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Mi fanno paura

Dal blog di Marco Camisani Calzolari:

 

Mi fanno paura perché parlano di quello che non conoscono.

Mi fanno paura perché dicono di voler controllare i contenuti di quanto viene pubblicato o caricato in rete e questo è inconcepibile, anzi concepibilissimo per qualcuno evidentemente, ma inaccettabile per me. E’ pericolossissimo essere governati da chi si arroga anche il diritto di decidere che cosa e come i cittadini possano leggere o vedere; oggi è YouTube per mere ragioni economiche, domani potrebbe essere qualunque altro organo di informazione.

Mi fanno paura perché parlano sempre di servizi a pagamento, quasi che la libertà di espressione e di informazione sia merce in vendita soggetta alle leggi di mercato. Come anche la cultura, un tot al chilo.  Se hai soldi abbastanza da poterti permettere di pagare abbonamenti e servizi vari, meglio per te, sennò stai senza, è così che va il mondo.

Mi fanno paura perché quando parlano c’è che li ascolta. Sono quelli che non sanno cosa sia internet, che credono sia il male: il posto dove stanno i pedofili, dove circolano i filmati hard girati nelle scuole, dove ci sono i pirati informatici che rubano soldi; sono quelli che in buona fede ritengono sia giusto limitare internet perché con internet si diventa stupidi ed è pericoloso, succede di tutto lì; sono quelli per i quali pluralità significa poter decidere tra L’isola dei famosi, il culo delle veline e le esternazioni di Emilio Fede.

Mi fanno paura perché sembrano esagerati e non lo sono. Ho la convinzione che a più di qualcuno piacerebbe replicare la notte di Bolzaneto e magari ritornare ad un’Italia in cui chi sparava sulla folla che protestava per fame e lavoro prendeva medaglie.

Mi fanno paura perché il capo del governo in carica è di fatto capo anche di tre canali televisivi, di case editrici, di organi di stampa e tanti dei parlamentari della maggioranza lavorano anche in questi network.
Mi hanno detto che durante i colpi di stato si sono sempre occupate, per prime, radio e televisione…

Vacanze, vacanze!

Perché le donne tendenzialmente si fanno problemi a partire per le vacanze da sole?

Me lo sono sempre chiesta e naturalmente ancora di più in questi ultimi tempi, considerato il periodo. Mi ha sempre meravigliato un po’ questo fatto. Mi è capitato spesso e mi capita di sentire di donne capaci, indipendenti, realizzate, vivaci, che rinunciano a partire, pur amando viaggiare, solo perché sole, dove il sole in questo caso sta per: con mariti, compagni, fidanzati non disponibili ad accompagnarle per motivi vari ed eventuali.

Sono sempre stata portata a credere che per queste donne fosse per lo più una specie di costrizione o una scelta non personale quella di rimanere a casa o di seguire sempre pedissequamente i loro uomini. Un adattarsi sbuffando o soffrendoci anche (perché io ci ho sempre sofferto molto).  Riflettendoci però, mi sono resa conto che spesso non è così: preferiscono proprio non andare  se non con un accompagnatore maschio e adulto. Rimane fermo il fatto che per molti uomini – non tutti per fortuna, sicuramente nemmeno la maggioranza, stamattina mi sento ottimista – scendere a compromessi sulle vacanze risulta essere impresa quasi impossibile. Il classico “una settimana là e una settimana qua” è improponibile. E non mi si venga a dire che anche tanti uomini devono adattarsi, è vero questo, ma sinceramente non mi è mai successo di sentirlo rimarcare spesso.

Io parto da sola generalmente, o al massimo con mio figlio, specialmente quando era più piccolo. L’ho sempre fatto, fin dalla fine del mio matrimonio, e non mi è mai pesato. Non ho mai considerato un problema non avere compagni di viaggio o il mio fidanzato con me. Tutt’altro. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui allontanarmi è stata una vera esigenza fisica e psicologica, altri in cui sono partita per il puro piacere di andare per poi tornare. Di vedere, di scoprire, di prendermi dei giorni solo per me soltanto. Di fare le cose “da sola”. Per me è importante esserne in grado. Viaggiare è un bel modo per imparare a cavarsela e per non essere psicologicamente dipendenti da un altro essere umano, cosa che mi spaventa molto.

