Attualmente sei su

Posts Tagged ‘ sciopero generale ’

Due parole sullo sciopero di ieri e in generale

“Brunetta: “In piazza per allungare il weekend”. Secondo il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, “la scarsissima adesione dei dipendenti pubblici allo sciopero generale indetto dalla Cgil certifica il fallimento di un’iniziativa di cui non si capiscono gli obiettivi e della quale i cittadini non sentivano certo l’esigenza. Quella di oggi è stata solo la fiacca celebrazione dell’ennesimo sciopero allunga weekend”. Il suo collega al dicastero del Lavoro, Sacconi, rincara:  “La Cgil rifletta sulla linea fin qui seguita” vista la “bassa adesione allo sciopero che si sta registrando tanto nel pubblico quanto nel settore privato”. (da Repubblica.it)

Solo poche righe e qualche sassolino.

Uno sciopero di un’unica sigla sindacale che raggiunge il 60% di adesione non mi pare un risultato scarso.

Per chi ogni volta agita la bandiera del weekend (sì, sì lo diciamo in inglese che fa più trendy) allungato per lo sciopero di venerdì, mi pare evidente la malafede: lo sciopero era generale, per più della metà dei partecipanti il sabato è giorno lavorativo. Non solo i dipendenti della pubblica amministrazione, ma anche quelli del commercio e senza andare a fare le spigolature di chi nel settore privato comunque lavora sabato e festivi (tipo i turnisti).

Immagine da http://www.flcgil.it

Una cosa che spesso si dimentica (chissà perché) è che scioperare è una scelta quasi sempre sofferta, che non si fa a cuor leggero. Scioperare per qualcuno ha un costo alto o addirittura altissimo: un giorno di paga. Non è una vacanza.
Chi sciopera è per lo più gente che in altri tempi molti avrebbero definito morta di fame con le pezze al culo. Fatevene una ragione. Se prendi 800-900 euro al mese anche un giorno di paga in meno a fine mese fa la differenza. Altro che fine settimana lunghi. E d’altro canto, se tutti potessero contare su salari dignitosi e in linea con il costo della vita, uno dei grandi motivi per scioperare verrebbe a mancare, no? (Tralasciando che si sciopera pure per altre ragioni, per esasperazione, per reclamare ciò che dovrebbe esserci e non c’è e, non per ultimo, per quelle di principio e di solidarietà sociale, perché c’è ancora chi ci crede a queste cose).

A proposito, una domanda che mi pongo spesso è: ma quelli che stanno sempre a criticare chi sciopera hanno mai provato, per qualche minuto, a chiedersi come si sopravvive con stipendi del genere e se loro ce la farebbero?

A chi parla di fannulloni: molta di quella gente che ieri ha partecipato nelle piazze un lavoro non ce l’ha, o ce l’ha a pezzi, o precario, o incerto.  Sarebbero felicissimi di andarci a lavorare, se potessero. Per loro lo sciopero è una questione di diritto al lavoro negato.

A quelli che non capiscono perché uno sciopero viene proclamato dico semplicemente che uno sciopero viene indetto con largo anticipo perché questo la legge prevede. È piuttosto facile, nell’era di internet, informarsi sulle ragioni di uno sciopero e se non bastasse internet costa comunque poco rivolgersi agli organi del sindacato stesso. Alla fine è solo questione di  voler o non voler sapere.

Lo sciopero rompe le scatole? Certo che sì, è quello il suo scopo, creare disturbo. Vi impedisce di raggiungere in orario gli appuntamenti, di non rispettare le vostre tabelle di marcia e gli impegni presi per quel giorno? Se è così questo scopo lo ha raggiunto. E se vi lamentate perché lo sciopero viene a diminuire un giorno di guadagno, pensate voi come possono essere felici quelli che non hanno altro mezzo per rivendicare il loro, di stipendio.

Scioperare costa

Da quando lavoro, e ormai sono tanti anni, ho sempre aderito ad ogni sciopero proclamato.
Non tanto perché iscritta al sindacato e quindi trascinata da coerenza “sindacale”, anzi tendo  sempre a soppesare le motivazioni fin troppo criticamente, quanto perché ho sempre creduto che lo sciopero sia l’unico mezzo utile per far sentire la voce dei lavoratori.

Foto di tommide

Questa volta però, a differenza di tutte le altre, la decisione di partecipare l’ho presa all’ultimo momento. Perché forse tanti non ci pensano, ma scioperare costa e costa parecchio. A una giornata di stipendio, con i tempi che corrono,  non si rinuncia con leggerezza. E’ un sacrificio. Chi lavora ha famiglia per lo più, le buste paga ultimamente si alleggeriscono in un attimo, quando non sono già leggere di loro e sono convinta che tanti in questo momento stiano facendo i conti in questo senso.
Lo ammetto: ci ho riflettuto per qualche giorno. Sono un lavoratore dipendente, ho una famiglia, per quanto piccola e delle precise responsabilità, soprattutto nei confronti di mio figlio; poi ci sono le spese mensili, il mutuo, le bollette, insomma quelle che hanno tutti. Mi sono ripetuta che forse sarebbe stato meglio pensare alle mie esigenze pratiche e lasciar perdere gli strascichi di idealismo adolescenziale, ché con quelli non si mangia.

