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Alcune cose di Roma che mi fanno incazzare

Premessa doverosa: so che quanto andrò ad elencare qui sotto per chi vive a Roma, più che incazzature, potrebbero dirsi delle piccole noie, bruscolini nell’occhio dei quali liberarsi con un batter di palpebre.

In questo senso sono una osservatrice privilegiata: di Roma prendo solo il bello ogni volta che torno. Non ci lavoro, non sono costretta a eterni spostamenti quotidiani, non sono soggetta a traffico e confusione, ritardi, disservizi, criminalità e via discorrendo e forse proprio per questa ragione noto ancora di più quello che molti romani lascerebbero correre, preoccupati da questioni molto più pressanti.

Il fatto è che quando si ama molto un luogo, si vorrebbe fosse perfetto, se non altro per le piccole cose, visto che quelle grandi solo con adeguato spirito zen è possibile viverle giorno dopo giorno e rimanere illesi.

 

- Le buche di Alemanno

Le buche di Roma credo siano famose quanto la città stessa. Non solo quelle voragini che sembrano aprirsi qua e là sulle strade dell’urbe senza preavviso e che spesso finiscono pure sulle pagine dei quotidiani nazionali (e che qualcuno sta cercando di censire), ma anche quelle più ordinarie, le quali sembra costino una fortuna in sospensioni e che a ogni pioggia, puntualmente, si riempiono d’acqua. Ci sono poi le buche che si formano, per non so quale fenomeno, lungo i marciapiedi poco illuminati del lungotevere (e ci dev’essere una spiegazione scientifica sul legame tra scarsa illuminazione pubblica e buche nell’asfalto) e che trasformano una normale passeggiata in un percorso tattico. Lo so perché a capodanno sono caduta dentro una di quelle  - facendomi anche male – e  non potendo far altro, tra parolacce varie, che mandare un sentito ringraziamento al sindaco.

Ho letto che Alemanno sta cercando 500 milioni di euro per mettere un tappo a tutte. Eventuali sponsor sono benaccetti, anzi, come testimonial d’eccezione suggerirei Roberto Giacobbo, noto indagatore di misteri, visto che nessuno riesce ancora a spiegare come mai proprio a Roma si concentrino tutte le buche del mondo.

 

- Le gallerie d’arte che non accettano carte

Ecco, questo lo trovo particolarmente irritante. Una città come Roma, anzi, Roma Capitale, che sull’arte vive, non dovrebbe annoverare tra i suoi musei quelli che rendono la vita difficile ai loro visitatori. Lo GNAM, galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, paradossalmente è legatissima al vecchio concetto di “accettiamo solo contante”, con buona pace di chi, dopo la solita fila all’ingresso, è costretto a rinunciare alla visita. Nessuna informazione a proposito nemmeno sulla pagina internet della galleria, sia mai che a qualcuno scappasse di organizzarsi passando a un bancomat prima della visita al museo. Questo succede a Roma, nel 2011, con utenti stranieri abituati a pagare anche una telefonata con la carta di credito. Ovviamente non è nemmeno possibile comprare i biglietti online, tanto per rendere il quadro ancora più completo. Una dimostrazione di scarsa sensibilità nei confronti dell’utenza, come minimo.

 

 

- Gli eventi d’arte farlocchi

Non nel senso che sono finti, ma in quanto eventi di vetrina, che sarebbero anche molto interessanti se fossero organizzati con meno apparenza e più sostanza..

