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Il post che dovevo scrivere e forse non pubblicare

Di come la parola “invidia” faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono d’intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica verso di loro all’invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e non mosso magari da altro?
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano fuori dal loro cappello l’invidia del prossimo nei loro confronti. Alla fine è proprio così: leggo “tutta invidia” e traduco automaticamente “bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i piedini per terra”.
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.

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Quest’ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è,  è anche qualcosa che respiri insieme all’aria del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le altalene, ti vengono trasmessi dalle  strade, dalla scuola, dalle piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi anni ’70, provenivano da ogni parte d’Italia. In classe si parlava tutti assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole comprese.
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo: gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere, soprattutto quello “illuminato” ma ugualmente sotterraneo e strisciante, rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno strumento di difesa.

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E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e sentimenti.
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo alla mia vita.

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Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio, deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap opera ridicola sullo stile di “armiamoci e partite”. A proposito dei diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL era intitolata “Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia”. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste “dal-basso-dell’internet”, solo la mia amica Giuliana, che per l’ennesima volta non sono riuscita a incontrare.
L’idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato mattina,  appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo il portone di casa,  mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. “Per il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità”, ho risposto io. Mi ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia niente.
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a mio figlio di andarsene dall’Italia, io resto, non accetto e protesto.

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“Ridondanza” è una parola che non mi è particolarmente antipatica per come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di starnazzamenti senza grande  significato, di una stanchezza,  da parte mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che, insieme all’invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro il feticcio dell’autoironia.

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Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l’aspettavano da un momento all’altro.
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.

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Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni ’80, che le canzoni sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da soli.

Scioperare costa

Da quando lavoro, e ormai sono tanti anni, ho sempre aderito ad ogni sciopero proclamato.
Non tanto perché iscritta al sindacato e quindi trascinata da coerenza “sindacale”, anzi tendo  sempre a soppesare le motivazioni fin troppo criticamente, quanto perché ho sempre creduto che lo sciopero sia l’unico mezzo utile per far sentire la voce dei lavoratori.

Foto di tommide

Questa volta però, a differenza di tutte le altre, la decisione di partecipare l’ho presa all’ultimo momento. Perché forse tanti non ci pensano, ma scioperare costa e costa parecchio. A una giornata di stipendio, con i tempi che corrono,  non si rinuncia con leggerezza. E’ un sacrificio. Chi lavora ha famiglia per lo più, le buste paga ultimamente si alleggeriscono in un attimo, quando non sono già leggere di loro e sono convinta che tanti in questo momento stiano facendo i conti in questo senso.
Lo ammetto: ci ho riflettuto per qualche giorno. Sono un lavoratore dipendente, ho una famiglia, per quanto piccola e delle precise responsabilità, soprattutto nei confronti di mio figlio; poi ci sono le spese mensili, il mutuo, le bollette, insomma quelle che hanno tutti. Mi sono ripetuta che forse sarebbe stato meglio pensare alle mie esigenze pratiche e lasciar perdere gli strascichi di idealismo adolescenziale, ché con quelli non si mangia.

Ebbene, non ce l’ho fatta e oggi sono in sciopero.
C’è che dice che tanto non serve a niente, che le cose non cambiano, che, visto che gli altri sindacati non ci sono, è completamente inutile. Io ho la presunzione di pensare che è l’unico modo per fare in modo che la corrente cambi il suo corso. Ho la presunzione di pensare che se il governo ha fatto qualche passo indietro rispetto alla controriforma Gelmini è solo grazie alle proteste diffuse e dello sciopero del 30 ottobre scorso.
Inoltre, c’è mio figlio. Ho cercato di insegnargli che bisogna farsi avanti e lottare per cambiare le cose che non vanno (lo so, suona come un luogo comune ormai, ma disgraziata me, ci credo ancora), se non si fa nulla tanto vale chinare la testa e tacere.
E infatti aderisco allo sciopero anche per questo: avere la soddisfazione di riprendere chi si lamenta e basta – del governo, della politica, degli stipendi troppo bassi – e non muove un dito per far cambiare lo stato delle cose. Io voglio fare la mia parte, ci metto del mio, ci metto la faccia e ci metto il sacrificio, ma questo mi dà il diritto di dissociarmi, di dissentire, di incazzarmi e pure di lamentarmi.

