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L’ultimo post sul RomagnaCamp 2009

Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?

A una settimana di distanza cos’altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l’emozione per l’evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l’argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.

Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all’estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto “professionale” avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.

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Foto di Giovy

I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l’organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell’incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l’idea di portare la serendipità della rete “di fuori”: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l’idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?

Per me è stata l’occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l’interesse dell’”altra gente”, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono – sperando di esserci riuscita – a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.

Una delle parole che preferisco in questo contesto è “contaminazioni”. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.

Perché l’Italia è quel che è, ossia piccole furberie quotidiane

Un paio di sera fa esaurisco il credito del cellulare e, ovviamente visto che io sono io, mi dimentico di ricaricare. Ieri pomeriggio, in macchina, mi torna in mente e decido di fermarmi al primo tabaccaio che vedo, uno di quelli che si trovano nel mio paesello sulla costa ravennate.

Entro, chiedo due carte di ricarica (una anche per mio figlio) ed estraggo il bancomat per poter pagare. L’esercente,  tanto gentile e sorridente alla mia entrata in negozio, mi dice che non posso pagare così. Perché, chiedo io. E lui candidamente: perché con le “cose statali”  (?) io non ci guadagno e il pos invece lo pago.

Protesto – educatamente. Non ho esattamente l’abitudine di alzare la  voce e inveire contro le persone e non ho nemmeno un aspetto minaccioso – e faccio notare che in vetrina è chiaramente esposto il simbolo del Pagobancomat, che comprende anche il circuito della mia carta, Cirrus Maestro, e che quindi è tenuto, visto il contratto che ha stipulato, ad accettare sempre la tessera per i pagamenti. Tutti.

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Foto di Pacamanca

 

E invece no, perché secondo il tabaccaio con-anni-di-esperienza, le regole le fa lui considerato che il negozio è il suo. E non importa che ci sia un cartello che indica chiaramente che esiste un contratto in essere al quale ha aderito di sua spontanea volontà, visto che non c’è una legge che obbliga ad avere il pos in negozio.

Peccato, inoltre, che io la comodità di poter usare il bancomat debba pagarla tot al mese e che mi incazzi alquanto se questa possibilità mi viene negata ingiustamente.

Conclusione della storia: ho presentato reclamo all’istituto di credito che fornisce alla tabaccheria il pos. Il tabaccaio furbacchione (oltre che cartolaio e altro), per evitare una piccolissima perdita, ha invece perso una cliente come minimo, tenuto conto che sarà mia cura  spargere la voce presso amici e conoscenti e che quasi di sicuro rimedierà  un richiamo ufficiale.

Troppo rumore per nulla? Probabilmente, ma ne faccio una questione – anche – di principio. Le regole sono regole, se si vuole offrire un servizio al cliente lo si dà per intero e non secondo i gusti personali o le piccole convenienze.
E’ una storia minima questa, una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di brutte abitudini generalizzate e radicate in questo paese. Non mi piace essere considerata solo un pollo da  spennare; non mi piace nemmeno lamentarmi sempre e non fare mai nulla di concreto. Le piccole furberie, i giochetti sporchi probabilmente non sono un affare di stato se presi singolarmente, ma tutti insieme danno la misura della civiltà di un’intera nazione e, purtroppo,  di un’intera categoria di professionisti per lo più seri.

E’ una guerra tra poveri combattuta a suon di centesimi? Non so, forse. O forse la crisi dà solo a qualcuno una scusa valida per condotte scorrette. Mi dicono che tanti tabaccai fanno lo stesso e pure molti gestori di pompe di benzina. Alcuni, ho letto, appendono cartelli dove si indica la spesa minima perché un pagamento con pos sia accettato. Bene, questo non lo accetto io e mi ribello, perché, oltre a non essere un pollo non sono nemmeno un’ochetta che fa qua qua e basta.

 

Post scriptum:

Per segnalare episodi analoghi a quello che ho raccontato qui sopra o avanzare reclamo,  si  deve mandare una mail, completa dei dettagli riguardanti l’esercizio commerciale in questione, al Consorzio Bancomat Cogeban: auditing.consorziobancomat@abi.it

In questa pagina, invece, tutte le informazioni utili agli utenti Bancomat (specialmente in casi come quello che ho descritto).