L’iniziativa di cui parlo è questa, pubblicizzata su Rupubblica, interessantissima e godibile solo per pochi ma con tanto di dépliant con nota introduttiva del sindaco: “Anche quest’anno, con la terza edizione di “RomaNascosta”, Roma Capitale offre ai cittadini ed ai turisti la possibilità di visitare il più importante patrimonio archeologico del mondo. Con un’offerta di oltre 400 visite guidate, gli appassionati di archeologia sotterranea hanno l’opportunità di toccare con mano le radici storiche della nostra Città. Un’ulteriore conferma della vitalità culturale di Roma, una Capitale moderna con un cuore antico. Il Sindaco di Roma Capitale Giovanni Alemanno”. Per me solo conferma del contrario: alla parola cultura associo naturalmente altre parole quali “apertura”, “divulgazione”, “impegno”, “coinvolgimento”. Una capitale che si fregia di avere a cuore la sua storia e la sua cultura altrettanto dovrebbe interessarsi alla cultura dei suoi cittadini e dei suoi ospiti, estendendo al maggior numero possibile di appassionati quello che in questo modo è rimasto un happening elitario (Roma nascosta per davvero, insomma): se 13.000 persona sembrano tante, fatti due calcoli ogni sito archeologico compreso nel programma è rimasto a disposizione di soli 30 visitatori al giorno, numero che sarebbe ridicolo anche per una città d’arte di piccole dimensioni (come Ravenna, ad esempio).

Con la prenotazione obbligatoria e la conseguente caccia al biglietto, il tutto si è trasformato in una sorta di spot pubblicitario, accompagnato dalla sensazione che cittadini e turisti fossero solo l’ultima preoccupazione degli organizzatori, tanto che smaltita la delusione, dopo aver letto le parole del responsabile della manifestazione: ”Dietro a tutto questo c’è un lavoro organizzativo complesso, che comincia mesi prima contattando e convincendo i proprietari ad aprire i siti ai visitatori”, mi è rimasta la curiosità di sapere chi siano questi proprietari, visto che nella quasi totalità dei casi si tratta di siti già inseriti nella gestione della Soprintendenza Speciale per beni archeologici di Roma.

 

- Le auto a Villa Borghese

Domanda diretta: perché le fanno entrare? Ma sarebbe davvero tanto difficile chiudere tutto il parco e trasformarlo in una ztl aperta solo ai mezzi di emergenza e a quelli adibiti alla manutenzione del verde?

E non mi si dica che è già così, perché non è vero. Ho visto auto parcheggiate, anche in zona rimozione, lungo via dell’Uccelliera e altre nello spiazzo di fronte all’ingresso del giardino zoologico. Per quale ragione non fare in modo che sia bello passeggiare o pedalare lungo strade che sono parte integrante di un’area verde, senza il timore di essere stesi da un momento all’altro, senza puzza di gas di scappamento, senza dover zigzagare tra i posteggi selvaggi?

Perché non predisporre la zona con piccoli taxi elettrici per condurre quelli che ne hanno necessità da un punto all’altro del parco con una tariffa fissa?

Dev’essere una mia deformazione quella che mi fa considerare un parco pubblico un luogo inadatto al passaggio e allo stazionamento di auto mentre, proprio quella piazzetta di fronte ai cancelli del giardino zoologico di Roma, mi sembrerebbe più consona e utile per una giostra coi cavallini, un gelataio, il chioschetto della piadina (altro tipo di deformazioni) e bambini che giocano, oltre al posto di noleggio e riparazione bici. Perché i romani amano farsi così tanto male?

La disgregazione della memoria (prima che sia troppo tardi)

Ultimamente sto facendo attenzione al modo in cui i luoghi intorno a me cambiano: quasi impercettibilmente ma in maniera significativa.
Un rifacimento qua, una demolizione là, un condominio che dall’oggi al domani sorge dove prima c’era una piazza, un parcheggio al posto di vecchi caseggiati.
Il nuovo avanza e il vecchio gli lascia il posto, è inevitabile. La cosa non sarebbe nemmeno tanto male se non fosse per il fatto che questi cambiamenti in dosi omeopatiche hanno l’effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno può succedere di risvegliarsi e di accorgersi di non ricordare più com’era prima. O, come è successo a me, di non riconoscere più il posto dove mi trovavo.

Tornare a vivere nello stesso luogo dopo dieci anni che lo avevo lasciato ha avuto su di me un effetto straniante. Un po’ come incontrare per strada un vecchio compagno delle elementari: stessa faccia ma con lineamenti diversi.
I primi tempi li ho passati a cercare di non sentirmi una specie di straniera in un ambiente che era rimasto uguale nelle forme ma che non riconoscevo nei particolari. Le strade mi sembravano quelle e non più quelle, distinguevo le nuove costruzioni ma avevo dimenticato del tutto quelle vecchie. Tentavo di recuperare gli anni in cui ero stata via, cercando di capire quello che nel frattempo era successo e andando a caccia delle differenze tra ciò che avevo lasciato e quanto avevo ritrovato.

