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Di varie miserie umane

Ho sempre pensato di vivere in una città tutto sommato aperta. Aperta nel senso di accogliente, aperta nei confronti del prossimo, aperta come solo le città di mare e i porti sanno essere, che sul via vai di stranieri e visitatori basano la loro ragione d’essere. Pensavo: dove non arriva l’apertura culturale delle grandi città, può arrivare la tradizione e il senso di comunità di quelle di provincia. 

E invece mi accorgo che Ravenna è una città che si sta chiudendo su se stessa. Me ne accorgo solo ora, mentre avrei dovuto accorgermene da tempo, ormai.
Nonostante gli sforzi in senso contrario, nonostante la candidatura a Capitale europea per la cultura nel 2019.
Insomma, me ne sono sempra vantata un po’ della qualità della vita di qui, se messa in confronto con altre realtà urbane (anche se rimango della mia idea su altre questioni).
Ieri però mi è successo di leggere questa lettera e ho scoperto una città che ha paura, imbarbarita e incattivita. Ci sono rimasta male e mi sono vergognata per i commenti di certi miei concittadini, anche se avrei dovuto aspettarmeli. È stato un brusco risveglio, per così dire.

Non so in quale città vivano chi ha scritto quella lettera e molti dei suoi commentatori, perché nella mia non mi è mai capitato di venire molestata o disturbata nei parcheggi dei supermercati, tenuto conto che il più delle volte a fare la spesa vado sola, spesso la sera, e nonostante abbia subito anni fa un furto molto simile nelle modalità a quello subito dall’autore della lettera al giornale. Non posso nemmeno contare su un aspetto particolarmente minaccioso, sono alta 1.65, di una certa età, mi limito ad applicare quelle che sono le normali norme di cautela richieste dal caso.

E a proposito di falsi moralismi, quelli che specificano di non “essere razzisti” ma che poi si dilungano in mille distinguo e articolazioni di pensiero farebbero una migliore figura se ammettessero di esserlo: ci guadagnerebbero, se non altro, in onestà intellettuale.
Perché la malafede qui è evidente:  la sovrapposizione fra uno che, semplicemente, è stato poco accorto (il che significa anche che non ha visto nulla, quindi ha come unica specifica realtà a cui far riferimento la propria leggerezza) e il rinvenimento immediato di un colpevole che per forza deve essere tra la “gente inutile a  spasso per i parcheggi della città”.

Ravenna è una città che comincia a farmi paura, ma di certo non a causa di quelli che chiedono l’euro del carrello.

Ultimamente mi è capitato di riflettere su cosa significhi essere poveri. O meglio: riflettevo su cosa ci voglia per non essere definiti poveri. Quello che ho capito è che tanti della miseria hanno un concetto distorto o meglio, considerano la cosa osservandola attraverso una lente rovesciata che produce una visione bifocale: una società avanzata, quella in cui viviamo, con bisogni avanzati e, di contro, parametri che definiscono l’indigenza per com’era all’inizio del ventesimo secolo.
Per loro se riesci solo a sopravvivere non sei povero. Se mangi due volte al giorno, se hai di che coprirti, un tetto sulla testa non sei povero. Finché non arrivi alla Caritas o ai pasti a base di bucce di patate allora non hai nessun diritto di lamentarti di non riuscire ad arrivare a fine mese, perché “la vera povertà è ben altro”. La vita vera, per loro, si limita al galleggiamento a pelo d’acqua, quello che sta sopra è superfluo, non necessario, e quindi non pretendibile.
E io mi chiedo come sia solo possibile pensare che così come la società è cambiata nel corso dei decenni in Europa e in Italia, non sia di conseguenza cambiato anche ciò che “fa” un povero.

I bisogni sono mutati e parlo di quei bisogni che consideriamo generalmente sacrosanti. Avere il bagno in casa era un lusso fino a una sessantina di anni fa mentre, oggi, non potremmo concepire di dover scendere in cortile e usufruire di un bagno condiviso con tutto il condominio.
E se era la norma, un tempo, che i figli anche piccolissimi lavorassero nei campi, in fabbrica o in officina invece di andare a scuola tutti i giorni, non è normale – e sacrosanto – pretendere ora che i nostri figli abbiano il diritto di studiare il più a lungo possibile? O poter permettersi una pizza fuori ogni tanto, una mostra o una settimana di villeggiatura all’anno?
Perché in un paese che si dice moderno e avanzato molti sono arrivati a considerare un lusso ciò che altrove è visto come normale standard in una classe media o medio-bassa e chi rivendica certi bisogni ingrato, pigro e non degno?
Quand’è che siamo diventati un paese calvinista (o di grandissimi stronzi, come mi ha detto qualcuno)?

