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Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo

Della giornata di ieri mi rimarrà molto.
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.

Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l’energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.

Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”,  che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su quelle che non riesco a collocare.
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.

Sempre più piccolo, sempre meno libero

Mi pare che negli ultimi mesi le cose stiano volgendo decisamente al peggio per quanto concerne le libertà individuali e di espressione.

Non è solo per via dell’aria pessima che si respira in Italia di questi tempi, ma per una specie di virata generale anche da parte di quei paesi che hanno sempre fatto della libertà della persona un caposaldo.

Internet fa davvero paura. Non so se si possa scorgere, alle spalle di certe decisioni, una specie di ordine superiore per il controllo del web, o piuttosto una sorta di deformazione mentale di chi governa, diversa e peculiare da Paese a Paese, ma sempre indicativa di quanto la rete disturbi il sonno di molti. Penso alle polemiche di questi giorni in Regno Unito dove,  seppure la carta di identità venga vista come un abominio,  il governo di Gordon Brown (laburista) ha emanato in rapida successione due leggi che stanno minando alla base tutte le certezze dei suoi connazionali in materia di privacy e libertà di espressione.

In poche parole, all’inizio di quest’anno è stato varato un nuovo piano con il quale viene data alla polizia piena libertà di indagare nei computer dei cittadini (file, email, chat, traffico, ecc.) in remoto  e senza alcun mandato della magistratura; inoltre, solo qualche giorno fa, un’altra legge ha reso illegale fare fotografie agli agenti di polizia. Ovviamente alle numerose proteste, sia per il primo che per il secondo caso, gli organi governativi hanno risposto che tali misure sono necessarie alla prevenzione di crimini vari e terrorismo. Certo è che la seconda legge pone più di un dubbio sulla sua reale legittimità: i fotoreporter potrebbero essere perquisiti e indagati anche solo in presenza di semplici sospetti e anche fotografare un agente per errore comporterebbe multe e pene fino a 10 anni di reclusione.

Foto di -sel http://flickr.com/photos/-sel-/
Foto di -sel http://flickr.com/photos/-sel-/

Dall’altra parte del mondo le cose non vanno meglio. Da mesi in Australia si protesta contro la censura preventiva di tutti quei siti internet considerati dal governo illegali o “non idonei” per i cittadini. Sono così tante queste pagine che diverse associazioni per la salvaguardia dei diritti umani si sono unite a compagnie leader del settore, mondo accademico e investitori per ” proteggere la libertà di espressione e i diritti alla privacy degli utenti”.  L’associazione Human Right Watch si è spinta al punto di affermare che “esiste un reale pericolo che una “cortina virtuale” divida internet, proprio come la Cortina di ferro faceva durante la Guerra fredda, perché molti governi temono la potenzialità della rete e vogliono controllarla”.
Proteste anche in Nuova Zelanda contro la legge appena emanata a protezione dei diritti d’autore, probabilmente la più repressiva al mondo. In breve, ogni internet provider, senza alcuna prova o motivo evidenti  può accusare chiunque di violazione dei diritti d’autore e impedire agli accusati di accedere alla rete, senza ulteriori giustificazioni. Ancora più grave, secondo questa legge viene considerato provider chiunque fornisca un qualsiasi servizio internet, come scuole, biblioteche, uffici pubblici vari, ecc. Inutile dire che i fornitori – quelli veri – non hanno alcuna intenzione di assumere il ruolo di controllori del traffico dei loro stessi clienti e decidere chi e cosa vada contro la legge.

Tutto questo è indice di un certo clima, e ho paura che quel che accade all’estero possa fornire un modello, in negativo, ai nostri governanti che sembrano più che mai  ansiosi di poter estendere un controllo forte su ogni aspetto della nostra vita. Perché il presidente del Consiglio potrà anche essere considerato “unfit” da certi organi di stampa esteri, ma sono più che sicura che è facile mettere tutti d’accordo quando si tratta di controllare quello che avviene in rete, specialmente quando si può contare sull’effetto “omeopatico” di certa politica – ci si abitua a tutto, se somministrato a piccole dosi – e se sostenuti da grandi interessi economici.

Alla fine la rete sarà, sempre di più, l’ago della bilancia;  farà la vera differenza tra Paesi ricchi e poveri, liberi e meno liberi, avanzati e arretrati.

Aggiornamento: è proprio di oggi, 1 marzo, questo articolo di Ernesto Belisario: ecco cosa sta succedendo in Europa.

Perché domani a Roma manifesterò contro la legge Gelmini

Ho sempre creduto che ci sono dei settori della cosa pubblica che non dovrebbero mai sottostare alla logica industriale della produzione e del guadagno ad ogni costo, ma a quella di essere in grado di dare un servizio al cittadino, efficiente e di qualità, anche se in perdita. L’istruzione è uno di questi.

Questa mattina la legge Gelmini è stata approvata. Una legge ingiusta che di fatto non considera la pubblica istruzione come un patrimonio da salvaguardare  ma come un problema economico da risolvere, una specie di male necessario ma fastidioso, non una risorsa, ma un covo di riottosi da ridurre all’ordine.

