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Venti

Proprio oggi, due anni fa, scrivevo sull’altro mio blog:

Il 25 ottobre di diciotto anni fa sono diventata mamma.

Di quel giorno ricordo tutto perfettamente: era giovedì, c’era la nebbia e faceva caldo, proprio come quest’anno. Ricordo  le persone, e tutto l’affetto che mi hanno dato in quei momenti difficili e importanti per me.

Ricordo gli occhi del mio bimbo appena nato, come ci siamo guardati e immediatamente piaciuti, creando un legame indissolubile e perfetto.

Mi piace ricordare Paolo, un amico che proprio a quest’ora venne a trovarmi in ospedale e che disse, appena mi vide, due parole per le quali gli sarò grata per sempre: sei bellissima. Non era vero, naturalmente. Ero solo una ragazzina di ventitré anni arruffata ed esausta, con un neonato di sei ore tra le braccia, ma fu come se mi avesse fatto il regalo più bello del mondo.

Oggi mio figlio ha diciotto anni, è un uomo e io non potrei essere più orgogliosa di lui, della strada percorsa fin qua e di come siamo cresciuti insieme. Tanti auguri tesoro.


Oggi, dopo due anni, voglio segnare un’altra data importante nella via di mio figlio, quella dei vent’anni.
Mi fa effetto questo numero, molto più del raggiungimento della maggiore età, che pure è stato un traguardo. Un traguardo ideale, certo, e sicuramente dal punto di vista burocratico, ma di fatto non è che le cose siano cambiate di molto tra i 17 e i 18 anni.
I suoi vent’anni mi emozionano, invece, non solo perché ancora una volta ritorno con la memoria al giorno della sua nascita e me lo rivedo guardarmi ad occhi spalancati accoccolato sulla mia pancia, ma perché ho qui di fronte a me uno splendido giovane uomo che, proprio oggi, con questo numero, entra a far parte di una generazione diversa. È la generazione delle fondamenta, dei progetti e delle strategie. E dei sogni da realizzare, dell’impegno che occorrerà per cercare di farli avverare.

Dicevo, in quel post per i suoi diciotto anni, che non avrei potuto essere più orgogliosa di lui. Mi sbagliavo: oggi lo sono cento volte di più, per come è diventato. Maturo, ma altrettanto appassionato e generoso. Un ottimo musicista, un uomo che sa ascoltare, che assorbe i colpi, li elabora e li rispedisce indietro. Un cittadino del mondo, indipendente e desideroso di scoprire cosa c’è oltre. Un amico per tanti.
E ancora, più di tutto il resto, una persona col sorriso negli occhi e nel cuore.

Grazie per tutto quello che mi hai insegnato negli ultimi vent’anni, tesoro. Ancora una volta tanti auguri.

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli,
viventi frecce,
sono scoccati innanzi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante, così ama l’arco che saldo rimane.

(da: “Il Profeta” di Khalil Gibran, 1923)

San Valentino: rieccolo

Anche per quest’anno ci risiamo e siccome, come dicono i saggi, prevenire è meglio che curare, anche per quest’anno metto le mani avanti.

Avevo già scritto di come non abbia mai festeggiato S. Valentino in tutta la mia vita e quindi, no, non festeggerò nemmeno questa volta.

E per favore, basta. Basta con questo delirio collettivo che si innesca a metà gennaio per poi propagarsi fino al suo acme il 14 febbraio. Basta con i dolci a cuore, bigiotteria a cuore, accessori a cuore, cenette a cuore, sorrisi a cuore, sesso color rosa come le tradizionali manette di pelo. Abbiate pietà!

Dirò di più: visto che il santo del giorno dopo, San Faustino, quello mesto anche di nome, è stato già assunto come protettore dei single, io quest’anno dichiaro il 13 febbraio giorno di tutti gli innamorati infelici e santa Maura (che poverina è anche martire) la loro protettrice. Tra l’altro, quest’anno il 13 cade di venerdì, così la catarsi potrà dirsi completa.

