Tu non stai chiedendo di abbattere il mio steccato. Quello ormai resta. La Fornero non si pone neanche il problema. Nemmeno Ichino osa. Il mio steccato non è in discussione. Tu stai semplicemente lottando perché nessuno sia più ammesso dall'altra parte. Chi è stato assunto prima della futura riforma Ichino resterà più o meno garantito. Gli altri, anche […]
Clipped from www.rue89.comZéro pour l’Italie En Europe, l’évolution est globalement positive. Des pays comme le Portugal, qui a ouvert le mariage aux couples de même sexe, sont désormais en haut du classement. D’autres comme l’Irlande ou la Croatie viennent d’instaurer une première forme de partenariat civil pour les couples homosexuels. Tout n’est pourtant […]
Da quando lavoro, e ormai sono tanti anni, ho sempre aderito ad ogni sciopero proclamato.
Non tanto perché iscritta al sindacato e quindi trascinata da coerenza “sindacale”, anzi tendo sempre a soppesare le motivazioni fin troppo criticamente, quanto perché ho sempre creduto che lo sciopero sia l’unico mezzo utile per far sentire la voce dei lavoratori.
Questa volta però, a differenza di tutte le altre, la decisione di partecipare l’ho presa all’ultimo momento. Perché forse tanti non ci pensano, ma scioperare costa e costa parecchio. A una giornata di stipendio, con i tempi che corrono, non si rinuncia con leggerezza. E’ un sacrificio. Chi lavora ha famiglia per lo più, le buste paga ultimamente si alleggeriscono in un attimo, quando non sono già leggere di loro e sono convinta che tanti in questo momento stiano facendo i conti in questo senso.
Lo ammetto: ci ho riflettuto per qualche giorno. Sono un lavoratore dipendente, ho una famiglia, per quanto piccola e delle precise responsabilità, soprattutto nei confronti di mio figlio; poi ci sono le spese mensili, il mutuo, le bollette, insomma quelle che hanno tutti. Mi sono ripetuta che forse sarebbe stato meglio pensare alle mie esigenze pratiche e lasciar perdere gli strascichi di idealismo adolescenziale, ché con quelli non si mangia.
Ebbene, non ce l’ho fatta e oggi sono in sciopero.
C’è che dice che tanto non serve a niente, che le cose non cambiano, che, visto che gli altri sindacati non ci sono, è completamente inutile. Io ho la presunzione di pensare che è l’unico modo per fare in modo che la corrente cambi il suo corso. Ho la presunzione di pensare che se il governo ha fatto qualche passo indietro rispetto alla controriforma Gelmini è solo grazie alle proteste diffuse e dello sciopero del 30 ottobre scorso.
Inoltre, c’è mio figlio. Ho cercato di insegnargli che bisogna farsi avanti e lottare per cambiare le cose che non vanno (lo so, suona come un luogo comune ormai, ma disgraziata me, ci credo ancora), se non si fa nulla tanto vale chinare la testa e tacere.
E infatti aderisco allo sciopero anche per questo: avere la soddisfazione di riprendere chi si lamenta e basta – del governo, della politica, degli stipendi troppo bassi – e non muove un dito per far cambiare lo stato delle cose. Io voglio fare la mia parte, ci metto del mio, ci metto la faccia e ci metto il sacrificio, ma questo mi dà il diritto di dissociarmi, di dissentire, di incazzarmi e pure di lamentarmi.
Ultimo ma non ultimo: sono in sciopero perché se posso rompere le scatole all’attuale presidente del consiglio, pur nel mio piccolo, lo faccio molto volentieri.
Poco più di un anno fa, appena aperto questo blog, mi trovai a scrivere un post piuttosto appassionato sull’allora disegno di legge Levi-Prodi che aveva lo scopo, come molti ricorderanno, di istituire uno speciale registro, il ROC, per tutti i prodotti editoriali che avessero “finalità di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”. Ci fu una mobilitazione generale tra il popolo della rete e il disegno incriminato alla fine non passò, non so dire se proprio a conseguenza di tutto il clamore generato.
Sinceramente: non è che mi fossi veramente illusa che dopo lo scampato pericolo di un anno fa nessuno ci avrebbe più riprovato; è che speravo, ingenuamente, che dopo un anno le cose fossero un minimo cambiate nella percezione che la politica ha del web. Pare non sia così, o forse è così pure troppo, perché, come ho appreso da un articolo sul blog di Antonio Di Pietro, l’hanno rifatto.
