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Sono social

Nella pagina introduttiva di questo blog, quella denominata “Chi sono”, ho scritto, tra le altre cose, che sono una grande fan del web 2.0. E’ questa una parte importante della mia attività online e di rete, specialmente da un anno e mezzo a questa parte e ne vorrei raccontare un po’ anch’io, ultima tra tanti, dopo qualche riflessione e molti scambi di idee nelle settimane passate.
Premessa doverosa: questo non è un articolo tecnico. Ne scrivo perché mi è capitato di parlarne con persone che non ne sanno nulla e, soprattutto, con la mia amica Anna, donna deliziosa, curiosa e interessata, che sta cercando di capire questo mondo misterioso di cui ogni tanto le parlo durante le nostre interminabile telefonate notturne.

Foto di hanspoldoja

A mio modo di vedere, il web 2.0 è una creatura con molte facce ed è, prima di tutto e più di tutto, una filosofia, un modo di concepire la rete e i suoi abitanti. Mi piace e mi pare molto calzante la definizione che ne dà Wikipedia: “…il trend nell’uso della tecnologia del world wide web e del web design, che tendono ad esaltare la creatività, la condivisione delle informazioni e la collaborazione tra utenti. Questi concetti hanno condotto allo sviluppo e all’evoluzione delle comunità di rete e servizi quali siti di social networking, di condivisione video, wikis, blogs e folksonomies“. A questo naturalmente si aggiungono tutti i servizi di ultima generazione, quelli mirati al life streaming per esempio e tutti i social media in genere. Come dire: il lato umano della rete.

Per questa ragione trovo il web 2.0 e i social media particolarmente congeniali; si fondano sulla condivisione, in ogni sua accezione. Il “mettere a disposizione” prevale sul semplice sfruttamento di servizi, l’interazione sull’uso passivo, la collaborazione sull’egoismo. Non per ultimo, il web 2.0 parte dal basso, dagli utenti per gli utenti. Ma più di ogni altra cosa mi piace perché è socializzante, crea relazioni, reti di connessioni tra persone prima ancora che tra risorse. E’ proprio questo che trovo più affine con il mio modo di essere e di concepire il mondo anche fuori dalla rete. La diffusione dei social media e delle piattaforme di lifestreaming ha reso tutto questo ancora più incisivo, trasformandole in vere e proprie centrali di raccolta di informazioni di ogni genere.

Perché in effetti, attualmente è possibile condividere e mettere a disposizione del prossimo ogni aspetto della nostra vita: quello che si sta facendo, i libri che si leggono, la musica che si ascolta, notizie, fotografie, filmati, progetti e obiettivi da raggiungere, acquisti, siti web preferiti, idee ed opinioni, esperienze professionali, addirittura la lista della spesa, solo per citare i principali. Tutto finisce nel flusso di quello che fa “noi” in rete (e fuori). La cosa interessante è seguire ciò che fa “gli altri”. Gli altri rappresentano un patrimonio inestimabile di conoscenza, non immediatamente spendibile forse, ma che comunque rappresenta motivo di arricchimento. Il valore aggiunto è che ci sarà sempre qualcuno che troverà utile o di particolare interesse quello che noi abbiamo messo liberamente e gratuitamente a disposizione.
E’ talmente forte la spinta propulsiva verso questo aspetto del web che anche i servizi non tradizionalmente “sociali” si stanno attrezzando in questo senso.

Non tutto nel web 2.0 è bello e buono, però. Tanto per cominciare, i social media richiedono tempo ed energia; inoltre, possono diventare estremamente caotici e ridondanti e ancora le connessioni sono sempre tra le stesse persone anche se in ambienti diversi, con il rischio di creare conventicole, cerchie ristrette di conoscenti che difficilmente si ampliano verso l’esterno. In più, e non è un aspetto da sottovalutare, non tutti pur usando internet e la rete in genere, sembrano pronti per l’approccio al web 2.0. E’ quello che Gino Tocchetti di Knowledge Ecosystem chiama “modello 1.1“, il livello “bacato” del web.
E’ questo l’approccio egoistico, quello che considera la rete semplicemente una risorsa da sfruttare o addirittura una specie di riserva di caccia in cui sparare nel mucchio. O un modo per affermare il proprio egotismo.

