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Sediziosi da salotto

Ieri sera non ho seguito Roberto Saviano a Vieni via con me, non mi andava proprio di guardarlo Vieni via con me; non so nemmeno se cercherò di recuperarlo online, Vieni via con me.
Ieri  sera ho preferito un telefilm sul mio portatile, ascoltare John Coltrane e parlare online con l’uomo del quale sono innamorata.
Ieri sera tantissimi hanno acceso la tv su Rai3 e si sono sentiti migliori, più responsabili e impegnati perché guardavano Vieni via con me. Hanno inviato messaggi su Twitter, ripreso le frasette ad effetto, commentato, magari anche discusso e il tutto sentendosi compiaciuti per aver preso una posizione precisa e netta di resistenza civile. Non lo diresti che sono gli stessi che mai, in vita loro, hanno alzato il culo dalla sedia per scendere in piazza, o rinunciato a un’ora di stipendio per scioperare a difesa dei diritti altrui, che non hanno mai gridato e fatto sentire la loro voce, raccolto firme, preso una qualunque iniziativa per dissentire. Sono quelli che, anzi, non sopportano nemmeno tanto quando scioperano o protestano gli altri, i pezzenti che bloccano il traffico e che ingorgano le piazze e gli incroci coi loro cortei. Sono quelli che stanno  sempre attenti, che non si espongono mai in prima persona, che seguono la corrente, ma che un giudizio di cuore non lo esprimono mai, che cercano sempre i “se” e i “ma” e che non perdono occasione per farti sapere che “tanto non serve a niente”, guardandoti con vago compatimento.

Sono quelli che sono anche blogger, che scrivono di tutto e di più ma che mai hanno speso una parola di umana comprensione e solidarietà, mettendoci nome e faccia.
Però guardano Saviano e Benigni la sera, andandosene poi a dormire soddisfatti, rimandando la loro sedizione da salotto alla prossima puntata.

Gli anni ’70 in televisione (di qualità)

Sono figlia degli anni ’60, del boom economico e demografico, dell’ottimismo. I bambini nascevano,  si cantavano le canzonette e c’era una reale voglia di leggerezza e di investire nel futuro. Peccato non sia durato a lungo, che poi si sia entrati in un altro decennio. Tutt’altra musica.

Non penso spesso agli anni ’70. Non c’è nemmeno molto di cui pensare in realtà, è stato il decennio della mia infanzia. Una infanzia molto tranquilla e normale, in un paese di mare del nord Italia. Ho molti ricordi, tutti in bianco e nero, come le immagini televisive di allora. Solo con uno sforzo di concentrazione rivedo i colori delle giornate in spiaggia, delle serate d’estate all’aperto, dei giochi con mia sorella.
Degli avvenimenti importanti, quelli raccontati dalla tv e dai giornali, non capivo molto.
Rammento vagamente il referendum abrogativo sul divorzio. Ne parlavano alla televisione sicuramente, ma l’immagine che mi è rimasta è quella dei manifesti che tapezzavano le strade, con questi grandi sì e no, dove però – me lo avevano spiegato – sì voleva dire no e il no era un sì.
Della strage di Piazza della Loggia a Brescia non ricordo nulla. Solo una piccola manifestazione di studenti l’autunno sucessivo, all’inizio dell’anno scolastico. Anche quello era un giorno in bianco e nero.
E il colera a Napoli, solo perchè anche da piccola mi piacevano le cozze e tutti dicevano che non si potevano mangiare più.
Di tutto il resto non ricordo nulla.
I nomi li rammento tutti, invece. Venivano ripetuti sera dopo sera al telegiornale, quelli mi sono famigliari più di ogni altra cosa. Un rosario in cui le vittime e carnefici di quegli anni si susseguivano indistinti.
Ho ricordi più chiari del rapimento Moro e di quando a scuola vennero a dirci che era stato ritrovato il corpo. Ma ancora, solo nomi e folle in grigio.
Fino al 1980. Lo spartiacque, la fine dell’infanzia e dell’innocenza per me, sono cresciuta quel 2 agosto. La strage di Bologna è stata tutta a colori.

Per me gli anni di piombo sono questi. C’ero e non c’ero. Lo so, sono accaduti, ho letto, ho viste mille volte le immagini delle cariche della polizia, delle manifestazioni, degli scontri armati, dei funerali. Ma sono anni che di fatto non mi appartengono. Ho l’impressione che sia così per molti della mia età. Sono stati anni scomodi, di cui dopo non si è parlato più molto. O forse se n’è parlato, ma non nel modo giusto.

In questi ultimi giorni, invece, ne ho sentito molto raccontare.

La scorsa settimana con lo speciale di Ballarò dove è stato proposto lo spettacolo teatrale “Passa una vela… spingendo la notte più in là”, con la regia di Luca Zingaretti. Una lettura di brani tratti da ”Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, il libro scritto da Mario Calabresi, figlio del commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972 a Milano.
Ieri sera su La7 con la diretta dello spettacolo di Marco Paolini “Album d’Aprile. Rugby, donne, politica e terra” al Fillmore, il ritrovo di Cortemaggiore nel piacentino.

Mi piace sentirne parlare così, di questi anni ’70, pur con tutto il loro grigio e la loro violenza; è un modo per rendermeli meno distanti ed estranei.
Una bella trasmissione, quella con Mario Calabresi, dai toni molto pacati, senza grida, senza insulti e finalmente senza politicanti. Solo le vittime, attraverso le voci dei loro figli. Non ho letto il libro, ma ho condiviso il sentire di Luca Zingaretti  “ammirato e commosso dalla serenità e dalla pacatezza, sarei tentato di dire la dolcezza, con cui Mario Calabresi parla di temi che non sono sicuramente nuovi, ma che in questo libro assumono un significato e una potenza finora sconosciuta”.

Marco Paolini, è un pittore di parole, un narratore di storie minime che diventano collettive in un affrasco naif. Lui parla, il ritmo cadenzato, musicale e ti ritrovi nel fango del campo, con la prima linea. O nella politica di quegli anni, rossi, neri, gli eskimo e le randellate.  I compagni, le assemblee di partito, la politica partecipata, la sensazione di contare, piccoli titani di periferia, in uno scenario superiore. E su tutto l’amicizia, l’atmosfera della provincia, i legami e il rugby.

Tutto diverso da noi che siamo arrivati dopo. Da figli del boom economico ci siamo ritrovati in pieno edonismo reganiano negli anni ’80.  Gli anni di piombo rimossi, trascurati,  anche al liceo, dove pur essendo tanto vicini, non ce ne hanno parlato mai; anche in tv, dove erano più adatte altre canzonette.

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