Ultimo ma non ultimo: sono in sciopero perché se posso rompere le scatole all’attuale presidente del consiglio, pur nel mio piccolo, lo faccio molto volentieri.

 

La foto è di Zingaro. I’m a gipsy too.

Arte, libri e strani personaggi

Ieri ho passato un pomeriggio piuttosto piacevole visitando Artelibro a Bologna; ne ho scritto ieri notte sull’altro mio diario. Stizzita, bisogna che lo dica.

Visto che, come da saggezza popolare la notte spesso porta consiglio, quest’oggi ne posso scrivere anche qui con ritrovata calma, magari approfondendo la riflessione sul mondo dell’arte e dei libri e su certi eventi a cui mi piace intervenire.
Premetto: Artelibro è un festival che attendo ogni anno con impazienza. Il perché è presto detto: ho una insana passione sia per i libri che per l’arte figurativa, di conseguenza la combinazione delle due la la vivo come una specie di paradiso di beatitudine. Con qualche neo.

E’ lodevole il tentativo di far avvicinare la gente comune al mondo dell’arte e dei libri in genere. Se solo questi costassero meno. In poche parole: ad Artelibro espongono e vendono direttamente le case editrici, perché solo pochissime hanno applicato sconti reali sui prezzi di copertina? Perché solo pochissime pubblicano (anche) “low cost”? E qui ritorno a parlare della solita Taschen, che letteralmente adoro.

Taschen snobbata e ritenuta “improponibile” da chi fa cultura “alta”, ma che ha avuto il grandissimo merito, secondo mia modestissima opinione, di far scendere l’arte dal piedistallo dove molti tenderebbero a metterla, e dove per molti visitatori di Artelibro è giusto che stia. Basta soffermarsi un momento su simili personaggi, o su alcuni incaricati agli stand che sembrano brutte copie di yuppy anni ’80, che ti guardano  storto se parli senza birignao e se sei vestita con jeans e giacca di pelle.

L’arte non deve essere un affare di èlite. Il gusto per il bello, il piacere di capire un’opera pittorica, il gusto di lasciarsi trasportare da un quadro, da una scultura, dal lavoro di un artista devono poter appartenere a tutti, soprattutto a chi non ha né avrà mai la possibilità di visitare di persona il MOMA di New York o il Musée d’Orsay a Parigi. Credo dunque sia importante per chi stampa pubblicazioni d’arte rendere almeno queste il più accessibili possibile, abbassandone i prezzi come prima cosa, soprattutto in occasione di  eventi come  Artelibro.  Non potrà che venirne premiato sulla lunga distanza (probabilmente neppure tanto lunga).

L’arte al popolo, alle persone comuni, ai non addetti ai lavori. L’arte divulgata con passione, con linguaggio comprensibile e incoraggiante. L’arte dei mercanti che accolgono e non respingono, anche se non sei vestito Gucci.

Mi fanno paura

Dal blog di Marco Camisani Calzolari:

 

Mi fanno paura perché parlano di quello che non conoscono.

Mi fanno paura perché dicono di voler controllare i contenuti di quanto viene pubblicato o caricato in rete e questo è inconcepibile, anzi concepibilissimo per qualcuno evidentemente, ma inaccettabile per me. E’ pericolossissimo essere governati da chi si arroga anche il diritto di decidere che cosa e come i cittadini possano leggere o vedere; oggi è YouTube per mere ragioni economiche, domani potrebbe essere qualunque altro organo di informazione.

Mi fanno paura perché parlano sempre di servizi a pagamento, quasi che la libertà di espressione e di informazione sia merce in vendita soggetta alle leggi di mercato. Come anche la cultura, un tot al chilo.  Se hai soldi abbastanza da poterti permettere di pagare abbonamenti e servizi vari, meglio per te, sennò stai senza, è così che va il mondo.

Mi fanno paura perché quando parlano c’è che li ascolta. Sono quelli che non sanno cosa sia internet, che credono sia il male: il posto dove stanno i pedofili, dove circolano i filmati hard girati nelle scuole, dove ci sono i pirati informatici che rubano soldi; sono quelli che in buona fede ritengono sia giusto limitare internet perché con internet si diventa stupidi ed è pericoloso, succede di tutto lì; sono quelli per i quali pluralità significa poter decidere tra L’isola dei famosi, il culo delle veline e le esternazioni di Emilio Fede.