E ancora: la privacy. Moltissimi tra quelli che “assistono” dall’esterno si preoccupano molto di questo aspetto. In realtà, ritengo sia solo un finto problema. Non esiste quando si sceglie deliberatamente quali e quante informazioni personali mettere in rete. Anzi, più l’identità online è definita, meno rischi per la privacy esistono. Per questa ragione ho sempre scelto di usare il mio nome reale e la mia fotografia per tutte le mie “cose” del web. Internet e i social media in genere sono ancora strumenti relativamente nuovi in Italia, il fatto di essere continuamente rintracciabile e in qualche modo esposti – in realtà non è così – sembra disturbare parecchio il sonno di qualcuno. Lo stesso accadde una decina di anni fa con l’avvento del telefono cellulare: ricordo articoli su articoli sui rischi di essere sempre sotto l’occhio vigile di un fantomatico controllore che avrebbe seguito nel dettaglio ogni spostamento segnalato dal telefonino acceso. Nel 2008 siamo arrivati ben oltre e non pare darci tanto fastidio.

E’ un peccato però che tutto questo patrimonio di conoscenza condivisa rimanga effettivamente ad uso e consumo di pochi in Italia. Il digital divide è un dato di fatto ed esistono resistenze molto tenaci nell’introduzione del web 2.0 anche in quegli ambienti che ne potrebbero trarre giovamento. Mi vengono in mente alcuni settori della pubblica amministrazione, dell’istruzione, aziendali, ecc. Ma non solo.
In questo articolo del blog NewMediologo si auspica un modo più “alto” di relazionarsi in internet: “L’essere social dovrebbe estendersi nel mondo esterno e non rimanere in rete, l’essere social dovrebbe poi voler dire riuscire a finalizzare la propria presenza 2.0 in maniera tale che anche questa esca dalla rete per manifestarsi in relazioni amichevoli o professionali nel mondo reale.”

Questo è, in realtà, quello che mi piace fare di più: provocare contaminazioni “fuori”, mescolamenti e conoscenze reali.

 

Oltre a Knowledge Ecosystem e New Mediologo, di web 2.0 e social media ne hanno parlato anche, tra gli altri Webeconoscenza e Maddalena Mapelli e ancora di più in questa discussione su FriendFeed, con spunti molto interessanti. Buona lettura.

Autoscatti (torno a parlare di fotografia)

L’altro giorno ho caricato su Flickr i miei ultimi autoscatti. Quelli più recenti risalivano a più di un anno fa e sono sparsi per la rete.

Ho un rapporto piuttosto difficile con la fotografia, ne avevo già parlato nell’altro mio post, e questi autoritratti che ogni tanto mi concedo sono in pratica le uniche fotografie che scatto. Ci sono quelle preparatorie ai miei disegni, sempre piuttosto rare, ma queste non le considero vere foto: sono più dei promemoria su forme, luci e colori.

Non mi piace essere fotografata, l’avevo già scritto in precedenza. Non è che abbia paura che mi si rubi l’anima, per carità, semplicemente non mi fido degli occhi altrui. La maggior parte delle volte negli scatti degli altri non mi riconosco, non sono io quella e rimango sempre un po’ turbata da questo. Per me è fondamentale riuscire a riconoscermi, invece. Quindi mi fotografo da sola.

Queste fotografie hanno valenza di ricerca interiore, una specie di diario visuale dove parlo di me, per una volta senza usare parole, che rimangono comunque il mezzo espressivo che preferisco.

