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Il post sul bel tempo che fu

A Marina di Ravenna, quand’ero bambina, c’erano otto botteghe di generi alimentari.
Le mie preferite erano due: quella dove andavamo di solito a fare la spesa e Dante.

Mia mamma allora andava in bottega quasi tutte le mattine e d’estate, in periodo di vacanza, portava sempre me e mia sorella con sé. Era un bel posto. Non grande, anzi era di dimensioni piuttosto modeste, ma pieno di cose interessanti. C’era un angolo, proprio in fondo, vicino alla vetrina, dove venivano tenuti i tubetti di burro di cacao che profumava di confetti. Vendevano prodotti che non si trovano più, come le buste del latte Ala a forma di piramide.
Durante l’età delle elementari andavamo in bottega da sole: non era distante, bastava fare tutto viale Sapri fino in fondo, girare a destra e attraversare la strada. I ghiaccioli costavano 50 lire, le gomme da masticare, quelle rosa col tatuaggio dentro, 10. Stavano in una scatola di cartone accanto alla cassa, vicino all’espositore con le gomme Brooklyn e le caramelle Charms. Da tanti anni ormai lì c’è un negozio di biciclette.

Da Dante non sono mai entrata. Mi piaceva perché era misterioso come una grotta.
La bottega si trovava vicino al porto,  me la ricordo come un corridoio stretto, sempre in penombra e ingombro di merce, con in fondo una porta a vetri dalla quale filtrava la luce del sole. Si vedeva dalla strada quel rettangolo luminoso. Dante faceva orari strani, lì si rifornivano marittimi e pescatori, quindi era aperto fin dalle prime ore del mattino, anche la domenica, tutto l’anno. Per le emergenze dell’ultimo secondo c’era sempre Dante. Non so dire esattamente da quando, ma nello stesso posto poi hanno aperto un centro estetico.

A Marina di Ravenna una volta c’erano anche diversi bar-latterie. Vendevano latte e formaggi principalmente, ma facendo anche servizio bar, molti si fermavano per il caffè. Proprio uno dei miei primi amori si nutrì dei cornetti Algida comprati in una certa latteria. Arrivai al record di cinque in un sabato pomeriggio: dovevo pur trovare una scusa per passare e ripassare proprio lì dove il mio bello era solito sostare.
L’anno in cui uscirono le Big Babol, ci fu un consumo talmente alto di quelle gomme che faceva palloni giganteschi, che fu impossibile trovarle per quasi una settimana, anche nelle latterie più fuori mano. Lo so perché le mie amiche e io battemmo a tappeto il paese per un paio di giorni prima di arrenderci all’evidenza. Mi ricordo che il primo ad esaurire le scorte fu il Bar Trieste, quello annesso al Cinema Trieste, punto di ritrovo degli adolescenti di allora (non cercatelo, non esiste più da anni).

Il “Cinematrieste”, cinema di terza o quarta visione, era il must della domenica pomeriggio. 1000 lire l’ingresso, 100 lire per il ghiacciolo o per quei buonissimi popcorn dal sapore di plastica venduti nella confezione a righe bianche e blu,  è stato fondamentale per la mia formazione cinematografica: lì vidi per la prima volta La febbre del sabato sera, Hair, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, con quella fantastica marcia dei dinosauri al ritmo di Bolero di Ravel.
In prima media passai ben sei settimane senza andare al cinema: risparmiai 6000 lire per la cassettina Too much heaven dei Bee Gees che ascoltai incessantemente per mesi.

Una volta se si percorreva viale dei Mille verso la  piazza, in fondo, al di là della fontana, si poteva vedere uno spazio aperto, una specie di area verde (o gialliccia di erba bruciata e sabbia) con tamerici e olivelle. Quella striscia di quasi parco pubblico separava il lungomare da una piccola spiaggia libera. Lì andavamo nei primi anni ’70, con l’ombrellone, i secchielli e i fumetti di Tiramolla e Geppo. Le domeniche d’estate per me profumavano sempre di Ambra solare e panini all’arrosto ed erano bellissime domeniche di mare. Quello era anche il posto in cui una decina di anni più tardi mi sarei fermata a guardare i fuochi artificiali le notti di Ferragosto, direttamente sotto alle cascate di scintille, come piace a me.
Qualche anno fa hanno deciso di abbattere tamerici e olivelle e di costruire Marinara, con quei condomini mascherati un po’ da New England un po’ da cabine anni ’50.
Non mi piace Marinara perché non c’entra niente col resto. Hanno innalzato un muro, invisibile sì, ma che segna comunque un limite invalicabile. Non si mescolano, quelli di Marinara, con noi che viviamo di qua, né noi con loro, a dire il vero. Colpa anche di quei condomini, ne sono sicura, e del mare che dalla strada non si vede più. In comune abbiamo una cosa però: il supermercato Coop che nel corso degli anni ha rimpiazzato le otto botteghe di alimentari.
La nuova sede è proprio a Marinara, vicino al faro e vicino agli yacht, così che i proprietari spesso svuotano il carrello direttamente nella cambusa delle loro barche.

Dietro casa, in piazza del mercato, stanno tirando su un ecomostro. È un palazzo enorme, a più piani, che, come Marinara, non c’entra nulla con quello che si trova intorno. La piazza è sparita lì sotto, insieme a una bella fetta di tramonto, la sera. Mi ritengo fortunata, però: non lo vedo se non affacciandomi dalla finestra della camera da letto, spostando lo sguardo sulla destra, dove  il profilo del campanile è stato solo sfiorato dalle impalcature.

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