Un piccolo post arrabbiato sulla mia città

Dico spesso, a chi non la conosce, che Ravenna è una piccola e graziosa città dove si vive bene.
È a misura d’uomo, si circola in bicicletta, ci sono i mosaici patrimonio dell’umanità, le valli e le pinete, che dovrebbero pure esserlo per la bellezza non sfacciata di certi paesaggi che abbiamo qui.
Ravenna è anche una città di turisti e visitatori che su turisti e visitatori vive.  Nulla da dire su chiese e monumenti, del resto quelli ce li siamo ritrovati belli e pronti, anche se, e lo sottolineo, l’impegno e lo sforzo per la conservazione sono sempre stati costanti. Ma può una città che intende candidarsi a Capitale Europea della cultura per il 2019 accontentarsi solo di questo (tra l’altro, una Fondazione creata con un intento del genere e che non riesce a spendere qualche migliaio di euro per affidare la cura del sito a un professionista che non sia fermo al 1995 non gioca certo a favore della buona impressione, ma questa è un’altra storia)?

Da una candidata a Capitale Europea della cultura mi aspetto come minimo una certa vivacità culturale e invece è successo che cercando online con il mio compagno su “cose da fare” in città il prossimo fine settimana, è risultato che in città, a parte visitare i monumenti, non c’è assolutamente nulla da fare. Non una mostra di qualche spessore, nessun allestimento d’arte, niente di niente, se non le piccole cose del MAR. Può essere abbastanza per una capitale della cultura? Non credo. Forse è il caso di rivedere alcuni punti, primo fra tutti che una città che si dice turistica non può permettersi periodi di vuoto. Una bella mostra sui Preraffaelliti si è conclusa il giugno scorso, la mostra Histrionica sul teatro in epoca romana e allestita nel Complesso di San Nicolò, spazio espositivo molto gradevole e che amo particolarmente, a settembre. Da allora più nulla, se si escludono le iniziative tipiche delle festività natalizie.
Risultato: domenica prossima ce ne andremo a Ferrara, visto che là le mostre, belle e importanti, riescono a farle, con la speranza che qualcosa di interessante inizi a primavera.

Mi sono vergognata un po’ della mia piccola e graziosa città, lo ammetto. Nonostante i sogni di gloria, non riesce a trovare una strada che la conduca fuori dalla dimensione di città di provincia – e non parlo solo di numero di abitanti. Sono le piccole cose importanti che fanno la differenza, come l’esclusione dai grandi circuiti artistici (altre piccole città stanno facendo moltissimo in questo senso, come Ferrara, appunto, o Treviso, solo per citarne un paio), il fatto che non esistano punti di wi-fi pubblico e libero, nemmeno in centro, che l’inverno sia considerato un periodo in cui ci si può permettere di non offrire nulla di nuovo, almeno per quanto riguarda l’arte, sono tutti punti non degni di una capitale europea. I fasti bizantini non possono bastare da soli, così come eventi, conferenze e concerti, che hanno una rilevanza solo e del tutto locale.
Occorre altro, insomma, accanto al Ravenna Festival in estate, che faccia associare a questa città il pensiero di novità, apertura verso l’esterno, movimento e vivacità intellettuale, tutte cose che si sposano molto bene con l’idea di Cultura.

Un mondo piccolissimo (e un’Italia più larga)

Ogni mattina andando al lavoro, incontro lungo via Trieste questa bambina in bicicletta. Avrà 11 o 12 anni, e ogni giorno, per andare a scuola, pedala contromano lungo una strada che alle 7.30 di mattina è intasata di auto e camion.
Penso a una mamma con fratelli più piccoli da badare, a un papà operaio che lavora al porto, al fatto che forse la macchina non ce l’hanno nemmeno, e che sarebbe più sicuro per lei prendere l’autobus.
Proseguendo, subito dopo il passaggio a livello, incontro altri due bambini, sempre in bici, sempre insieme. E un papà con i suoi tre piccoli, che attraversano la strada al semaforo, ognuno con il suo zainetto.
In via Montanari, due compagne di scuola, probabilmente studentesse del liceo classico, che confabulano e ridacchiano come abbiamo fatto tutte a quell’età.
Niente di insolito, giovani italiani che cominciano la giornata.