Ebbene, non ce l’ho fatta e oggi sono in sciopero.
C’è che dice che tanto non serve a niente, che le cose non cambiano, che, visto che gli altri sindacati non ci sono, è completamente inutile. Io ho la presunzione di pensare che è l’unico modo per fare in modo che la corrente cambi il suo corso. Ho la presunzione di pensare che se il governo ha fatto qualche passo indietro rispetto alla controriforma Gelmini è solo grazie alle proteste diffuse e dello sciopero del 30 ottobre scorso.
Inoltre, c’è mio figlio. Ho cercato di insegnargli che bisogna farsi avanti e lottare per cambiare le cose che non vanno (lo so, suona come un luogo comune ormai, ma disgraziata me, ci credo ancora), se non si fa nulla tanto vale chinare la testa e tacere.
E infatti aderisco allo sciopero anche per questo: avere la soddisfazione di riprendere chi si lamenta e basta – del governo, della politica, degli stipendi troppo bassi – e non muove un dito per far cambiare lo stato delle cose. Io voglio fare la mia parte, ci metto del mio, ci metto la faccia e ci metto il sacrificio, ma questo mi dà il diritto di dissociarmi, di dissentire, di incazzarmi e pure di lamentarmi.

Ultimo ma non ultimo: sono in sciopero perché se posso rompere le scatole all’attuale presidente del consiglio, pur nel mio piccolo, lo faccio molto volentieri.

 

La foto è di Zingaro. I’m a gipsy too.

I giorni dopo la protesta

La mia intenzione era quella di scrivere un post il giorno dopo la manifesazione di Roma.
L’avrei fatto a caldo per raccontare i timori, la preoccupazione per eventuali disordini e cariche della polizia, in fin dei conti c’era anche mio figlio con me e i figli di tanti altri genitori rimasti a casa; l’avrei fatto poi per dire della bellissima esperienza, di una giornata miracolosamente senza pioggia dall’inizio alla fine della manifestazione, dell’entusiasmo, dell’allegria, della volontà forte e limpida di far sentire la propria voce.
Ma soprattutto avrei scritto per parlare della gente, delle centinaia di miglia di persone che si sono riversate nelle strade del centro di Roma, ovunque, un fiume in piena che ha continuato a scorrere per ore e ore, delle manifestazioni autorizzate all’ultimo momento perché troppi erano i partecipanti perché potessero essere contenuti tutti nel percorso ufficiale, delle decine di corriere bloccate sul grande Raccordo Anulare, dei canti, della musica degli studenti, dei lavoratori della scuola, ma anche dei genitori con i passeggini e palloncini colorati.

E’ stata la nostra protesta. Ed è stato un bene che non ne abbia scritto il 31 ottobre ma lo stia facendo oggi, perché già dopo tre giorni il clamore sembra, per la maggior parte, essersi spento. Non dovrebbe essere così. Certo, finiscono le occupazioni, non ci saranno forse più cortei, ma credo sia indispensabile che di scuola e protesta si continui a parlare e non seguire, per una volta, quella curiosa abitudine italiana di accendersi in un attimo e di dimenticare tutto immediatamente dopo.

Soprattutto non si devono dimenticare i fatti di piazza Navona (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html). Non bisogna far cadere quello che è accaduto nel dimenticatoio collettivo, perché al di là della gravità dell’episodio in se stesso (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-5/ltestimonianza-prof/ltestimonianza-prof.html), tutto quello che l’episodio nasconde è infinitamente più grave e pericoloso. Di questo bisognerebbe continuare a parlare, magari anche tenendo a mente le parole di Di Pietro:

Nel Cdm abbiamo fatto un applauso corale al ministro Gelmini per avere affrontato in questi giorni un’ondata di falsità e disinformazione”, lo ha detto con incredibile faccia tosta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Questo governo sta scrivendo una triste pagina della democrazia italiana. Un Parlamento esautorato, i media piegati a palinsesti attentamente costruiti per generare consenso, giornali con le redazioni sempre più politicizzate ed un’informazione indipendente relegata solo a chi può accedere alla Rete.

Quello che il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma ha dichiarato mostra una bassezza mediatica legata al tentativo di attribuire la colpa dei tafferugli di Piazza Navona a giovani dei collettivi di sinistra. Eppure le poche foto, sapientemente pubblicate e fatte passare e ripassare in tutti i tg, testimoniano che le violenze sono state perpetrate da un gruppo di ragazzi dell’ultra destra muniti di mazze tricolore. Ragazzi stranamente lasciati agire indisturbati finchè magari non si è generata qualche scontata reazione di manifestanti pacifici, stranamente armati di bastoni in una piazza blindata, stranamente chiamati per nome da alcuni esponenti delle forze dell’ordine, come mostrano alcuni filmati.”

E’ un clima che mi spaventa, l’ho già scritto diverse volte qui. Mi spaventano certe esternazioni, mi spaventa le falsità di chi governa. E non per ultimo, mi spavento se le notizie scivolano sempre più in fondo nelle pagine dei giornali e se non si sentono più alla televisione. Per questo, per una volta sono felice di stare scrivendo questo post oggi, in una domenica di festa. Non sono giornalista, non è il mio lavoro raccontare fatti di cronaca, ma sono una di quelli che c’erano e vorrei che tra una settimana si parlasse ancora dell’importanza di una scuola pubblica statale che sia libera e di qualità; ma che soprattutto sia la casa di tutti, perché la scuola pubblica è l’unico laboratorio di vita che supera le differenze di classe sociale, di razza, di nazionalità, di lingua, di territorio.

iPhoneography

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001.

Tutti i contenuti qui pubblicati (testi, foto, disegni), ove non sia altrimenti indicato, sono di mia proprietà e vengono distribuiti con la seguente Licenza Creative Commons

Creative Commons License

Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

UA-10432307-1