Rientrano nella categoria degli innamorati infelici: gli innamorati felici ma distanti geograficamente e che quindi non avranno proprio un bel sorriso sulle labbra, gli innamorati infelici di ogni ordine e grado, gli “it’s complicated” di Facebook, e tutti gli “altri”, nel senso di lui lei l’altro, lei lui l’altra, ossia quelli che il 14 saranno costretti a stare e sorridere in rosa con qualcuno, e invece vorranno essere con tutt’altra persona in tutt’altra situazione. Consolatevi perché quest’anno potrete festeggiare due volte.

A tutti, per la serata del 13, propongo: maratone di film horror  (non deve mancare almeno un film della serie cult Venerdì 13), tutta la filmografia di Bruce Willis con particolare attenzione ai vari Die Hard, cena a base di pizza e birra scura o frittata con cipolle.

Ovviamente saranno vietatissimo film con riferimenti anche vaghi a storie d’amore – e per dirlo io che ho ancora gli occhi  sbirluccicanti dopo aver visto Australia

Felice Santa Maura a tutti.

Chi fa da sé…

L’altra sera mi sono accorta, non senza un certo stupore, che sono trascorse ben due settimane dal mio ultimo post. I giorni volano via fin troppo velocemente, gennaio è passato e mi sembra che le giornate siano sempre più corte e io sempre con più cose da fare.

Una di queste è un certo progetto che mi sta molto a cuore e al quale mi sto dedicando da un po’ con  impegno e con una certa fatica. Proprio questo è il punto: sto tentando di portare avanti questa cosa senza voler chiedere l’aiuto di nessuno, nemmeno quello di chi ne sa tanto più di me e che per risolvere i miei problemi impiegherebbe una frazione del tempo che ci metterei io.

Per questo l’altro giorno ho preso una lavata di capo all’ennesimo mio rifiuto a voler essere aiutata. Mi sono sentita dire che: “la verità è che tu non vuoi condividere con nessuno e ti nascondi dietro a questa virtuale socializzazione…”.

Ovviamente di primo acchito ci sono rimasta male, perché non mi aspettavo una reazione di quel tipo a un lato di me  che mi ha sempre reso piuttosto orgogliosa, così ci ho riflettuto un po’ sopra: e se il rifiutare l’aiuto disinteressato sia una forma sottile ed estrema di egoismo?

 

Il bello è che già da tempo ho imparato a chiedere ed accettare l’aiuto da parte di chi mi vuole bene per quanto riguarda questioni non pratiche, superando la mia innata ritrosia. Ho capito che come certi regali, anche il supporto e il conforto possono essere dati solo ed esclusivamente per amicizia e rifiutarli significherebbe offendere chi li offre. Lo so perché mi risulta più naturale dare la mano piuttosto che cercare quella altrui. Per  le questioni più prosaicamente materiali no, vorrei sempre riuscire a far da sola, e non è che non abbia dei buoni motivi.

Il primo è che non sempre gli aiuti sono lì a disposizione e a me non piace disturbare. Penso sempre che alle persone faccia piacere rendersi disponibili ma poi diventa un impegno e io non voglio impegnare nessuno. E ancora: sono abituata a cavarmela, voglio imparare e ci provo, poi casomai chiedo quando non riesco. Ultimo ma non ultimo, sono una donna e non voglio cadere nello stereotipo delle donne che  “non capiscono un cazzo e pretendono sempre di venire aiutate”.

La verità è che sono abituata a far per conto mio da tempo. Parlo con orgoglio di quello che ho conquistato da sola negli ultimi otto anni; ho affrontato prove, fatto esperienze e superato difficoltà. Ho comprato casa, tirato su mio figlio, risolto problemi pratici senza disturbare nessuno, senza aver bisogno di uomo al mio fianco, non fisicamente almeno. La sera, una volta chiusa la porta di casa, ad affrontare i miei problemi rimanevo sempre io, senza la possibilità di prendere le decisioni importanti con qualcuno. E con il tempo, giorno dopo giorno, sono diventata così indipendente da voler sempre bastare a me stessa anche quando questo comporta lasciar fuori tutti altri.
Ecco, riconosco che la forma più alta di egoismo sia proprio quella di voler fare a meno del prossimo.