Ora faccio sempre più caso a come la città e il paese si assoggettino ai mutamenti, tanto da tenere una sorta di contabilità quotidiana di quanto vedo modificarsi man mano. Proprio l’altro giorno mi è tornato in mente che nel viale coi pini che percorro ogni giorno per rientrare a casa una volta erano piantate delle acacie. Quand’è avvenuta questa sostituzione di alberi? Pezzi importanti della mia storia personale non esistono più e non ho fatto nemmeno in tempo a fermarli con delle foto.

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Cosa che invece fece alla fine del XIX secolo Ettore Roesler Franz a Roma.
Quando, dopo il 1870,  seppe che il nuovo piano regolatore avrebbe fatto il suo corso modificando in modo impietoso e inesorabile l’aspetto della città, questo artista e fotografo d’antan si affrettò a documentare quello che era Roma prima che interi quartieri, insieme a monumenti e siti archeologici, sparissero per sempre.
Ho trovato questo libro sulla Roma scomparsa nelle foto di E. Roesler Franz durante il mio ultimo soggiorno romano, in una di quelle librerie sotterranee che per entrarci bisogna scendere almeno una rampa di scale dal livello stradale.
Ne sono rimasta colpita, non solo per la bellezza delle foto, tutte preparatorie ai suoi acquerelli, ma per la sensazione di toccare il tempo che passa e che è già passato.
Parlando strettamente di Roma, non so se questa corsa alla modernità abbia giovato del tutto. Via Nazionale e via Cavour sono belle strade, così come via dei Fori Imperiali, che mi piace particolarmente; sicuramente saranno state necessarie, ma mi resta la curiosità, destinata a rimanere per sempre insoddisfatta, di sapere che cosa si è dovuto sacrificare, a cosa abbiamo dovuto rinunciare noi, che siamo arrivati molto dopo.
È una domanda che mi pongo spesso quando vedo che sempre di più si sceglie la strada della non conservazione in favore di quella della cementificazione selvaggia.

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Processo che negli ultimi tempi si sta verificando anche in altri settori. È la questione della memoria che invece di venire preservata subisce tentativi fraudolenti di manomissione, anche in nome di un certo modernismo.
Abbiamo celebrato da poco 25 Aprile e 1 Maggio e mai come quest’anno queste due giornate hanno subito attacchi pesanti. In maniera scientifica e mirata da parte di alcuni, quasi in buona fede da parte di altri.
C’è chi desidera una sorta di riappacificazione che venga ad appiattire il valore reale del 25 Aprile, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato perché “è tempo di superare e di andare oltre”; ci sono quelli che tentano operazioni varie di revisione storica, di comparare vincitori e vinti, di disperdere il messaggio della Resistenza. E il 1 maggio che troppi vorrebbero si celebrasse lavorando, dimenticando che la questione dei diritti dei lavoratori rimane una piaga aperta e piuttosto dolorosa nella vita di questo Paese.

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La crisi, che a volte c’è e a volte non c’è a seconda dei bisogni retorici del momento, sembra diventata la panacea per tutti i mali, causa e fine di ogni cambiamento, simbolo di un odioso modernismo al quale molti vorrebbero sacrificare quello che è stato, esattamente come nel 1936, Federico Mastrigli, scrittore del fascismo, scriveva nel volume “Roma nei suoi Rioni”: “È tempo di fare la definitiva liquidazione delle nostalgie, dei rimpianti e dei languori, degli sdilinquimenti per l’equivoco, per l’insidioso “pittoresco”. Il paragone e la citazione non sono casuali, ovviamente.
Altri cambiamenti in dosi omeopatiche che hanno lo stesso effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno succederà che ci sveglieremo e non ricorderemo più com’era prima, pezzi della nostra storia collettiva andati per sempre.

Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo

Della giornata di ieri mi rimarrà molto.
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.

Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l’energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.

Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”,  che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su quelle che non riesco a collocare.
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.

Una provinciale a Roma

Ora che ho preso a visitare Roma spesso e molto volentieri, più che mai ho di questa città una visione caleidoscopica che per forza di cose va a sovrapporsi all’immagine che avevo fino a qualche mese fa: girando il tubo i frammenti si spostano, generando disegni diversi di volta in volta.

Capisco molto meglio, per dirne una, il rapporto di amore/odio che lega molti abitanti di Roma alla loro città e io stessa, pur continuando a credere che questa sia una di quelle poche città che possiedono un’anima, sono maggiormente disposta a concedere che di quest’anima facciano anche parte zone d’ombra. Che poi queste spesso si identificano con quello che di Roma – e dei romani – non riesco a comprendere del tutto.
Ho ancora, com’è ovvio, gli occhi e l’atteggiamento tipici della provinciale di fronte alla grande città, guardo tutto con stupore, traggo conclusioni che non sempre mi piacciono, che a volte mi fanno sorridere molto e altre volte molto meno, ma che comunque non riescono ad intaccare il senso di meraviglia che provo ogni volta.
Di certo vedo in maniera più chiara perché artisti e scrittori nel corso dei secoli abbiano potuto esprimere così tanto, nel bene e nel male, nella magia e nel veleno, tanto per citare un bel libretto di Valerio Magrelli, su questa città. Da parte mia, però, sono meno categorica, un po’ perché sono sempre disposta a concedere a Roma un’ennesima occasione di redenzione, un po’ perché, tutto sommato, per quanto mi riguarda i suoi lati positivi superano di buona misura quelli negativi. Proprio perché provinciale, posso godere in piena libertà di quei piaceri che la città e i suoi abitanti riescono ancora a regalare.

Di sicuro a Roma mi sento sempre molto zen, in modo particolare nei confronti del traffico, che in genere mal sopporto nella piccola città in cui vivo. Non che si possono fare paragoni tra i disagi che il traffico comporta a Ravenna e quelli a Roma, se non altro perché qui non sono costretta a guidare, né sono assoggettata agli orari di una normale vita lavorativa. Mi posso dunque concedere una calma quasi ascetica a qualunque coda, deviazione obbligata, perdita di tempo per spostamenti dai vari punti A in città ai relativi punti B, senza mancare di chiedermi, ad ogni modo, come reagirei a dover affrontare i tempi morti ogni giorno e come possano, i romani, non cedere all’isteria collettiva quando devono cercare un parcheggio in centro e zone limitrofe.
O forse sì, isterici lo diventano: riprova ne sono gli esempi di parcheggio estremo e creativo che si possono ammirare in ogni angolo di strada.

Sempre da provinciale, mi diverto a osservare e registrare questo mondo che mi sfila davanti. Roma è un pianeta a  sé, così come succede con New York è a parte e si nutre delle sue stesse peculiarità.
Per esempio, è l’unico posto al mondo dove la quasi totalità delle commesse di grandi magazzini, supermercati e centri commerciali, oltre ad avere quell’aria di perenne incazzatura, ha le unghie rifatte con campionari di nail art di mirabolante fantasia. Io, che sono abituata all’aria pacioccona e materna delle commesse Coop (non so se le scelgano così di proposito, ma non credo), non esattamente ventenni né con pettinature tutte uguali ispirate alle troniste defilippiane, confesso che mi sento sempre confusa di fronte alla ruvidezza di certi modi, tanto da chiedermi se io stessa, per prima, debba rivedere il mio modo di comunicare con loro.

Tornando a parlare di spostamenti in città, solo a Roma ho la costante preoccupazione di venire investita nell’attraversare strade e vicoli. Non è una vera paura, ma un vago timore di venire stesa da quelle auto o da quegli scooter che si materializzano dal nulla all’ultimo secondo, proprio dove non te li aspetteresti mai. Debitamente istruita a suo tempo, sono il prodotto di diverse scuole di pensiero sull’argomento. Il fatto è che non so mai quale metodo seguire, quello del “buttati ma non li sfidare con lo sguardo mentre attraversi” o quell’altro del “vai tranquilla perché si fermano se passi con fare deciso sulle strisce“. Ciò che mi impensierisce di più, comunque, è attraversare a un incrocio dopo aver notato che spesso ai semafori succede che pedoni e auto abbiano contemporaneamente il verde di via libera.