Uso una vecchissima macchina digitale di dieci anni fa, una specie di pezzo d’antiquariato nel suo genere, ma che ha il vantaggio di avere un obiettievo che ruota del tutto, tanto da riuscire ad inquadrarmi sullo schermetto. So sempre cosa sto fotografando in quel momento. Riesco a cogliere espressioni che sono veramente mie, le forme dei pensieri, le forme del mio viso. Mi garantisce il controllo totale sulla foto che sto facendo e quindi su come vengo raffigurata.

In realtà sono sempre vagamente preoccupata di quello che si possa pensare del fatto che il mio soggetto preferito sono io stessa. Non sempre è una questione di vanità.  Mi conosco e so bene quali sono  i miei lati migliori, ma è soprattutto un fatto di veridicità della fotografia. Negli ultimi scatti mi sono ripresa di prima mattina, appena sveglia, senza trucco, così come sono. Volevo che mi si vedesse esattamente allora, in un momento di tenerezza esteriore, mentre pensavo alla persona che amo. In nessun altro modo avrei potuto apparire così, nemmeno se a fotografarmi fosse stato qualcuno che mi conosce profondamente, o proprio quella persona a cui stavo pensando. Sono lì, con le occhiaie, le rughette, le mie lentiggini disordinate, completamente a nudo. Non avrei potuto essere più vera di così.

I ritratti delle persone mi affascinano, specialmente quando sono autoprodotti. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni che spingono a voler fotografare se stessi. Io ho sentito il bisogno di spiegare le mie nel momento stesso in cui ho pubblicato le foto su Flickr. Sono talmente intrigata da questa cosa degli autoscatti che potrei prenderci gusto a far fotografie. Non so nulla di tecnica, non conosco gli strumenti, ho solo una grandissima curiosità verso le persone e sono queste che vorrei imparare a fotografare, i loro visi. Strano abbastanza se si considera che nei miei disegni esseri umani non ne appaiono mai e preferisco di gran lunga scorci cittadini e paesaggi.

Facciamo sempre la differenza

Qualche tempo fa, segnalato in uno dei molti social network che frequento, mi è capitato di leggere un articolo di Chris Brogan, nel quale, sostanzialmente, venivano poste solo un paio  di domande. La prima, che dava il titolo all’intero post era: vivete online coscientemente?

Scriveva Chris: “Oggi sto pensando ai vari modi in cui passo il mio tempo sul web, chiedendomi quanto si allineino con i miei affari e i miei interessi sociali e quanto di quello che faccio sia solo un’abitudine o faccia parte di un piano. Sto considerando quanto il mio contributo sulle varie piattaforme sociali sia d’importanza e pensando ai vari modi in cui potrei fare del buon lavoro per gli altri”.(*)

La seconda  domanda, quella che veramente mi ha colpito e che mi ha fatto venir voglia di dare una risposta era: voi fate la differenza? 

Naturalmente Chris Brogan stava pensando a un uso più commerciale e professionale di quanto possa fare io della rete quando parlava di buon lavoro per gli altri, ma la domanda è comunque interessante.
Per quanto mi riguarda, l’attenzione che dedico al web è soprattutto rivolta al lato umano. Certo, la uso per lavoro, per imparare, mi aiuta a risolvere problemi di ordine pratico, è comunque una finestra sul mondo di formidabile importanza e potenza, mi ci diverto pure parecchio, ma quello che secondo me è fondamentale è che la rete è fatta di persone e di “anime” prima ancora che di “tecnologia”.
Sono gli essere umani quelli che m’interessano e incuriosiscono di più. La gente mi piace; mi piace parlare, condividere e confrontarmi. Soprattutto condividere.
In questa ottica, la mia presenza in rete fa dunque la differenza?