Per questa ragione sono molto grata al mio compagno. Alla fine mi ha aiutato senza che io gli chiedessi nulla. Sapeva quello che volevo e mi ha dato il suo aiuto. E io, da parte mia, per una volta, non ho protestato, non ho rifiutato, ho accettato con il cuore quello che mi veniva offerto con il cuore, dicendo solo grazie.

La donna che guarda i film d’amore

Ossia io. A dire il vero non è che guardi solo quelli, anzi, nella mia classifica personale delle preferenze cinematografiche stanno al quinto o sesto posto;  come se non bastasse, sono appena uscita da una lunghissima sessione di film catastrofici, che adoro e colleziono.
E’ solo che ultimamente, complici anche i giorni di vacanza, ho avuto tempo e modo di guardarne più del solito.

E’ anche questione di umore giusto, o di umore non giusto, a seconda dei punti di vista.
Mi si dice che non vanno mai visti da sola. Ma io questi riesco a guardarmeli solo quando sono da sola. Non è una cosa che mi vien voglia di fare quando il mio compagno è con me. Anzi, guardo film d’amore proprio perché lui non è con me.
Li cerco solo con lieto fine, però. O almeno ci provo, salvo poi arrivare con gli occhi sbarrati al termine per scoprire epiloghi disastrosi e del tutto sconfortanti.

Sono una specie di terapia d’urto. Le commedie romantiche mi costringono al buon umore anche quando sarei di tutt’altro avviso. Provate a non ridere guardando Il diario di Bridget Jones o come osate non sentirvi meglio dopo L’amore veramente?
Con buona pace di degli studiosi della Heriot Watt University di Edimburgo.
Sembrerebbe, come riportato da questo articolo della BBC, che la visione di commedie romantiche abbia un effetto disastroso sulla nostra vita amorosa. Gli psicologi del laboratorio di relazioni famigliari e personali di questa università, analizzando 40 campioni d’incassi del genere romantico dal 1995 al 2005, hanno rilevato come i temi conduttori di questi film siano del tutto irreali.

Ma va? E d’altro canto, perché studiare solo i film? La letteratura è piena di romanzi d’amore a lieto fine ed è ben più collaudata dell’arte cinematografica. Insomma, non gliel’ha detto nessuno a questi studiosi che sono le favole degli adulti? Commedie, appunto, prodotti di fantasia.

Hanno lo stesso effetto della cioccolata gustata lentamente: si sa che una eccessiva quantità va  a depositarsi direttamente  sulle cosce, ma la soddisfazione e il benessere che lascia non hanno eguali.

E poi non è bello ogni tanto sognare? Non è la vita di tutti i giorni troppo “reale”? Non è bello per un’ora e mezza credere veramente che da qualche parte ci sia la persona veramente destinata a noi, anche se non è il classico principe azzurro? Che ci sia anche per noi un Parterperfetto.com? Chi seriamente può credere  che una storia d’amore non sia costruita anche sull’impegno, sul compromesso, sulla quotidianità?

Per questo la visione dei film romantici è un rito che consumo in  assoluta pace e solitudine; nemmeno un gruppo di amiche sarebbe adatto in questo caso, perché il momento consolatorio  si risolverebbe – ne sono sicurissima – in una specie di pianto comune sulle sfighe amatorie di questa o di quella. Andrebbe benissimo invece una coppia di amici gay, perché manterrebbero l’aplomb tipicamente maschile (che apprezzo in tantissime occasioni), con una particolare sensibilità verso il sentire femminile, non sarebbero più di tanto disturbati da improvvisi picchi d’umore e inarrestabili e incomprensibili crisi di pianto. Oppure un amico-amico, di quelli che ti conoscono e ti riempiono di coccole, bomboloni e nomignoli del tutto innocenti.