 

Aggiornamento del 1/2/2011:

È successo di nuovo, ieri sera. Altra tabaccheria (tra l’altro abilitata tramite Lottomatica ad accettare pagamenti per tutte le utenze come bollette varie, abbonamento RAI, bollo auto, oltre alle solite ricariche telefoniche). E proprio al pagamento del bollo auto mi sono sentita rifiutare il pagamento POS anche se in vetrina era chiaramente esposto l’adesivo Pagobancomat. Usanza diffusa tra i tabaccai, a quanto pare, quella di non volere il pagamento tramite Bancomat di quei servizi che non portano un guadagno diretto, in quanto partite di giro.

Come sempre ricordo che per tutte le informazioni inerenti il servizio Pagobancomat negli esercizi commerciali, bisogna cliccare sulla scheda “Informazioni utili per gli utenti”, sezione FAQ del sito www.bancomat.it

 

Una notte tiepida d’ottobre tra oro, libri e Last Minute Market

Che l’oro identifichi la mia città non è cosa di oggi e che le notti, bianche ovunque, a Ravenna diventino notti d’oro è una realtà da due anni. Strano a dirsi, ma anche ad uscire dal centro, andando verso le pinete, se la luce autunnale è quella giusta, e se un po’ di nebbia rimane in sospensione nell’aria, in alcune ore sembra proprio che di polvere d’oro sia cosparsa ogni cosa.

Sabato scorso Notte d’Oro a Ravenna. Temperatura perfetta, atmosfera magica e sognante, musica e mosaici. E belle cose da fare e da vedere, con qualche piccola occasione per riflettere.

Una di queste è stato l’allestimento artistico “Another Book from the Wall” alla Biblioteca Classense, “installazione con libri sottratti al macero in un cantiere aperto a tutti“, di Clara Matelli in  sinergia con Last Minute Market.
Non solo aperto a tutti, questo cantiere, ma con la possibilità per tutti, di prelevare i libri facendoli rivivere di nuovo. Libri che altrimenti sarebbero finiti triturati e macerati. Approfitto, anzi, di questo post per chiedere scusa al direttore della Classense, ché sono due giorni che mi sento in colpa. Durante il discorso d’inaugurazione aveva ben specificato: “Solo uno, massimo due libri a testa”. Bene, io ne presi tre. Non riuscendo a decidermi, alla fine mi sono detta che tanto meglio così che rischiare un ulteriore abbandono di un libro già scampato alla distruzione.

Last Minute Market è un progetto bello e importante per combattere lo spreco. Il suo motto recita: “Trasformare lo spreco in risorse”. E se è logico e fondamentale riuscire a riciclare quello che tanti sprecano sotto forma di cibo in un mondo che ha sempre più fame, o di medicinali in realtà dove anche la semplice aspirina fa la differenza, è altrettanto logico non sprecare conoscenza e cultura. Non sprecare libri che sono stati scritti e stampati dunque, e che hanno richiesto energie per la loro produzione, non solo intellettive, ma soprattutto energie materialissime, come carta ed elettricità.

Amo i libri. Li amo come oggetti e li amo come simboli. Li amo soprattutto come contenitori di idee e di intelligenze; di voglia di trasmettere conoscenza. Mi piace pensare che tutti quei volumi rimasti invenduti perché ritenuti non interessanti da tanti, possano esserlo per molti altri, o che possano contribuire alla scoperta di qualcosa di nuovo da parte di chi ha voglia di imparare. O, più prosaicamente, da parte di chi libri non ne può comprare. Per fortuna le idee non hanno data di scadenza, possono circolare fresche e nuove per anni e anni.
Per questo ho la speranza che sempre più librai ed editori aderiscano al sevizio Last Minute Market Book. A loro non costa nulla, per tanti può rappresentare un valore inestimabile e un vero investimento.

Di certo io ho portato a casa tre libri preziosi, uno dei quali stavo cercando da tempo. Si possono vedere in dettaglio qui, nel mio scaffale di aNobii; sono Parisiens, un bel libro di fotografia di Peter Turnley, Ravenna nascosta, il libro di Tino Dalla Valle che cercavo da un po’, e un bel librone d’arte Le arti decorative e Venezia. Hanno trovato una nuova casa, la mia, e una sistemazione d’onore sul tavolino del salotto. Non avrei potuto essere più fortunata di così.

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