Assolutamente sì, come la presenza di chiunque altro usi la rete in maniera attiva avendo in mente che dietro ogni monitor ci sono delle persone reali che pigiano sui tasti. In fondo è la ragione principale per la quale sono una grande fan del web 2.0: ritengo che in questo ambito tutti possano dare un contributo e costruire la rete. Chi sceglie di condividere con altri quello che sa o che sa fare, sia la torta di mele della nonna o le foto delle vacanze, o quello che pensa, fa la differenza, perché in definitiva sceglie di mettersi a disposizione del prossimo. Si esce dalla sfera individuale ed egoistica per entrare nella dimensione della comunità e dell’interazione tra i suoi membri.
In seconda analisi, porsi la domanda sulla differenza che possiamo fare o meno sul web, anche solo nel caso di un uso puramente commerciale, credo non abbia molto senso. Così come nel mondo della comunicazione, è impossibile non comunicare – lo facciamo semplicemente solo esistendo – è quasi impossibile in rete non interagire del tutto e, di conseguenza, impossibile non fare la differenza,  anche  se minima.

Probabilmente è questo il motivo che mi spinge a trscorrere tanto tempo online leggendo quanto gli altri hanno da dire, cercando io stessa di dire la mia, prendendo parte a discussioni su varie piattaforme, o solo inviando una mail d’istinto quando sento che dall’altra parte c’è qualcuno che non può essere lasciato solo proprio in quel momento. La cosa più bella è che tanto si dà e tanto di più si riceve indietro. 
Molti hanno fatto la differenza nella mia vita; amicizie belle e importanti, nuovi stimoli, idee e progetti, conoscenza e conoscenze, letture e viaggi.

In  fin dei conti, tanto per rispondere idealmente a Chris Brogan, è così tanto importante capire se la rete la si usi coscientemente seguendo un piano strategico o come valvola di sfogo? Non è molto meglio esserci comunque?

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(*) La traduzione del post di Chris Brogan è mia, pertanto ogni errore ed omissione sono imputabili a me sola.

Esercizi di memoria

Avrei voluto scrivere di memoria all’indomani del 25 aprile, data importante per il vissuto collettivo di questo Paese. Per diversi motivi ho sempre rimandato; lo faccio ora, quindi, anche per ricordare Mario Rigoni Stern, scomparso tre giorni fa. Non posso fare a meno di pensare che un altro frammento importante della nostra storia recente se ne sia andato con lui, e che un altro testimone oculare venga a mancare proprio in un momento storico in cui ci sarebbe bisogno di recuperare sempre di più certi valori, invece di dimenticarsene. Al di là di ogni retorica.

Dicevo del 25 aprile, dunque. Ho scritto in quella data come venga da più parti il tentativo di rivedere, se non di negare, gli avvenimenti, o di assegnare una valenza diversa agli stessi. Riscrivere la storia, si dice. Non sempre è una operazione sana e giusta – anzi – , perché gli eventi sono quelli, stanno lì innegabili fintanto che qualcuno può testimoniare di quello che è accaduto. Il rischio più grande si ha quando i testimoni, per ovvie ragioni, vengono man mano a mancare. Per questo è di massima importanza il recupero della memoria collettiva quando c’è chi tenta di mutare la storia già scritta. Non che l’una sostituisca l’altra, ma questa può servire da aggrappante, da catalizzatore. In realtà, dovrebbero procedere di pari passo su due binari paralleli, storia e memoria. Tzvetan Todorov ha avuto occasione di scrivere ne La storia prima della memoria: “La memoria, in compenso, trattiene prima di tutto la traccia che gli avvenimenti esterni lasciano nello spirito degli individui; essa privilegia il mondo immateriale delle esperienze psichiche. Queste non esistono meno dei fatti materiali, ma sono più difficilmente accessibili, e la verifica dei racconti che vi si riferiscono non è facile (…) La memoria, non preoccupandosi della verifica, non si prende tali scrupoli; essa ci fornisce un punto di vista inedito sugli aspetti essenziali dell’esperienza.”
Ancora di più quando la memoria diventa collettiva. Jaques Le Goff ha sottolineato in Memoria: “La memoria collettiva ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva.”
E’ proprio questa la questione su cui è necessario riflettere. 