Tanto per la cronaca: la Heriot Watt University sta conducendo uno studio online su media e relazioni, e tutti possono partecipare qui, rispondendo alle domande del test.

Buon anno e buon lieto fine a tutti (il video è quello della scena finale di Partnerperfetto.com, uno dei miei preferiti).

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Aggiungo una nota: buone notizie per chi crede nell’amore che dura tutta la vita. Una equipe di ricercatori della Stony Brook University di New York è giunta alla conclusione che in alcune coppie è effettivamente possibile (circa il 10% delle coppie mature).
Ai romantici impenitenti non resta che incrociare le dita.

Le conferme che le donne cercano

Un amico mi ha detto l’altro giorno che le donne che cercano conferme sono pericolose.
Niente di più vero, perché una donna alla ricerca di conferme è comunque pronta ad intraprendere quelle che agli occhi del mondo appaiono  le esperienze più irrazionali/coraggiose/ardite o maggiormente prive del più elementare buon senso, tipo partire per la Terra del Fuoco o lasciare di punto in bianco il fidanzato storico.

Io le conferme più importanti le ho cercate alla fine del mio matrimonio. Dopo quasi undici anni ho sentito il bisogno impellente di mettermi alla prova e di dimostrare, a tutti oltre che a me  stessa, chi fossi.
La primissima cosa è stata prenotare un volo per gli Stati Uniti (come volevasi dimostrare). Un mese là per conto mio, per confermare di esserne capace. Sono andata da sola e sono tornata da sola. Di seguito l’acquisto dell’auto e poi quello di una casa per me e mio figlio.

Altre le conferme che ho cercato dopo: quelle relative alle persone, ai legami d’amicizia tutti da costruire, alla serenità ritrovata, al voler lavorare un terreno che permettesse poi di coltivare me stessa in prima battuta. Ho avuto la conferma che potevo essere una persona felice e completa ancor prima di essere una donna felice e completa.

Quelle che cerco ora sono diverse. Ho quasi quarantadue anni, una vita piena, qualche vittoria e qualche sconfitta al mio attivo. Non le cerco per una questione di età soltanto, ma  perché la mia vita risponde a un regime di ciclicità. Chiudo lunghi capitoli e ne apro altri; attraverso periodi di alti e bassi come se navigassi in mare aperto. Ogni volta tocco terra e ricomincio.
Credo siano comuni a tutte le donne questi momenti: alcune richiedono conferme professionali e di carriera, altre si buttano in progetti a lungo accarezzati ma mai realizzati, molte cercano rassicurazioni su se stesse, esponendosi al mondo e agli occhi di chi le guarda. Altre ancora hanno bisogno di sentirsi ancora belle e desiderabili.

I quarant’anni (circa) sono di giro di boa. E’ così per tutte, volenti o nolenti.  E’ una  specie di porta: prima  si era di là, ora si sta di qua. Non è detto che si stia peggio, anzi, ai miei trenta non tornerei. Si tende però a voler avere delle certezze, a fare qualche bilancio, anche se minimo. E no, non sto parlando delle richieste da rompiballe del genere: ma sei sicuro di amarmi? E se cambiassi idea? Ma sei sicuro sicuro? (Confesso: ho avuto un attacco qualche ora fa).

Quello che non mi piace, in realtà, è la ricerca esasperata, non solo di conferme, ma soprattutto dell’altrui approvazione. Meglio che abbia la leggerezza di un gioco, se ci deve essere, ancor meglio sarebbe cercare di prendersi non troppo sul serio.

Mica facile a farsi. Per quanto riguarda me, attualmente sto costruendo una storia d’amore. Cerco sicurezze in questo senso. Sto un po’ lottando contro la mia indole e contro modelli culturali vecchi e superati, ma che ancora resistono.
E’ la mia sfida tutta personale per l’anno che verrà (più tardi glielo chiederò comunque ancora una volta se è sicuro di amarmi, non si sa mai).

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