È l’Italia che apprezzo di più quella colorata e multietnica, mi mette di buon umore vedere persone giovani, di origini diverse, ma tutte presumibilmente accomunate dalla “s” romagnola. Perché la bimba in bicicletta lungo via Trieste potrebbe non chiamarsi Giulia ma Aminata – o altro nome senegalese -, i due bimbi parleranno cinese tra loro ma non a scuola con gli altri compagni, i tre piccoli avranno imparato l’italiano prima ancora della loro lingua di origine e una delle due liceali indossa il velo con i jeans. Che si rassegnino coloro che dicono che questi non sono italiani e che non rappresentano l’Italia del futuro (e in buona parte anche del presente).

In un mondo piccolissimo, in cui ci si muove a velocità supersonica tra un paese e l’altro, tra un continente e l’altro, ha ancora senso parlare di “cultura italiana”? Cosa sarebbe poi questa cultura italiana? L’uso di una certa lingua? La dieta a base di pasta e pizza? Essere alti un tot, non di più, non di meno?
Ha senso proprio in Italia parlare di cultura italiana? Questo, tra tutti i paesi, che affonda le sue radici nei mescolamenti di sangue, lingue e storie? Siciliani di origine araba, sveva e normanna; pugliesi con sangue germanico, italici con tracce celtiche nel loro dna, campani spagnoli e borbonici, veneziani d’oriente e friulani slavi. Tutti italiani, tutti emigranti a loro volta.

Chi può sapere qual è il tasso di italianità di ciascuno? Per esempio di mio figlio, ventenne, nato in Italia, ma che si sente pochissimo italiano e molto europeo.

Chi tiene il conto delle vittime degli incidenti sul lavoro?

“Siamo qui riuniti, per ricordare un fatto che ha turbato, 7 anni fa, la coscienza pubblica del nostro Paese ed è entrato profondamente nella memoria dei lavoratori, degli operai. Un fatto che purtroppo si ripete, in modi diversi, in luoghi diversi, su donne e su uomini diversi, ma che si ripete ogni ora, ogni giorno. La tragedia della Mecnavi ebbe una sua caratteristica particolare, poiché apparve come chiara denuncia del fatto che non si fossero adottate in quel caso le misure necessarie, le misure umane possibili, per evitare la sciagura che vide lavoratori inesperti, non preparati, non avvertiti dei rischi che potevano correre, impiegati in un’attività così pericolosa. Tutto ciò è avvenuto e avviene in situazioni di crescente crisi sotto il profilo economico, situazioni nelle quali si tende a risparmiare, laddove quel risparmio non suscita facilmente reazioni. Un lavoratore meno difeso di fronte ai rischi del lavoro, spesso, troppo spesso, tace. Un lavoratore al quale viene tagliato il salario, protesta. Nel primo caso rischia la vita, nel secondo un certo peggioramento delle sue condizioni di esistenza”.

Luciano Lama, 1994

Il brano che ho riportato qui sopra è l’incipit del discorso che l’allora Senatore Luciano Lama tenne nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Ravenna il 12 marzo del 1994, settimo anniversario della tragedia Mecnavi.

Immagine di biondine.it

Quella della Mecnavi è una vicenda che rimane indissolubilmente legata alla storia della mia città e di tante famiglie, tra le quali la mia.
È un piccolo ricordo personale per la 60ma Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro che si celebra oggi, 10 ottobre.
Non ci sono solo i morti da dover contare ma, per fortuna e purtroppo, anche un esercito di feriti, mutilati e invalidi.
Non so quanti siano stati negli ultimi ventitré anni, non conosco nemmeno i numeri dall’inizio di quest’anno. So che sono tanti, so che non fanno più notizia perché gli esseri umani hanno una grandissima capacità di adattamento alle tragedie: se te le pongono sotto gli occhi ogni giorno poi non le vedi più, ti ci abitui e cominci a considerarle un male necessario o, più prosaicamente, un prezzo da pagare per poter lavorare. Ci si sveglia dal torpore solo quando le vittime sono tante e tutte insieme, Mecnavi, ThyssenKrupp, ma allo stillicidio quotidiano nessuno fa più caso e gli articoli a proposito si riducono a trafiletti. Le hanno chiamate “morti bianche”, che è modo di vedere la cosa, ma che non rende giustizia alle vittime, perché il bianco è un non colore, non viene definito e quindi non definisce, soprattutto i colpevoli.

