacht, così che i proprietari spesso svuotano il carrello direttamente nella cambusa delle loro barche.

Dietro casa, in piazza del mercato, stanno tirando su un ecomostro. È un palazzo enorme, a più piani, che, come Marinara, non c’entra nulla con quello che si trova intorno. La piazza è sparita lì sotto, insieme a una bella fetta di tramonto, la sera. Mi ritengo fortunata, però: non lo vedo se non affacciandomi dalla finestra della camera da letto, spostando lo sguardo sulla destra, dove  il profilo del campanile è stato solo sfiorato dalle impalcature.

Perché l’Italia è quel che è, ossia piccole furberie quotidiane

Un paio di sera fa esaurisco il credito del cellulare e, ovviamente visto che io sono io, mi dimentico di ricaricare. Ieri pomeriggio, in macchina, mi torna in mente e decido di fermarmi al primo tabaccaio che vedo, uno di quelli che si trovano nel mio paesello sulla costa ravennate.

Entro, chiedo due carte di ricarica (una anche per mio figlio) ed estraggo il bancomat per poter pagare. L’esercente,  tanto gentile e sorridente alla mia entrata in negozio, mi dice che non posso pagare così. Perché, chiedo io. E lui candidamente: perché con le “cose statali”  (?) io non ci guadagno e il pos invece lo pago.

Protesto – educatamente. Non ho esattamente l’abitudine di alzare la  voce e inveire contro le persone e non ho nemmeno un aspetto minaccioso – e faccio notare che in vetrina è chiaramente esposto il simbolo del Pagobancomat, che comprende anche il circuito della mia carta, Cirrus Maestro, e che quindi è tenuto, visto il contratto che ha stipulato, ad accettare sempre la tessera per i pagamenti. Tutti.

Oche giulive
Foto di Pacamanca

 

E invece no, perché secondo il tabaccaio con-anni-di-esperienza, le regole le fa lui considerato che il negozio è il suo. E non importa che ci sia un cartello che indica chiaramente che esiste un contratto in essere al quale ha aderito di sua spontanea volontà, visto che non c’è una legge che obbliga ad avere il pos in negozio.

Peccato, inoltre, che io la comodità di poter usare il bancomat debba pagarla tot al mese e che mi incazzi alquanto se questa possibilità mi viene negata ingiustamente.

Conclusione della storia: ho presentato reclamo all’istituto di credito che fornisce alla tabaccheria il pos. Il tabaccaio furbacchione (oltre che cartolaio e altro), per evitare una piccolissima perdita, ha invece perso una cliente come minimo, tenuto conto che sarà mia cura  spargere la voce presso amici e conoscenti e che quasi di sicuro rimedierà  un richiamo ufficiale.

Troppo rumore per nulla? Probabilmente, ma ne faccio una questione – anche – di principio. Le regole sono regole, se si vuole offrire un servizio al cliente lo si dà per intero e non secondo i gusti personali o le piccole convenienze.
E’ una storia minima questa, una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di brutte abitudini generalizzate e radicate in questo paese. Non mi piace essere considerata solo un pollo da  spennare; non mi piace nemmeno lamentarmi sempre e non fare mai nulla di concreto. Le piccole furberie, i giochetti sporchi probabilmente non sono un affare di stato se presi singolarmente, ma tutti insieme danno la misura della civiltà di un’intera nazione e, purtroppo,  di un’intera categoria di professionisti per lo più seri.

E’ una guerra tra poveri combattuta a suon di centesimi? Non so, forse. O forse la crisi dà solo a qualcuno una scusa valida per condotte scorrette. Mi dicono che tanti tabaccai fanno lo stesso e pure molti gestori di pompe di benzina. Alcuni, ho letto, appendono cartelli dove si indica la spesa minima perché un pagamento con pos sia accettato. Bene, questo non lo accetto io e mi ribello, perché, oltre a non essere un pollo non sono nemmeno un’ochetta che fa qua qua e basta.

 

Post scriptum:

Per segnalare episodi analoghi a quello che ho raccontato qui sopra o avanzare reclamo,  si  deve mandare una mail, completa dei dettagli riguardanti l’esercizio commerciale in questione, al Consorzio Bancomat Cogeban: auditing.consorziobancomat@abi.it

In questa pagina, invece, tutte le informazioni utili agli utenti Bancomat (specialmente in casi come quello che ho descritto).

 

Aggiornamento del 1/2/2011:

È successo di nuovo, ieri sera. Altra tabaccheria (tra l’altro abilitata tramite Lottomatica ad accettare pagamenti per tutte le utenze come bollette varie, abbonamento RAI, bollo auto, oltre alle solite ricariche telefoniche). E proprio al pagamento del bollo auto mi sono sentita rifiutare il pagamento POS anche se in vetrina era chiaramente esposto l’adesivo Pagobancomat. Usanza diffusa tra i tabaccai, a quanto pare, quella di non volere il pagamento tramite Bancomat di quei servizi che non portano un guadagno diretto, in quanto partite di giro.

Come sempre ricordo che per tutte le informazioni inerenti il servizio Pagobancomat negli esercizi commerciali, bisogna cliccare sulla scheda “Informazioni utili per gli utenti”, sezione FAQ del sito www.bancomat.it

 

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