Mi fanno paura perché sembrano esagerati e non lo sono. Ho la convinzione che a più di qualcuno piacerebbe replicare la notte di Bolzaneto e magari ritornare ad un’Italia in cui chi sparava sulla folla che protestava per fame e lavoro prendeva medaglie.

Mi fanno paura perché il capo del governo in carica è di fatto capo anche di tre canali televisivi, di case editrici, di organi di stampa e tanti dei parlamentari della maggioranza lavorano anche in questi network.
Mi hanno detto che durante i colpi di stato si sono sempre occupate, per prime, radio e televisione…

Vacanze, vacanze!

Perché le donne tendenzialmente si fanno problemi a partire per le vacanze da sole?

Me lo sono sempre chiesta e naturalmente ancora di più in questi ultimi tempi, considerato il periodo. Mi ha sempre meravigliato un po’ questo fatto. Mi è capitato spesso e mi capita di sentire di donne capaci, indipendenti, realizzate, vivaci, che rinunciano a partire, pur amando viaggiare, solo perché sole, dove il sole in questo caso sta per: con mariti, compagni, fidanzati non disponibili ad accompagnarle per motivi vari ed eventuali.

Sono sempre stata portata a credere che per queste donne fosse per lo più una specie di costrizione o una scelta non personale quella di rimanere a casa o di seguire sempre pedissequamente i loro uomini. Un adattarsi sbuffando o soffrendoci anche (perché io ci ho sempre sofferto molto).  Riflettendoci però, mi sono resa conto che spesso non è così: preferiscono proprio non andare  se non con un accompagnatore maschio e adulto. Rimane fermo il fatto che per molti uomini – non tutti per fortuna, sicuramente nemmeno la maggioranza, stamattina mi sento ottimista – scendere a compromessi sulle vacanze risulta essere impresa quasi impossibile. Il classico “una settimana là e una settimana qua” è improponibile. E non mi si venga a dire che anche tanti uomini devono adattarsi, è vero questo, ma sinceramente non mi è mai successo di sentirlo rimarcare spesso.

Io parto da sola generalmente, o al massimo con mio figlio, specialmente quando era più piccolo. L’ho sempre fatto, fin dalla fine del mio matrimonio, e non mi è mai pesato. Non ho mai considerato un problema non avere compagni di viaggio o il mio fidanzato con me. Tutt’altro. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui allontanarmi è stata una vera esigenza fisica e psicologica, altri in cui sono partita per il puro piacere di andare per poi tornare. Di vedere, di scoprire, di prendermi dei giorni solo per me soltanto. Di fare le cose “da sola”. Per me è importante esserne in grado. Viaggiare è un bel modo per imparare a cavarsela e per non essere psicologicamente dipendenti da un altro essere umano, cosa che mi spaventa molto.

Sono tornata a farlo spesso quest’anno, nonostante alcune svolte inaspettate e importanti della mia vita e tutte le distrazioni che ne sono derivate. Allontanarsi, staccare anche solo per qualche giorno per me è fondamentale ma,  a prescindere dalle esigenze dello spirito, viaggiare è qualcosa che mi piace veramente fare.

Allora, secondo me non c’è nulla di più energetico che preparare una valigia e andare: da sola, con le amiche, con i figli piccoli. Per me è stata la Scozia qualche giorno fa: un giro meraviglioso delle Highlands, una cosa tra donne, chilometri e pensieri condivisi, risate, confidenze. Ho preso un aereo da sola e sono andata nonostante il mio compagno non fosse con me, proprio perché non poteva essere con me. Non una ripicca, non sono tipo, ma il modo per condividere una esperienza al ritorno.

Certo, sarebbe stato meraviglioso e perfetto farlo con lui, per la prima volta nella mia vita avrei veramente voluto il mio uomo accanto, perché anche il piacere di partire andrebbe sempre condiviso in una coppia; così come il piacere di scoprire posti nuovi, vicini o lontani, o di fare nuove esperienze, di crescere insieme anche in questo senso. Ma quando questo non è possibile? Perché dover rinunciare? Non c’è stato un solo momento in cui non abbia desiderato di averlo fisicamente vicino, mi è mancato tantissimo, ma serei stata più felice se fossi rimasta a casa ad aspettarlo? Decisamente no.

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