Di recente è stato sottolineato che “la sicurezza sul lavoro è un lusso”, non credo di poter essere smentita se dico che è un lusso che in Italia ci concediamo poco e male, visto il primato europeo per il numero di vittime o, più che altro, un altro segno della schizofrenia di questo Paese.

Tirando le somme (con compleanno mancato)

Domenica di consuntivi dopo qualche bilancio.

Ho trascorso i giorni passati ancora trasportata dall’energia del mio sabato romano. Giornata intensa e sfiancante, tredici ore di viaggio per quattro ore di manifestazione in Piazza del Popolo ma sono felice e molto orgogliosa di averlo fatto. Bisognava esserci, fisicamente. Bisognava riempirla quella piazza e per fortuna le aspettative – anche le mie – non sono state tradite.  Tra tutti gli interventi me ne sono rimasti nel cuore due, quello di Neri Marcoré con la lettura di un brano di Alexis de Tocqueville sulla democrazia e quello di Jasmine Trinca con un bel ricordo di Anna Politkovskaya.

Sentire le parole di Anna, in quel momento, in quel particolare frangente è stata una specie di illuminazione. Ne ho parlato poi con alcuni dei miei compagni di viaggio – un manipolo di simpatici vecchietti molto agguerriti – sul perché avessi voluto esserci, nonostante tutto: non voglio avere nulla da rimproverarmi se le cose andassero per la via sbagliata. Non voglio vivere con la sensazione di aver potuto fare qualcosa, per quanto piccola, e non averla fatta. Non voglio che mio figlio e i figli di mio figlio debbano pensare che ho consegnato loro un paese meno democratico senza aver nemmeno tentato di contrastare il meccanismo perverso che si è innescato in Italia. Se mi dovessero chiedere di rendere conto delle mie azioni, in un prossimo futuro, voglio poter dire che non me ne sono stata alla finestra a guardare.

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Foto di Mikuzz

La mia fugace partecipazione alla manifestazione è stata anche un pretesto per respirare un po’ di Roma dopo un anno che mancavo. Ne ho il bisogno fisico di tornarci ad intervalli regolari. Roma è una delle città dove sono sempre incredibilmente felice.

Lunedì scorso poi, ho celebrato in silenzio il secondo compleanno di questo blog.  Anche quest’anno ho registrato le modifiche di percorso, per così dire: sempre meno post che raccontano pensieri e sentimenti, sempre più quelli che riguardano il  mio “mondo esterno”. Mi mancano un po’, in effetti, i miei discorsi su uomini e donne. In compenso ho sempre più voglia di scrivere del passato, di cercare di trasmettere il senso del ricordo. Anche in questa ultima settimana ho composto nella mia testa almeno una decina di articoli diversi su questo. Ultimamente non posso non notare come le cose stiano cambiando velocemente intorno a me – luoghi, persone – e fermare su questo quaderno virtuale certe immagini del mio passato sta diventando un bisogno sempre più impellente. Vedremo se riuscirò a dare seguito a questa necessità. Sento dire spesso che il blog, come mezzo di espressione in rete, stia esalando i suoi ultimi respiri. Non so se sia vero, per me si tratta di una esperienza relativamente recente, ma per quanto mi riguarda, non ho mai scritto tanto come in questi ultimi mesi. Pubblicare quello che scrivo e tutt’altra storia però. Ho in coda un’ottantina di post e so già che tanti di questi non vedranno mai la luce perché, nonostante tutto, sono e rimango anarchica e disordinata anche nella scrittura. D’altro canto lo scrivevo pure l’anno scorso e non sono cambiata di una virgola da allora “Scrivere continua ad essere una gran fatica per me, ma mi dà gioia, mi tiene nei ranghi, mi costringe a pensare con calma e ordine. Mi ha insegnato il metodo e la pazienza. Non una cosa da poco per una come me che pensa decisamente troppo e che tende a lasciarsi trasportare dalle leggi del caos”.

Ieri sera poi la Notte d’Oro qui a Ravenna. Una magnifica serata anche quest’anno, davvero un’aria diversa nella mia piccola città di provincia, con musica e parole in ogni angolo e una marea di gente. Ne ho approfittato per liberare qualche libro alla Biblioteca Classense, visitare mostre e monumenti che di solito sono chiusi al pubblico, passeggiare tra la folla e per una puntatina alla Feltrinelli dove, nonostante l’enorme disagio che provo ogni volta entrando in una loro libreria, sono riuscita anche a fare qualche acquisto. Non so come mai, ma l’unica che sento veramente “casa” è quella di Largo Argentina a Roma. Guarda caso.

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