 Il 24 aprile, poi, è venuto a mancare mio nonno, esattamente il giorno del suo ottantottesimo compleanno. Posso ben dire che mio nonno sia stato un uomo di memoria (o di memorie). Ne ha trasmessa in grande quantità. Ha sempre raccontato della sua vita ai figli, ma soprattutto ai nipoti, a me per prima, essendo la più grande. Esperienze trasformate in storie d’avventura, racconti mirabolanti, insegnamenti mascherati da episodi da commedia. La vita durante la guerra, gli anni dell’emigrazione, il ritorno in patria.
I nonni solitamente non sopravvivono ai nipoti, è importante che in qualche modo tramandino il loro patrimonio di ricordi. E’ la storia che si compie, anche se si tratta di storia minima.
I suoi racconti sono rimasti impressi nella mia memoria come istantanee di famiglia, immagini da tramandare, da scambiare, da raccontare, da rivedere insieme. E’ questo che è successo il giorno del funerale: abbiamo condiviso memoria, anche sorridendo molto.

Ed è strano come esattamente nello stesso periodo stessi rileggendo alcune delle poesie dell’Antologia di Spoon River, di E. L. Masters. Quale altra opera riesce a restituire in modo migliore il senso della “memoria dimenticata”, quella che non ha più voce in capitolo? Quelli che dormono sulla collina parlano e trasmettono la loro voce attraverso le pagine di Masters. E’ un po’ come passeggiare tra le lapidi, leggerne le iscrizioni, fermarsi e ricordare di questo o di quell’altro.

Quello del ricordo è uno strano meccanismo, in realtà. Per molti, e io sono una di quelli, la capacità di rammentare è quasi una maledizione. Per lo più è molto meglio poter dimenticare. Non è solo un processo rimesso in moto da particolari stimoli: le madeleines di Proust, una canzone di tanto tempo prima, un nome che riemerge dal passato, un viso rivisto dopo anni. La maledizione di chi ricorda è appunto ricordare.
Anche quando si pensa che certi episodi appartengano ormai solo a ciò che è stato, questi possono riemergere dalla memoria in maniera del tutto inaspettata e con la violenza di un pugno nello stomaco.
Mi è successo questo qualche mese fa, leggendo un libro sul periodo della mia adolescenza e della mia prima giovinezza. Riconoscermi in quelle pagine e rivedermi in quegli anni ha causato un piccola crisi. Non perché abbia un passato di cui pentirmi e da rinnegare, ma perché gli esercizi di memoria necessariamente conducono a fare i conti con se stessi, la propria vita, la propria storia personale e non è sempre piacevole.

Gli egocentrici della rete

C’è una cosa che in rete riesce molto bene e spesso: far diventare un normale egocentrico un egocentrico ipertrofico.
Ammesso e non concesso che egocentrici lo siamo tutti – altrimenti non staremmo qua ad aprire discussioni, blog, account, pubblicare foto, filmati e spettacoli d’arte varia – ogni tanto mi capita d’imbattermi in situazioni imbarazzanti. Per me che leggo, ovviamente, non per chi pubblica.
Non sono una persona modesta, non scrivo questo per fare l’elogio dell’umiltà, virtù che non mi appartiene (se di virtù si tratta), ma perché ritengo che incensarsi oltre una certa misura, arrampicarsi sul piedistallo per aspettarsi l’applauso d’obbligo sia un vagamente ridicolo e controproducente.

Immagine da internet

Forse perché sono pragmatica. Mi interessa più la sostanza che la forma. Un linguaggio pulito e asciutto più di uno lirico. Sapere chi sono e farlo capire al prossimo piuttosto che comunicarlo con la grancassa. E mi fanno (enormemente) piacere i complimenti, soprattutto alcuni, ma tendo a non pubblicizzarli, a non parlarne, a ridurli ai minimi termini, a riderci sopra. Anche sul web.

Dipenderà dal fatto che sono una timida che fa finta di no; che sono ancora capace di arrossire violentemente e che ritengo che prendersi troppo sul serio sia un peccato, veniale d’accordo, ma pur sempre un peccato. Molti in rete se lo dimenticano, purtroppo.

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