E’ una legge nata per recuperare fondi che servono a tappare buchi. E’ nata per un Paese che invece di andare avanti si vuole che guardi indietro. Ed è nata perché l’istruzione, quella che forma i cittadini, che insegna loro a pensare, che dà loro gli strumenti necessari affinché diventino membri attivi e critici della società, sia ridotta al minimo. Perché entri, nel normale ordine delle cose, che non siamo tutti uguali: c’è chi può, e c’è chi non può, condannato, quest’ultimo, a non potere mai e a vivere di fatto in una posizione di svantaggio, psicologicamente più debole, come quelli che una volta si toglievano il cappello quando parlavano al dottore o all’avvocato.
In un paese come questo, dove l’immobilismo sociale ha già smesso da tempo di essere un fenomeno per diventare un problema, si sta creando una scuola di serie A e una di serie B.

E’ una legge questa, fatta perché si torni agli anni ’50: classi da trenta alunni, classi differenziate per chi è diverso, orari di lezione ridotti, senza considerare che non siamo più quelli di cinquant’anni fa. Una scuola che invece di puntare all’innalzamento dell’obbligo scolastico, perché si sa, più s’impara e maglio è, e di combattere la dispersione (in molte aree è ancora tragica la quantità di alunni che lasciano la scuola dopo quella dell’obbligo e in diversi casi anche durante), conta a comprimere le ore di insegnamento.
La legge Gelmini è destinata ad avere ripercussioni gravi per tutta la società, come noi oggi la conosciamo.

Piero Calamandrei ebbe a dire proprio nel 1950, durante il discorso pronunciato al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma:

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

Per questo domani sarò a Roma. Insieme a mio figlio manifesterò contro questa legge: perché la scuola pubblica si pubblica veramente, ma soprattutto di qualità e degna del futuro di chi a un futuro deve poter aspirare.

Voglio poter dare un segnale importante in questo senso, anche da genitore.
Sono nata alla fine degli anni ’60 e non ho vissuto il ’68, non ho preso parte alle proteste degli anni ’70. Sono stata una studentessa liceale negli anni ’80, anni tranquilli, di benessere, ma che, per molti versi, hanno contribuito a creare l’illusione che non ci dovesse essere più motivo di manifestare dissenso, di impegnarsi, di tenere la guardia alta. Vado a manifestare con mio figlio, domani, perché credo sia importante fare tutto quello che posso per cercare di cambiare le cose, in prima persona.

Italia, Argentina

Una piccola premessa: so già che molti, leggendo questo post, solleveranno l’obiezione che il parallelo con la dittatura militare avuta in Argentina tra gli anni ’70 e ’80 è del tutto fuori luogo. Sono d’accordo anche io, non è mia intenzione farlo qui, non stiamo vivendo in una dittatura. Rimane  da vedere se in Italia ci sia o meno un regime; ci sarebbe da discuterne, anche solo a voler seguire la definizione che il De Mauro dà della parola.
Non si discute invece sulle mie associazioni di idee, che sono libere, incontrollabili e del tutto spontanee. Quindi incontrovertibili.

E’ successo che ieri sera, mentre leggevo online le esternazioni del presidente del Consiglio sul mandare la polizia a sgombrare le scuole e gli atenei per impedire le proteste e le occupazioni di questi ultimi giorni, il mio pensiero è corso al film “La noche de los lápices“. Non ho spontaneamente pensato al ’68, alle proteste studentesche degli anni ’70, a quelle più recenti in Francia. No, ho pensato all’Argentina della dittatura militare e a quel film.

Per chi non lo sapesse, viene chiamata “notte delle matite spezzate” tutta una serie di arresti e sequesti ai danni degli studenti dei licei e degli istituti superiori in Argentina nel 1976 a seguito delle loro proteste per l’abolizione del Boleto Escolar Secundario (BES), una tessera che consentiva agli studenti di ottenere sconti sul prezzo dei libri e dei mezzi pubblici. Quelli erano adolescenti che protestavano in maniera allegra e pacifica contro una norma che ritenevano ingiusta e iniqua, senza immaginare che cosa si sarebbe abbattuto su di loro di lì a poco. Ragazzi di 16, 17, 18 anni fatti caricare dalla polizia, battuti, sequestrati, torturati, uccisi.

Ho visto il film più di un anno fa. Ne sono rimasta sconvolta perché c’era mio figlio.
Penso a lui anche in questo momento, in occupazione nel suo liceo da lunedì scorso, all’idealismo da diciottenne, al suo credere fermamente in una protesta pacifica e sacrosanta e vedo le cariche della polizia, le foto degli agenti con i manganelli contro chi non si può difendere in alcun modo. La Diaz di Genova.

Lo ripeto: non sto dicendo che l’Italia di oggi sia come l’Argentina di allora (di un tempo nemmeno tanto distante da noi, a voler ben guardare: la dittatura è terminata negli anni ’80), ma tanto di quanto detto nelle ultime ore non lascia presagire tempi sereni per il futuro. Sono molto preoccupata.
La mia testa funziona a suo modo, qualcosa è scattato e mi ha fatto andare a cercare quel film, immediatamente, anche ieri.  
Per chi fosse interessato, è tutto su Youtube in spagnolo, ma facilmente comprensibile anche da chi, come me, non lo parla.

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