Il sei novembre scorso, quattro giorni fa, senza che trapelasse nulla dalla stanza dei bottoni, la Levi-Prodi è stata riesumata, rivestita con un nuovo testo (C-1269) e assegnata alla VII Commissione Cultura della Camera, senza sostanziali cambiamenti da quella dell’anno scorso. Dice Di Pietro: “Su questo disegno di legge non ci sarà nessun margine di discussione né con il centrodestra né con il centrosinistra. Qualora dovesse passare potrebbe dare come unico risultato la disobbedienza civile“.
E’ bello vedere come, su certe questioni, maggioranza e opposizione trovino sempre un comune terreno di dialogo (e sì, sono sarcastica).
Ora tutto dipende da una risposta dell’Agenzia delle Entrate. Il busillis sembra sia quello della pubblicità presente sugli spazi blog. L’articolo 3 del disegno di legge versione 2008 specifica che: “Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro“. Una interpretazione sembra essere quella che la presenza di banner e annunci pubblicitari possa essere equiparata ad una attività continuativa a fini di lucro e quindi costituire impresa.
Di fatto questo porrebbe fuori legge tutti i blog con pubblicità non iscritti al ROC e li assoggetterebbe a tutta la normativa che regola gli organi di stampa tradizionali.
Un anno fa mi chiedevo che bisogno ci fosse di una legge come questa. Me lo sto chiedendo di nuovo ora. A chi fanno veramente paura questi blogger? Non stride ancor di più oggi? Se da un lato si plaude al modello di interconessione tra web, politica e società che ha portato all’elezione di Barack Obama negli Stati Uniti, se si legge e rilegge del divario digitale tra Italia e resto d’Europa, se il nostro Paese è sempre quello che arranca in fatto d’uso dei nuovi media e delle nuovo tecnologie, dall’altro si tende a voler esercitare un controllo sempre più pressante su chi usa la rete per esprimere liberi pensieri e punti di vista. Un anno fa mi capitò di parlare con giornalisti che auspicavano l’introduzione della Levi-Prodi: a salvaguardia della loro professionalità, mi si disse. E ora?
Ora ho paura che lo scenario sia ben diverso. Stiamo attraversando un periodo di particolare tensione sociale, probabilmente tra i peggiori degli ultimi quarant’anni. Le notizie, “quello che succede veramente”, corrono in rete in tempo reale. L’informazione si genera dal basso, si buttano sassi per creare onde nello stagno. E nessuno, al momento, ha la possibilità di controllare questo, com’è giusto che sia. I media di informazione tradizionale non solo non riescono a stare al passo, ma sono tutti, chi più chi meno, addomesticabili o addomesticati. Non dimentico infatti le dichiarazioni di qualche giorno fa di Marcello dell’Utri: «Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c’è modo e modo di comunicarle». In quest’ottica, una legge che di fatto limiterebbe il flusso di notizie, nella migliore delle ipotesi, ha una sua logica. E nella peggiore: quanti blogger continuerebbero a scrivere con la minaccia continua di incorrere nel reato di diffamazione a mezzo stampa senza la copertura legale che solo le maggiori testate possono garantire a chi scrive per loro?
E così Barack Obama ha vinto ed è, di fatto, il 44mo presidente degli Stati Uniti.
Si è avverato un sogno, l’America ha girato pagina, il cambiamento è di quelli epocali, senza alcun dubbio. Ma mi piace pensare a chi, per primo, in questo sogno ha creduto.
Il 28 agosto del 1963 Martin Luther King Jr. pronunciava il suo famoso discorso al Lincoln Memorial di Washington. Quarantacinque anni possono essere una enormità o solo un soffio, in termini di tempo. Oggi sono felicissima e piena di speranza per la vittoria di Obama proprio perché solo cinquant’anni fa la segregazione e la discriminazione razziale erano legge in più di una decina di Stati del sud e solo un quarto della popolazione di colore era iscritta alle liste elettorali.
E’ all’impegno di Martin Luther King, e al suo sogno, che si deve la definitiva abolizione della segregazione nel 1964. Obama ne è la realizzazione, un uomo nero, appertenete a una minoranza, investito del ruolo più importante al mondo. L’assegno è stato finalmente incassato.
“…Five score years ago, a great American, in whose symbolic shadow we stand today, signed the Emancipation Proclamation. This momentous decree came as a great beacon light of hope to millions of Negro slaves who had been seared in the flames of withering injustice. It came as a joyous daybreak to end the long night of their captivity.
But one hundred years later, the Negro still is not free. One hundred years later, the life of the Negro is still sadly crippled by the manacles of segregation and the chains of discrimination. One hundred years later, the Negro lives on a lonely island of poverty in the midst of a vast ocean of material prosperity. One hundred years later, the Negro is still languished in the corners of American society and finds himself an exile in his own land. And so we’ve come here today to dramatize a shameful condition.