Sotto certi punti di vista, nonostante tutto, Roma è anche la capitale di un certo provincialismo anni ’50 che evidentemente ancora resiste, ma che emerge solo in alcune occasioni e solo se ci si fa caso. Te ne accorgi, per esempio, negli orari di chiusura di certi esercizi pubblici. Te ne accorgi soprattutto la domenica sera, quando trovare un ristorante aperto per cena diventa impresa epica.
Ora, è vero che proprio in questa giornata la città si svuoti di molti dei suoi abitanti, ma è anche vero che Roma è popolata anche di chi la vive occasionalmente, visitatori, viaggiatori e turisti che di fatto appartengono alla città e questa a loro. Sono quelli che la domenica restano e che sbattono tristemente la faccia contro le saracinesche abbassate.

Eppure, a dispetto dell’irritazione per la caccia al tesoro domenicale, le acrobazie nel traffico, la scontrosità delle commesse dei centri commerciali, le sue mille contraddizioni e tutto quanto non capisco, Roma ha il potere di rendermi felice perché mi accoglie ogni volta. C’è sempre un angolo da scoprire e di cui prendermi cura, storie e personaggi da affidare al mio personale Pantheon, pregiudizi da sfidare e nuovi giudizi da costruire. E un passato vivo, non morto e macerato (non per niente si dice “eterna”), al quale devo prendere continuamente le misure; il suo provincialismo che si scontra con il mio, la vita delle piccole cose, i fasti della Grande Storia e il fascino di quella minima e segreta, stratificate nei secoli che, alla fine di tutto, è quanto amo di più di questa città.

Quello che rimane, 17 ottobre.


- Il berrettino della FIOM Reggio Emilia, che ho indossato con orgoglio e parecchia umiltà (vedi post precedente).

- Tutto il rosso delle bandiere.

- L’abbraccio a tre con i miei compagni contro i bla-bla sui rischi di infiltrazioni violente.

- Il sorriso di Moni Ovadia tra i manifestanti.

- La commozione, inaspettata, alla visione di uno spezzone de La classe operaia va in paradiso sul grande schermo (nonostante tutto mi ostino ad essere una sciocca sentimentale).

- La sensazione di aver fatto la mia parte. Un ragazzino di Reggio Emilia mi ha detto mentre lo ringraziavo per avermi afferrato la mano un istante prima di ruzzolare per terra: è per questo che siamo qui, no? Per dimostrare che bisogna andare al di là delle esigenze dei singoli e per connetterci a tutti gli altri.

- La consapevolezza. È fatto così il Paese del quale vorrei essere cittadina: solidale, giusto, colorato, multietnico, pacifico. Democratico, soprattutto.

- Poche foto vergognose. Chiedo scusa a chi le avevo promesse, ma mi sono resa conto che sono sempre troppo assorbita da quel che mi succede attorno per ricordarmi di scattare fotografie. E poi avevo le mani occupate: dovevo reggere la mia  bandiera.

Un aggiornamento al volo, dopo una settimana dalla manifestazione:

Tra quanto mi è rimasto del sabato scorso, e avrei dovuto aggiungerlo  subito all’elenco qui sopra, c’è stato il piacere e il sollievo di vedere tra il fiume dei partecipanti, moltissimi giovani. Un operaio di Termini Imerese, dal palco, ha detto qualcosa che ho condiviso: “Da oggi possiamo avere meno paura”.
Ho preso parte alla manifestazione della FIOM con parecchi sensi di colpa, da un lato, e con una certa flebile speranza, dall’altro. Alla fine della giornata, sono tornata a casa con la certezza che qualcosa sia successo e mi sono sentita un po’ meno preoccupata per il futuro di questo Paese. È stata una bella sensazione, per una volta.

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