Sono tornata a farlo spesso quest’anno, nonostante alcune svolte inaspettate e importanti della mia vita e tutte le distrazioni che ne sono derivate. Allontanarsi, staccare anche solo per qualche giorno per me è fondamentale ma,  a prescindere dalle esigenze dello spirito, viaggiare è qualcosa che mi piace veramente fare.

Allora, secondo me non c’è nulla di più energetico che preparare una valigia e andare: da sola, con le amiche, con i figli piccoli. Per me è stata la Scozia qualche giorno fa: un giro meraviglioso delle Highlands, una cosa tra donne, chilometri e pensieri condivisi, risate, confidenze. Ho preso un aereo da sola e sono andata nonostante il mio compagno non fosse con me, proprio perché non poteva essere con me. Non una ripicca, non sono tipo, ma il modo per condividere una esperienza al ritorno.

Certo, sarebbe stato meraviglioso e perfetto farlo con lui, per la prima volta nella mia vita avrei veramente voluto il mio uomo accanto, perché anche il piacere di partire andrebbe sempre condiviso in una coppia; così come il piacere di scoprire posti nuovi, vicini o lontani, o di fare nuove esperienze, di crescere insieme anche in questo senso. Ma quando questo non è possibile? Perché dover rinunciare? Non c’è stato un solo momento in cui non abbia desiderato di averlo fisicamente vicino, mi è mancato tantissimo, ma serei stata più felice se fossi rimasta a casa ad aspettarlo? Decisamente no.

Autoscatti (torno a parlare di fotografia)

L’altro giorno ho caricato su Flickr i miei ultimi autoscatti. Quelli più recenti risalivano a più di un anno fa e sono sparsi per la rete.

Ho un rapporto piuttosto difficile con la fotografia, ne avevo già parlato nell’altro mio post, e questi autoritratti che ogni tanto mi concedo sono in pratica le uniche fotografie che scatto. Ci sono quelle preparatorie ai miei disegni, sempre piuttosto rare, ma queste non le considero vere foto: sono più dei promemoria su forme, luci e colori.

Non mi piace essere fotografata, l’avevo già scritto in precedenza. Non è che abbia paura che mi si rubi l’anima, per carità, semplicemente non mi fido degli occhi altrui. La maggior parte delle volte negli scatti degli altri non mi riconosco, non sono io quella e rimango sempre un po’ turbata da questo. Per me è fondamentale riuscire a riconoscermi, invece. Quindi mi fotografo da sola.

Queste fotografie hanno valenza di ricerca interiore, una specie di diario visuale dove parlo di me, per una volta senza usare parole, che rimangono comunque il mezzo espressivo che preferisco.

Uso una vecchissima macchina digitale di dieci anni fa, una specie di pezzo d’antiquariato nel suo genere, ma che ha il vantaggio di avere un obiettievo che ruota del tutto, tanto da riuscire ad inquadrarmi sullo schermetto. So sempre cosa sto fotografando in quel momento. Riesco a cogliere espressioni che sono veramente mie, le forme dei pensieri, le forme del mio viso. Mi garantisce il controllo totale sulla foto che sto facendo e quindi su come vengo raffigurata.

In realtà sono sempre vagamente preoccupata di quello che si possa pensare del fatto che il mio soggetto preferito sono io stessa. Non sempre è una questione di vanità.  Mi conosco e so bene quali sono  i miei lati migliori, ma è soprattutto un fatto di veridicità della fotografia. Negli ultimi scatti mi sono ripresa di prima mattina, appena sveglia, senza trucco, così come sono. Volevo che mi si vedesse esattamente allora, in un momento di tenerezza esteriore, mentre pensavo alla persona che amo. In nessun altro modo avrei potuto apparire così, nemmeno se a fotografarmi fosse stato qualcuno che mi conosce profondamente, o proprio quella persona a cui stavo pensando. Sono lì, con le occhiaie, le rughette, le mie lentiggini disordinate, completamente a nudo. Non avrei potuto essere più vera di così.

I ritratti delle persone mi affascinano, specialmente quando sono autoprodotti. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni che spingono a voler fotografare se stessi. Io ho sentito il bisogno di spiegare le mie nel momento stesso in cui ho pubblicato le foto su Flickr. Sono talmente intrigata da questa cosa degli autoscatti che potrei prenderci gusto a far fotografie. Non so nulla di tecnica, non conosco gli strumenti, ho solo una grandissima curiosità verso le persone e sono queste che vorrei imparare a fotografare, i loro visi. Strano abbastanza se si considera che nei miei disegni esseri umani non ne appaiono mai e preferisco di gran lunga scorci cittadini e paesaggi.