In a sense we’ve come to our nation’s capital to cash a check. When the architects of our republic wrote the magnificent words of the Constitution and the Declaration of Independence, they were signing a promissory note to which every American was to fall heir. This note was a promise that all men, yes, black men as well as white men, would be guaranteed the “unalienable Rights” of “Life, Liberty and the pursuit of Happiness.” It is obvious today that America has defaulted on this promissory note, insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check, a check which has come back marked “insufficient funds.”
But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. And so, we’ve come to cash this check, a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice.
We have also come to this hallowed spot to remind America of the fierce urgency of Now. This is no time to engage in the luxury of cooling off or to take the tranquilizing drug of gradualism. Now is the time to make real the promises of democracy. Now is the time to rise from the dark and desolate valley of segregation to the sunlit path of racial justice. Now is the time to lift our nation from the quicksands of racial injustice to the solid rock of brotherhood. Now is the time to make justice a reality for all of God’s children.
It would be fatal for the nation to overlook the urgency of the moment. This sweltering summer of the Negro’s legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality. Nineteen sixty-three is not an end, but a beginning. And those who hope that the Negro needed to blow off steam and will now be content will have a rude awakening if the nation returns to business as usual. And there will be neither rest nor tranquility in America until the Negro is granted his citizenship rights. The whirlwinds of revolt will continue to shake the foundations of our nation until the bright day of justice emerges.
But there is something that I must say to my people, who stand on the warm threshold which leads into the palace of justice: In the process of gaining our rightful place, we must not be guilty of wrongful deeds. Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred. We must forever conduct our struggle on the high plane of dignity and discipline. We must not allow our creative protest to degenerate into physical violence. Again and again, we must rise to the majestic heights of meeting physical force with soul force.
The marvelous new militancy which has engulfed the Negro community must not lead us to a distrust of all white people, for many of our white brothers, as evidenced by their presence here today, have come to realize that their destiny is tied up with our destiny. And they have come to realize that their freedom is inextricably bound to our freedom.
We cannot walk alone.
And as we walk, we must make the pledge that we shall always march ahead.
We cannot turn back.
There are those who are asking the devotees of civil rights, “When will you be satisfied?” We can never be satisfied as long as the Negro is the victim of the unspeakable horrors of police brutality. We can never be satisfied as long as our bodies, heavy with the fatigue of travel, cannot gain lodging in the motels of the highways and the hotels of the cities. We cannot be satisfied as long as the negro’s basic mobility is from a smaller ghetto to a larger one. We can never be satisfied as long as our children are stripped of their self-hood and robbed of their dignity by a sign stating: “For Whites Only.” We cannot be satisfied as long as a Negro in Mississippi cannot vote and a Negro in New York believes he has nothing for which to vote. No, no, we are not satisfied, and we will not be satisfied until “justice rolls down like waters, and righteousness like a mighty stream.”
I am not unmindful that some of you have come here out of great trials and tribulations. Some of you have come fresh from narrow jail cells. And some of you have come from areas where your quest — quest for freedom left you battered by the storms of persecution and staggered by the winds of police brutality. You have been the veterans of creative suffering. Continue to work with the faith that unearned suffering is redemptive. Go back to Mississippi, go back to Alabama, go back to South Carolina, go back to Georgia, go back to Louisiana, go back to the slums and ghettos of our northern cities, knowing that somehow this situation can and will be changed.
Let us not wallow in the valley of despair, I say to you today, my friends.
And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.
I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”
I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.
I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.
I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.
I have a dream today!…”
Marthin Luther King Jr. 28 agosto 1963
Io vorrei celebrare la speranza questa mattina, anche per quanto riguardo in nostro Paese. E’ vero che sono loro ad aver potuto, ma è anche vero che il presidente degli Stati Uniti ha il potere di influenzare con la sua politica la politica del resto del mondo, e in modo particolare quella dell’Europa. E l’Italia, per fortuna, è in Europa.
Ultimo ma non ultimo, Obama sarà il più libero tra tutti i presidenti, e non è cosa da poco. La sua campagna di è stata finanziata per lo più dalla raccolta fondi tra gli americani: oltre 3 milioni e 100mila persone hanno contribuito con le loro donazioni, anche piccolissime, tenendo fuori le grosse lobby.
In questi ultimi giorni mi sono scoperta più confusa del solito: non so se essere nauseata, preoccupata, arrabbiata o dichiararmi sconfitta. Le cose vanno sempre peggio e non mi riferisco all’attuale situazione economica, per la quale non si ride di certo. Tutti i timori, tutti i presagi negativi che avevo avuto qualche mese fa si stanno avverando un giorno alla volta, dandomi la sensazione di una caduta libera nel vuoto.
Non è solo la vittoria di una parte politica, è la vittoria di una certa politica e di una certa visione della cosa pubblica che rendono di fatto questo paese territorio privato di caccia e conquista di pochi, sulle spalle e alla faccia dei molti. E’ la vittoria della volgarità, dell’ignoranza, del coattismo istituzionale, della furbizia come valore primo, del pugno sbattuto sul tavolo. Di una concezione talmente ingiusta e arrogante del governare che non posso rimanere indifferente. Da qui la rabbia e la nausea.
Alessandro Gilioli nel suo ultimo articolo in Piovono Rane ha riassunto con estrema lucidità il concetto: “In fondo è lì, tra l’Hollywood e l’Eleven, che si ritrova il cascame del neoliberismo lombardo, quello che di giorno specula e di notte pippa, quello che ha sempre visto come nemici da abbattere lo Stato, le leggi, le regole, il modello 740 e i divieti di sosta”. E ancora la fiducia della Camera sul decreto Gelmini. Per la prima volta nella storia di questa repubblica viene posta la fiducia su un decreto che riguarda l’istruzione pubblica (o quella che dovrebbe essere pubblica), senza un dibattito ampio e articolato tra le parti.
Il clima di intolleranza, il legittimare e plaudire azioni di forza che non fanno di questo Paese un posto più sicuro, ma solo più incivile.
L’abbruttimento causato dalle negazione della Cultura, nel suo significato più ampio.
Non si vive bene in un paese così. E non è questione di destra o sinistra. Questa non è neppure destra, di cui non condivido le idee nè i valori, ma che rispetto. Questo è un marasma becero e forcaiolo, che si ispira a un egoismo becero e forcaiolo, alle scenette da varietà, che fa della Politica, nazionale e internazionale, una barzelletta da caserma e della Giustizia materia da libri di fantascienza. E dall’altro lato il nulla assoluto.
Ecco la grande delusione: non esiste una opposizione vera, una controparte solida. Come ho già avuto modo di scrivere, tanti italiani non hanno più nemmeno gli occhi per piangere e la sinistra se la passa tra salotti, attici, party vip. Da che parte devono mettersi quelli che non arrivano a fine mese?
Ieri ho passato un pomeriggio piuttosto piacevole visitando Artelibro a Bologna; ne ho scritto ieri notte sull’altro mio diario. Stizzita, bisogna che lo dica.
Visto che, come da saggezza popolare la notte spesso porta consiglio, quest’oggi ne posso scrivere anche qui con ritrovata calma, magari approfondendo la riflessione sul mondo dell’arte e dei libri e su certi eventi a cui mi piace intervenire.
Premetto: Artelibro è un festival che attendo ogni anno con impazienza. Il perché è presto detto: ho una insana passione sia per i libri che per l’arte figurativa, di conseguenza la combinazione delle due la la vivo come una specie di paradiso di beatitudine. Con qualche neo.
E’ lodevole il tentativo di far avvicinare la gente comune al mondo dell’arte e dei libri in genere. Se solo questi costassero meno. In poche parole: ad Artelibro espongono e vendono direttamente le case editrici, perché solo pochissime hanno applicato sconti reali sui prezzi di copertina? Perché solo pochissime pubblicano (anche) “low cost”? E qui ritorno a parlare della solita Taschen, che letteralmente adoro.
Taschen snobbata e ritenuta “improponibile” da chi fa cultura “alta”, ma che ha avuto il grandissimo merito, secondo mia modestissima opinione, di far scendere l’arte dal piedistallo dove molti tenderebbero a metterla, e dove per molti visitatori di Artelibro è giusto che stia. Basta soffermarsi un momento su simili personaggi, o su alcuni incaricati agli stand che sembrano brutte copie di yuppy anni ’80, che ti guardano storto se parli senza birignao e se sei vestita con jeans e giacca di pelle.
L’arte non deve essere un affare di èlite. Il gusto per il bello, il piacere di capire un’opera pittorica, il gusto di lasciarsi trasportare da un quadro, da una scultura, dal lavoro di un artista devono poter appartenere a tutti, soprattutto a chi non ha né avrà mai la possibilità di visitare di persona il MOMA di New York o il Musée d’Orsay a Parigi. Credo dunque sia importante per chi stampa pubblicazioni d’arte rendere almeno queste il più accessibili possibile, abbassandone i prezzi come prima cosa, soprattutto in occasione di eventi come Artelibro. Non potrà che venirne premiato sulla lunga distanza (probabilmente neppure tanto lunga).
L’arte al popolo, alle persone comuni, ai non addetti ai lavori. L’arte divulgata con passione, con linguaggio comprensibile e incoraggiante. L’arte dei mercanti che accolgono e non respingono, anche se non sei vestito Gucci.