Facciamo sempre la differenza

Qualche tempo fa, segnalato in uno dei molti social network che frequento, mi è capitato di leggere un articolo di Chris Brogan, nel quale, sostanzialmente, venivano poste solo un paio  di domande. La prima, che dava il titolo all’intero post era: vivete online coscientemente?

Scriveva Chris: “Oggi sto pensando ai vari modi in cui passo il mio tempo sul web, chiedendomi quanto si allineino con i miei affari e i miei interessi sociali e quanto di quello che faccio sia solo un’abitudine o faccia parte di un piano. Sto considerando quanto il mio contributo sulle varie piattaforme sociali sia d’importanza e pensando ai vari modi in cui potrei fare del buon lavoro per gli altri”.(*)

La seconda  domanda, quella che veramente mi ha colpito e che mi ha fatto venir voglia di dare una risposta era: voi fate la differenza? 

Naturalmente Chris Brogan stava pensando a un uso più commerciale e professionale di quanto possa fare io della rete quando parlava di buon lavoro per gli altri, ma la domanda è comunque interessante.
Per quanto mi riguarda, l’attenzione che dedico al web è soprattutto rivolta al lato umano. Certo, la uso per lavoro, per imparare, mi aiuta a risolvere problemi di ordine pratico, è comunque una finestra sul mondo di formidabile importanza e potenza, mi ci diverto pure parecchio, ma quello che secondo me è fondamentale è che la rete è fatta di persone e di “anime” prima ancora che di “tecnologia”.
Sono gli essere umani quelli che m’interessano e incuriosiscono di più. La gente mi piace; mi piace parlare, condividere e confrontarmi. Soprattutto condividere.
In questa ottica, la mia presenza in rete fa dunque la differenza?

Assolutamente sì, come la presenza di chiunque altro usi la rete in maniera attiva avendo in mente che dietro ogni monitor ci sono delle persone reali che pigiano sui tasti. In fondo è la ragione principale per la quale sono una grande fan del web 2.0: ritengo che in questo ambito tutti possano dare un contributo e costruire la rete. Chi sceglie di condividere con altri quello che sa o che sa fare, sia la torta di mele della nonna o le foto delle vacanze, o quello che pensa, fa la differenza, perché in definitiva sceglie di mettersi a disposizione del prossimo. Si esce dalla sfera individuale ed egoistica per entrare nella dimensione della comunità e dell’interazione tra i suoi membri.
In seconda analisi, porsi la domanda sulla differenza che possiamo fare o meno sul web, anche solo nel caso di un uso puramente commerciale, credo non abbia molto senso. Così come nel mondo della comunicazione, è impossibile non comunicare – lo facciamo semplicemente solo esistendo – è quasi impossibile in rete non interagire del tutto e, di conseguenza, impossibile non fare la differenza,  anche  se minima.

Probabilmente è questo il motivo che mi spinge a trscorrere tanto tempo online leggendo quanto gli altri hanno da dire, cercando io stessa di dire la mia, prendendo parte a discussioni su varie piattaforme, o solo inviando una mail d’istinto quando sento che dall’altra parte c’è qualcuno che non può essere lasciato solo proprio in quel momento. La cosa più bella è che tanto si dà e tanto di più si riceve indietro. 
Molti hanno fatto la differenza nella mia vita; amicizie belle e importanti, nuovi stimoli, idee e progetti, conoscenza e conoscenze, letture e viaggi.

In  fin dei conti, tanto per rispondere idealmente a Chris Brogan, è così tanto importante capire se la rete la si usi coscientemente seguendo un piano strategico o come valvola di sfogo? Non è molto meglio esserci comunque?

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(*) La traduzione del post di Chris Brogan è mia, pertanto ogni errore ed omissione sono imputabili a me sola.

Esercizi di memoria

Avrei voluto scrivere di memoria all’indomani del 25 aprile, data importante per il vissuto collettivo di questo Paese. Per diversi motivi ho sempre rimandato; lo faccio ora, quindi, anche per ricordare Mario Rigoni Stern, scomparso tre giorni fa. Non posso fare a meno di pensare che un altro frammento importante della nostra storia recente se ne sia andato con lui, e che un altro testimone oculare venga a mancare proprio in un momento storico in cui ci sarebbe bisogno di recuperare sempre di più certi valori, invece di dimenticarsene. Al di là di ogni retorica.

Dicevo del 25 aprile, dunque. Ho scritto in quella data come venga da più parti il tentativo di rivedere, se non di negare, gli avvenimenti, o di assegnare una valenza diversa agli stessi. Riscrivere la storia, si dice. Non sempre è una operazione sana e giusta – anzi – , perché gli eventi sono quelli, stanno lì innegabili fintanto che qualcuno può testimoniare di quello che è accaduto. Il rischio più grande si ha quando i testimoni, per ovvie ragioni, vengono man mano a mancare. Per questo è di massima importanza il recupero della memoria collettiva quando c’è chi tenta di mutare la storia già scritta. Non che l’una sostituisca l’altra, ma questa può servire da aggrappante, da catalizzatore. In realtà, dovrebbero procedere di pari passo su due binari paralleli, storia e memoria. Tzvetan Todorov ha avuto occasione di scrivere ne La storia prima della memoria: “La memoria, in compenso, trattiene prima di tutto la traccia che gli avvenimenti esterni lasciano nello spirito degli individui; essa privilegia il mondo immateriale delle esperienze psichiche. Queste non esistono meno dei fatti materiali, ma sono più difficilmente accessibili, e la verifica dei racconti che vi si riferiscono non è facile (…) La memoria, non preoccupandosi della verifica, non si prende tali scrupoli; essa ci fornisce un punto di vista inedito sugli aspetti essenziali dell’esperienza.”
Ancora di più quando la memoria diventa collettiva. Jaques Le Goff ha sottolineato in Memoria: “La memoria collettiva ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva.”
E’ proprio questa la questione su cui è necessario riflettere. 

 Il 24 aprile, poi, è venuto a mancare mio nonno, esattamente il giorno del suo ottantottesimo compleanno. Posso ben dire che mio nonno sia stato un uomo di memoria (o di memorie). Ne ha trasmessa in grande quantità. Ha sempre raccontato della sua vita ai figli, ma soprattutto ai nipoti, a me per prima, essendo la più grande. Esperienze trasformate in storie d’avventura, racconti mirabolanti, insegnamenti mascherati da episodi da commedia. La vita durante la guerra, gli anni dell’emigrazione, il ritorno in patria.
I nonni solitamente non sopravvivono ai nipoti, è importante che in qualche modo tramandino il loro patrimonio di ricordi. E’ la storia che si compie, anche se si tratta di storia minima.
I suoi racconti sono rimasti impressi nella mia memoria come istantanee di famiglia, immagini da tramandare, da scambiare, da raccontare, da rivedere insieme. E’ questo che è successo il giorno del funerale: abbiamo condiviso memoria, anche sorridendo molto.

Ed è strano come esattamente nello stesso periodo stessi rileggendo alcune delle poesie dell’Antologia di Spoon River, di E. L. Masters. Quale altra opera riesce a restituire in modo migliore il senso della “memoria dimenticata”, quella che non ha più voce in capitolo? Quelli che dormono sulla collina parlano e trasmettono la loro voce attraverso le pagine di Masters. E’ un po’ come passeggiare tra le lapidi, leggerne le iscrizioni, fermarsi e ricordare di questo o di quell’altro.

Quello del ricordo è uno strano meccanismo, in realtà. Per molti, e io sono una di quelli, la capacità di rammentare è quasi una maledizione. Per lo più è molto meglio poter dimenticare. Non è solo un processo rimesso in moto da particolari stimoli: le madeleines di Proust, una canzone di tanto tempo prima, un nome che riemerge dal passato, un viso rivisto dopo anni. La maledizione di chi ricorda è appunto ricordare.
Anche quando si pensa che certi episodi appartengano ormai solo a ciò che è stato, questi possono riemergere dalla memoria in maniera del tutto inaspettata e con la violenza di un pugno nello stomaco.
Mi è successo questo qualche mese fa, leggendo un libro sul periodo della mia adolescenza e della mia prima giovinezza. Riconoscermi in quelle pagine e rivedermi in quegli anni ha causato un piccola crisi. Non perché abbia un passato di cui pentirmi e da rinnegare, ma perché gli esercizi di memoria necessariamente conducono a fare i conti con se stessi, la propria vita, la propria storia personale e non è sempre piacevole.

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